Etnopsicoanalisi Rubrica Etnopsicoanalisi

Pubblicato il 12 gennaio 2008 | di

0


La rappresentazione del mondo nella Grecia arcaica. Capitolo 3

Il percorso del tempo

La rappresentazione del corso del sole disegna un territorio che va dal centro del mondo conosciuto verso confini sconosciuti. Essa coincide con una rappresentazione temporale che vede al centro la vita presente nel luogo attuale, con le sue leggi, il suo ordine e significato.
Più lontano temporalmente, si giunge alle epoche in cui l’uomo non conosceva la civiltà del fuoco, non aveva ricevuto il dono del grano, non costruiva città, non conosceva la scrittura. Queste epoche sono rappresentate nel mito ponendo ai confini del cosmo greco i territori dei barbari e degli incivili.
Ancora più lontano le regioni degli dei spodestati, e quindi i tempi in cui gli dei attuali non c’erano ma regnavano le divinità primordiali, Giganti, Titani, Ciclopi e, più in là, il tempo in cui Crono divorava i suoi figli.
Oltre nello spazio, il tempo in cui Urano e Gea abbracciandosi impedivano ogni movimento, ogni vita. Infine, per ultimo e quindi cronologicamente per primo, il periodo in cui esistevano solo la Notte, il Caos e l’oscuro Erebo.
Qualcosa di precedente anche solo all’idea di creazione, un tempo prima del tempo, statico e vacuo. Essi sono confinati nelle estremità assolute del mondo, in quella zona ancora retta dalle loro oscure leggi. Tuttavia lo spazio-tempo primordiale non contiene solo entità tenebrose bensì tutte le potenze delle origini, ed anche i germogli della vita attuale, sotto forma di semi e di quel genos umano che i morti custodiscono nelle loro ossa.
Da questo lontano passato riemergono i confini del mondo, le cui mappe variano da autore ad autore, secondo una scala di preferenze che assegna ora all’una ora all’altra entità il compito di essere il principio della creazione.
In principio, narrano i racconti orfici, c’era solo la Notte, Nyx, una tenebra immobile. Poi la Notte, sotto forma di grande uccello dalle lunghe ali nere, venne fecondata dal vento e depose il suo uovo d’argento nell’immenso grembo dell’oscurità.
Dall’uovo balzò fuori un dio con le ali d’oro, chiamato Eros, dio dell’amore, il quale portò alla luce tutto ciò che era nascosto nell’uovo, cioè l’universo intero: sopra, una concavità, il Cielo; sotto, tutto il resto, ovvero uno spazio cavo, chiamato Chaos, “ciò che rimane di un uovo vuoto quando gli si toglie il guscio”. 1 
In questa versione lo spazio che verrà riempito in seguito dalla terra, inizialmente è vuoto, cavo; la parola Chaos solo più tardi assunse il significato di mescolanza e confusione.
Esiodo fornisce un’altra versione che vede esistere per primo il Chaos, da cui discendono Erebo, il buio delle profondità e Nyx dalla cui tenebra vuota sorge Gea dall’ampio seno. La Madre Terra Gea produce Urano, il Cielo stellato, che la abbraccia interamente e si accoppia con lei ogni notte.
Fin qui, il racconto esiodeo delle origini descrive un passaggio dal buio del vuoto a un universo immobile in cui cielo e terra sono ancora fusi insieme, incapaci di dare alla luce altra vita; Urano infatti odia i propri figli e li nasconde nella cavità della terra.
Gea infine convince il figlio Crono a uccidere il proprio padre e quando Urano va per abbracciarla il figlio lo evira; “Così il Cielo non si avvicinò più alla Terra per l’amplesso notturno, la procreazione primordiale cessò e seguì il dominio di Crono”. 2 
Una procreazione primordiale ancora ferma nel ventre materno, intrauterina, diviene, per mezzo del tempo, un sistema in movimento e i figli possono uscire dal grembo materno.
I dodici Titani (come i dodici mesi) finalmente nascono, si sposano e procreano i fondamenti del mondo conosciuto: il Sole, la Luna, l’Aurora, e altri ancora. Ma il tempo di Crono è ancora immobile; anche lui odia i suoi figli e così inghiotte i piccoli appena usciti dalla madre.
Uno di essi, Zeus, riuscirà a sua volta a uccidere il padre ponendo fine all’età dell’oro. Quello di Crono infatti è il periodo felice del mondo, in cui la pace regna sovrana, esiste abbondanza di tutto e ancora non vale la legge di Zeus.
