Editoriale

Pubblicato il 22 ottobre 2007 | di

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L’espressività dei movimenti nel sogno

© Videografica di Luca Zangrilli

L’idea generale è che l’espressività iniziale dei mutamenti di tensione si risolva nel movimento accompagnato da stati di maggior o minor dispiacere (dal fastidio all’angoscia e forse oltre). L’espressività sensorio-motoria si manifesta globalmente nell’inconscio e solo quando viene vincolata nel preconscio-conscio prende una forma rappresentativa riconoscibile (figurale e linguistica).
Il sogno è un ponte di passaggio che servendosi di componenti figurali (pseudo-percezioni visive) e linguistiche (parole), elaborate dinamicamente (movimentate dall’azione), nutre la vita quotidiana di schemi non conclusi che cercano di chiudersi seguendo la strada del desiderio. Questo fatto si coglie più facilmente nelle rappresentazioni del dolore e dell’amore espresse sia direttamente che nel campo dell’arte, della religiosità, e dell’ideologia più o meno delirante.
L’attività onirica opera attraversando fasi intermedie in cui si costruisce un contenuto manifesto, a posteriori suscettibile di un’elaborazione secondaria. Il movimento assume forme sempre più vincolate e strutturate che si fissano nel preconscio. Anche il disordine che definiamo malattia mentale si fissa in quel sistema.

Un esempio di sogni : (sogni 1 e 2)
• Un cane cerca, con i denti, di togliersi una zecca dalla gamba.
• Lo stesso soggetto qualche tempo prima aveva sognato di fuggire in un bosco inseguito da primitivi che gli lanciavano delle piccole frecce che gli si piantavano nelle gambe e nelle parti posteriori del corpo.

Nel sogno del cane la zoomorfizzazione della freccetta che punge lanciata dai nemici, è sostituita per proiezione dall’impersonalità della zecca che si infiltra nelle carni. Freccia e nemici si condensano nella zecca che ti si infiltra nelle carni. Un esempio che mi ricorda una vicenda che ho descritto in un mio scritto sulla nevrosi ossessiva.
In questi sogni l’ossessione sempre in agguato e sempre pronta a ghermire il resto dell’io del soggetto prende gli aspetti più svariati: persone, animali, oggetti, situazioni, forme astratte.
Può succedere che un nome pronunciato o ascoltato in una situazione particolare possa creare una reazione circolare coatta, cioè un ritorno ossessivo e involontario della parola nella mente della persona. Un gioco del rocchetto con le parole.
La persona si trova ad avere l’impressione che un’entità indipendente dalla propria volontà operi all’interno del proprio psichismo che per il resto sembra sotto controllo. Per esempio un cognome pronunciato dalla persona A si fissa nello psichismo della persona B che viene invasa da esso. A intervalli più o meno regolari e con una velocità di oscillazione (come un pendolo) più o meno variabile tale parola risuona nella mente del soggetto B. Come un personaggio che più o meno regolarmente, più o meno frequentemente, invade la scena di un lavoro teatrale indipendentemente dalla volontà dell’autore della drammatizzazione e da quella del regista che la mette in opera.
Ho portato l’esempio di una parola ma potrei anche riferirmi ad una intera frase, a un concetto espresso verbalmente, ad una poesia, ad un ritornello musicale, ad un pensiero, e così via. Cioè a tutte quelle manifestazioni sintomatiche che, assieme al rituale, caratterizzano la sindrome ossessiva (la punizione per aver nominato attivamente o passivamente il nome di dio).
Lo stesso vale per una situazione che sia soggetta a coazione a ripetere. Essa riappare nella vita del soggetto indipendentemente dalla sua volontà. Il soggetto si trova a soggiacere ad essa e, quando va bene, se ne accorge troppo tardi.
Sovente a quel fenomeno se ne accompagna un altro: il così detto contagio. L’ossessione striscia da un soggetto all’altro e si creano delle vere e proprie reti ideative coatte simili a quelle che si riscontrano nelle manifestazioni religiose.
Il soggetto che descrivo nell’esempio seguente era un giovane psicoterapeuta, al quale era capitato un paziente portatore di una sindrome ossessiva grave e di un’omosessualità non agita (l’uomo in questione era sposato) ma sognata in modo diretto. Questo signore, a detta del terapeuta, aveva un odore molto sgradevole (il solito acido capronico); lo chiameremo Capr
Al momento della consultazione, l’ossessione tipo di Capr si manifestava come un nome di persona che gli si fissava nella mente e non poteva essere scacciato, al quale si accompagnava una fantasia sessuale. Non era quella la sola manifestazione, ne esistevano altre standard, come il controllo della chiusura delle porte che durava all’infinito, etc. Un‘altra interessante era di derivazione olfattiva: in rapporto a certi odori, il signor Capr era ossessionato dalla visione di una macchia nera che non riusciva a scacciare; evidentemente una pseudo-allucinazione di origine iniziatico-anale.
Il dott. Ter. mi telefonò tre giorni dopo aver iniziato il caso. Era disperato!
Da tre giorni il nome del suo cliente gli martellava la mente e non riusciva ad avere un momento di pace. Gli diedi appuntamento per quella sera, e al posto del viso pacifico del solito dott. Ter, mi si presentò un ossesso.
L’avversario si era impadronito di lui; con una terminologia più scientifica dirò che si era completamente identificato al suo cliente. Ecco il suo racconto:
“Ho reagito a quella seduta con angoscia. Sentivo di non poter sostenere il caso. Era specialmente quell’odore ributtante che non riuscivo a sopportare; non riuscivo più a farlo uscire dal mio studio, mi sembrava di averlo addosso, che mi invadesse tutto. Dopo la seduta il suo nome ha iniziato a martellarmi la testa. Non riesco più a scacciarlo e sono tre giorni che mi si ripresenta implacabile, in modo regolare e la mia volontà di liberarmene è impotente”.
Il processo secondario non ha presa dato che è l’energia dell’es che alimenta il sintomo ossessivo; e anche il sogno si mette al suo servizio, anzi è la porta da cui il demonio entra, poiché, come ci è noto, è il resto notturno che fa la giornata da svegli. Ecco due sogni che Ter. mi riferisce durante la supervisione:

1° sogno – “Sono con due persone in una strada in salita. Al bivio mi lasciano solo. Ho solamente un po’ di timore, ma tutto è tranquillo. Una rapidissima fantasia erotica con una signora che conosco passa nel sogno. Poi vedo una specie di losanga nera che viene verso di me. Cerco di fermarla con il mio corpo. Non riesco perché la cosa striscia tra me e il muro e passa. Non è materiale, è come l’ombra”.
2° sogno- “Mi tolgo le mutande e defeco. Anzi mi trovo nelle mutande un enorme quantità di francobolli“.

Come si può facilmente constatare il dott. Ter si è completamente identificato al sig. Capr; anzi ne è stato contagiato. L’ossessione viene riassunta nella losanga nera, che come la macchia nera del sig. Capr non può essere fermata. Il secondo sogno completa il quadro con la defecazione di francobolli, cioè l’espressione della funzionalità anale rappresentata da oggetti che si appiccicano e servono a mandare messaggi.
Se consideriamo il sogno della zecca e quello delle freccette che si appiccicano al posteriore del fuggitivo possiamo constatare che sono della stessa qualità dei sogni della losanga nera e dei francobolli e che il tentativo principale dei soggetti è quello di liberarsi di questi messaggi che “si appiccicano “ e che provengono da fonti molto lontane: primitive e infantili, forse animali. Ancora oggi l’infestazione da insetti può essere mortale e anche quella dei pensieri lo può essere. Sovente sono i pensieri di cui non ci si può liberare e che si attaccano come le zecche che portano molte persone al suicidio o all’omicidio.

© Nicola Peluffo



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Notizie sull'Autore

Peluffo Nicola

Il Prof. Nicola Peluffo è nato a Genova-Sampierdarena il 14 giugno 1930. Dopo essersi laureato a Genova nel 1955 in Scienze politiche con una tesi in Storia, completa la formazione psicologica e psicoanalitica iniziata a Milano, in Svizzera a Ginevra, quella micropsicoanalitica a Couvet (Neuchâtel). Libero docente e poi professore incaricato stabilizzato di Psicologia Sociale diventa professore associato confermato di Psicologia Dinamica presso la Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino. Autore di due volumi (Micropsicoanalisi dei processi di trasformazione, Torino, Book's Store, 1976 e Immagine e fotografia, Borla, Roma, 1984) e di oltre cinquanta pubblicazioni scientifiche. E' stato collaboratore al laboratorio di ricerche in psicologia genetica del Institut des Sciences del'education dell'Università di Ginevra (direttore Jean Piaget), ricercatore e docente di psicologia sociale presso l'Istituto di Scienze sociali di Genova (direttore Luciano Cavalli) collaboratore alle ricerche dell'Istituto di Psicologia Sperimentale e Sociale di Torino (direttore Angiola Masucco Costa), collaboratore alle ricerche del Centro di Psicologia dell'Olivetti SpA di Ivrea (Coordinatore ricerche Francesco Novara, direttore Cesare Musatti). Fondatore e Capo Scuola della micropsicoanalisi in Italia, membro didatta della Società internazionale di micropsicoanalisi (presidente onorario Silvio Fanti). Già Direttore dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi, fin dalla sua costituzione nel 1984, e responsabile scientifico della sua rivista teorica, il Bollettino dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi. Il Prof. Peluffo si è spento a Genova il 7 febbraio 2012



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