Etnopsicoanalisi

Pubblicato il 8 settembre 2015 | di

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Singolari Convergenze tra Psicopatologia e Sciamanismo

(Contributo interdisciplinare allo studio del fenomeno rupestre “Oranti – Grandi mani”)

Una sindrome attuale

oranteIl termine dismorfofobia e le relative patologie soggiacenti, sono state descritte per la prima volta dal grande medico psichiatra italiano Enrico Morselli nella sua opera del 1891 intitolata: «Sulla dismorfofobia e sulla tafofobia». Desidero mettere in evidenza immediatamente come le due turbe psichiche siano intrinsecamente correlate, a tal punto che la casistica clinica riporta rarissimi esempi in cui le sopracitate manifestazioni appaiano singolarmente e non siano associate, ragion per cui, statisticamente, si può parlare di una sindrome unica a doppia espressione sintomatica. L’elemento peculiare della Dismorfofobia è l’assillante preoccupazione per un difetto nell’aspetto fisico, che può essere totalmente immaginario, oppure, se è presente una lieve malformazione somatica, il tormento assillante che colpisce il soggetto è di gran lunga eccessivo rispetto all’importanza dell’anomalia. Inquietudini e ansie molto diffuse riguardano la forma, le misure, o qualche altro aspetto di naso, occhi, palpebre, sopracciglia, orecchie, bocca, labbra, denti, mascella, mento, guance o fronte. Tuttavia ogni altra parte del corpo può diventare motivo d’oppressione continua, per esempio la dimensione dei genitali, delle mammelle, le natiche, l’addome, le braccia, le mani, i piedi, le gambe, i fianchi, le spalle, la colonna vertebrale o le misure corporee globali. Il fenomeno è spesso accompagnato da sfrenate e compulsive condotte auto-erotiche e, meno frequentemente, può sfociare in pratiche auto-mutilanti. In modo estremamente riassuntivo, è lecito ipotizzare come queste fantasie siano sorrette e alimentate da un’incessante angoscia, caratterizzata da profondi sentimenti di inadeguatezza e manchevolezza, che coinvolgono forme e dimensioni di parti corporee giudicate insufficienti a garantire un relativo equilibrio intrapsichico, per cui l’Io percepisce come costante minaccia alla sua integrità la limitatezza degli organi prescelti a rappresentarlo, secondo la legge della parte per il tutto. In definitiva, un Edipo/castrazione compresso e incapsulato all’interno dell’immagine di un organo, che si struttura configurandosi come una vera e propria «paranoia nel soma» (cfr.: Q. Zangrilli 2001).   Possiamo quindi affermare come la dismorfofobia celi la profonda esigenza coatta di ottenere organi molto più grandi, più belli o sviluppati rispetto alla norma, in modo da conseguire tramite l’alterazione di forma e dimensione, una potenza sovrannaturale. In sintesi, l’Orante – grandi mani, con i suoi organi monumentali e le sue prodigiose capacità di viaggiare nella dimensione ultraterrena, costituisce il modello di riferimento preferenziale per il dismorfofobico: un atto magico, un pensiero irrazionale, un sogno, da sempre coltivato dal Sapiens nel corso delle vicende animistico – sciamaniche. Segnalo molto brevemente come la quasi globalità degli interventi di chirurgia plastica non ricostituiva, la cosiddetta chirurgia estetica, costituisca un immenso e diffusissimo tentativo di sedazione dell’angoscia dismorfofobica che colpisce strati sempre più vasti della popolazione contemporanea.

