Etnopsicoanalisi Rubrica Etnopsicoanalisi

Pubblicato il 1 maggio 2005 | di

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L’epoca dei sogni

Realtà esistenziale e realtà del sogno nella società aborigena dell’Australia

Estratto della Relazione tenuta dall’Autore al Convegno “Alle Origine del Sogno” tenutosi a Frosinone nei giorni 10-11 marzo 2005

Premessa

Secondo i libri di testo europei la storia dell’Australia inizia con l’approdo del capitano Cook e il primo contatto con gli europei, tra il 1770 e il 1780. Per gli aborigeni australiani è quasi la fine della loro storia, è la fine dell’Epoca dei Sogni, è l’inizio dell’ultimo triste capitolo che ha stravolto la loro storia e la loro vita. La storia viene tramandata oralmente e sotto forma di raffigurazioni, pitture ed incisioni su roccia o su corteccia d’albero o su altri materiali, che perpetuano la narrazione di quello che gli aborigeni chiamano l’Epoca dei Sogni, un periodo in cui l’uomo venne al mondo, come conseguenza di un risveglio della natura e dell’azione di spiriti ancestrali.
La storia è ricordata nella tradizione, è cantata nelle canzoni, è parte dell’apprendimento necessario per divenire un adulto. È il tema fondamentale delle iniziazioni perché l’identità della popolazione è nella sua storia ed ogni clan, per esistere, ha bisogno di conoscere la propria identità.
Dai ritrovamenti di cultura materiale e dalle datazioni con metodi quali la termoluminescenza o il carbonio 14, oggi si ritiene che vi siano in Australia testimonianze della presenza dell’uomo a partire da oltre 50.000 anni fa. Fino a 12.000 anni fa la topografia era diversa da quella di oggi, il livello del mare era da 120 a 130 metri più basso, la Nuova Guinea al nord e la Tasmania al sud erano collegate via terra all’Australia. Varie isole della Malesia e dell’Indonesia erano legate al continente asiatico. Il passaggio dall’Asia all’Australia era possibile attraversando piccoli stretti tra una terra e l’altra, ma senza mai lembi di mare dove non si vedesse all’orizzonte la terra da raggiungere.
Alla fine del Pleistocene avvenne un cambiamento climatico, connesso con il disgelo dei grandi ghiacciai artici del Quaternario; il livello marino si innalzò, separando terre che erano unite, trasformando zone collinose in arcipelaghi, rendendo più difficile il contatto tra le varie popolazioni.
Più tardi vi furono altri arrivi, via mare. Dei gruppi arrivarono da Timor, altri da isole più lontane dell’Indonesia, altri da Papua e forse anche da altre zone. Sappiamo che i primi abitanti del Madagascar, di lingua malo-indonesiana, avevano attraversato migliaia di chilometri d’oceano. Le capacità di navigazione degli uomini dell’età della Pietra erano considerevoli.
Il fenomeno dell’espansione dell’uomo sul Pianeta trova in Australia delle testimonianze appassionanti. Si presume che i gruppi umani si muovessero in piccoli clan familiari, con donne, vecchi e bambini, come ancora oggi avviene con gli aborigeni.
L’unità primaria di sopravvivenza delle società di cacciatori-raccoglitori è il clan, non l’individuo della concezione europea, e neppure la tribù, che caratterizza le società che praticano la caccia grossa e a quelle dedite alla produzione di cibo, è il nucleo operativo e sociale ristretto, composto da tre generazioni di una famiglia. Piccoli gruppi si sono impavidamente avventurati in territori sconosciuti spingendosi fin dove era possibile, varcando anche il mare, magari con l’ausilio di un tronco d’albero o di qualche rudimentale zattera. L’esigenza di espandersi e di insediarsi in nuovi territori è una caratteristica che distingue l’uomo da altri primati.