Esso sopravvive nelle isole dei Beati, all’estremo margine della terravicino al villaggio dei sogni e alle porte di Ade. Là ancora il miele sgorga dalle querce e per sempre giace il dio del Tempo incatenato al nuovo ordine universale. 3 
Zeus in seguito ha la meglio anche sui Titani, precipitati nel Tartaro, descritto da Esiodo come un territorio lontano, posto sotto la terra ad una distanza grande quanto quella che separa la superficie terrestre dal cielo; un’incudine cadendo impiegherebbe nove giorni e nove notti per arrivare dal cielo sulla terra e lo stesso tempo per giungere al Tartaro. Questo è circondato da una fortezza di bronzo, circondata triplicemente dalla Notte. E’ un’oscura regione, posta “all’estremo della terra prodigiosa”; in essa hanno dimora i figli di Notte: il Sonno e la Morte: “Di essi l’uno la terra e l’ampio dorso del mare tranquillo percorre e dolce per gli uomini; dell’altra ferreo è il cuore e di bronzo l’animo, spietata nel petto; e tiene per sempre colui che lei prende degli uomini, nemica anche agli dei immortali. 4 
Esiodo sembra collocare il Tartaro all’estrema profondità della terra: “Là della terra nera e del Tartaro oscuro, del mare infecondo e del cielo stellato, di seguito, di tutti vi sono le scaturigini e i confini, luoghi penosi e oscuri che anche gli dei hanno in odio, voragine enorme: né tutto un anno abbastanza sarebbe per giungere al fondo a chi passasse dentro le porte, ma qua e là lo porterebbe tempesta sopra tempesta crudele; tremendo anche per gli dei immortali è tale prodigi. E di notte oscura la casa terribile s’innalza, da nuvole livide avvolta.”(736-745) 
Profondità che coincide con un carattere negativo e temibile; luogo del disordine e della lontananza dalla luce e dalla vita. Tuttavia l’immagine contiene anche un riferimento all’origine di tutte le cose, e inoltre la sua localizzazione rapidamente diviene ambigua; dopo pochi versi l’autore la colloca su un piano differente: “Di fronte ad essa il figlio di Giapeto tiene il cielo ampio…. Lì davanti, del dio degli inferi la casa sonora del possente Ade e della terribile Persefone, s’innalza… là ha dimora, odiosa agli dei immortali, terribile, Stige, figlia di Oceano che in sé rifluisce.”(746-770)
L’immagine che si stava formando, di un cosmo composto da un cielo semisferico, una terra piatta circondata da un fiume, e un mondo sotterraneo alto quanto il cielo ma dominato dal buio, si modifica: dal piano verticale su cui era composta essa ruota ad un piano orizzontale, in cui i territori nominati sembrano comparire in sequenza annullando i contrasti alto-basso.
Questa facoltà di ruotare le rappresentazioni potrebbe essere interpretata non tanto come esempio di mitologie residue che entrano in conflitto, quanto piuttosto di una caratteristica del modo di costruzione delle rappresentazioni. Un modo plastico e dinamico di inglobare elementi contradditori, che testimoniando di quel “lavoro della cultura” di cui parlava Obeysekere, mostra l’agire di processi tesi a fronteggiare l’ambivalenza suscitata da contenuti ansiogeni.
L’insieme del mondo sotterraneo e del cielo stellato disegna una figura rotondeggiante, con due ovali che combaciano. Nel centro, che è anche il punto più largo della sezione, è situata la terra, un disco quasi piatto circondato dal fiume Oceano.
Questa genesi del mondo di cui le Muse raccontano la storia contiene un passato stratificato ma pur sempre presente, secondo Vernant 5  : ”Coeve del tempo originario, le realtà primordiali quali Gaia e Ouranos restano il fondamento indiscusso del mondo d’oggi… continuano a vivere e ad agitarsi al di là della terra, nella notte del mondo infernale”. (pag.100)
La risalita lungo il tempo, l’allontanamento dal presente, conduce ad altri livelli cosmici, ad altre regioni dell’essere. “Il passato – prosegue l’autore – è parte integrante del cosmo; esplorarlo significa scoprire ciò che si dissimula nelle profondità dell’essere”. (pag. 101)