La Tafofobia (dal greco taphos, sepolcro) è una fobia con possibili relati psicopatologici molto gravi, derivante dalla paura di essere sepolti vivi. Benché i manuali di psicologia clinica contemporanea abbiano inserito questo tipo di paure nell’ambito più ampio delle sindromi claustrofobiche, l’esperienza dimostra come la preoccupazione, talora espressa tramite manifestazioni incubiche o sintomatiche di vario tipo, costituisca una costante pressoché universale all’interno dello psichismo profondo; anzi: la paura di essere sepolti vivi nella terra, rinchiusi in una bara o in sepolcri di vario tipo, sottintende e alimenta molteplici varianti di disturbi psico-sessuali, erettivi nel maschio o relativi alla frigidità femminile. La pratica clinica ha rilevato come in effetti la tafobia costituisca un caso particolare di espressione degli “istinti necrofilici” universalmente presenti nell’Inconscio. In realtà, la necrofilia è molto raramente presente sotto forma di psicopatia sessuale (parafilia) agita in modo diretto, nella quale viene raggiunto l’orgasmo mediante atti, eterosessuali od omosessuali, compiuti su un cadavere. Nella maggioranza dei casi si esprime tramite produzione di fantasie soggiacenti che veicolano un potente ed incoercibile desiderio di totale controllo/possesso su un’altra persona, frequentemente una persona cara-sostituto parentale, tale da annullarne interamente la volontà, riducendola a un oggetto del tutto succube e dipendente, quale appunto un cadavere-vivente, che si desidera rendere vittima inerte su cui infierire. Tali impulsi necrofili si manifestano nel preconscio profondo sotto forma di fantasie suscettibili di essere sublimate e trasformate per spostamento in derivati ascetico – sovrannaturali, quali visioni mistiche o apparizioni di vario genere. Oppure, ammantate da impulsi sadici rimossi, si concretizzano in immaginazioni confuso-oniriche di congiungimento con lo spirito di un morto e sovente si trasformano per identificazione proiettiva in situazioni deliranti d’impossessamento demoniaco. In sintesi, la tafofobia costituisce la realizzazione mascherata e persecutoria di desideri aggressivo – sessuali di ritorno all’utero-urna per fondersi con gli Spiriti delle persone care defunte.

Come ultima informazione, desidero evidenziare come, in passato così come nell’attuale, dismorfofobia e tafofobia risultino in molti casi strettamente correlate a stati di letargia, ad eziologia depressiva, neuro- anatomica o più frequentemente isteroide, essendo la letargia la predisposizione a precipitare in un sonno continuo, caratterizzato da reazioni psichiche ridotte e da una mancata risposta ai normali stimoli. In Psicopatologia, lo stato letargico, direttamente connesso alle manifestazioni più liminali della Pulsione di morte, corrisponde a uno stato di sonno patologico profondo, spesso invincibile, durante il quale si evidenziano atonia muscolare e perdita della sensibilità; può essere causato da isterismo o da ipnotismo. Mentre per indicare analoghi stati indotti da fattori organici (per es., lesioni mesencefaliche), si preferisce oggi l’espressione “ipersonnia patologica”. Inoltre, la letargia è annoverata tra le conseguenze e le concause principali di abuso di sostanze alcoliche e tra gli effetti “rebound-paradossi” di molte sostanze stupefacenti. La letargia è infatti causata da una diminuzione della dopamina a livello del sistema nervoso centrale (cfr. gli importanti lavori di Giorgio Samorini sull’uso di piante allucinogene utilizzate in Preistoria, studi pubblicati anche dal BCSP). La storia della medicina dimostra come gli stati letargici, di varia natura, siano stati per lungo tempo responsabili di sepolture di persone viventi, alimentando in tal modo innumerevoli leggende e paure largamente diffuse, alcune delle quali utilizzate da grandi Autori, come E. A. Poe o Gogol 1.