I miti di origine

Gli aborigeni hanno dei miti di origine che riguardano l’arrivo dalle terre del nord. Le storie sulla “Grande Migrazione” sono probabilmente la somma di diverse migrazioni, la cumulazione di racconti analoghi, sintetizzati in uno, come spesso avviene nelle mitologie anche di altri popoli. La narrazione della migrazione è drammatica, talvolta si tratta di spiriti o giganti, che nacquero dalle acque del mare o che le attraversarono, mostri che crearono le isole e la terra, che plasmarono le valli e i fiumi. Varie storie vengono narrate sull’origine e sull’arrivo del popolamento in Australia. Quasi tutte le tribù sembrano concordi nel dire che all’inizio il primo spirito ancestrale si formò fuori dal continente australiano. Ma l’uomo, in quasi tutti i miti, nacque in Australia. Gli spiriti generarono l’uomo e gli animali, e dettero al territorio le sue forme.
L’Australia è l’unico lembo di terra oggi sul Pianeta, nel quale i reperti archeologici e soprattutto le opere d’arte, permettono di ricostruire 50.000 anni di storia di popoli cacciatori-raccoglitori dell’età della Pietra, e nel quale persistono ancora tradizioni orali che confortano tali ritrovamenti con testimonianze dirette dei loro contenuti concettuali. L’arte tradizionale è espressione del mito che ha da sempre sorretto ed alimentato l’immaginazione e le sue espressioni visuali.
Il contatto con la società europea ha snaturato la vita degli indigeni ed oggi la sopravvivenza nel contesto genuino è limitata a zone sempre più ristrette: nel giro di pochi anni, aborigeni che vivono come tali in base alle proprie tradizioni e ai propri metodi di sussistenza sono destinati a scomparire. Concluso per sempre un modo di vita, spente le tradizioni ad esso connesse, inesorabilmente cesserà anche l’arte da essi ispirata e la memoria dei miti che si sono tramandati per millenni.

L’arte degli aborigeni

Questo processo è già in atto e l’arte aborigena creata oggi, anche la migliore, salvo qualche caso eccezionale, non è più quella di alcuni anni or sono. Le pitture rupestri e quelle genuine su corteccia d’albero, quelle create nell’ambiente tribale, con una completa nozione dei loro significati mitici e culturali, sono destinate a divenire rare, anche se le imitazioni, da parte degli aborigeni stessi divenuti di colpo cittadini del ventesimo secolo, stanno già formando un mercato non indifferente.
L’idea di esporre delle opere d’arte in una galleria e di metterle in vendita è una innovazione che stravolge il modo di pensare e di agire. Le opere d’arte nel mondo tradizionale sono espressioni riservate, intime e talvolta segrete. Alcune di esse possono essere viste solo da un ristretto numero di iniziati. Il loro significato non può essere spiegato ai non addetti.
Per la società aborigena tradizionale, l’unico modo di disfarsi di una opera d’arte è bruciarla e ciò avviene quando l’opera ha compiuto il suo ruolo o perde la propria funzione. Vendere un’opera d’arte è peggio che vendere un figlio.
Le pitture degli aborigeni australiani sono oggi uno dei pochi esempi di arte di popoli cacciatori allo stato brado per i quali sia possibile avere una spiegazione del significato, da parte degli autori stessi o di coloro che ancora conservano le stesse tradizioni quando essi sono disposti a parlare. Per l’etnologo è una occasione unica di contatto diretto con la realtà culturale e artistica di popolazioni che vivono ancora in piena età della Pietra. Sono testimonianze eccezionali di una concezione del reale dove la realtà del sogno è parallela a quella della vita materiale quotidiana ed è altrettanto reale. Ambedue le realtà si completano e si motivano reciprocamente. E’ significativa, in tal senso, la spiegazione di una guida aborigena: “…gli spiriti della foresta fanno il vento che scuote gli alberi. Tutti vedono i risultati, ma gli spiriti sono schivi e preferiscono mostrarsi solo nel sogno e ad una persona per volta …”.

L’arte visuale s’inserisce in una vasta gamma di creazioni grafiche degli aborigeni. Oltre a pitture e incisioni rupestri eseguite su superfici di pietra, ed a pitture su corteccia d’albero, la cultura aborigena presenta una dovizia di decorazioni su ciotole di legno, boomerang, lance, lanciadardi, churinga (si legge ciuringa) ed altri strumenti di uso quotidiano, su panieri ed altri contenitori fatti con intrecci di vimini, decorazioni su tronchi d’albero che rimangono in situ, su cippi funerari ed altre espressioni dell’arte plastica monumentale, disegni su sabbia, pitture e tatuaggi sul corpo umano. Ma l’arte degli aborigeni si estende anche ad altri aspetti quali la musica, la danza, la dizione, la creatività narrativa che s’ispira ad una mitologia esuberante che riflette l’anima stessa di queste popolazioni. L’Epoca dei Sogni e l’epoca nella quale si vive, si completano. Non potrebbero esistere l’una senza l’altra.

