Etnopsicoanalisi Rubrica Etnopsicoanalisi

Pubblicato il 26 novembre 2006 | di

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Delirio e allucinazione collettiva: Considerazioni per un’analisi antropologica

Relazione al Convegno “Delirio e Allucinazione”
Capo d’Orlando, 10 -11 novembre 2006. 

I. Introduzione

Quando ho ricevuto il titolo del convegno “Delirio e Allucinazione” mi sono chiesto in che modo un paletnologo poteva contribuire ad un dibattito di psicoanalisti su questo tema. Dove e come ci si confronta con delirio e allucinazione nella fenomenologia delle scienze antropologiche?
Sorgenti d’informazione sono le immagini lasciate dalle società preistoriche e tribali nella loro arte, le tradizioni tramandate attraverso la memoria orale e le narrazioni registrate per iscritto.
L’arte preistorica di regioni ed epoche diverse si concentra su una gamma ristretta di temi. Lo stile varia, ma si riscontrano analogie nel processo cognitivo, nei sistemi delle immagini e delle associazioni. Le visioni surrealiste di esseri soprannaturali, di mostri o di divinità, nell’arte preistorica e tribale, mostrano analogie con casi clinici di delirio e allucinazione. In tali casi si pone il problema dei limiti della definizione di delirio e di allucinazione. Vi sono similitudini tra la struttura concettuale dell’arte preistorica, quella delle narrazioni mitiche tradizionali e quella del discorso arguto, usato in occasioni cerimoniali, dalle popolazioni tribali di oggi. Simili allegorie emergono nei sogni, e non solo del mondo tribale.

Malgrado le differenze etniche, culturali e geografiche, sembra poter individuare un linguaggio primordiale composto di simboli, allegorie e metafore non solo sotto forma di immagini nell’arte visuale, ma anche nelle tradizioni orali, nel linguaggio del mito e nelle formule oniriche nel sogno di popolazioni e culture diverse. C’è da chiedersi se sia possibile compilare un dizionario di tale idioma, che ci riporti alla logica ed ai processi cognitivi del linguaggio primordiale. La psiche preistorica non doveva essere molto diversa da quella dei nostri tempi.
Sovente si riscontra una fenomenologia di costruzioni intellettuali senza rapporto con il mondo reale condivise da un’intera etnia, o dalla maggioranza dei fedeli di una religione, per cui sono la normalità. Possiamo parlare in tal caso di delirio o di allucinazione?
Fenomeni di comportamenti collettivi, riguardanti prevalentemente l’aspetto sociale e religioso, che rientrerebbero nelle definizioni di delirio e di allucinazione per la psicologia, la psichiatria e la psicoanalisi, sono visti come manifestazioni di cultura, di indottrinazione o d’identità,  a seconda dei casi, da parte delle scienze antropologiche. Alcune considerazioni elementari di tale contesto possono servire da confronto tra le due discipline e forse anche essere un’apertura a più ampia collaborazione.
Il dizionario (Enciclopedia Larousse) definisce delirio “una costruzione intellettuale patologica, senza rapporti con il mondo reale”. In tale definizione il termine “patologica” suscita qualche difficoltà. Chi definisce infatti se “una costruzione intellettuale senza rapporti con il mondo reale” sia patologica o meno? I pittori surrealisti o gli scrittori di fantascienza sono patologici? Se tale definizione è facoltà di un regime  o di una setta, può sorgere il dubbio dell’attendibilità stessa di tale definizione. Ovviamente il dubbio può estendersi anche al giudizio di singoli individui, siano essi antropologi o psicoanalisti. Sappiamo bene quanti individui contrari al regime siano finiti nei manicomi di Stalin.
Allucinazione, il secondo termine del tema, viene descritto dal dizionario come “percezione, da parte di un soggetto sveglio, di fenomeni di realtà inesistenti”. Qui sorge il problema dei due termini contraddittori “realtà inesistenti” che di fatto suscitano il dubbio che gran parte delle credenze religiose e della mitologia di molti popoli della Terra possano rientrare nell’ambito di allucinazione collettiva.
Dove termina il mito e inizia il delirio? E dove termina la fantasia e inizia l’allucinazione? Ci si chiede se possa esistere un delirio senza mito e una allucinazione senza fantasia.

