Editoriale

Pubblicato il 1 giugno 2005 | di

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Conoscere l’oggetto

Per conoscere veramente l’oggetto è necessario agire su esso e ricostruirlo, bisogna anche farne l’esperienza, cioè averlo percepito.
Quindi: applicazione degli schemi di azione (sensorio-motori) agli oggetti che si raggiungono attraverso la percezione. In un secondo tempo, l’introiezione di tali schemi, mediante i processi di astrazione riflettente (cioè a partire dall’azione), darà luogo alle procedure operatorie. Lo sviluppo delle quali porterà alla scoperta dell’intelligenza astratta. La ricostruzione dell’oggetto potrà quindi prescindere dalla sua presenza e gli oggetti saranno presenti anche solo nella memoria, richiamati ed elaborati per rievocazione.
Questa è l’operazione che si continua a fare durante le lunghe sedute di micropsicoanalisi: rievocazione, passaggio alla coscienza, elaborazione, presa di coscienza. La rievocazione che in francese viene indicata con la parola “remémoration” è il tentativo di rievocare (rimettere) nella memoria fatti, pensieri, desideri, insomma i rappresentanti agiti o pensati della pulsione. Molti di questi rappresentanti sovente sono dimenticati e a volte rimossi, quindi separati dalla storia da una barriera energetica che li isola.
Pregando il lettore di non dimenticare la premessa iniziale di tipo classicamente costruttivistica, tornerò all’argomento che più mi sta a cuore: le difficoltà pratiche che hanno le persone a conoscere gli oggetti rievocati che producono durante le sedute.
A volte si ha proprio l’impressione che l’analizzato abbia raggiunto la comprensione del suo problema interno, allora ci si permette di riassumere le fasi più pertinenti della seduta, o di più sedute, in modo da produrre una ricostruzione semplice o interpretativa dei fatti, dei vissuti e dei conflitti; cioè facilitare il processo di elaborazione fornendogli una percezione acustica dall’esterno.
Tutto sembra compreso e invece nella seduta seguente si ha la bella sorpresa di rendersi conto che di tutta la fatica non è rimasto nulla o quasi.
Finché non si impara a rimanere neutri rispetto a queste situazioni l’aggressività verrà mobilitata aggiungendo difficoltà a difficoltà.
Il bello è che questa situazione si attiva anche per allievi in didattica o per colleghi in supervisione e a volte… per noi stessi.
Si ha un bel ripetersi che è una riattivazione difensiva di resistenze residue o una manifestazione di transfert negativo: si rimane insoddisfatti.
Il soggetto sembra improvvisamente colpito da ritardo mentale, al punto che nei miei appunti di seduta a volte trovo scritto “completamente deficiente”. In realtà il soggetto è solo momentaneamente deficiente. Sembra che le capacità di comprensione gli vengano a mancare, che la memoria vacilli e che ciò che si è fatto in tante sedute sia scomparso. Passeranno mesi prima che i livelli della seduta “fortunata” siano di nuovo raggiunti. Devo dire che quando ero io a “fare l’analizzato“ mi era accaduto sovente di capire profondamente e in modo indimenticabile, certe particolarità rievocate nel mio iter analitico e didattico solo dopo molto tempo. Erano rimaste per molto tempo in una sorta di dimensione sospesa. Sapevo che era “così“ma non ne tenevo conto: facevo “come se“ la cosa non mi competesse veramente. E’ certamente una difesa proiettiva che ritarda il momento della vera presa di coscienza ma non solo questo.
Il mistero ha cominciato un poco a dipanarsi quando ho ripreso in mano i miei appunti riguardanti le ricerche sulle funzioni cognitive che facevo nel decennio dal 1960 al 1970, e specialmente quando ho lasciato perdere i pregiudizi sull’utilità di tali ricerche.
Leggendo e rileggendo le registrazioni scritte sulle prove dei vari soggetti mi sono reso conto che per tanti anni mi era successa una cosa simile a quella che ho descritto prima. Ero diventato “deficiente “rispetto a tutte le mie ricerche sulle funzioni cognitive. Avevo quasi completamente scotomizzato le mie ricerche, diciamo “la mia scienza” in omaggio ad un punto di vista che sembrava non fare posto ad esse.
Una manifestazione della nevrosi da transfert non risolta, in omaggio alla quale le mie ricerche avevano assunto il valore di cose che non si devono fare (si devono nascondere se si sono fatte). Per anni non me ne sono più interessato e oggi invece ne parlo. Potrei dire che non ero riuscito ad assimilare ai miei schemi di spiegazione costruttivistica quelli micropsicoanalitici mentre ero riuscito ad assimilare questi ultimi a quelli psicoanalitici.