La struttura concettuale

Nella vita intellettuale degli aborigeni, tutte queste sono parti indivisibili che formano un unico insieme, espressione di una costante ricerca di contatto con il soprannaturale, dell’esigenza di stabilire legami con l’Epoca dei Sogni, con l’era primordiale nella quale trovano origine la vita e la morte, la simbiosi tra uomo e forze della natura, tra uomo e spiriti, tra uomo e mondo animale, tra uomo e ambiente, la struttura che determina le relazioni tra gli individui e tra i clan. Nella concezione aborigena vi è sempre un rapporto binario. Il giorno e la notte si completano, l’uomo e la donna si completano. La realtà, quotidiana e quella del sogno si completano, anzi, sono tutt’uno.
Tale vita piena di emozioni intellettuali, di ragionamenti filosofici, di ricerca d’identità, di ragioni e di spiegazioni per i fenomeni della natura, da l’immagine dell’uomo dell’età della Pietra di una levatura ben diversa da quella che potrebbero far pensare certe nozioni tradizionali. Sicuramente, l’impegno intellettuale occupa assai più tempo ed energia che non quello per procurarsi il cibo.
Il contatto con la natura, con l’ambiente e il territorio, è stato la fonte fondamentale della mitostoria, la matrice dell’ideologia e della concettualità. Ogni collina ed ogni pozza d’acqua aveva ed ha tuttora qualche riferimento ad esseri ancestrali dell’Epoca dei Sogni. Il territorio è pertanto cosparso di luoghi sacri, le cui forme sono testimonianze di disegni soprannaturali e delle strabilianti avventure degli spiriti ancestrali che furono i colonizzatori del territorio, ma anche coloro che lo inventarono e gli diedero le forme fisiche e i contenuti concettuali.
L’aborigeno nel contesto della società tradizionale s’identifica con il proprio territorio ed è perso quando non ha, negli spazi del suo habitat, quei punti di riferimento essenziali che sono i luoghi ancestrali ai quali si riferiscono i propri miti. Essi sono il suo bagaglio culturale e la sua identità. Il territorio è la culla dove il neonato nasce, il giovane cresce e diventa adulto, il vecchio si propone di fare riposare le proprie ossa nelle grotte sepolcrali, nei luoghi dove riposano quelle degli antenati.
Nell’arte aborigena, molti segni che appaiono astratti al visitatore ignaro, sono indicazioni geografiche e topografiche. Si riferiscono a colline, valli e fiumi. La loro lettura trasmette dei miti e delle realtà dello spirito che i siti stessi significano. Per cui segni apparentemente geometrici e decorativi, grazie alla loro forma, sono precisi riferimenti a siti che evocano eventi connessi con la storia o la mitostoria del clan. Questi stessi segni, indicando un luogo, indicano anche l’identità del clan di appartenenza che è legato al sito, rivelano i segni totemici, spiegano i tipi di legame che esistono tra il territorio e i vari clan che lo frequentano.
Nella mitologia legata al territorio gli aborigeni si riferiscono costantemente a cambiamenti intervenuti. Il paesaggio che agli europei appare statico, immobile, immutabile, per gli aborigeni ha acquisito le sue forme attuali a seguito dei mutamenti provocati dagli spiriti di tempi remoti. L’Epoca dei Sogni è vissuta quotidianamente, sia per il contesto ambientale dove ogni forma ha un preciso riferimento, sia con il costante dialogo che avviene nel sogno con gli spiriti ancestrali e le altre entità del mito che continuano ad essere presenti nel loro pensiero.
Vi sono, nel quadro cognitivo dei contatti quotidiani, con gli esserI dell’Epoca dei Sogni. Essi sono parte del presente. Gli spiriti Mimi sono folletti a cui piace fare degli scherzi ed ai quali vengono attribuite le responsabilità per molti imprevisti. Con gli spiriti degli animali si deve trattare con rispetto e secondo particolari formalità, prima di ogni caccia. Alcuni sono spiriti totemici e sono considerati antenati.
Con essi va concordato l’animale da cacciare. Vi sono poi spiriti “maciste” che appaiono in sogno, soprattutto alle donne, e che le posseggono nel sonno. Ad esse è sovente attribuita la responsabilità per gravidanze non giustificate. Vi sono altri spiriti che scelgono anch’essi di manifestarsi nel sogno, che possono essere spiriti buoni o spiriti cattivi e che danno al soggetto suggerimenti e perfino ordini su come comportarsi in determinati frangenti.
La mitologia aborigena si riferisce talvolta anche a mostri, animali giganti e terribili che appaiono come esaltazione della fauna gigante, i cui resti ossei sono stati riportati alla luce e le cui figurazioni sono registrate nell’arte rupestre. Questa fauna si è estinta più di 10.000 anni fa. L’arte rupestre ne ha fissato la memoria. La tradizione orale ha cercato un senso e una logica nei mutamenti della fauna, del clima e dell’ambiente. Talvolta sembra che la memoria riporti millenni addietro.
I miti aborigeni parlano anche di migrazione primordiale degli spiriti ancestrali e di traversate via mare. Queste narrazioni possono avere riferimenti ad una memoria ancora pi ùantica. I primi aborigeni giunsero in Australia oltre 50.000 anni fa.
In tali traversate, gli spiriti crearono isole e terre e poi, sulle terre da loro create, dettero particolari forme alle rocce, modellarono valli e fiumi, e poi si riposarono nelle grotticelle lasciandovi le immagini, a testimonianza della propria presenza, nelle sembianze di arte rupestre e nelle sagome delle forme naturali ritenute da essi plasmate sulle rocce. E da allora, dai tempi delle genesi, queste grotte e questi luoghi sono sacri ed ancora emanano le energie che gli spiriti ancestrali hanno loro conferito. Ogni loro forma ha un significato.