II. L’arte preistorica e tribale

L’arte preistorica e tribale, nel corso di millenni, rivela una massa immensa di opere che possono essere definite da noi, europei del XXI secolo, “costruzione intellettuale senza rapporti con il mondo reale”, ossia che rispondono alla definizione di delirio. Maschere tribali, dal bacino del Congo in Africa Centrale al sud-est asiatico, a Bali, alla  Colombia Britannica, all’Amazonia, rappresentano esseri fantastici, mai esistiti in natura se non nella immaginazione di chi li ha prodotti, mostri, spiriti benefici e malefici. Ogni immagine ha una sua storia e questa risponde alla definizione data per allucinazione: “percezione, da parte di un soggetto sveglio, di fenomeni di realtà inesistenti”.
Se poi osserviamo le opere di arte preistorica, in particolare dell’arte rupestre, incontriamo personaggi metà animali e metà umani, uomini-uccello, uomini-bisonte o uomini-canguro, incontriamo personaggi-farfalla, personaggi-tubero o personaggi-fiore, personaggi con due teste o con dodici braccia, ma anche personaggi-vento e personaggi-luna. Sovente tali esseri immaginari sono associati in scene o composizioni, che descrivono eventi, episodi, miracoli, realtà che nella limitazione delle nostre facoltà definiamo inesistenti. L’Homo sapiens, ha avuto l’esigenza di produrre e di vivere tali stati d’animo.
Le maschere dell’arte tribale, come le pitture e le incisioni rupestri preistoriche, sono espressioni del loro artista, quindi di singoli individui, ma sono l’effetto della loro cultura per cui possono essere definite opere di singoli che rappresentano ideologie o concezioni collettive. La concezione precede la forma ed è una creazione, quindi è opera del singoloÈ difficile separare, in tali contesti, l’individuale dal collettivo. Il diffondersi di un’idea o di una visione è comunque sempre un processo che ha necessariamente un punto di partenza.
Ciò che può sorprendere è l’interesse che la nostra società contemporanea rivolge a tali opere che attirano migliaia di appassionati. Le maschere, sono esposte nei musei, sono ambite da collezionisti, sono oggetto di esposizioni; per l’arte rupestre si creano parchi archeologici, zone protette, riproduzioni. Quali risonanze suscitano in noi? Quale richiamo risvegliano le “allucinazioni” primordiali che hanno aperto lo spirito umano all’immaginazione ed alla speculazione intellettuale? Quali archetipi tornano alla ribalta?

III. Miti e delirio

Esistono sul nostro pianeta più di 2.000 religioni e sette ognuna delle quali crede in una realtà propria e respinge o rifiuta le altre, o almeno parte di esse, come false.
Nella stampa occidentale si è ripetutamente dato l’attributo di “delirio” alle convinzioni degli integralisti Talebani mentre questi si riferiscono reciprocamente con apprezzamenti analoghi. Come ben sappiamo da recenti eventi, autorevoli individui, inclusi capi di stato, tacciano i propri avversari di delirio e di allucinazioni. Tali termini sono costantemente usati dai comunicati occidentali riguardo alle dichiarazioni di Al-Qaida. Sono epiteti che colorano i commenti reciproci dei capi israeliani e palestinesi, dei Ceceni, dei Coreani del sud e del nord, delle varie fazioni in conflitto dal Sudan allo Sri-Lanka. Erano usati anche in Italia, riguardo ai messaggi delle “Brigate Rosse”.
Nel settore della paletnologia, se ci si attiene alle menzionate definizioni dei dizionari, gran parte della mitologia di molti popoli della Terra rientra nella categoria di delirio e allucinazione. Le storie fantastiche della creazione, delle opere di spiriti ancestrali, divinità, mostri, superuomini, possono definirsi effetto di delirio o di allucinazione? Tuttavia tali storie sono la base stessa del nostro intelletto, caratterizzano le capacità cognitive ed intellettuali dell’Homo sapiens, la sua fantasia, la sua esigenza di inventare.