Nondimeno, tralasciando qualsiasi altra osservazione di natura squisitamente psicopatologica o clinica, si deve assolutamente tener in massima considerazione quanto scrive C. G. Jung (1961): «Il carattere isterico, tratto assai comune se non precipuo tra i primitivi, definisce la tendenza a trasferire l’angoscia dal piano psichico al piano somatico tramite produzioni sintomatiche, quali perdita di conoscenza, perdita di memoria, oscuramento passeggero della coscienza accompagnato da senso di vertigine, obnubilamento della vista, indebolimento dell’azione cardiaca, fino all’abbandono completo del corpo, stati crepuscolari, stati acinetici quali paralisi o astasie-abasie (cioè incapacità di mantenere la stazione eretta e di camminare) convulsioni, dispnea, disturbi circolatori ecc…Tutte queste manifestazioni appaiono prive di una causa organica, perché in realtà fanno parte di un “linguaggio corporeo” con cui l’isterico esprime le sue impressioni e soprattutto i sentimenti inconsci derivanti dall’incoercibile desiderio di fondersi con gli esseri eterei e invisibili che abitano il mondo degli Spiriti (e degli Antenati)». La letargia veicola pertanto il desiderio di morire-vivendo, complementare agli altri elementi messi in evidenza e ognuna delle innumerevoli persone affette da dismorfofobia-tafofobia-letargia in realtà, nel proprio inconscio, ripercorre in sogno la personale Epopea di Gilgamesh.
Si confronti a questo proposito l’ottima opera di Mircea Eliade (1956) , in particolar modo nei capitoli dedicati al volo sciamanico.

A questo punto, abbiamo quindi isolato una triade fenomenologica abbastanza frequente, se non una vera e propria costante, nelle rappresentazioni fantasmatiche delle popolazioni primitive, che tendono a mantenersi e riprodursi stabilmente in individui contemporanei, relative a desideri inconsci , che, proprio in quanto inaccettabili alla Coscienza, vengono vissuti in modo persecutorio e conseguentemente trasformati nelle paure speculari e corrispondenti:

– 1 desiderio di procurarsi contraffazioni delle dimensioni corporee (dismorfofobia)
– 2 desiderio di compartecipazioni aggressivo – sessuali a sepolture rituali (tafofobia)
– 3 desiderio di rallentamento delle funzioni vitali a punti prossimi alla morte (letargia).

 triade sintomatica che camuffa il reale desiderio di mettersi in relazione magica e immediata con l’ Al di là. Pare indispensabile ricordare e sottolineare come tutte queste manifestazioni, attualmente giudicate come costrutti psicopatologici al limite del delirante, si possano in realtà annoverare, in varie forme e sembianze, all’interno di quei fenomeni estremi considerati essenziali per mettersi in comunicazione con gli spiriti, durante ogni rituale sciamanico.
Fenomeni che sono magistralmente illustrati G. da Samorini e ripresi da U. Sansoni (2013):     «… L’Orante – grandi mani sempre presenta commistioni simbolicamente tra rituale, magico, religioso, con focalizzazioni mitiche funerarie, sciamaniche o ideologiche d’altro tipo…». In sostanza, l’orante è anche rappresentazione dello sciamano in grado di comunicare con gli spiriti, in quanto ha grandi organi (dismorfofobia), si congiunge con i morti (tafofobia) e il suo viaggio è senza eccezione rischiosamente letargico.

Un tentativo di interpretazione degli “Oranti – Grandi Mani”

Desidero proseguire il mio contributo interdisciplinare volto alla comprensione del fenomeno degli “Oranti – Grandi mani” con una duplice informazione fornita dal Prof. U. Sansoni in occasione di due distinte conferenze. Il primo dato riguarda il nucleo di cristallizzazione intra-psichica costituito dallo sciamanesimo: «Credo veramente che da questo mondo di animismo-trance-estasi-sciamanesimo si possano trarre indicazioni fondamentali. Ed il primo motivo è che il fenomeno è talmente diffuso, con strutture e modalità molto simili o identiche, che la sua arcaicità è certa; sembra praticamente la più antica espressione magico – religiosa oggi appurabile.» (U. Sansoni, 2011). In altri termini, Sansoni evidenzia come il binomio sciamanesimo-animismo costituisca una formazione intra-psichica originaria, che organizza insiemi di tentativi rappresentazionali (idee, credenze, immagini, comportamenti e parole) e affettivi (emozioni, sentimenti, paure, speranze, bisogni e desideri) in modalità di espressioni ritualizzate che, così come si sono costituite alle origini della specie Sapiens, si sono mantenute fino ai giorni nostri. Lo sciamanesimo si prefigura dunque come la principale e più evidente testimonianza di quell’organizzazione genetico – ereditaria dello psichismo profondo, ampiamente evidenziata da innumerevoli Autori, e definibile in termini di “Archetipi originari” nel linguaggio junghiano o di “Immagine filogenetica” se si utilizza la nomenclatura micropsicoanalitica.

