Editoriale

Pubblicato il 12 gennaio 2005 | di

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L’illusione della felicità assoluta

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Mi è stato chiesto di fare una relazione sull’argomento della Illusione della felicità assoluta: non avrei dovuto accettare poiché mi sono reso conto, pensandoci bene, che l’argomento è talmente poliedrico che colui che parla rischia di smentirsi pochi istanti dopo aver formulato un certo punto di vista.
In un primo tempo avevo risolto il problema appoggiandomi al pensiero che la felicità assoluta non esiste e che solo il sogno ci può far avvicinare ad uno stato che più o meni la rappresenti. Poi però sono intervenute due varianti: la prima è basata sulla parola “illusione” e la seconda su un’informazione che ho raccolto tramite la percezione visiva. Parto dalla seconda. Martedì scorso, il giorno della relazione sul sogno, mentre andavo dalle Case Sottane 2 “in piazza” ho incontrato, mentre pedalava nella direzione opposta alla mia, una ragazzina che aveva sul viso un’espressione così radiosa che mi ha colpito.
Ma allora, pensai, momenti di felicità, in apparenza assoluta, possono esistere.
Una banalità dimenticata con gli anni?
Tuttavia quell’aggettivo “assoluta” sembra proprio fatto per complicare le cose. Ma chi pretende la felicità assoluta? Credo nessuno, se non persone che hanno una struttura mentale particolare: I produttori di ideali.3
Neanche Epicuro, con la sua falsa modestia, nella Lettera sulla felicità, pretende l’assoluto: “Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro”.
Poi, dopo aver detto di rispettare gli dei che sono immortali e di non avere paura della morte (“quando viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi“), continua con: “Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell’animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall’ansia.
Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell’animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno“. (omissis) ”In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l’inutile è difficile“.
Anche per Freud, lo scrive chiaramente nel Disagio della civiltà, la felicità “è qualche cosa di assolutamente soggettivo”.4 Per cui, noi non sapremo mai ciò che rendeva così radioso il viso della “fanciulla in bicicletta”: il ritratto della felicità.
In riassunto: per essere felici bisogna capire ciò che si vuole e farlo.
In dialetto di Pontinvrea potremmo esclamare: ” t’a’ dic niênte” (hai detto niente !).
In effetti sarebbe un discorso abbastanza semplice se non esistessero quei problemi ai quali ho già accennato nella relazione di martedì scorso. E cioè il passaggio dal processo primario al secondario; il lavoro delle censure (la prima e la seconda) che deformano il messaggio al punto che per farne passare almeno un frammento bisogna ricorrere al sogno e, a volte, al sintomo.
Per tornare all’esempio rispetto al materiale della volta scorsa, ciò che avevo taciuto era che la signora che aveva prodotto il sogno che io riferivo, soffriva di quel sintomo fastidioso che viene definito vaginismo. 5
Forse è meglio che ricordi l’esempio per poter procedere con la piena comprensione di tutti coloro che ascoltano (leggono, in questo caso).
S. Freud capì che il valore premonitorio del sogno era dovuto al fatto che nella sua costruzione si cercava di soddisfare certi desideri inconsci; il fatto quindi che un certo fatto sognato si materializzasse era giustificato dal suo aspetto di desiderio.
Farò un esempio: una signora sposata sogna che il signor X andando in montagna vede un giovane che cade in un burrone. Un’interprete onirico tradizionale direbbe che sta per succedere una disgrazia, uno psicoanalista chiederebbe alla persona che ha portato il sogno di esaminare i fatti di quei giorni, i pensieri, le idee, le situazioni non concluse (i resti diurni) e, infine, a partire dal testo del sogno, di dire tutto ciò che le viene alla mente anche se assurdo e lontano nel tempo (cioè attinente all’infanzia).
Si scoprirà che la signora ad una festa, dove si è parlato di montagna, aveva notato un bel giovane che avrebbe voluto conoscere meglio, tanto più che parlava con suo marito. La signora, durante la seduta, parla del marito e dice che le è diventato indifferente specialmente dal punto di vista sessuale: ” É un brav’uomo, mi da tutto ciò di cui ho bisogno, ma è freddo e pensa a tutto meno che a me. In più è geloso, mi sorveglia e minaccia di far eliminare quelli che , pensa, siano i miei amanti”.
Le associazioni successive rievocano una sua relazione giovanile con il signor X: “Anch’egli era geloso e mi ricorda mio marito, andavamo in montagna, rideva sempre, e non mi baciava o toccava mai: un cretino”.
Rimane per un poco in silenzio e poi con aria e voce pensosa dice: “…e pensi professore, che io sono fedele; non ho mai tradito mio marito. Devo dire che qualche volta ne ho avuto il desiderio, ho tanti corteggiatori, ma quando stavo per farlo sentivo la voce di mia madre che diceva: “La Janine (un’amica di famiglia) è proprio stupida: cade con tutti”.