La specie umana non avrebbe la stessa capacità creativa e la stessa vivacità esistenziale senza tali “allucinazioni”. Non vi sarebbero quesiti sull’essere e sul divenire, non vi sarebbe la carica intellettuale della costante verifica di “realtà” esistenti, inesatte, dubbie, incerte o inesistenti. Non vi sarebbe una pittura che non imiti la fotografia, non vi sarebbero romanzi di storie inventate, non vi sarebbe fantascienza. Senza la capacità di concepire realtà immaginarie, intangibili, inesistenti non vi sarebbero stati geni quali Leonardo da Vinci o Einstein. Non vi sarebbero state “rivelazioni”, siano esse “realtà” esistenti o inesistenti, non vi sarebbero ipotesi sulla vita d’oltretomba, sull’anima, su divinità e miracoli. Ci si chiede se vi sarebbero religioni se non vi fossero allucinazioni. Eppure testimonianze di credenze sulla vita d’oltretomba hanno caratteristiche universali e i loro primordi risalgono ad oltre 100.000 anni fa, ovvero agli albori della specie Homo sapiens. Se sono allucinazioni, il loro perdurare sollecita un esame dei motivi e della funzione degli archetipi.
I miti rivestono spesso sembianze di delirio o di allucinazioni. Sono il bagaglio letterario, intellettuale, il patrimonio concettuale di tutte le popolazioni e, in primis, di quelle senza scrittura. Per il mondo tribale i miti sono storia. I miti si tramandano oralmente per generazioni, così come la Bibbia stessa era una collezione di miti trasmessa oralmente prima che fosse messa per iscritto.
Le allucinazioni collettive hanno necessariamente inizio come allucinazioni di un individuo, maestro, istruttore, sciamano o profeta. Questo paradigma evidenzia il ruolo dell’individuo e la funzione del processo di diffusione e di accettazione delle allucinazioni collettive.
Alcuni brevi esempi di miti dalle caratteristiche simili a quelle definite delirio o allucinazione aprono una finestra su l’immaginario collettivo e sulle risorse intellettuali dell’umanità.

IV. Un mito Koryak – Siberia

I Koryak sono una tribù di cacciatori di renne che vivono lungo il fiume Chaibuga nella penisola di Kamchatka in Siberia. Attorno al 1900 l’etnologo svedese Waldeman Jochelson ha raccolto una serie di loro miti, pubblicandoli nel 1905 (nelle Memoirs of the American Museum of Natural History, vol. 10, Washington, 1905).
Il primo uomo era Quikinna’qu (il nome significa Grande Corvo), un semidio o superuomo padre di tutti gli uomini. Le piogge persistevano ininterrottamente da molti giorni. Per capirne la ragione decise di recarsi da Tenantomwan (il nome significa Esistenza). Grande Corvo e suo figlio si vestirono con cappe di corvo e volarono verso la casa di Tenantomwan. Avvicinandosi udirono il ritmo del tamburo. Entrando nella casa trovarono Tenantomwan con sua moglie, Rainwoman (o Donna della Pioggia). Egli aveva smembrato la vulva della moglie, attaccandola al tamburo. Aveva anche tagliato il proprio pene e lo usava come mazza da tamburo battendo con esso la vulva dalla quale usciva la pioggia che si riversava sulla Terra. Quando Tenantomwan vide i visitatori, cessò di battere il tamburo. Lo mise da parte e in quel momento la pioggia cessò.
Grande Corvo e suo figlio, dopo i convenevoli di prassi, si commiatarono, ma invece di andarsene si trasformarono in pelli di renna stendendosi sul pavimento. Tenantomwan credette di essere rimasto solo con sua moglie, prese il tamburo e battendolo, riattivò la caduta della pioggia.
Grande Corvo operò una magia che fece addormentare Tenantomwan e sua moglie. Prese il tamburo con la vulva ed il pene usato come mazza e li fece asciugare sul fuoco fin quando divennero completamente secchi.
Tenantomwan si risvegliò e riprese a battere il tamburo ma la pioggia non cadde. Più batteva il tamburo e più il tempo si faceva asciutto.
Grande Corvo e suo figlio tornarono alla loro dimora ma, prolungandosi il periodo di cielo sereno, seccò anche la prateria e non vi furono più animali da cacciare. Fu costretto a tornare da Tenantomwan e si fece promettere che la caccia sarebbe ripresa con successo.
Quando tornò all’accampamento, dopo avere eseguito i necessari sacrifici, sradicò il palo al quale erano legati i cani. Dal foro ne uscì un gran numero di renne e la caccia tornò ad essere prospera.