Il secondo elemento magistralmente illustrato da Sansoni definisce l’andamento sinusoidale assunto dal fenomeno nel corso dei millenni, a tal punto che mi sembra lecito evidenziarne gli aspetti clinici tipici della “Disarmonia evolutiva” che paiono esplicitarsi nella ricerca paleo- archeologica e vanno a contraddistinguere il Sapiens: «Lo sciamanesimo è uno dei grandi fenomeni della tradizioni magico – religiose dei popoli ‘primitivi’. Studi ormai avanzati ce ne testimoniano la presenza, normalmente la centralità, soprattutto presso le culture di cacciatori e raccoglitori ed una sorta di involuzione presso le culture più progredite di agricoltori ed allevatori sino alla sporadicità od a tracce diluite dove la civiltà si sviluppa. È come dire che quanto più una società è complessa e organizzata tanto più si sviluppa con strumenti di relazione al sacro, parimenti organizzati, che tendono a canalizzare, a ‘sublimare’, se non ad emarginare, fenomeni di tipo sciamanico (omissis.) Tuttavia tratti sciamanici come le visioni lucide, in forme paragonabili alla trance, sono quasi normali nella vicenda mistica occidentale ed orientale e motivi di continuità, di filtrazione delle tecniche sciamaniche sono ampiamente testimoniati fino ai giorni nostri» (U. Sansoni, 2013). Segnalo come, in Clinica Patologica, la Disarmonia evolutiva si caratterizzi essenzialmente per la preoccupazione ossessiva di mantenimento dell’immutabilità degli ambienti o delle abitudini (L. Kanner parla di “sameness” per sottolineare la ripetitività assoluta e l’identicità monotematica dell’agire sintomatico ). Il soggetto affetto da disarmonia evolutiva, ossia nel nostro discorso la Specie Sapiens, tende a mantenere un severo ordine delle cose, un’inflessibile sequenzialità nelle azioni, e a sviluppare rituali, cerimoniali e liturgie (per esempio nel vestire, nel mangiare, nel muoversi o pensare), sempre rigidamente eguali. Tramite adeguati trattamenti psicoterapeutici e farmacologici, è possibile che si abbandoni il gesto stereotipato per adottare condotte più evolute ed adattative, ma, in caso di stress o stimolazioni troppo violente, le antiche abitudini riappaiono immediatamente, perché utilizzate come barriera strategica di sicurezza, per difendersi dalle eccitazioni traumatiche 2.
Sono convinto che Paleo-Antropologia e Psicopatologia possano congiungersi in modo armonico nel definire il binomio sciamanesimo-animismo come il nucleo di fissazione principale, che aggrega, amalgama e organizza infinite reminiscenze di esperienze reali, immaginarie o oniriche, originatesi lungo tutto il periodo preistorico, da cui scaturisce ogni successiva esperienza sacrale, mistica o religiosa, vissuta e narrata dal Sapiens nel corso della sua evoluzione. Nucleo che possiamo definire in termini di “matrice di agglomerati affettivi e rappresentazionali (complesso) a cui la ‘specie-bambina’ è geneticamente predisposta a ricorrere e a ripristinare appena la situazione lo richieda.