L’accomodamento era stato necessariamente di tipo (metaforicamente) chirurgico, direi castratorio, rispetto alle ricerche sulle funzioni cognitive nelle quali avevo impiegato tanto tempo ed energia. 1
Solo molto lentamente sono riuscito ad elaborare, assimilando l’informazione cognitivista ad un problema di tecnica analitica.2 
Per spiegarmi meglio, l’ipotesi che faccio oggi è derivata da certe esperienze che avevo fatto allora e che mi accingo a comunicare a quei pochi che si interessano all’argomento.
Ricerche ne avevo fatte molte; nel caso specifico si trattava di un’indagine sperimentale su un campione di soggetti in età evolutiva raggruppati secondo le classi di età (8-12 aa.) e di provenienza socio-culturale. 3
Ciò che cercavo di studiare era l’eventuale correlazione tra lo sviluppo delle nozioni delle quantità continue, con particolare attenzione a quelle di conservazione del volume, e lo sviluppo delle variabili linguistiche con le quali si può descrivere un corpo solido (un cubo di legno non scomponibile e uno, delle stesse misure, scomponibile e trasformabile in un parallelepipedo).4
Gli adulti hanno l’impressione di aver sempre saputo descrivere in modo corretto tali dimensioni; in realtà si sbagliano; l’acquisizione di una terminologia adeguata si svolge lungo un arco evolutivo in cui i soggetti passano da indicazioni globali, cioè indifferenziate, ad altre sempre più differenziate sino a diventare specifiche.
C’è un passaggio da una conoscenza egocentrica che si esprime con una terminologia globale ad un’altra decentrata che descrive le dimensioni in modo differenziato. Evidentemente esistono fasi intermedie; per qualcuno che si interessa all’argomento rimando alla lettura dei lavori che avevo pubblicato allora.
Se noi, come ho fatto altre volte, consideriamo il “soggetto epistemico”, cioè un ipotetico soggetto che presenta tutte le fasi che vengono verificate nei gruppi di soggetti di età diversa, vedremo che tale soggetto si stacca faticosamente da un idea del mondo globale e narcisistica (cioè centrata su se stesso) per costruire il reale come ci appare, vale a dire differenziato e indipendente da noi. 5
Da un punto di vista affettivo è il passaggio dalla relazione narcisistica a quella d’oggetto.
Per cercare di spiegare meglio il mio punto di vista posso riprendere dai miei vecchi appunti il caso di A.L. che allora aveva 11 anni e faceva la V elementare (oggi potrebbe essere nonna). Risparmio a chi legge la massa dei dettagli e riporto solo una parte delle mie riflessioni. Vale a dire trascrivo le riflessioni come le avevo registrate allora: “Il soggetto è completamente legato ad uno spazio a due dimensioni. Appare chiaramente alla prova del cubo scomponibile. Se una sezione dell’oggetto è spostata, cambia il suo giudizio. Il cubo scomposto occupa meno spazio “perché non è dentro… non ne occupa dello spazio“. Quando una parte è allontanata dal tutto (anche appena spostata dall’interno all’esterno, non è più compresa nell’oggetto (percettivamente è vero) e quindi occupa un suo spazio. Se il cubo fosse stato scomposto nelle sue parti (cubetti) e disposte a “mucchio” ne occuperebbe di più. Per il soggetto A=A se integro, se si sposta 1/n A, la somma 1/n A +n-1/n A # A .
Un oggetto mantiene la sua identità e quindi il suo spazio e tutte le sue altre qualità fintanto che una parte sufficientemente elevata dei suoi elementi componenti rimane assieme nella forma originaria. Esiste una soglia (percettiva) di dissoluzione dell’oggetto che varia a seconda dell’età e dello sviluppo mentale. Questo tipo di giudizio spinge l’individuo a giudicare la parte separata non più compresa nell’intero, per cui un uomo senza una gamba che si tiene in mano la gamba separata non occuperà più lo stesso spazio poiché la gamba separata non fa più parte del corpo ed occupa un suo spazio; mentre farà ancora parte del corpo la gamba fantasmatica, l’arto fantasma. Un’allucinazione è energeticamente più forte dell’oggetto reale. Ecco che cosa è la potenza della traccia. La realtà è sostituita da un’impronta fantasmatica.