V. Mito Sioux (Mandan), USA

I Sioux sono una grande nazione (nation) amerindiana che vive negli Stati Uniti e in Canada e conserva ancora le proprie tradizioni. È formata da diverse tribù ed oggi è prevalentemente concentrata nelle riserve. I miti vengono cantati dai cantastorie durante le feste tribali.
In principio la Nazione Sioux viveva in un villaggio nel ventre della terra, sotto le sponde di un grande lago. Alcuni esploratori si arrampicarono tra le gigantesche radici di un albero che penetravano la loro dimora sotterranea. Scoprirono che più sopra l’albero s’innalzava verso il cielo e attorno vi erano aria e luce e il sole splendeva. Il paesaggio era turgido di piante e di animali. Tornarono entusiasti al villaggio e molti della tribù vollero andare a vedere. Solo metà della tribù riuscì a raggiungere la luce a causa di una donna molto grassa che, ad un certo punto, bloccò il passaggio. Così metà rimasero fuori e gli altri restarono dentro.
Quando un Sioux muore, se la sua vita è stata onorevole, la sua anima s’immerge nel lago ed egli ritorna al villaggio sotterraneo. Ma se non si è comportato bene, i suoi peccati sono così grossi che fa la fine della donna grassa e resta per sempre bloccato a metà strada.
Come il precedente, anche questo mito ha caratteristiche di uno stato di ansia e di allucinazione. Molti miti del mondo intero hanno tali caratteristiche, compresi quelli della mitologia biblica e della civiltà occidentale.

VI. Il gigante Purusa (India)

Nella mitologia vedica, Purusa è l’essere primordiale. È descritto nei Rig Veda che furono compilati in Sanscrito oltre 3000 anni fa (ca. 1200 a.C.) e deriva da tradizioni orali ancora più antiche. Nei testi più recenti come i Brahamans (circa 900-800 a.C.) e l’Upanised (circa 700 a.C.) acquista il nome di Projapati.
Purusa è un gigante dalle mille teste, mille occhi e mille piedi. Egli racchiude in se tutto l’universo. Egli genera e a sua volta è generato da Viraji, sua figlia, sposa e madre. Mentre ha una relazione sessuale con Viraji il suo seme cade nel ventre della Terra e da esso nascono i semidei o dei minori che intercedono tra gli uomini e gli dei.
“La luna fu creata dalla sua testa e i suoi occhi crearono il sole. Dalla sua bocca nacquero Indra ed Agni e dal suo respiro Vayu venne alla luce”.
Nei testi BrahmanaPurusa acquisisce le sembianze di antilope mentre Viraji si trasforma in coniglio. L’antilope eiacula ed il suo seme diventa un lago circondato dalle fiamme del dio del fuoco Agni, dio creato da Purusa.
Il rapporto sessuale con Viraji sua figlia ma anche sua madre, è considerato incesto dagli altri dei i quali lo vogliono punire.
Tramite un sacrificio primordiale, Purusa creatore, diviene vittima. Viene smembrato e incenerito sulla pira funeraria. Dal grasso del sacrifico prendono forma tutte le cose viventi come pure il mondo inorganico e le idee. Anche gli esseri umani derivano da tale sacrificio primordiale.
Questa breve sintesi degli elementi essenziali di varie versioni del Purusa ci danno una idea della quantità di concetti racchiusi in un brano mitologico che è parte della fede Indu e che viene tramandato e venerato da oltre 3000 anni. Tutti gli ingredienti di questa storia sono carichi di suggestioni: Gigante dalle mille teste, duplice incesto con madre-figlia, generazione di vita dalla sua inseminazione della terra, trasformazione del gigante in antilope, creazione di un lago con il suo seme, lago con acqua circondato da fuoco, smembramento del suo corpo, nascita di vita dal fuoco che incinera il suo corpo.
Se tale racconto fosse il sogno di un paziente, quale diagnosi se ne dedurrebbe?