Io ero piccola, non capivo cosa volesse dire “cadere con tutti”, pensavo solo ai giochi che facevo con mio padre e mio fratello in montagna quando ci divertivamo a cadere in un fienile. Decisi che non l’avrei più fatto”.
La rievocazione viene trasferita sui giochi che faceva a scuola con i compagni e poi, improvvisamente, come succede spesso in seduta, sembra che una luce si accenda nella mente e dice “con quel signore che ho conosciuto alla festa, io CADREI molto volentieri; ora capisco cosa intendeva mia madre; e anche il contenuto latente del sogno: Vorrei tanto andare in montagna e che quel bel giovane cadesse con me“.
Nel sogno la signora esprime un desiderio sessuale che non poteva permettersi di realizzare poiché ogni volta la VOCE (immaginata) della madre l’ammoniva: “non si deve fare come la Janine”. Le volte che riusciva a far tacere la voce o non l’ascoltava, ci pensava il corpo a parlare e insorgeva il sintomo isterico cioè quell’insieme di spasmi che rendevano il rapporto sessuale penoso.
Per tornare all’argomento della felicità, ecco che abbiamo un bell’esempio di una persona che finalmente sa quello che vuole, che lo potrebbe fare perché “ha tanti corteggiatori” ma che deve penare perché ha quella spade di Damocle degli spasmi che rinforza il conflitto tra obbedire alla Voce della madre o seguire l’istinto e scaricare la tensione.
Nel testo ho scritto Voce con la ‘V’ maiuscola per indicare l’ idealizzazione di tale voce. Quella voce non è l’insieme di suoni organizzati in frasi educative pronunciate dal genitore biologico ma è la voce di un IDOLO che se non gli obbedisci, può anche incenerirti. Comunque ti colpisce sulla fonte pulsionale dalla quale scaturisce la spinta che richiederebbe di essere soddisfatta per diseccitare quella fonte. Operazione quasi impossibile perché il vaginismo ti morde.
Un bell’esempio di Super-io orale, in azione.
La maggior parte di questa dinamica è inconscia, cioè proviene da quella parte della mente che sfugge all’attenzione vigile della mente stessa.6
E’ proprio il caso di dire “io potrei essere felice, so anche cosa fare (cadere con il bel giovane) ma, non so perché, quando ci provo mi vengono quei dolori che me ne fanno passare la voglia”.
Per consolazione di tutti vorrei dire che, con l’analisi, presto i dolori scomparvero e che la signora iniziò una felice relazione con il bel giovane; tuttavia il marito se ne accorse e il pasticcio prese un’altra piega. Fastidiosa socialmente, ma molto meno grave dal punto di vista dell’equilibrio psichico.
Nel periodo in cui i dolori scomparvero il bel giovane si innamorò, contraccambiato, della bella signora. Decisero di concludere, la felicità fu “assoluta” e la signora aveva sul viso l’espressione radiosa della ragazza in bicicletta.
Quindi si può essere felici? Si, ma in maniera relativa.
Abbiamo assodato che si può essere felici per poco, il fatto è che all’essere umano il poco non basta: desidera la donna o l’uomo dei quali si innamora per sempre, la felicità per sempre, e si illude di poter conseguire il suo scopo.
Vive l’illusione della felicità assoluta.
Come ho già detto la volta scorsa, probabilmente tale illusione è iniziata quando i nostri antenati si sono resi conto di sognare, e su quel mondo psicobiologico di ombre hanno costruito una realtà parallela, illusoria , in cui tutto è possibile.
Per esempio l’amore eterno, che va oltre la morte ed è appunto assoluto. Ancora poche sere or sono, nel marasma televisivo, è stato programmato un teleromanzo (due puntate), tratto da un bel libro di Emily Brontë, Heathcliff (Cime Tempestose) che termina con una scena in cui i due simulacri degli amanti si allontano, ben inteso da morti, in una distesa di neve.
Una vicenda simile a quella presente nelle storie medioevali di Pontinvrea in cui, Giovanna, la vedova di Delfino del Bosco, il signore di Castel Delfino (l’antico nome di codesto paese), si unisce in spirito al giovane Neldo (ucciso come Lei dall’usurpatore Ugone del Carretto), “ritornato nottetempo a prenderla con se per condurla nel regno dove l’amore e la libertà regnano sovrani”.7
D’altra parte noi, in sogno, li vediamo i nostri morti e perché non dovremmo pensare che vivano, in eterno a fianco degli dei di Epicuro, o a quelli dei Faraoni, di Mosè, o a quelli di Cristo, di Maometto, etc., in un’atmosfera di felicità (il paradiso) o infelicità assoluta (l’inferno)?
Certo, l’adesione a tale punto di vista pone la persona in una dimensione pre-Einstein e persino pre-Gallileo nel mondo illusorio delle stelle fisse dove l’Universo ruota intorno alla terra-madre.
Dal punto di vista psicoanalitico si tratta dell’illusione di onnipotenza, che spinge verso sistemi sociali o religiosi assolutisti. Quando le persone siano normali, cioè nel pieno delle loro pseudo-facoltà critiche, andranno incontro a grandi delusioni; qualora, invece, le persone siano permeate di nuclei narcisistici (psicotici), l’assenza di relativismo, li rinforza nelle loro false idee, e li allontana sempre più dalla realtà, cioè aggrava la malattia.