Sempre seguendo la traccia che collega le due Discipline, per cui stesse equazioni offrono stesse soluzioni, due sono gli elementi sperimentalmente dimostrati e assodati dalla ricerca in Psicologia Clinica che riguardano la mano e le braccia e che devono necessariamente essere considerati nello studio delle rappresentazioni degli “Oranti – Grandi Mani”. In modo succinto, si può affermare che la mano, orientata dall’olfatto verso la prensione del capezzolo, si prefigura come il precursore dell’identità individuale a partire dalle prime settimane di vita extra-uterina, poiché il bambino trova che il suo corpo e in particolare le sue mani sono del tutto docili al suo desiderio, egli proietta la medesima efficacia su tutte cose che entrano nel suo campo visivo. Tale attività di individuazione dell’Io è pre-organizzata in utero dalle esperienze di suzione del pollice e veicolata dall’ereditarietà filogenetica (cfr.: J.Piaget). L’equivalenza stabilita dalle incisioni rupestri riguardante grande mani = grande Io per definire la potenza e la sacralità dello sciamano è pertanto immediatamente deducibile. Come scrive Sansoni: «… Le figurazioni umane a grandi mani aperte si attestano lungo tutto l’arco che va dal Neolitico alla tarda età del Ferro; generalmente sono disarmate in posizione di orante, centrali nelle scene, di dimensioni maggiori degli antropomorfi associati con corredo di segni e/o animali; inoltre, all’eccezionalità delle grandi mani, abbinano di frequente grandi attributi sessuali e grandi piedi (gli unici tra gli oranti). La figura, di riscontro planetario e negli stessi siti di attestata tradizione sciamanica, rappresenta in maniera esplicita divinità, spiriti, sacerdoti o appunto sciamani…».

In altri termini, gli arti sono organi geneticamente pre-organizzati ad esprimere immagini di quella tipica importanza magicamente attribuita al mondo sovrannaturale. In effetti, proprio la posizione dell’Orante, a braccia alzate, anch’essa programmata dall’ereditarietà filogenetica, riveste un ruolo centrale nello sviluppo psicogenetico individuale, in quanto postura preparatoria all’essere presi in braccio: a partire dal quarto mese d’età, il lattante attiva istintivamente tale condotta motoria in caso di necessità, al fine di conseguire un adeguato accudimento a seconda delle diverse urgenze, agitando le braccia e, come sinergia antagonista, le gambe in aria. A tal fine, deve tuttavia aver operato una distinzione tra Io e oggetto esterno, deve aver realizzato un primo abbozzo di schema corporeo, deve aver raggiunto la capacità di distinguere tra il bisogno interno e la soddisfazione proveniente da un Altro, diverso da sé, dotato del potere di appagamento. Una qualsiasi patologia, somatica o psichica 3, interferisce con l’acquisizione o la corretta esecuzione del gesto di richiamo, disarticolando l’azione della sua specifica motricità, trasformando il soggetto in busto inerte e totalmente impotente. E in quest’ottica, l’intera categoria dei “busti rupestri”potrebbe rappresentare momenti di profondi traumatismi vissuti dai membri del Clan e riproposti graficamente alla benevolenza degli spiriti-grandi mani: «…Fra le tante altre vanno annotate ancora la scena detta di ‘incantazione’, con due grandi figure grandi mani di fronte ad un personaggio senza braccia, una scena pregna di magicismo…».(Sansoni,1998)

Dell’ineluttabilità del pensiero magico – animistico

Già lo stesso Freud aveva notato che il magico, lungi dall’essere solo una distorsione primitiva o patologica, è anche la condizione fisiologica del ragionamento infantile. L’idea è raccolta da Piaget ed elaborata a mostrare come il pensiero magico abbia origine nelle normali condizioni psico-fisiche dello sviluppo infantile.

La genesi della magia si colloca naturalmente in quella fase liminale in cui il bambino inizia a intuire la distinzione tra il sé e il mondo. Tra i tre e gli otto mesi, il bambino acquisisce la capacità di coordinare efficacemente visione e prensione. Grazie a tale coordinazione, egli inizia a dissociare il desiderio dal risultato che produce, “la causa presenta una tendenza ad interiorizzarsi e l’effetto ad esteriorizzarsi” : «Sebbene l’Io e l’universo esterno formino ancora un unico e medesimo insieme, il bambino comincia confusamente a prendere coscienza dell’esistenza di una causa generale: si tratta dell’efficacia del desiderio, dell’intenzione dello sforzo, ecc., in breve del dinamismo dell’azione cosciente » ( J.Piaget, 1967).
Nell’ambito della ricerca antropologica, lo svilimento della magia risale alla monumentale opera di J. Frazer (1922). Nel “Ramo d’oro”, egli analizza le condotte magiche delle comunità selvagge, assumendo che la magia sia «tanto un sistema spurio di legge naturale quanto una fallace guida di condotta; è sia una falsa scienza che un’arte abortiva» (ibidem, p. 32). Secondo l’Autore: « la magia non sarebbe che una forma primitiva e grossolana di ragionamento. Incapaci di distinguere rigorosamente tra natura e pensiero, i popoli selvaggi sarebbero inizialmente caduti nell’errore d’annullare la distanza tra desiderio e realtà. In seguito, di fronte all’inesorabile resistenza del mondo, gli uomini avrebbero trasferito le forze che si erano attribuiti a entità divine anime delle cose. Dopo essere stato dio nella magia, l’uomo avrebbe dunque popolato il mondo di dei, nella religione. Inevitabilmente insoddisfatto anche di questa soluzione, l’intelletto umano sarebbe infine approdato alla scienza e al corretto modo di ragionare» (ibidem, p. 80-84).