VII. Miti Biblici (Medio Oriente)

Tra i tanti miti biblici ne scegliamo uno che appare significativo ai sensi del concetto di allucinazione. Adamo, creato a immagine divina, è messo a guardiano del Giardino dell’Eden. Secondo la narrazione Dio lo addormenta e gli toglie una costola dalla quale crea Eva. È un Dio che discute con Adamo ed Eva come un essere antropomorfo, passeggia per il giardino, tra le piante; Adamo lo sente smuovere le foglie quando passa.

Adamo ed Eva si cibano dei frutti del giardino ma hanno la proibizione di assaggiare i frutti dell’albero della conoscenza del Bene e del Male. Il serpente seduce la donna ed essa seduce l’uomo e mangiano il frutto proibito. Dio aveva detto loro che ne sarebbero morti, il serpente smentisce le parole di Dio.
La punizione non è la morte ma l’esilio. Termina l’infanzia e devono impegnarsi per sopravvivere. Adamo ed Eva vengono cacciati dal Paradiso terrestre e da allora, da raccoglitori diventano produttori di cibo e lavorano la terra, La narrazione spiega perché da una vita idilliaca nel Giardino dell’Eden, l’uomo si sia trovato costretto a lavorare e faticare per procurarsi il cibo: Si è creata una rottura dell’armonia primordiale, quando l’uomo ha superato i limiti che gli erano stati imposti. Aveva commesso un “peccato” e ne subiva le conseguenze.
Nel mondo tribale si investono molte energie, si pensa, si discute, si prova, per comprendere le “regole” e i capricci delle forze soprannaturali e seguirne i dettami. Il timore delle conseguenze di un’infrazione hanno sempre influenzato e continuano ad influenzare il comportamento umano. Tale timore può condurre al delirio ed è causa di allucinazione, nei miti, come nel teatro greco ed in quello cinese. Ma si tratta di allucinazioni che sono divenute collettive, che riguardano intere società e che perdurano da millenni.
Stati definibili di allucinazione sono presenti nel corso della narrazione biblica, dall’Arca di Noè che naviga sul pianeta sommerso, alla Torre di Babele che raggiunge il cielo, dove si crea uno stato di confusione, dove ogni uomo parla una lingua diversa; dalla mano di Dio che ferma il pugnale destinato al sacrificio d’Isacco, alle piaghe d’Egitto, alla voce che Mosé sente uscire dal roveto ardente, alla mazza di Mosé che si trasforma in serpente, al crollo delle mura di Gerico dovuto al suono delle trombe. Il tipo di esperienza allucinante varia da periodo a periodo, fino a giungere al camminare sulle acque, alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, alla resurrezione ed altro. Molti, se non tutti, di questi racconti trovano paralleli nelle mitologie tribali e riferimenti concettuali ad archetipi. Il modo migliore per non comprenderli è prenderli alla lettera. La loro essenza ci riporta a variazioni sul tema di una primordiale memoria collettiva di millenni antecedente alle narrazioni bibliche.
Tali narrazioni sono, per gli adepti, prove inconfutabili della potenza divina, mentre per membri di altre religioni o per i non credenti sono considerate fenomeni di delirio. Ovviamente attitudini analoghe si manifestano anche per eventi narrati da altri libri sacri, dai Rig-Veda al Corano, ai testi concernenti le sette recenti. Ed ogni adepto trova più facile giudicare come allucinazioni le visioni degli altri piuttosto che le proprie.

