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Pubblicato il 14 marzo 2014 | di

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Linguaggi, Enzo Demarchi – Collana I Nuovi Tentativi – Tirrenia Stampatori

Enzo Demarchi, Linguaggi. Rapporti nati dalla ricombinazione di voci antiche; parte seconda: Daniela Gariglio, “Presentazione del lavoro teorico-pratico sulla creatività postanalitica” in Collana I Nuovi Tentativi, Torchio Orafo, Tirrenia Stampatori, Torino, 2002. 

La Collana I Nuovi Tentativi (1999-2002, Tirrenia Stampatori), ideata e diretta da Daniela Gariglio come raccolta di creatività postanalitica, può leggersi, ancora oggi, come testimonianza comune di un naturale indirizzarsi verso un benessere psicobiologico, elaboratosi durante il lavoro psicoanalitico e mantenutosi, come tendenza, nella vita di realtà.

– Dalla quarta di copertina

“ (…) Perché fare un’analisi e portarla fino alla fine?

linguaggiPer convivere meglio con le caratteristiche del proprio terreno psicobiologico in cui si sono attutite le “voci perverse”? Per cambiare i punti di vista, relativizzando colpe e colpevoli? O non piuttosto per recuperare, anche, certe possibilità espressive che fanno parte di quella naturalità acquattata in un potenziale spesso coperto dal disagio e sofferenza psicosomatica?  E di lì, creare “nuove forme” che possono rendere la vita più allegra, attraente e varia? (…).”

– Daniela Gariglio: Nota introduttiva alla Collana e al libro (2002, p. 8)

“Dopo tre Opere essenzialmente di narrativa, la Collana I Nuovi Tentativi è stata ridefinita di Creatività postanalitica (…). Tale Collana è da intendersi come un laboratorio che si occupa di quella creatività che dimostra di essersi mantenuta nel tempo, dopo essere sorta naturalmente, a volte, già durante l’analisi.(…) ma può anche essere intesa come un’ulteriore possibilità di osservazione e riflessione psicoanalitica in merito a nuove modalità di distensione, della stessa valenza del sogno e alternative a formazioni psicopatologiche, raggiungibili con la profondità dell’indagine micropsicoanalitica, scandita dai suoi sussidi tecnici. (…) Linguaggi, con il suo esaustivo  sottotitolo Rapporti nati dalla ricombinazione di voci antiche, come attesta la fotografia di copertina, è formato da due Parti: la prima contiene l’esplicitazione dei linguaggi creativi usati da Enzo Demarchi con le relative interessanti presentazioni, la seconda riguarda una presentazione teorico-pratica in merito alla creatività che insorge con l’analisi e che si mantiene dopo la stessa (…).”.

– Estensione (marzo, 2014): tale Collana e altri scritti hanno anticipato, in parte accompagnato, diversi lavori teorici e clinici sulla creatività come benessere psicobiologico (tag in Scienza e Psicoanalisi),osservata in un campo psicoanalitico intensivo con verifiche postanalitiche sul mantenimento di tale situazione e in qualche manifestazione artistica –

– Enzo Demarchi: Introduzione a Linguaggi (2002, pp. 10-13)

“ Esaurito il coinvolgimento per un Un padre racconta dove avevo raccolto in una pubblicazione (1997, L’Autore Libri, Firenze) alcune storie tra quelle che raccontavo a mio figlio prima che si addormentasse, è venuta l’idea di un secondo libro. Il fatto è che mi sono reso conto di avere utilizzato, coll’avanzare del mio lavoro psicoanalitico e dei suoi periodi di sedimentazione, linguaggi creativi per me insoliti e nuovi, a cominciare dal  fumetto, proseguendo con le storie prenotturne, qualche racconto, alcune idee di sceneggiature di cui qua propongo Salire (un’idea che mi sono divertito pensare  adatta ad un film o una rappresentazione teatrale), delle poesie chiamate Passi sulla sabbia. Il libro termina con Contatti, la cronaca di una giornata qualsiasi in cui il desiderio individuato viene adattato naturalmente e senza indugi alle possibilità di soddisfacimento che la realtà contingente ha potuto offrirmi.

