Etnopsicoanalisi Rubrica Etnopsicoanalisi

Pubblicato il 28 agosto 2008 | di

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Il Trickster

Succede spesso di imbattersi in critiche sociali al comportamento dei giovani, cui fanno eco  ricerche pedagogiche e psicologiche focalizzate  sulla crisi della genitorialità, la svalutazione dell’identità paterna e dei ruoli autorevoli, come quello degli insegnati, il prolungarsi dell’adolescenza.  Certi eventi che popolano le cronache cittadine, come il bullismo, le stragi del sabato sera, preoccupano i genitori dei ragazzi.

Se ne è riflettuto recentemente in un bel convegno organizzato dalla dottoressa Gioia Marzi, in collaborazione con l’Istituto italiano di Micropsicoanalisi, la rivista multimediale “Scienza e Psicoanalisi”, e con il Liceo Classico V. Simoncelli di Sora , a maggio 2008.
In questa occasione si è discusso anche del fenomeno dei tatuaggi, del mito del successo, insomma di molti di quei comportamenti giovanili difficili da comprendere se non si tiene conto della dimensione affettiva e delle dinamiche psichiche inconsce. I relatori presenti hanno affrontato  i temi da molteplici punti vista; il mio contributo  ha descritto una figura presente nei miti e nel folclore di moltissimi paesi del mondo che assume comportamenti incomprensibili, almeno apparentemente, come quelli dei giovani.
Questa prospettiva mi dà  la possibilità di osservare certi aspetti delle dinamiche che intrecciano distruttività e creatività e generano situazioni anche molto dolorose ma potenzialmente aperte alla trasformazione. Il problema di fondo degli adolescenti mi sembra essere proprio la necessità di bilanciare una forte spinta al cambiamento, derivata dalla richiesta pulsionale di lasciare gli antichi oggetti di investimento  (il padre e la madre), con  l’angoscia insita in tale movimento, che spingerebbe il ragazzo a rimanere fermo.
Diventare adulti comporta un rischio e una sfida, i modi in cui ciascuno coniuga l’antico con il nuovo rappresentano forse la prima uscita nel mondo.
La figura cui ho accennato è chiamata Trickster, o Briccone divino. Di natura in parte divina, in parte animale e umana, si caratterizza per una condotta lussuriosa, ingannatrice, vorace, abile all’imbroglio e al furto. Il suo comportamento è amorale e fuori dalle regole convenzionali.
Nel folklore il personaggio appare come uno scaltro mentitore che con lungimiranti sotterfugi riesce ad uscire sano e salvo anche dalle situazioni più ingarbugliate (delle quali spesso è artefice). Il Trickster è spesso un ladro o un folle, è colui che mette in moto cambiamenti imprevedibili nelle storie. Non crea, ma co-crea, dando alla creazione aspetti non pensati, o, in alternativa, distrugge il mondo conosciuto o l’ordine costituito, creandone uno differente. In effetti è descritto sia come briccone sia come eroe capace di apportare beni primari all’umanità.
“Nato da parti anomali, insegna agli uomini a partorire, generato da grumi di sangue, dà origine alle regolari mestruazioni, strafottente e strapotente dà origine a culti e dona « medicine » che rendono equilibratamente potenti, senza rifiutare i mali e la morte. Anomalo e disordinato perfino nell’aspetto, pasticcione e infingardo, dà origine alla « normalità » del mondo e dei comportamenti, dona strumenti e arti, insegna a lavorare e a produrre.” (Miceli,2000)
I  racconti lo vedono come un furfante capriccioso, privo di inibizioni, irrispettoso d’ogni regola,  indifferente ad ogni tabù, capace di sfidare le divinità e di denunciare perfino le ingiustizie del Creatore e di trasgredire ogni tipo di confine e dunque fonte inesauribile di disordine.
Da ciò anche la sua vocazione liminare che lo pone a guardiano delle porte e dei recinti, custode dei focolari domestici, protettore delle strade e dei sentieri, nonché divinità degli incroci e dei crocicchi, non appartenendo di fatto né al mondo degli uomini né a quello degli dei, e dunque estraneo alle norme che regolano ciascuno di questi due mondi ma proprio per questo capace di operare ai margini dell’uno e dell’altro, capace di mettere in contatto tra loro ambiti altrimenti destinati a rimanere eternamente divisi (il cielo e la terra; il mondo dei morti e quello dei vivi, ecc.).
Attraverso la sua esplorazione radicale e sistematica del disordine egli sembra segnalarci la potenzialità ambivalente del reale e dunque i limiti di ogni ordine e indicarci l’esperienza del loro possibile superamento mostrandoci un mondo in cui tutto è ancora possibile.
Il compito sociale, così come appare nelle gesta del Briccone, non è impedire che il male venga compiuto, bensì che si possa distinguere tra bene e male: faticosamente, dopo il disordine, emergono i rituali che assegnano senso e valore a determinate condotte. L’esplorazione del limite compiuta dal Briccone, mette in scena anche e forse soprattutto gli aspetti conflittuali delle relazioni umane.