VIII. Una visione extraterrena

Nella società contemporanea, in base alla percentuale di coloro che si dichiarano credenti, la religione, in campo clinico, non può essere considerata delirio. Ma immaginiamo uno psicoanalista venuto dal pianeta Marte per studiare le patologie della specie Homo sapiens sul pianeta Terra. Apprese le consuetudini, i riti e le credenze, è presumibile che sarà tentato di diagnosticare forme collettive di delirio che definirà come Delirium fide ammesso che i bravi marziani usino il latino come lingua franca. Riconoscerà che vi sono tendenze diverse di tale delirio sempre caratterizzato dal riferimento ad “esseri” invisibili che vivono in cielo e sotto terra, ai quali vengono dati nomi specifici, quali ZeusKrishna o El. Sono esseri che, per lo più, non si cibano e non defecano, le cui principali preoccupazioni sono quelle di mostrare il proprio potere provocando guerre, terremoti ed epidemie, di creare stati di abbondanza e di carestia, di giudicare gli uomini, di ricompensare i “buoni” e punire i “cattivi”.
Il “marziano” registrerà anche gli stati di allucinazione che accompagnano come prassi  il delirio. Le caratteristiche del fenomeno comprendono sovente un’allucinazione iniziale che viene definita “rivelazione” individuata dai “pazienti” stessi come causa del delirio.
Il Delirium fide è accompagnato da allucinazioni che includono gravidanze miracolose avvenute senza il concorso sessuale, il risuscitare o risorgere di morti, il dialogo con defunti capaci di intercedere e di esercitare una lobby alla corte degli esseri invisibili, visite in un mondo extraterreno o d’oltretomba con una visione acquisita da chiaroveggenti, eventi inspiegabili definiti miracoli, nei quali si riafferma l’onnipotenza dell’essere divino, profezie avverate che costituiscono testimonianze e giustificazioni del Delirium fide, cataclismi punitivi inferti da questi esseri invisibili per vendicarsi dell’insufficiente sottomissione dei viventi, attuazione di un regime di dipendenza nel quale gli atti di fede possono condurre a stati permanenti di allucinazione.
Ognuno di questi esseri invisibili protegge i propri adepti in guerra, e li aiuta a sgominare il nemico. Molte saghe e racconti dell’antichità e delle popolazioni tribali inneggiano alle vittorie conseguite grazie alla partecipazione attiva degli “Dei degli eserciti”.

IX. Tra sapere e credere

Nelle lingue europee moderne vi è una distinzione tra sapere e credere. Sapere è la certezza di una realtà, credere è fiducia o fede in un’intuizione o in un convincimento. Il delirio provoca l’incapacità di distinguere tra sapere e credere, tra conoscenza e fede.