Si tratta di un percorso creativo spontaneo che si é snodato in svariati moduli espressivi a cominciare, mi pare ancora di ricordare, dall’incontro, rielaborazione e successiva lunga sedimentazione degli aspetti più difficili da scovare e antipatici da trattare che appartengono, in generale, all’infanzia sessuo-aggressiva di ciascuno di noi e dei nostri antenati. Mi riferisco soprattutto ai rimossi aggressivi che si scoprono  coll’avanzare della   propria  analisi personale che li libera  dando, come è successo a me,  nuova energia  e libertà.

Insieme al graduale attutirsi del richiamo insito in qualcuna di queste tracce, l’isolamento, ad esempio o la diffidenza o certa tendenza alla contemplazione, tutti temi talvolta ancora attivi  protagonisti della mia sedimentazione dopo l’analisi, nascevano via via delle nuove idee che si concretizzavano spontaneamente in un fare creativo, ricco di spunti insoliti e a me, fino a lì, sconosciuti (…) fino a convertire  certe voci interne meno vitali in un’energia creativa. Questa poteva, a sua volta, dare vita a “gemme nuove” e creare quindi altre tracce, all’interno della propria organizzazione. Capivo anche, perché lo avevo vissuto e continuavo a sperimentarlo, di quanto tempo avessi avuto bisogno perché questa organizzazione diversa vibrasse in me, fino a darmi naturalezza di azione e benessere.

Oggi posso dire con certezza che tale capacità creativa, nata timida e impacciata, è ormai parte di me. Mi arricchisce in originalità e qualità esperienziale, dando anima  e corpo a ciò che mi viene in mente di fare e che traduco, quando mi è possibile, in atto di vita. Così, se oggi, ricordo solo vagamente alcuni momenti del passaggio analitico dentro rivissuti dolorosi, faticosi, di disagio etc. pur avendo ormai chiara l’informazione che un transfert analizzato, anche nelle sue componenti “negative”, porta sempre alla distensione e all’apertura di “qualcosa d’altro”, ricordo invece molto bene, il momento in cui la mia creatività ha cominciato a suggerirmi idee per me nuove.  Lo ricordo come fatto d’emozione innanzitutto! Ed erano emozioni che mi appagavano.

Provavo allora una sensazione per me insolita che mi appariva strana: mi sentivo più in contatto con me stesso e avvertivo anche più intensamente i rapporti con gli avvenimenti e le persone che mi accompagnavano. Dopo un timido inizio, ho cominciato a dialogare sempre più con questo nuovo modo di essere che via via rendevo oggettivo. Ripercorrendo, un po’ più in dettaglio, l’intero percorso, posso dire che mi sono trovato dapprima a disegnare Leggy, un personaggio reso con un fumetto che, con le sue avventure, mi aiutava nell’intento: parlava lui per me, agiva ed eseguiva i miei desideri interpretando con le sue azioni i miei momenti di tristezza, allegria, riflessione e tutto quanto poteva uscire. E’ stato un periodo particolare e nutrivo un vero affetto verso quel mio nuovo amico.

Poi sono arrivate le storie prenotturne, stimolate dal rapporto affettuoso che avevo con mio figlio che, quando ho iniziato a raccontarle, aveva quattro o cinque anni. Esaurite le storie con la crescita di mio figlio, in modo naturale ho iniziato a seguire strade espressive diverse e ho scritto così alcuni  racconti, una prima bozza per una sceneggiatura, poi altre, per giungere infine alle poesie. Con esse i sentimenti, non più mediati da un personaggio dei fumetti o nascosti in un racconto, vengono portati fuori immediatamente alla luce del sole. Lo scrivere poesie mi ha permesso di accedere a sensazioni ancora nuove. L’ultimo passo è stato Contatto, scritto di getto, forte della libertà dell’essermi ingrandito del codice analitico che mi ha reso autonomo e capace di interpretarmi ciò che creo, vivo, sperimento.