Dal Frazer in poi, la svalutazione della magia rimane un tratto caratteristico della mentalità scientifica occidentale, a tal punto che l’edizione del 1987 del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders dell’ American Psychiatric Association (a tutt’oggi di diffusione ed utilizzo planetario) arrivava a definire il pensiero magico addirittura come: «una patologia psichiatrica, nella quale l’individuo crede che i suoi pensieri, parole o azioni siano capaci in qualche modo di determinare o prevenire uno specifico risultato secondo modalità che sfidano le normali leggi di causa ed effetto (omissis) il pensiero magico appare nei bambini, nelle popolazioni primitive, e nelle personalità schizotipe, schizofreniche e vittime di sindromi ossessivo – compulsive».

In realtà, tutto lo sciamanesimo riconduce alle esperienze pre – oggettuali, facendo emergere una netta differenza tra acting-out (in cui l’oggettivazione del desiderio avviene in modo diretto e non mediato) e l’azione, (controllata dal pensiero razionale e dalla parola), laddove il primo ha una funzione difensiva piuttosto che adattiva ed implica una relazione oggettuale fittizia che reitera e ripropone il rapporto originario madre – lattante, impregnato di narcisismo primario. In tal senso, si può intendere il passaggio all’atto come una modalità che soddisfa la reiterazione mascherata del desiderio inconscio ed è funzione della coazione a ripetere, con tutto il suo carattere magico e onnipotente, nei termini di una soddisfazione istantanea e prodigiosa del desiderio a prescindere dalle leggi della realtà. Per tale motivo secondo K. Müller (1997), nelle comunità tradizionali, o primitive, l’intero sistema sociale è intriso di magia. In società scarsamente differenziate, l’autorità della magia può trarre costante legittimazione dalle altre forme d’autorità cui è mescolata, poiché magia, sacralità, comando e cura non sono chiaramente distinti. Al sacerdote, al re e al guaritore sono attribuiti poteri propriamente magici e, d’altra parte, le funzioni dello sciamano e dello stregone oltrepassano ampiamente i confini della magia. Ad esempio, i compiti dello sciamano riguardano tutto l’arco delle necessità del gruppo tradizionale: dalla celebrazione dei rituali religiosi, alla cura della salute fisica e psichica; dall’organizzazione della caccia e della raccolta, alla custodia della cultura. La stessa sopravvivenza del gruppo appare dipendere, e non solo simbolicamente, dall’operato sciamanico. Inoltre, se possiamo affermare che palesemente fino alla modernità, la magia si pone come norma, per poi convertirsi in eccezione, occorre non dimenticare che tale apparente trasformazione risulta alquanto illusoria, in quanto la fede nel miracolo e la magia si trovano in una forma ancora troppo radicata, diffusa e consolidata perché il suo peculiare paradosso venga problematizzato. È proprio nelle società occidentali complesse e disincantate, che hanno promosso il libero arbitrio a cardine dell’individualità, che la magia giunge a sviluppare a pieno la sua specificità, differenziandosi in un distinto e riconosciuto sottosistema psico-sociale, ragion per cui oggi la comunità scientifica accetta di tollerare la magia solo se essa rimane confinata nel suo ambito particolare, trasfigurandone, come appena illustrato, le sue grandi derivazioni in malattie psichiatriche o in misteri mistico-fideistico-religiosi 4.
La ricerca clinica contemporanea ha ben messo in evidenza come in realtà lo stadio del pensiero magico – animista, che perdura per i primi anni della vita ontogenetica di ogni individuo, costituisca una fase estremamente delicata, durante la quale si produce la vera trasduzione dal bisogno, inteso come acuta sensazione di mancanza di uno o più elementi naturali necessari alla sopravvivenza, la cui assenza ingenera dapprima forti sensazioni di dolore fino a giungere alla morte, al desiderio, tramite il quale lo stato di affezione dell’Io si trasforma in immagini mentali verso cui dirigersi al fine di un’adeguata soddisfazione. In altri termini, in tale periodo si struttura la capacità del Sistema Nervoso Centrale di convertire una stimolazione biologica in una particolare risposta psichica. Il pensiero magico, che è in diretta connessione con l’ espressività onirica, si pone quindi come elemento centrale nel processo di ominizzazione, in quanto trasformatore dei messaggi provenienti dall’ereditarietà filogenetica a derivazione animale, in corrispondenti immagini puramente psichiche, che possono essere interiorizzate, trasmesse e condivise a tutti i membri del gruppo primario. In quest’ottica, il binomio sciamanismo-animismo, in quanto primo costrutto psichico complesso, si pone come reale fondamento di ogni processo di ‘psichicizzazione’ ossia di sviluppo culturale, sociale, etico e scientifico tipico della Specie. Personalmente, sono propenso a considerare l’agglomerato Animismo -Estasi- Sciamanesimo come uno strato costitutivo dell’Es. Per concludere, si può affermare in modo sperimentalmente giustificato, insieme ad ogni sciamano attuale o passato, che esistono veramente due mondi, quello del bisogno-realtà che ci riconduce all’istintualità animale, e quello del desiderio-fantasia, che costituisce la dimensione più consona e conforme all’essere umano.