Il “marziano” si porrà un dilemma: nel suo ruolo di psicoanalista dell’umanità terrena, dovrà assumersi il compito di guarire il “paziente” da tale stato di delirio oppure dovrà limitarsi a riconoscere che detto delirio è parte dell’identità del paziente? Deprivarlo di tale delirio significherebbe modificare la sua stessa identità e pertanto sceglierà di limitarsi ad analizzare il fenomeno evitando il ruolo di terapeuta?
Delirium fides si associa, nel comportamento dei bipedi terrestri, al Delirium factionis. Anche qui vi sono tendenze diverse di attitudini nei riguardi di una fazione politica, di un gruppo etnico o di una squadra di calcio. Anche qui vi sono casi di allucinazioni ed anche di degenerazione da Delirium factionis Dementia factionis, quando le facoltà intellettuali sono sostituite dall’estrema esaltazione della fazione ed il totale asservimento ad essa.
Delirium fide e Delirium factionis nonsono sempre facilmente separabili. Ambedue sono alla base del sacrificio di se stesso, di autoimmolazione, di solidarietà interna al gruppo e di dissociazione dal diverso, di dissesto sociale e di terrorismo fisico o morale.
Le allucinazioni possono portare alla visione di un paradiso dove fanciulle vergini fanno la danza dei sette veli, ma nei casi estremi tali allucinazioni appaiono come cause marginali di disturbi profondi e collettivi per i quali non è chiaro quali rimedi potrebbe offrire l’ipotetico marziano.
Prima delle bombe venivano usate le pire o i roghi per purificare le anime degli infedeli. Si usavano anche il patibolo, l’impalatura, la crocifissione, la ghigliottina, nonché i forni crematori e le camere a gas. I pazienti affetti da disturbi psichici di massa hanno subito cure drastiche ma hanno avuto anche una funzione non indifferente nel plasmare l’etica e la morale che hanno subito.
Fenomeni di inquisizione, di pulizia etnica, di ghettizzazione, di fanatismo violento e di altri aspetti del Delirium fide e del Delirium factionis,non sono solo caratteristiche di un periodo o di una cultura ma si ripetono in epoche diverse ed in culture diverse con lo stesso cinismo e con fenomenologie analoghe, per cui sembrano malattie diffuse nel mondo dell’Homo sapiens e fanno meditare sull’appellativo di sapiens che diamo alla nostra specie.
Il quesito che il bravo “marziano” si porrà è “perché?” Come sono nati e perché persistono i deliri collettivi? Quali funzioni hanno nell’economia fisica, concettuale e sociale e perché tanti esseri umani sono adepti del fenomeno?

X. Conclusioni

L’antropologo e il paletnologo non considerano i fenomeni di delirio e allucinazione collettiva come patologia. Li considerano come fenomeni dello spirito umano. Come potrebbe considerarli l’ipotetico marziano? Se non vado errato, per lo psicoanalista, il mito Koryak nel quale l’essere attacca la vulva della moglie ad un tamburo e batte il ritmo con il proprio pene, è da considerarsi un caso patologico. Lo psicoanalista europeo di oggi ha il ruolo del “marziano” nell’analizzare lo sciamano Koryak. Ma poi, quando si tratta di analizzare la voce che esce dal roveto ardente o la mazza di Mosé che si trasforma in serpente, o Cristo che cammina sulle acque, o il racconto della resurrezione, quale è la posizione dello psicoanalista indottrinato dalla cultura europea? Qui nasce la differenza tra l’europeo e il marziano. Dove l’uno e l’altro collocherebbero, ad esempio, Bernadette di Lourdes che ha visto la Madonna?
Quale è il confine tra allucinazione e mito? Certamente, né gli antropologi, né gli psicoanalisti possono seguire il principio secondo il quale “I nostri miti sono spiritualità, i miti degli altri sono allucinazione”. Il fenomeno concerne l’umanità tutta intera per cui torniamo al discorso di partenza di questa comunicazione, e chiediamoci quale ruolo abbiano per la cultura, per la memoria, per l’identità, quelle che appaiono come allucinazioni collettive, come espressioni dello spirito, che contengono sintesi della saggezza, metafore e allegorie che riemergono da millenaria esperienza.
Come sarebbe questa nostra umanità senza delirio e senza allucinazione? L’umanità sarebbe indubbiamente più scialba se non avessimo quei miti e quelle credenze che il “marziano” definirebbe delirio.