Ora, mentre vivo creativamente l’intera mia vita in cui tento rapporti o modalità affettive nuove e lavoro interessante per le sue molteplici possibilità di creazione, come passo ulteriore, la realizzazione di un libro che intende socializzare questi primi miei tentativi espressivi: una sintesi di qualcosa vissuto in prima persona, nel momento in cui andava formandosi ciò che oggi è un’abitudine fisiologica all’esercizio quotidiano della mia creatività. Il titolo, nato da sé, è stato Linguaggi. Il sottotitolo, Rapporti nati dalla ricombinazione di voci antiche, è scaturito da momenti di lavoro comune con l’ideatrice e fautrice della Collana, mentre avveniva la sua riflessione sul materiale dell’intero volume che via via prendeva forma, dal punto di vista tecnico e metodologico, per il suo inserimento tra le opere della Collana i Nuovi Tentativi. I vari moduli espressivi sono stati inseriti nel rispetto cronologico della loro creazione, sfumandone l’evidenziazione del tempo reale che considero per lo più fatto analitico o post analitico e comunque privato. La data è stata invece apposta nelle varie Presentazioni, scritte a posteriori nella situazione di laboratorio creativo, in occasione della messa a punto del libro.

Il libro che ne è uscito mi soddisfa. Ne è risultata una possibilità di lettura parallela: linguaggi espressivi, spero sufficientemente appaganti e qualche loro interpretazione più profonda che completa affettivamente la qualità estetica della rappresentazione, come sempre succede se si fa riferimento all’esperienza psicoanalitica.

I soli contenuti espressivi del libro, probabilmente poco rilevanti da un punto di vista artistico e che, comunque, non sta  a me giudicare, accompagnati invece dall’incontro con queste matrici affettive, acquistano un valore diverso. Si tocca allora con mano come ogni forma espressiva non sia che la punta scoperta di un iceberg sotto il quale, induttore possente ed affascinante da indagare, si allarga il mare profondo del nostro psichismo che, se contattato,  può diventare fonte creatrice. Un altro modo, altrettanto interessante, per godersi la soddisfazione di ciò che si è creato.

Lo snodarsi delle mie invenzioni ora mi appare come un viaggio semplice e spontaneo, direi fisiologico.

E. D., 2002


– Daniela Gariglio: Presentazione del lavoro teorico-pratico sulla creatività postanalitica. Creatività e libertà postanalitiche: percorsi di realtà  (pp. 175- 204)

“Mi accingo a parlare di creatività, nei suoi rapporti con l’analisi e relative dinamiche transferali e controtransferali fino al raggiungimento della possibilità di interazione con le personali potenzialità creatrici, movimento che continua in modo autonomo e naturale al di là dell’analisi. Ciò a testimoniare l’acquisizione di uno stato di maggiore libertà ed autonomia da cui fare scaturire i rapporti interpersonali che riguardano quel sociale necessariamente bandito dal setting psicoanalitico che lo considera solo in quanto materiale proiettivo da analizzarsi come proprio.

Diciamo subito che la creatività postanalitica  significativa, secondo me, per noi analisti, è quella sì, espressa in modo naturale dalla persona che è in analisi o lo è stata, ma solo se detta manifestazione si mantiene nel tempo. Creatività dunque lontana anche dalle scontate identificazioni coi desideri inconsci dell’analista, come può succedere nei momenti di transfert positivo. Il lettore si sarà già accorto, scorrendo Linguaggi dall’inizio alla fine, dai fumetti con il legionario Leggy che segue un suo “percorso di liberazione” (pp. 16-100) a Contatto: diario di una giornata (pp.168-173), passando per Un padre racconta (pp.101-127), Salire:un’idea per una sceneggiatura (pp.129-140) e la Raccolta di poesie: Passi sulla sabbia (pp. 141-166), come questo percorso di emancipazione si sia via via evidenziato. (…).