La concezione del tempo e dello spazio

La concezione geografica degli aborigeni è definita da miti-memorie e da una relazione esistenziale con il territorio al quale essi appartengono. Prima del loro recente indottrinamento occidentale, gli aborigeni raramente vantavano la proprietà sul territorio; ribadivano piuttosto la loro appartenenza al territorio. Il territorio determina l’identità del clan e sovente clan e territorio hanno lo stesso nome. Ambedue sono legati al ruolo metafisico dei luoghi sacri, testimonianze indelebili degli spiriti ancestrali, che tuttora vi dimorano, per cui mitostoria, territorio e clan formano un’unità indivisibile.
Il territorio èil punto d’arrivo dalla migrazione primordiale, dove si è insediato il gruppo. E’ il punto d’arrivo reale ed anche mitico, la terra promessa, ricevuta dagli spiriti ancestrali per cui inalienabile. E’ la testimonianza tangibile dell’anima del clan e della sua relazione con i mitici personaggi dell’Epoca dei Sogni che gli hanno assegnato il territorio. Dubitare della loro esistenza non è pensabile perché ciò negherebbe l’esistenza stessa del territorio da loro creato. Il creato non esisterebbe senza creatore. Tali relazioni ricorrenti tra causa ed effetto nel sistema cognitivo sono di enorme importanza in quanto sono formule elementari del ragionamento religioso.
L’aborigeno che vive nel suo habitat naturale si muove nel territorio portandosi appresso tutti i suoi possedimenti materiali, che sono estremamente limitati. Non ha l’abitudine di vestirsi o di costruirsi una capanna. Dorme per terra e si riscalda con il fuoco. In tale contesto si perpetua la visione cosmologica dell’aborigeno. Confrontando il ricco patrimonio delle tradizioni e delle memorie con la semplicità della cultura materiale, possiamo dedurre che lo sviluppo tecnologico non influenza il livello di spiritualità? La mente dell’uomo, nel Paleolitico, funzionava con logiche di associazioni, sequenze di causa ed effetto, strutture cognitive, talvolta simili, talvolta diverse dalle nostre, occidentali del III millennio. Capirne i meccanismi può servire a capire le basi primarie della nostra psiche, ma anche il processo fondamentale di quel nostro apparato cognitivo che chiamiamo logica, con i suoi pregi e i suoi difetti.
Nella cultura aborigena vi èun legame inseparabile tra territorio, trascendenza, religione, legge e società. Tutto fa parte di un medesimo pacchetto.
L’Epoca dei Sogni, nella quale gli spiriti ancestrali hanno formato il territorio, è il tempo mitico della creazione, ma anche il tempo attuale che non è mai passato e mai passerà. L’Epoca dei Sogni è sempre presente. Gli spiriti ancestrali possono essere a riposo ma vigilano, si muovono nel territorio: lo testimoniano le forme stesse del paesaggio che costantemente rivelano la loro presenza. Come vi sarebbero altrimenti il giorno e la notte? Come vi sarebbero il vento e la tempesta, come vi sarebbero le alluvioni e gli incendi della foresta?
Il territorio ècosparso di grotticelle funerarie. Si perpetua un clima di fiducia reciproca tra uomini e spiriti. Gli spiriti dei defunti non sono cattivi se non vengono disturbati. Tuttavia è pericoloso lanciare sassi in un luogo del genere perché, “… se per disgrazia si dovesse colpire uno degli spiriti, la sua reazione potrebbe essere imprevedibile, come del resto è già accaduto …”. “… un visitatore che ha lanciato un sasso in un luogo del genere, tornando alla propria automobile l’ha trovata bruciata …”.
Gli aborigeni non hanno gli stessi tempi chiaramente scanditi degli europei. La nostra concezione del tempo non èl’unica possibile. Il passato è sempre presente e il presente è costante fin dalle origini della creazione. Il futuro non esiste. E’ semplicemente un prolungamento del presente.