Esempio mitico di trickster è Hermes, identificato nella mitologia romana con Mercurio,   il dio greco dei confini e dei viaggiatori, dei pastori e dei mandriani, dei poeti, dell’atletica, delle misure. Conduceva le anime dei morti nel mondo sotterraneo, possedeva poteri magici sul sonno e i sogni ed era il dio dei mercanti e del commercio, nonché il custode delle mandrie, lo si riteneva responsabile sia della fortuna che della ricchezza.

Malgrado le sue virtù, Hermes era anche un nemico molto pericoloso, un truffatore ed un ladro. Il giorno della sua nascita rubò il bestiame del fratello Apollo, dio del Sole, facendo camminare all’indietro la mandria sulle proprie orme per cancellarne le tracce; posto a confronto con Apollo, Ermes negò il furto, ma i due fratelli si riconciliarono quando Ermes donò ad Apollo la lira che aveva creato.

L’Inno omerico ad Hermes lo invoca come : “gentilmente astuto, predone, guida di mandrie, apportatore di sogni, osservatore notturno, ladro ai cancelli, che fece in fretta a mostrare le sue imprese tra le dee immortali”.

Hermes funge anche da interprete, svolgendo il ruolo di messaggero da parte degli dei presso gli uomini. Altri  Bricconi sono rintracciabili appena dietro le avventure picaresche di Don Chisciotte, o nei tiri burloni di Pulcinella, di Arlecchino, nella follia furiosa di Orlando, tutti personaggi capaci di guidarci in uno stato di ampliamento della coscienza che consente un’immagine dell’universo a fondamento visionario, come suggerisce Kerènyi, che con Jung e Radin ha scritto il libro più importante sul Trickster.
Non è possibile, secondo gli autori, avere una visione del mondo nella sua totalità senza considerare anche l’esistenza di queste forme di coscienza. Bateson (1977) avrebbe forse aggiunto che certe esperienze creative ci permettono di cogliere la natura sistemica della mente.
Un bell’esempio di Briccone ci è fornito proprio da Paul Radin che lo ha studiato presso gli indiani  sioux  Winnebago. Costui è un capotribù che decide di scendere sul sentiero di guerra ma viola deliberatamente e numerose volte tali e tanti rituali che i suoi compagni lo abbandonano; rimasto solo, vaga per la foresta rivolgendosi a tutti gli animali con l’appellativo di “fratellini”: “Lui e tutte le cose del mondo si capivano perché parlavano la stessa lingua”. Nel suo peregrinare incontra un bufalo e con l’inganno lo convince a spostarsi verso un terreno paludoso dove può ucciderlo; lo fa con la sola mano destra e dopo poco la sinistra si intromette e le due mani iniziano a litigare. Il briccone lascia fare fino a quando la sinistra viene ferita seriamente: “Oh, oh, perché ho agito così? mi sono fatto male da solo.” Anche gli uccelli ora al vederlo se ne fuggono. Il vagabondaggio riprende e lo porta al cospetto di un  uomo con la clava che nel più perfetto silenzio uccide un orso, lo cuoce, ne ricava un brodo ed estrae dalla cintura quattro minuscoli bambini. Affascinato il nostro eroe convince l’uomo a dargli in consegna due dei suoi figli ma i piccoli moriranno ben presto perché il  Briccone non tiene costo delle istruzioni ricevute per proteggerli. Fuggendo dal padre inferocito egli giunge fino all’Oceano e vi precipita