© Pier Luigi Bolmida

Note:

– 1. Una delle storie dell’orrore di Edgar Allan Poe, «La sepoltura prematura», parla di una persona che soffre di tafofobia. Altre storie di Poe sulle sepolture premature sono «La caduta della casa degli Usher» e «Il barile di Amontillado». Anche il celebre scrittore ucraino Gogol soffriva terribilmente di questa fobia e dopo la sua morte, alla ricognizione della tomba, il cadavere fu ritrovato capovolto a faccia in giù, scatenando in tal modo la tragicomica possibilità che lo scrittore fosse stato veramente sepolto vivo, proprio come temeva quando era ancora in vita. Per di più, a riprova di quanto sopra illustrato, Poe nutriva eccessive preoccupazioni sulla (esagerata) fragilità del suo esile corpo mentre Gogol concentrava l’affanno dismorfofobico sulle dimensioni del proprio naso “sfacciatamente gibboso”. Coerentemente, ambedue fecero un prospero ricorso a oppiacei, attestando in tal modo la triade considerata anche negli aspetti letargici del fenomeno. torna su!
– 2. Mentre sto completando il mio lavoro, vengo a conoscenza che le spoglie di Padre Pio saranno traslate in Laterano in occasione del Giubileo, erigendole a barriera (sciamanica) dalla minacciosa turbolenza dei tempi.torna su!
– 3. Ad esempio, i bambini autistici non accedono a tale fase preparatoria, limitandosi a comunicare il proprio disagio tramite vagiti continui e conseguenti stati cianotici. La comunicazione con l’esterno risulta in tal modo inibita.torna su!
– 4. Edificante ed esemplare il caso di Isaac Newton che, per non compromettere la straordinaria ascesa nella comunità scientifica che lo portò fino alla presidenza della Royal Society, fu costretto a tenere gelosamente segreto il suo pur ben documentato interesse per l’alchimia, la ricerca della pietra filosofale e la magia nera (cfr.: White, 1998)torna su!