I miti tracciano un universo diviso in tre livelli, nel primo vivono gli dei, quello di centro è popolato dagli uomini e l’ultimo è lo spazio della morte e delle radici.
Da queste descrizioni si delinea in filigrana una rappresentazione sferica dell’universo terrestre, anche se molti autori non sono d’accordo, perché si concentrano sulla descrizione della terra come un disco piatto. 6 
Se lo disegnassimo, un tale universo apparirebbe come un grande uovo, la cui sommità è lo zenit, ovvero il punto più alto raggiunto dal sole, e in basso il Tartaro.
Nella sezione centrale si trova il disco terrestre circondato da Oceano e, oltre Oceano, Le Esperidi, le isole dei Beati, le colonne d’Ercole, il popolo dei sogni e le porte del Sole.
Più oltre, le porte di Ade, circondata dalla palude formata dal fiume Stige che per nove volte gira su se stesso e altri tre fiumi. I morti devono traversarne uno, l’Acheronte, sulla barca di Caronte. Sulle sue rive vagano le anime di quanti non possono passare, perché non hanno ricevuto sepoltura.
Benché di solito si attribuisca all’Ade una localizzazione verticale sotterranea, il mito sembra anche questa volta contrapporre una rappresentazione verticale ad una orizzontale, e colloca le sue porte precisamente dove il sole tramonta. Il suo territorio poi si inabissa sotto la superficie terrestre.
E’ il Tartaro l’unico luogo descritto come assolutamente sotterraneo, ma al suo interno non ci sono gli uomini morti bensì le divinità sconfitte da Zeus. Possiamo dunque incamminarci per i territori sotterranei seguendo il cammino dei morti.

Il viaggio dei morti

Le ombre dei Proci uccisi da Ulisse si incamminano verso l’oltretomba; “Giunsero alle correnti d’Oceano e alla rupe bianca e alle porte del Sole e tra il popolo dei Sogni arrivarono e presto furono nel prato di asfodelo dove abitan l’ombre, immagini dei morti”. 7 
Come vedremo più avanti per il sogno, anche l’anima – o piu’ correttamente, il doppio – del defunto compie un viaggio verso l’antimondo, e mi sembra prendere ad esempio il viaggio del sole.
In effetti, l’anima arriva alle porte del Sole, ossia va verso occidente. Il Sole è giunto alle Esperidi e ha distaccato i suoi cavalli per farli pascolare nelle isole dei Beati, mentre egli sistemato nella coppa che lo trascina lungo le correnti di Oceano, per ritornare al punto di partenza, a oriente, nelle terre degli Etiopi, da dove risorge ogni giorno.

London, British Museum

Similmente, le anime dei morti vengono spinte da Ermes con un bastone d’oro 8  e vengono condotte in volo lungo il corso di Oceano, presso le porte del Sole, attraverso il paese dei sogni, fino alle porte di Ade. Il viaggio che devono compiere su territori così vasti giustifica, a mio pare il costante elemento iconografico delle ali, associato alle anime dei morti o alle divinità correlate.

Si tratta quindi di un viaggio e non di una semplice discesa nel mondo sotterraneocome anche testimonia il cammino di Ulisse verso Ade, alla ricerca dell’indovino Tiresia. La maga Circe, (non a caso) figlia di Elio, gli indica il cammino: “Quando con la nave avrai varcato l’Oceano, là dove è una spiaggia bassa e il bosco di Persefone e alti pioppi e salici che perdono i frutti anzi tempo, tira in secco la nave e va di persona dentro la casa muffita di Ade, là dove il Piriflegetonte e il Cocito – un ramo dell’acqua di Stige – si gettano nell’Acheronte e si erge una rocca alla confluenza dei fiumi fragorosi.” 9

La Psiche di un morto porta incenso.
Boston, Museum of gine arts

Ulisse si reca presso la terra dei Cimmeri, avvolta da nuvole e foschia, ai confini di Oceano: “Li arrivati, spingemmo a riva la nave e sbarcammo le bestie, poi andammo lungo la corrente. 10
Non in barca, a piedi in mezzo alle paludi ed ai fiumi, nuovamente a indicare un percorso per entrare in un luogo e non l’affondare cieco in un mondo sotterraneo.
Un luogo le cui connotazioni ne fanno lo spazio più lontano dall’alba, certamente posto al di sotto del percorso solare, poiché la luce non lo raggiunge e tuttavia colmo di incongruenze che ce lo mostrano come una condensazione tale da descrivere uno spazio paradossale. Esso ha una sua topografia, eppure sta oltre il fiume Oceano che segna i confini della terra.
Viene descritto come estensione orizzontale, ma non è raggiunto dai raggi del sole. E’ un territorio immensamente lontano ma si raggiunge anche a piedi. 11