dentro. Nuota a lungo chiedendo ad ogni pesce che incontra se sappia indicargli la riva ma questi animali nulla sanno delle coste dove  abitano gli umani. Incontra tutti i pesci del mare prima di venire a sapere che la riva è proprio dove si trova lui. Ora è salvo ma ha fame, non riesce a pescare eppure fa come se avesse preso molti pesci e cuoce nel suo vaso d’argilla solo dell’acqua di cui decanta la bontà ed il sapore. Camminando senza meta incontra uno stormo di anatre e subito cerca di catturarne una. Per farlo si carica sulle spalle un fascio di giunchi; incuriosite, le bestie chiedono cosa stia portando ed egli risponde che ha sulla schiena i canti cerimoniali. Le anatre gli offrono di danzare e quindi di effettuare un vero rituale. Il Briccone accetta ma solo per imbrogliarle ed ucciderle; scoperto l’inganno, al nostro restano solo due bestie rognose. Egli si dispone a cuocerle sotto la cenere e chiede al proprio ano di controllarle mentre riposa. Come prima con le mani e più avanti con il pene, il Briccone attribuisce alle parti del corpo una esistenza autonoma. Naturalmente l’ano fallisce nell’impresa e per punizione viene bruciato a sua volta. Senza rendersene conto, il cacciatore divora anche le proprie viscere e quando è troppo tardi cerca di rimettere a posto ciò che rimane, ed è così che si formarono pieghe e righe: “Ecco perché l’ano dell’uomo è fatto in questo modo”.
Vaga e vaga finché non è stanco, allora si sdraia e vede qualcosa che volteggia sopra di lui, è la coperta sollevata dal pene; il  Briccone allora arrotola il pene e lo rinchiude in una scatola. Seguono molte altre avventure, il nostro eroe fa correre il pene sull’acqua perché raggiunga la vagina di una ragazza, fugge facendosi trasportare da un uccello gigante, si trasforma in donna, sposa il figlio di un capo, cade nelle sue feci. Incontra e cerca di ingannare molti abitanti della foresta attraverso innumerevoli trasformazioni e imitazioni di animali; fa quindi esperienza di ogni aspetto del creato nello stesso momento in cui ne sovverte le leggi ed infine consuma il suo ultimo pasto in terra, “Vicinissimo al luogo in cui il Missouri si getta nel Mississippi. Poi raggiunse l’oceano e infine salì  in cielo. Sotto il mondo nel quale vive il Creatore della terra se ne trova un altro, in tutto simile al primo, ed è il mondo in cui regna il Briccone.” (Radin, 1965)
Senza addentrarmi in una interpretazione antropologica che darebbe senso a questo racconto inserendolo nel corpus mitico e rituale del popolo che lo ha creato, vorrei che il lettore si lasciasse prendere dalla follia dionisiaca del racconto, nel quale il protagonista attraversa ogni aspetto del vivente, parla con ogni animale, visita molti popoli e luoghi, gira il mondo e ogni sua azione sovverte una regola, una legge, mostrando così l’altro lato dell’ordine cosmico, quello in cui le cose possono ancora essere ordinate in modi diversi, un mondo bambino, che ci riporta alle gesta del mitico re dei Sumeri, Gilgamesh, le cui opere compongono il primo poema epico della storia dell’umanità. Sappiamo che costui è un tiranno bizzoso fino a quando non incontra  una creatura selvatica che diviene il suo alter ego e amico, Enkiddu.