Grazie alla generosità dell’Autore  che, nelle varie presentazioni, ci racconta le motivazioni profonde cui sono agganciati gli oggetti creati, il lettore può riuscire a farsi almeno una pallida idea del lavoro di dissezione che si compie nel setting analitico. Stiamo dunque per uscire dall’area della psicopatologia, riletta alla luce del lavoro analitico, per addentrarci in un discorso nuovo che da qualche anno va avanti attraverso l’osservazione di materiale apposito. Tale osservazione è approdata ad una puntualizzazione teorico-pratica di cui si daranno dei riferimenti.

Apriamo allora il discorso con ciò che ho sentito dire in una trasmissione radiofonica e cioè che una manifestazione diventa “creatrice” non solo creativa, nel momento in cui viene creato qualcosa di “originale”. In quanto analisti, a noi interessa naturalmente quell’originale che si forma col progredire di un lavoro psicoanalitico in profondità, quando cioè il rimosso venga via via svelato, liberando energia che può incanalarsi verso “altro”.  Altro, diverso, ad esempio, dalla sofferenza incistata nelle coazioni a ripetere coi suoi limitati margini di libertà espressiva ed esperienziale. Questo “nuovo divenire” può cominciare a far capolino dalla rielaborazione dei lutti causati dalle perdite, percorso ineliminabile, pena l’insorgere di lutti patologici.  “La perdita crea ciò che rende bella la vita; apre le sinapsi in cui si coglie l’attimo della creazione”, scrive Nicola Peluffo in Libido e caducità (2001), e aggiunge. “La scomparsa degli oggetti è necessaria affinchè la libido, libera, ne investa (vorrei dire, ne inventi) altri e crei “altre  musiche” (relazioni), le cui risonanze marginali sfuggano ai gorghi della coazione a ripetere.”.  In analisi, già ciascuna elaborazione di transfert, sia esso positivo o negativo, si porta appresso la doppia funzione di perdita, elaborazione del lutto e nuova energia da impiegare in “altro”.

Aggiungiamo a ciò che, quando cessano totalmente le reazioni terapeutiche negative dovute, non solo alla presenza di un terreno masochista, ma più in profondità, alla difficoltà a separarsi dall’analista (dall’analisi non ci si separa mai, una volta interiorizzatone il metodo!), la creatività raggiunta può iniziare a sistematizzarsi e a mantenersi, spingendo l’individuo a dare sempre più forma alla propria originalità. La Collana I Nuovi Tentativi, per le osservazioni che andiamo conducendo, raccoglie appunto qualcuna di queste “altre musiche” che cominciano a prendere corpo dall’elaborazione dell’esperienza psicoanalitica. Creare dunque come accadimento iniziale dell’interazione morte-vita rielaborata. Accadimento che, se verrà mantenuto nel tempo, darà al soggetto più naturalità di vita e capacità di sperimentare emozioni nuove, sia nelle relazioni colle rappresentazioni del proprio mondo interno, sia in quelle sociali che esulano dai rapporti di transfert-controtransfert su cui si è basata l’impresa analitica, attraversata e lasciatasi alle spalle dai nostri Autori (pp.176-177).

(…) Linguaggi (…) allarga  il campo di interpretazione, stimolandoci a considerare la creatività postanalitica come quel raggiungimento di una zona d’equilibrio, naturale e soddisfacente, (…) nascosta  spesso dal disagio psichico. Qualcosa che, se contattato da un lavoro adeguato come  quello  psicoanalitico, può dare una impronta diversa alla vita stessa dell’individuo.

Il compendio espressivo messo in scena da Demarchi, ci permette allora di continuare ad addentrarci nel campo della creatività postanalitica che abbiamo via via incontrato nelle prime tre Opere: Alfredo, Itinerando. Odissea di una scrittura ed Echi…Gemme . Desidero ringraziare ancora gli Autori che ci hanno regalato qualcuna di queste loro “originalità”, insieme ai traduttori e commentatori, Colleghi e amici cari (p.178). (…).