Le storie degli eventi dell’Epoca dei Sogni raccontano come gli spiriti ancestrali abbiano creato le valli, le montagne, ogni forma dell’ambiente, e come abbiano messo al mondo gli uomini e gli animali affinché popolassero il territorio, e come abbiano assegnato ad ognuno di loro il proprio territorio. Essi hanno anche insegnato alle loro progenie le leggi dell’eterno presente, che regolano le relazioni tra l’uomo e il territorio e quelle che regolano le relazioni tra uomini ed animali e tra uomini e uomini. Le leggi non furono create dagli uomini, furono create dagli spiriti e non potranno mai essere cambiate. Sono quelle che sono, da sempre e per sempre.
Le relazioni regolate dalle leggi non sono solo rispettate, sono anche commemorate ed esaltate con cerimonie, canti e danze, riunioni nelle quali le regole vengono declamate. La dottrina èaccompagnata da riti e da cerimonie.
Gli spiriti ancestrali, presenti nel territorio, hanno pensato a tutto, null’altro occorre sapere oltre le loro leggi. Esse regolano le identità totemiche, le occasioni sociali, i matrimoni, i movimenti dei clan e la relazione tra gli uomini e il territorio. Essi decidono le nascite e i decessi.
L’osservazione formulata da un aborigeno che spiega agli europei le sue credenze, ci dice che per gli europei l’uomo è eletto “dal loro dio” a dominare tutto il resto, gli animali, le piante, il territorio. Gli spiriti ancestrali invece hanno insegnato agli aborigeni che gli uomini sono parte di una natura nella quale interagiscono animali, piante, nuvole e fiumi, “ … protetti e custoditi dal territorio e vigilati in alternanza, dalla luna e dal sole”. L’esigenza degli europei di creare dovunque gerarchie per le quali gli uomini sono superiori agli animali, ed il popolo di appartenenza è stato prescelto o eletto per cui è superiore agli altri popoli e il re è superiore ai sudditi, riflette concetti che sono incomprensibili agli aborigeni. L’unica gerarchia esistente per loro è quella delle generazioni.

Conclusioni

Per l’aborigeno l’idea che si possa vendere o comprare un pezzo di terra è assolutamente aberrante o almeno lo è stato. Il gestore del terreno che solitamente è un clan, espresso dal capofamiglia, non è il padrone ma il custode della terra, è il detentore e il relatore delle nozioni rivelate dalle forme, è colui che riesce a comunicare con gli spiriti ancestrali che risiedono nel territorio ed è il custode dei luoghi sacri e segreti. Il territorio, nella concezione aborigena, non è vendibile e non è modificabile dalla mano dell’uomo.
Tale filosofia del territorio, èmessa oggi in crisi dai compromessi, per cui capita di barattare un pezzo d’ideologia con un conto in banca. E le leggi millenarie potrebbero trasformarsi in nostalgico ricordo. La concettualità che lega l’uomo al territorio è stata parte dell’essenza stessa della società aborigena, da quando gli spiriti ancestrali crearono il territorio e vi ospitarono gli uomini. L’arte aborigena, in particolare l’arte rupestre, è la testimonianza del legame millenario tra le popolazioni aborigene e il loro territorio che le recenti vicende stanno sconvolgendo. Rinunciare alle tradizioni significa rinunciare all’identità e ci si chiede se possano esservi dei compromessi.
Il mondo degli aborigeni sta morendo e gli aborigeni stessi, pur esigendo i privilegi del loro rango e la gestione del loro territorio, stanno dimenticando le eterne leggi ancestrali, per integrarsi nel mondo delle leggi e delle regole estemporanee, dove esistono cibi in scatola, antibiotici, automobili e supermercati, ma dove vi sono anche alcool, prostituzione e miseria e dove i sogni e gli incubi prendono nuove pieghe.
L’Epoca dei Sogni è forse al crepuscolo. L’equilibrio che per millenni ha stabilito la logica e l’armonia tra le due realtà, le realtà del sogno e la realtà della sopravvivenza materiale, rischia di essere infranto dall’intrusione della terza realtà, portata dal mondo occidentale. Sia il sogno, sia la realtà esistenziale sono stravolte, perché nuove regole si scontrano. Una diversa logica mette fine al millenario scenario concettuale, impone drastici cambiamenti nel tradizionale processo cognitivo, disorienta e mette in crisi lo spirito collettivo di una popolazione.