© Emmanuel Anati

Abstract

La comunicazione esamina immagini e narrazioni assimilabili al delirio e all’allucinazione nell’arte preistorica e tribale e nei miti delle popolazioni senza scrittura. Traccia il processo teorico di “epidemia” da allucinazione del singolo ad allucinazione collettiva. Pone il problema dei limiti delle definizioni di delirio e allucinazione quando tali fenomeni concernono casi collettivi. Sviluppa una prospettiva d’impostazione sistematica per l’analisi antropologica della fenomenologia inerente l’allucinazione collettiva ed individua archetipi comuni al mito e all’allucinazione.

Bibliografia

ANATI Emmanuel
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Notizie sull'Autore

Anati Emmanuel

Emmanuel ANATI è Professore ordinario di Paletmologia all'Università di Lecce e Direttore del Centro Camuno di Studi Preistorici. Nato a Firenze nel 1930, ha compiuto i suoi studi di archeologia e preistoria all'Università di Gerusalemme (B.A., 1953 e M.A., 1955). Si è specializzato in antropologia e scienze sociali all'Università di Harvard, Cambridge, Mass., USA (A.M., 1959) e in etmologia a Parigi, Sorbona (1955-58) dove ha conseguito un dottorato in Lettere (1960). Ha proseguito la sua formazione post-doctoral nelle scienze umane alle Università di Londra e di Oxford (1960-62) con una Borsa di Ricerca della American Philosophical Society. I suoi principali interessi scientifici riguardano l'arte e le religioni delle culture preistoriche e tribali. Ha svolto ricerche in Europa, nel Vicino Oriente, in India, Tanzania, Malawi, Messico. Australia e in altri Paesi. Le sue ricerche in Valcamonica, dove ha fondato e dirige il Centro Camuno di Studi Preistorici, hanno portato l'arte rupestre di questa valle alpina all'inserimento, come primo titolo italiano, nella "Lista del Patrimonio Culturale Mondiale" dell'UNESCO. In Valcamonica ha inoltre istituito una scuola di perfezionamento in arte preistorica; è tuttora l'unico istituto nel quale ci si può specializzare in detta disciplina. Dal 1980 dirige la Missione Archeologica Italiana nel Sinai e nel deserto del Negev dove ha scoperto e studiato la montagna sacra di Har Karkom, che identifica con il Monte Sinai della Bibbia. Eccezionali scoperte archeologiche rivalutano l'epopea biblica dell'esodo e ripropongono in nuova chiave la problematica dell'inizio del monoteismo e le origini della concettualità giudeo-cristiana.
Anati ha insegnato e tenuto corsi in università ed istituti superiori di ricerca, oltre che in Italia, anche in Francia, Inghilterra, Israele, Stati Uniti e Canada. Ha compiuto missioni di ricerca, spedizioni e consulenze per conto dell'UNESCO e di vari Governi, in tutti i continenti.E' ampiamente riconosciuto che le sue ricerche hanno ridimensionato la conoscenza dell'arte preistorica proponendo una visione globale mai precedentemente conseguita. Ha organizzato congressi e seminari internazionali sull'arte preistorica e tribale progettato e realizzato grandi mostre. Nel 1980 ha fondato, con François Leblanc (ICOMOS) e Raj Isar (UNESCO) il CAR-ICOMOS, Comitato Internazionale per l'arte rupestre, che ha poi presieduto fino al 1990. Come Presidente del CAR ha stimolato un movimento internazionale attorno a questa disciplina, sviluppando un'ampia cooperazione, coinvolgendo studiosi di oltre 80 Paesi. Dal 1992 è Presidente dell'IDAPEE. Institut Des Arts Préhistoriques et Ethmologiques, Parigi.
Ha scritto e pubblicato oltre 70 volumi e numerose monografie presso prestigiosi editori in Europa e in America. Opere di Anati sono state pubblicate in oltre 20 lingue.



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