Dell’esperienza psicoanalitica, comune agli Autori della Collana, non vengono dunque sottolineati solo gli aspetti che riguardano la fine dell’analisi colle sue indispensabili fasi di perdita, lutto e rielaborazione. Dell’analisi (…) vengono invece raccolte le infinite possibilità di creazioni che vi si possono originare . “La perdita dell’oggetto è, allo stesso tempo, scrive Gioia Marzi, in occasione del dibattito su Libido e caducità (3/11/2001, cogliendo, per il discorso che qui interessa, la “funzione salvifica” della coazione a ripetere), “liberazione e apertura a possibili nuovi investimenti della libido.”. Nelle Presentazioni che Enzo Demarchi fa ai suoi lavori espressivi si trova la conferma di ciò: “Col passare del tempo capivo che, solo andando fino in fondo a se stessi, si potevano talvolta convertire certe voci interne meno vitali in un’energia creativa che poteva, a sua volta, dare vita a “gemme nuove” e creare, quindi, altre tracce all’interno della propria organizzazione.”. Viene anche confermato il piacere e la soddisfazione che si prova quando qualcosa di “nuovo e insolito” conduce a vivere in modo più naturale e soddisfacente, con la sensazione di trovarsi certamente con qualcosa “in più” di prima. In più anche solo nel senso di diverso: “Capivo anche, scrive l’Autore, perché lo avevo vissuto e continuavo a sperimentarlo, di quanto tempo avessi avuto bisogno perché questa nuova organizzazione vibrasse in me, fino a darmi contentezza e benessere.” (…).

Questo aspetto “di piacevolezza” è quello che maggiormente ha attirato la nostra attenzione, nello stendere una relazione con il Collega Daniel Lysek, accostatosi al mio interesse e osservazione della  creatività, in merito al tentativo di “descrivere ciò che favorisce o la ostacola” (Gariglio e Lysek, 2001) (p.179). (…).

Estensione (marzo, 2014):  Cfr. anche la modellistica completa in Gariglio, Lysek, Creatività benessere. Movimenti creativi in analisi, Armando 2007 e L’Age d’Homme, 2008 su cui si sono appoggiati i nostri lavori successivi, ancora insieme: http://www.psicoanalisi.it/english/4185; http://www.psicoanalisi.it/osservatorio/3436 e personali.

Questo, per richiamare i prodromi di questo oggetto di ricerca sulla creatività che, indagato in sinergia, potrà raccogliere quegli ulteriori risultati che ciascuna interazione necessariamente si porta appresso, come, peraltro, è successo nella messa a punto di Linguaggi (…), in questa situazione (…) di laboratorio creativo postanalitico. E ancora, come sempre succede, nell’interazione analitica, le fluttuazioni energetiche riguardano entrambi i soggetti della relazione, a prescindere dall’inderogabile neutralità e astinenza dell’analista. “E’ decifrando questo insieme di reazioni emotive controtransferali che l’analista raggiunge le sue conclusioni”, scrive, a  questo proposito, Roberto Speziale-Bagliacca (“Dare un corpo alle emozioni. Nota psicoanalitica sulla ricostruzione di alcuni eventi letterari”, pag. 160, in  Sentieri della mente a cura di Luigi Longhin, Mauro Mancia, Bollati Boringhieri, 2001)  e  Salomon Resnik (“Introduzione” a Glaciazioni, Bollati Boringhieri, 2001,  p. 9) che, per una vita, ha riflettuto a proposito della relazione psicoanalitica, ci confida con l’umiltà e la naturalezza, tipiche di un grande maestro: “Passo dopo passo, attraverso gli anni, continuo ad imparare, e questo mi aiuta nel mio itinerario di vita e nella comprensione degli altri.”.  (…) Anche nei libri della nostra Collana ci sono esempi in merito (pp.180-181). (…).