© Nicola Peluffo

1 Relazione tenuta nella sala consigliare del Comune di Pontinvrea (Savona) il 12 ottobre 2004.
2  Località di Pontinvrea. 
3  La costruzione di ideali è una delle tre attività che l’io mette in atto per addomesticare gli ordini anacronistici del super -io. Le attività sono tre: la coscienza morale, l’autosservazione e la costruzione di ideali. 
4  S. Freud,Il disagio della civiltà (1930) , Opere vol. X, ed Boringhieri, Torino. 
5  Spasmo doloroso della vagina. In genere avviene durante il coito e può iniziare durante lo stadio di preparazione dell’atto sessuale casi tipici sono caratterizzati da spasmi di tale intensità da render impossibile l’introduzione del pene. 
6  S. Fanti, Dizionario di Psicoanalisi e Micropsicoanalisi, ed. Borla, 1984, Roma. 
7  S. Spotorno, Il nido degli astori , ed. Ermes, 1992 , Savona. 



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Notizie sull'Autore

Peluffo Nicola

Il Prof. Nicola Peluffo è nato a Genova-Sampierdarena il 14 giugno 1930. Dopo essersi laureato a Genova nel 1955 in Scienze politiche con una tesi in Storia, completa la formazione psicologica e psicoanalitica iniziata a Milano, in Svizzera a Ginevra, quella micropsicoanalitica a Couvet (Neuchâtel). Libero docente e poi professore incaricato stabilizzato di Psicologia Sociale diventa professore associato confermato di Psicologia Dinamica presso la Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino. Autore di due volumi (Micropsicoanalisi dei processi di trasformazione, Torino, Book's Store, 1976 e Immagine e fotografia, Borla, Roma, 1984) e di oltre cinquanta pubblicazioni scientifiche. E' stato collaboratore al laboratorio di ricerche in psicologia genetica del Institut des Sciences del'education dell'Università di Ginevra (direttore Jean Piaget), ricercatore e docente di psicologia sociale presso l'Istituto di Scienze sociali di Genova (direttore Luciano Cavalli) collaboratore alle ricerche dell'Istituto di Psicologia Sperimentale e Sociale di Torino (direttore Angiola Masucco Costa), collaboratore alle ricerche del Centro di Psicologia dell'Olivetti SpA di Ivrea (Coordinatore ricerche Francesco Novara, direttore Cesare Musatti). Fondatore e Capo Scuola della micropsicoanalisi in Italia, membro didatta della Società internazionale di micropsicoanalisi (presidente onorario Silvio Fanti). Già Direttore dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi, fin dalla sua costituzione nel 1984, e responsabile scientifico della sua rivista teorica, il Bollettino dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi. Il Prof. Peluffo si è spento a Genova il 7 febbraio 2012



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