Non sto a ripetere gli esempi (tra l’altro molto interessanti) mi limito a dire che sovente esistono soggetti che danno risposte inficiate dal giudizio percettivo che suggerisce errori basati sul fatto che il soggetto nel cambiamento (materiale) di forma non tiene conto dell’azione esercitata sull’oggetto e sulla possibilità che tale azione sia ripetuta in senso inverso. E’ solo quando si acquisisce tale concetto di reversibilità che si costruiscono le costanti concettuali.
A volte il limite tra i due modi di ragionare è così esiguo che sembra impossibile che il soggetto non riesca ad oltrepassarlo o che lo faccia per brevi istanti e poi torni indietro ai suoi investimenti consolidati. La libido attiva il giudizio percettivo ma non è sufficientemente stabile su quello concettuale e quindi, per conservare la distensione il soggetto è costretto a riportarsi su un terreno “già bonificato” e sbaglia. Gli succede la stessa cosa che succede agli analizzati in seduta, diventa “deficiente”.
Questa constatazione mi aveva spinto a considerare qualche accorgimento. Uno di questi era di ripetere la serie degli esperimenti inserendo l’assistenza di un soggetto sicuramente al livello delle operazioni formali che facesse da suggeritore fuori campo con frasi del tipo “a me non sembra che sia come dici tu ma piuttosto… (la soluzione esatta)”.
La seconda, molto empirica, oggi direi “banale”, era di suggerire al soggetto maggior concentrazione e partecipazione all’esperimento. La frase che dicevo era: ”Fai conto di essere una macchina e metti il tuo cervello in tensione”. Praticamente suggerivo di aumentare l’investimento sulla prova e (forse per compiacermi) sovente l’esperimento aveva ottimi risultati.
Per esempio per G.P. (11 aa., V el.) le risposte cambiano completamente, acquisisce la conservazione di tutte le nozioni, e cambia la verbalizzazione passando da aggettivi globali ad altri specifici (p.e. da grasso, tozzo, a largo). Avevo rivisto e riesaminato il soggetto dopo due settimane e avevo potuto verificare la stabilità del cambiamento.
Queste brevi constatazioni, che potrebbero però essere sostenute da una grande massa di dati, mi portano a pensare che non è solo il lavoro delle difese e delle resistenze che rende l’analizzato “deficiente”, ma è piuttosto la difficoltà ad effettuare un investimento libidinale sufficiente, su argomenti “noiosi”. Argomenti che non lo interessano e stimolano una risposta oppositiva. Mantenere l’interesse sulla “performance“sia essa analitica o cognitiva è la condizione della riuscita.
E qui vorrei sottolineare che “l’interesse “ è l’energia delle pulsioni dell’io.
In altre parole per far si che l’io investa abbastanza energia in modo stabile, è necessario che il compito da svolgere (qualsiasi tipo di prova, compresa la seduta) contribuisca a mantenere la sua sopravvivenza e nel contempo egli consideri l’oggetto degno di investimento. Non dico che l’io si innamori dell’oggetto in cui consiste la prova e quindi rinunci, per esso, (o per lo sperimentatore-analista) a cariche narcisistiche ma che perlomeno lo consideri appetibile e foriero di sviluppi favorevoli alla distensione. Insomma che sia economicamente valido per la conservazione del principio di piacere.
In analisi, sovente, le esigenze epistemofiliche del soggetto sono modeste e una volta che sia riuscito ad eliminare i sintomi principali e le inibizioni più genanti non ha più interesse per altro che non sia, come ripete spesso E. Anati, “sesso, cibo e territorio”.
In questa epoca storica mi sembra che le gioie della mente abbiano perso terreno e che la massa umana, che non è alle prese con problemi di sopravvivenza, tenda a regredire a fasi arcaiche di sviluppo dell’io ove l’aspetto corporeo risucchia la maggior parte dell’interesse. L’ideale narcisistico del bello televisivo vince, e allora i modelli d’oggetto da ricostruire per identificazioni sono gli Atleti e le Veline. Forse dovremmo tenerne conto in seduta e adeguarci: essere meno noiosi!
I supporti tecnici della micropsicoanalisi sono, implicitamente, un tentativo anche in questo senso. L’ho notato specialmente per lo studio e l’analisi delle fotografie, in particolare per le copie molto ingrandite. Il lavoro sulle fotografie, se iniziato al momento opportuno, è raramente “noioso” e permette la scomposizione, la ricomposizione e la re-introiezione degli oggetti dell’infanzia percepibili nella loro forma visiva. La percezione e l’azione sugli oggetti fotografici induce nel soggetto una loro conoscenza per ricostruzione, una vera conoscenza costruttivistica.