E quindi, se l’interazione analitica è stata con un operatore che, nella sua formazione, ha scongelato delle  potenzialità creatrici, attestandosi su un modo di vivere in cui l’esercizio della creatività apporti benessere e gioia, ci sono buone probabilità che anche l’analizzato possa arrivare a fare altrettanto se il rapporto analitico avrà la pazienza di attendere. E talvolta di pazienza ce ne vuole davvero infinita! L’analisi è anzitutto un’interazione di sfaccettature transferali controtransferali che si incontrano nello spazio di seduta e che si riconoscono nelle similitudini inconsce. Sta ovviamente all’analista decodificare le proprie, perché lo stesso lavoro possa avanzare fino al suo completamento. Sviluppando questo argomento a Lione (1996), in occasione di un  incontro tra micropsicoanalisti, avevo dato per scontato che chiunque avesse fatto una micropsicoanalisi, automaticamente, sarebbe arrivato alle radici della propria creatività. Oggi, onde evitare idealizzazioni o santificazioni del nostro modello la cui metapsicologia è tuttora oggetto di riflessione teorica, dico, molto più semplicemente ma altrettanto realisticamente che, chi scrive in  questa Collana, ha certamente lavorato con un analista che gli ha consentito tale traguardo. E’ indubbio poi che il modello micropsicoanalitico, per la profondità della sua indagine e la peculiarità della sua tecnica, più di altri consenta di arrivare a tale traguardo (…) raggiungendo la distensione, in modo più naturale di quanto non avvenga nella seduta classica (…).

Per quanto ne ho capito fin qui, è dalla distensione che si mette in moto la creatività (pp. 182-183) (….)  che si arricchisce di libertà (…) e il gioco è grosso modo sempre lo stesso, con la variazione dei terreni psicobiologici e le loro possibilità, a più livelli, di assorbimento dei traumi. Ciò che ci interessa, in quanto analisti, è sapere che con questa esperienza di ricerca intrapsichica, si possono formare dei nuovi imprintings  (Gariglio, 1992,1997, Bollettino IIM). “Dare vita a ‘gemme nuove’ e creare, quindi altre tracce all’interno della  propria organizzazione, ci dice, a questo proposito, Demarchi. Dalla rielaborazione, spontaneamente sempre in corso, dell’esperienza che, da personale è passata a quella clinica, posso confermare che per andare fino alle radici della propria creatività bisogna davvero averla attraversata tutta l’analisi, soprattutto nelle sue parti finali e più difficili da contattare. Mi riferisco all’aggressività di base, nelle sue zone distruttive, quelle zone cioè dove stanno celati i segreti delle persone, ben coperti dalle buone maniere e dagli stilemi di buona educazione. Quella parte dell’analisi cui fa riferimento, molto correttamente, l’autore, nella sua Introduzione quando parla, appunto, della necessità di andare  “fino in fondo a se stessi.”.  (…) Così, (…) oggi mi conforta conoscere la corrispondenza che sto scoprendo, in questo lavoro di ricerca e osservazione della creatività clinico-postanalitica. Il libero fluire, intendo,  tra liberazione del rimosso e conseguente possibilità di attingere ad un patrimonio potenziale creativo soggiacente. Se l’analisi prosegue e finisce, ci sarà una nuova ricchezza creativa.

Penso che, se questo percorso fosse conosciuto a priori, potrebbe forse abbassare la resistenza  nelle sue infinite gamme espressive e incoraggiare l’entrata nella vita di realtà.