© Emmanuel Anati



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Notizie sull'Autore

Anati Emmanuel

Emmanuel ANATI è Professore ordinario di Paletmologia all'Università di Lecce e Direttore del Centro Camuno di Studi Preistorici. Nato a Firenze nel 1930, ha compiuto i suoi studi di archeologia e preistoria all'Università di Gerusalemme (B.A., 1953 e M.A., 1955). Si è specializzato in antropologia e scienze sociali all'Università di Harvard, Cambridge, Mass., USA (A.M., 1959) e in etmologia a Parigi, Sorbona (1955-58) dove ha conseguito un dottorato in Lettere (1960). Ha proseguito la sua formazione post-doctoral nelle scienze umane alle Università di Londra e di Oxford (1960-62) con una Borsa di Ricerca della American Philosophical Society. I suoi principali interessi scientifici riguardano l'arte e le religioni delle culture preistoriche e tribali. Ha svolto ricerche in Europa, nel Vicino Oriente, in India, Tanzania, Malawi, Messico. Australia e in altri Paesi. Le sue ricerche in Valcamonica, dove ha fondato e dirige il Centro Camuno di Studi Preistorici, hanno portato l'arte rupestre di questa valle alpina all'inserimento, come primo titolo italiano, nella "Lista del Patrimonio Culturale Mondiale" dell'UNESCO. In Valcamonica ha inoltre istituito una scuola di perfezionamento in arte preistorica; è tuttora l'unico istituto nel quale ci si può specializzare in detta disciplina. Dal 1980 dirige la Missione Archeologica Italiana nel Sinai e nel deserto del Negev dove ha scoperto e studiato la montagna sacra di Har Karkom, che identifica con il Monte Sinai della Bibbia. Eccezionali scoperte archeologiche rivalutano l'epopea biblica dell'esodo e ripropongono in nuova chiave la problematica dell'inizio del monoteismo e le origini della concettualità giudeo-cristiana.
Anati ha insegnato e tenuto corsi in università ed istituti superiori di ricerca, oltre che in Italia, anche in Francia, Inghilterra, Israele, Stati Uniti e Canada. Ha compiuto missioni di ricerca, spedizioni e consulenze per conto dell'UNESCO e di vari Governi, in tutti i continenti.E' ampiamente riconosciuto che le sue ricerche hanno ridimensionato la conoscenza dell'arte preistorica proponendo una visione globale mai precedentemente conseguita. Ha organizzato congressi e seminari internazionali sull'arte preistorica e tribale progettato e realizzato grandi mostre. Nel 1980 ha fondato, con François Leblanc (ICOMOS) e Raj Isar (UNESCO) il CAR-ICOMOS, Comitato Internazionale per l'arte rupestre, che ha poi presieduto fino al 1990. Come Presidente del CAR ha stimolato un movimento internazionale attorno a questa disciplina, sviluppando un'ampia cooperazione, coinvolgendo studiosi di oltre 80 Paesi. Dal 1992 è Presidente dell'IDAPEE. Institut Des Arts Préhistoriques et Ethmologiques, Parigi.
Ha scritto e pubblicato oltre 70 volumi e numerose monografie presso prestigiosi editori in Europa e in America. Opere di Anati sono state pubblicate in oltre 20 lingue.



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