© Nicola Peluffo

Note:

1 E che, senza false modestie, avevano ottenuto un buon riconoscimento a livello nazionale e internazionale.
2  E’ così vero che ho fatto un sogno in cui un mio analista mi faceva vedere un bambino di circa 2 anni nudo in cui era ben in evidenza l’insieme del pene e dei testicoli. Cioè non ero castrato. Avevo ricuperato i miei ”attributi “. 
3  N. Peluffo, Sottosistemi linguistici, ambiente e nozione di conservazione del volume, Rivista di psicologia sociale, Anno XV, n. IV,1968, Torino.
4  Si trattava di definire verbalmente le dimensioni di un corpo solido. Nell’ Enciclopedia italiana ( vol . XII, pag. 848) si legge: ” Si dice nel linguaggio comune che una linea ha una sola dimensione, cioè la lunghezza; che la superficie ne ha due, lunghezza e larghezza; che il solido ne ha tre cioè lunghezza, larghezza e altezza.”
5  Non tutti conoscono la fisica quantistica.



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Notizie sull'Autore

Peluffo Nicola

Il Prof. Nicola Peluffo è nato a Genova-Sampierdarena il 14 giugno 1930. Dopo essersi laureato a Genova nel 1955 in Scienze politiche con una tesi in Storia, completa la formazione psicologica e psicoanalitica iniziata a Milano, in Svizzera a Ginevra, quella micropsicoanalitica a Couvet (Neuchâtel). Libero docente e poi professore incaricato stabilizzato di Psicologia Sociale diventa professore associato confermato di Psicologia Dinamica presso la Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino. Autore di due volumi (Micropsicoanalisi dei processi di trasformazione, Torino, Book's Store, 1976 e Immagine e fotografia, Borla, Roma, 1984) e di oltre cinquanta pubblicazioni scientifiche. E' stato collaboratore al laboratorio di ricerche in psicologia genetica del Institut des Sciences del'education dell'Università di Ginevra (direttore Jean Piaget), ricercatore e docente di psicologia sociale presso l'Istituto di Scienze sociali di Genova (direttore Luciano Cavalli) collaboratore alle ricerche dell'Istituto di Psicologia Sperimentale e Sociale di Torino (direttore Angiola Masucco Costa), collaboratore alle ricerche del Centro di Psicologia dell'Olivetti SpA di Ivrea (Coordinatore ricerche Francesco Novara, direttore Cesare Musatti). Fondatore e Capo Scuola della micropsicoanalisi in Italia, membro didatta della Società internazionale di micropsicoanalisi (presidente onorario Silvio Fanti). Già Direttore dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi, fin dalla sua costituzione nel 1984, e responsabile scientifico della sua rivista teorica, il Bollettino dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi. Il Prof. Peluffo si è spento a Genova il 7 febbraio 2012



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