Gilgamesh ed Enkidu (Museo del Louvre)

Egli è fortissimo ma, abituato a vivere nei boschi, conosce solo il linguaggio degli animali e solo con loro parla. Non sa nulla del vivere sociale fino a quando gli abitanti di Uruk non gli inviano una cortigiana che gli fa fare esperienza del sesso e lo trasforma in essere civile. I due amici partono per imprese incredibili e il viaggio avventuroso diviene modello per la formazione spirituale e morale. Enkidu muore e Gilgamesh va alla ricerca dei limiti della vita fino a quando non è costretto ad arrendersi ad essi e dolorosamente fa ritorno alla sua città, non più tiranno, non eroe ma uomo.
Enkidu, il capo sioux, l’Orlando furioso, Hermes, sono tutte figurazioni poetiche di un  tentativo, appunto, di oltrepassare i limiti della coscienza e della conoscenza. Un tentativo comune ad ogni popolo e ad ogni terrestre. Pur equipaggiati di strumenti e teorie che vanno al di là di ciò che i sensi possono percepire, gli essere umani non riescono mai a cogliere la totalità dell’insieme che li comprende.
C’è quindi, come suggerisce Piero Coppo, un’area misteriosa, intuibile ma non comprensibile, che si sottrae ad ogni   osservazione diretta, ad ogni  sistematizzazione: “Ai bordi di quest’area, come formiche o api ai limiti delle loro costruzioni, gli umani sono indaffarati in un lavorio continuo, un chiacchiericcio infinito che produce innumerevoli immagini, discorsi, rappresentazioni, metafore. Dei, spiriti, santi, folletti, creature ed entità invisibili…. Fanno parte delle infinite mappe, delle innumerevoli ipotesi proiettate nel buio, continuamente fatte e disfatte, dalle quali si generano incessanti sperimentazioni, ascolti, operazioni di maghi, fattucchieri, sacerdoti, sciamani…. Per queste vie gli umani cercano di ampliare l’area già colonizzata e messa a cultura. A volte ci riescono guadagnando in conoscenza.” (Coppo, 2003) Altre volte falliscono.
Credo che spetti ai giovani questo compito, anche perché loro non hanno esperienza dei limiti, quelli del corpo, della mente, delle relazioni, del dolore. Noi che siamo più vecchi abitiamo già troppo vicino ad uno di quei limiti per poter ancora desiderare di spingerci oltre.

© Manuela Tartari

Bibliografia:

• Bateson G. Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1977
• Coppo P.  Tra psiche e culture. Elementi di etnopsichiatria, Bollati Boringhieri, Torino, 2003
• Miceli S. Il demiurgo trasgressivo. Studio sul trickster, Sellerio, Milano, 2000
• Radin, P., Jung, C. G., Kerényi K. (1954), Il briccone divino, Bompiani, Milano, 1965



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Notizie sull'Autore

Tartari Manuela

Psicoterapeuta, antropologa formatasi presso 'Ecole del Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, membro didatta dell'Istituto italiano di Micropsicoanalisi. Ha collaborato per anni alle ricerche e alla didattica delle cattedre di psicologia sociale e psicologia dinamica, quando Nicola Peluffo insegnava alla Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino. Da più di vent'anni ha ricoperto incarichi di consulenza e collaborazione presso alcune ASL piemontesi per la psicoterapia infantile e il lavoro in ambito evolutivo. Oggi è consulente tecnico del Giudice presso i Tribunali di Torino. Tra le diverse pubblicazioni si ricorda: "Metamorfosi del corpo", in: La terra e il fuoco, a cura della stessa autrice, ed. Meltemi, Roma 1996; "Dall'oggetto inconscio all'oggetto transizionale", in Quaderni di Psicoterapia Infantile, diretti da C. Brutti, Borla, Roma 1997; "Antropologia e metapsicologia. Un confronto freudiano tra efficacia simbolica e elaborazione primaria", in Etnosistemi, n° 7, anno VII, 2000; "L'immagine del corpo in adolescenza", in Bollettino dell'Istituto italiano di Micropsicoanalisi, n° 36, 2006: “Controtransfetr e stati deliranti”, in Tabù, delirio e alucinazione, ed. Alpes. Roma, 2010; “La creatività tra psicoanalisi e antropologia”, in Creatività e clinica, ed. Alpes. Roma, 2013.



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