Bibliografia:

– Pier Luigi Bolmida: «L’emergenza creativa» in: “Scienza & Psicoanalisi”, Rivista multimediale ideata, edita e diretta da Q. Zangrilli, 2012
– Mircea Eliade: «Miti, sogni, misteri» Hopli, Milano, 2005
– Sigmund Freud: «Totem e tabù:somiglianze tra vita mentale dei selvaggi e dei nevrotici » (1913: Totem und Tabu: Einige Übereinstimmungen im Seelenleben der Wilden und der Neurotiker) OSF, Boringhieri, Torino, 1976
– James Frazer: « Il ramo d’oro. Studio sulla magia e sulla religione», Newton Compton, Roma, 2014
– Carl Gustav Jung: «Ricordi, sogni, riflessioni», B.U.R., Milano, 2012
– Leon Kanner: «Autistic disturbances of affective contact», Nervous Child 1943; 2: 217-250
– Klaus Müller: « Sciamanismo», Bollati Boringhieri , Torino, 2001
– Jean Piaget: « Lo sviluppo mentale del bambino e altri studi di psicologia», Torino, Einaudi, 1967
– Giorgio Samorini: «Animali che si drogano» Editore Shake, collana Underground, 2013
– Umberto Sansoni: « L’orante, lo sciamano e Platone: (libere) riflessioni sulle radici simboliche» Academia.edu, 2011
– Umberto Sansoni: «Forme naturali, mappe cognitive e schemi culturali per ricostruire la storia dell’arte rupestre di Valcamonica: esempi e ipotesi interpretative», XXV Valcamonica Symposium 2013
– Quirino Zangrilli: – «Ipocondria: paranoia del soma» in: “Scienza & Psicoanalisi”, Rivista multimediale ideata, edita e diretta da Q. Zangrilli, 2001

Abstract

Nel corso del suo lavoro, l’A. illustra brevemente due sindromi psicopatologiche molto attuali ed estremamente diffuse: la Dismorfofobia e la Tafofobia. In seguito viene evidenziato come queste manifestazioni sintomatiche, più che esprimere una concreta patologia soggiacente, veicolano in realtà il profondo e incoercibile desiderio umano di mettersi in comunicazione con il mondo sovrannaturale, ultraterreno, magico e trascendente. La tesi discussa dall’A. è proprio di verificare come il desiderio di mettersi in relazione con l’ultraterreno, a partire dal Paleolitico superiore (ma probabilmente già presente nel Neandertal), si strutturi per tutto il periodo dell’Animismo-Sciamanesimo, estendendosi praticamente fino all’età del Ferro. L’esigenza di contatto con Spiriti e Antenati viene così a costituirsi come il substrato principale e più interno di esperienze reali e reminiscenze oniriche ed immaginative, che si sono originate lungo tutta la fase formativa della Specie. Da tale nucleo primevo scaturirà ogni successiva esperienza sacrale, mistica o religiosa, vissuta e narrata dal Sapiens nel corso della sua evoluzione: nucleo che possiamo definire in termini di “matrice di agglomerati affettivi e rappresentazionali a cui la ‘specie-bambina’ è geneticamente predisposta a ricorrere e a ripristinare appena la situazione lo richieda” (Bolmida, 2012)



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Notizie sull'Autore

Bolmida Pierluigi

Pier Luigi Bolmida, Specialista in Psicologia Clinica e Patologica, Università Paris V, Formatore in Psicodiagnosi presso le A.A/S.S./L.L. della Regione Piemonte
Nel 1976, in occasione del suo Dottorato di ricerca, partecipa come rorschachista all'équipe della Clinica S.Anne de Paris diretta dal Prof.Pichot alla messa a punto dei Sali di Litio per la cura delle Depressioni Unipolari
Viene nominato nel 1984 presso le U.S.L. di Torino come Formatore Responsabile di tutte le Équipes per la diagnosi dei disturbi mentali e tossicodipendenze
Nel 1986 introduce ufficialmente l'uso del Test di Rorschach in Psichiatria forense, dove verrà regolarmente utilizzato nei casi di separazione legale, abusi e violenze su Adulti e Minori, e nella valutazione precoce del pericolo di Tossicomania in soggetti pre-adolescenti e adolescenti



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