Se accogliamo le contraddizioni di questa rappresentazione senza interpretarle come errori o come sovrapposizioni di miti diversi, emerge un’immagine mobile, instabile che nel descrivere un viaggio sottoterra prende a modello il percorso solare, e nel descrivere il territorio dei morti, parla anche delle donne che partorirono figli da dei, di uomini mitici, come mostra Esiodo alla fine della Teogonia.
Quest’immagine fa come il sole: gira su se stessa e delinea altri luoghi, come le isole dei Beati, ove sono posti da Zeus i defunti illustri e meritevoli, nelle quali: “E’ confortevole l’esistenza per gli uomini: non c’è nevicata né gelo invernale, né pioggia, ma senza posa l’Oceano invia a rinfrescare gli umani, brezze di Zefiro che spira sonoro.” 12 
Dunque, non è questione di capire se le porte di Ade siano sopra o sotto terra, esse stanno in ambedue i luoghi ed anche in altri; mi sembra importante considerare tutte le localizzazioni perché è il loro insieme che delimita la rappresentazione di un punto in movimento.
Si muove insieme ai viaggi di cui è confine e varia se presso la sua porta giunge Ulisse, il sole, le anime dei morti o gli altri suoi visitatori. Quest’immagine cangiante e paradossale a mio avviso indica che con essa si rappresenta un processo, non un’icona. Un aspetto più dinamico del mito, colto all’intersezione di diversi “pensieri del mito”. [continua…]

© Manuela Tartari

 

Note:

1 K. Kerényi, Op. Cit. pag. 24. 
2 K. Kerényi, op. cit. pag. 26.
3 Benché Crono non sia propriamente un dio del tempo, come la sua versione latina testimonia (Crono divenne Saturno) tuttavia, già in ambito orfico e neoplatonico venne costruita l’identificazione tra Crono e Tempo. Cfr. R. Klibansky. E. Panofsky e F. Saxl, “Saturno e la malinconia”, Einaudi, Torino, 1983. 
4 Esiodo, Teogonia, vv. 762-767.  
5 Vernant, op. cit. 
6   Cfr. F. Giordano, La geografia degli antichi, Ed. Laterza, Bari, 2002. Vedi anche: A cura di M. Vegetti, Il sapere degli antichi, Bollati Boringhieri, Torino, 1992.
7 Odissea, XXIV, 11-14. 
8 Lo stesso con cui addormenta e sveglia i dormienti. 
9   Odissea, X, 510-515. 
10Odissea, Xi, 15-20. 
11  all’anima del suo compagno Elpenore, morto nell’isola di Circe, Ulisse chiede come abbia potuto giungere fin lì prima della loro stessa nave, e domanda appunto se egli vi sia giunto a piedi. 
12 Odissea, IV, 561-566. 



Tags: , , ,


Notizie sull'Autore

Tartari Manuela

Psicoterapeuta, antropologa formatasi presso 'Ecole del Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, membro didatta dell'Istituto italiano di Micropsicoanalisi. Ha collaborato per anni alle ricerche e alla didattica delle cattedre di psicologia sociale e psicologia dinamica, quando Nicola Peluffo insegnava alla Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino. Da più di vent'anni ha ricoperto incarichi di consulenza e collaborazione presso alcune ASL piemontesi per la psicoterapia infantile e il lavoro in ambito evolutivo. Oggi è consulente tecnico del Giudice presso i Tribunali di Torino. Tra le diverse pubblicazioni si ricorda: "Metamorfosi del corpo", in: La terra e il fuoco, a cura della stessa autrice, ed. Meltemi, Roma 1996; "Dall'oggetto inconscio all'oggetto transizionale", in Quaderni di Psicoterapia Infantile, diretti da C. Brutti, Borla, Roma 1997; "Antropologia e metapsicologia. Un confronto freudiano tra efficacia simbolica e elaborazione primaria", in Etnosistemi, n° 7, anno VII, 2000; "L'immagine del corpo in adolescenza", in Bollettino dell'Istituto italiano di Micropsicoanalisi, n° 36, 2006: “Controtransfetr e stati deliranti”, in Tabù, delirio e alucinazione, ed. Alpes. Roma, 2010; “La creatività tra psicoanalisi e antropologia”, in Creatività e clinica, ed. Alpes. Roma, 2013.



Torna sú ↑