Dunque, per quanto mi riguarda, non sono soltanto interessata alla psicopatologia, clou del nostro lavoro, ma alle possibilità creatrici dell’individuo, a cominciare dall’energia che si libera  allo scongelamento dei primi rimossi onto-filogenetici e che, anziché essere risucchiata dalla parte distruttiva della ripetizione, vale a dire la coazione a ripetere, come si è appena detto, può iniziare a misurarsi con l’energia racchiusa nelle singole potenzialità e reinserirsi, ad esempio, in una serena ripetizione di motivi o temi familiari. Ce ne fornisce un’ interessante testimonianza, Demarchi, alla nota 2 della sua Introduzione. ”Ricordo la contentezza provata nel sentirmi appartenere ad un tentativo familiare molto antico ma proprio per questo solido e ancora vitale.”. Ci sta trasmettendo la sua interpretazione del racconto, Giovanni dei quarti, apparso in Echi…Gemme (2001, pp. 56-64). Una situazione  riverbera e fa scattare il ricordo. Il tramite dell’affetto che è il transfert, rende possibile il ripetersi della cosa o il  riconoscimento del ricordo di copertura come ci verrà raccontato. Punto dunque pretraumatico, lontanissimo, che aggira la coazione a ripetere e si inserisce in un motivo familiare, cioè in una ripetizione non traumatica. E’ l’essersi riportati a questo punto pretraumatico a rendere creativo, nel senso di nuovo, un comportamento. In realtà sembra nuovo solo fino a che non si scopre che era “già” stato esperito, (…) scoprendo, andando avanti con la propria ricerca delle ascendenze, che qualche antenato l’aveva già fatto.  (…).

In questo senso, si può vedere anche come l’analisi, che include l’arricchimento apportato da sedute di approfondimento  (Cfr. in Echi…Gemme, 2001, pp. 8-9), resti, col tempo, un lavoro di ricerca individuale trasformatasi sempre più in auto-analisi. Un metodo di vita (…) che scarica la tensione e diseccita per una  maggiore autonomia.   (…). Vediamo dunque come i contenuti creativi, che discendono da questi contatti che prevedono di lasciarne altri ormai obsoleti, siano tratti dal passato onto-filogenetico della persona. Da quel passato conosciuto, come nel caso della scelta di fare una sceneggiatura a partire da un materiale noto (l’esperienza di rocciatore di Demarchi, in “Salire”), oppure come nel caso del tunnel dei Fumetti  –  con quelle due dune di sabbia, sempre presenti nello sfondo di ogni tavola che, alla fine, rientrano, nelle procaci forme di un corpo femminile  –  da qualcosa che, pur sconosciuta, cioè inconscia, sta ugualmente agendo come voce-guida interna. O da altro, ancora più lontano, fino ad ammettere echi di filogenesi, captabili nell’ontogenesi, secondo il pensiero freudiano.

Nulla di fabulistico, o di fantasioso (…), esempi  che hanno deviato, dopo il lavoro analitico, dai gorghi della coazione a ripetere, pescando appunto in motivi  o temi “non perversi”. (…)  realtà oggettiva da scovare dentro ciascun individuo. Insieme pulsionale rappresentazionale-affettivo di possibilità potenziali che, al momento giusto,  potrebbero attivarsi, dando un nuovo assetto alla vita di chiunque intraprenda questa strada (…) (pp. 184-186).  (…) Discorso che dovrebbe stimolare chi si occupa di psicoanalisi e quindi di rimosso e creatività, anche se la creatività è stata ancora abbastanza poco indagata, almeno classicamente.

Prima di tornare a parlarne, desidero tentare di sintetizzare in tre aspetti, cosa si possa sperare di ottenere da un’analisi in profondità, in quanto esperienza da considerarsi come propedeutica al libero esercizio della propria creatività. E ancora, che cosa rimanga, col tempo, di ciò che si è ottenuto.  (…).

Un’analisi dunque può finire quando si rilevi la caduta dell’interesse  per la ricerca delle origini dei propri traumi onto-filogenetici nei suoi collegamenti coi sensi di colpa, più o meno arcaici, a seconda del livello di immaturità narcisistica o della sofferenza traumatica, o della proiettiva ricerca dei responsabili. Così, quando la persona in analisi giunge a condensare l’interesse per sé con quello dell’approccio scientifico – o artistico o della visitazione  di entrambi gli aspetti – si trova, spontaneamente, inserita in un’ottica molto più ampia.

E’ l’inizio della  capacità di  relativizzare ossia, cambiare i punti di vista, con flessibilità e cuore di scienziato o/e artista, piuttosto che di nevrotico. Da qui, la persona potrebbe persino prendere contatto rappresentazionale-affettivo con la traccia dell’intensità delle grandi catastrofi iniziali, le glaciazioni, ad esempio, che hanno portato sostanziali adattamenti ai comportamenti ambientali oppure l’impatto con asteroidi e le grandi estinzioni animali, impatto registrato nella trama energetica del campo in cui è avvenuta la collisione, o ancora altri grandi mutamenti, rimanendone neutra o tutt’al più emozionata per la bellezza della scoperta che apre buone e nuove possibilità di riflessione.

E allora, ‘rileggere’ queste tracce di traumi oggettivi, potenzialmente sempre attive, ipotizzandole come sussulti energetici che, in occasione di esperienze iniziatiche molto disturbate, possono riattivarsi e rinforzarsi, predisponendo il nuovo nato ad un destino in cui il raggiungimento della distensione e quindi del benessere e della felicità saranno molto ostacolati.

Il che è ancora più primario di ciò che la psicologia prenatale e perinatale è arrivata a testimoniare, dimostrando finalmente la relazione tra certe difficoltà del feto-neonato e stati d’animo, depressione e personalità materne. (…) . A questo punto,  è davvero poco probabile che la persona non arrivi a relativizzare l’inevitabile, piccolo, meschino e  personale suo senso di colpa per ciò che è successo, nella sua gravidanza, in quella dei suoi figli, nei  postnascita di tanti, antenati e parenti attuali, nelle false o folli presenze materne, negli Edipi e controedipi, positivi e negativi,  più o meno “sanguinari” e via dicendo!

Insomma, essersi ingranditi della certezza che possa intervenire  anche il caso a far deviare un percorso, sia in ambito umano, terrestre o in senso ancora più universale. Sapendo bene che tutto può sempre ritornare, (persino le glaciazioni!) per la legge della ripetizione a cui però, forti di tutta questa conoscenza ed esperienza, si può almeno rispondere, con neutralità. Si è cioè sereni, sia di fronte all’imprevisto che all’inevitabile, non avendo altra possibilità, se proprio vogliamo contribuire a tentare di cambiare ‘qualcuno di questi giochi’, che il comprendere che cosa ci stia accadendo.

Comprendere per accompagnarci nel guado!

Le persone imparano così, via via, (il secondo aspetto!) a prendere piacere anzitutto dal proprio presente, godendoselo: “Vivere i propri giorni e basta!” scrive Demarchi.  Beninteso dopo che ci si sia soffermati tutto il tempo necessario: piangendo, sudando, gridando la consapevolezza del proprio odio e dolore, per svincolarne alfine l’energia e poter fare detto salto di qualità emotiva e di pensiero. E’ solo a questo livello che la rappresentazione si unisce, veramente alla pari, con l’affetto. Troppo spesso l’affetto non viene abreagito fino in fondo e rimane in circolo, disturbante in coinvolgimenti eccessivi, spesso proiettivi che rendono la vita un inferno. Troppo spesso la psicoanalisi delle sedute di 45 minuti è più rappresentazione che affetto!

Il terzo aspetto: dall’attrazione per i rapporti vissuti in modo edipico (sottomissione, ambivalenza, inferiorità,   etc), il clou dell’esperienza psicoanalitica freudiana, si passa all’attrazione per rapporti di collaborazione e interazione (dal Padre totemico ai fratelli!). E’ qua che si situa poi, anche la possibilità di incontri uomo-donna realmente soddisfacenti e propositivi, da un punto di vista dell’avanzamento del benessere sociale. Se ne legga qualcosa nella metafora  Salire. Anche in  Itinerando ne ho a lungo parlato (…).

Raggiunti dunque i tre aspetti (…), la creazione individuale di qualsiasi cosa è sentita, essenzialmente, solo con gioia. L’accettarne l’originalità rende esenti da: resistenze, colpa, invidia, confronti. Questo sto verificando col mio lavoro che confronto tutte le volte che mi è possibile (pp. 187-189).

(…) Ritornando quindi a parlare ancora un po’ di creatività (…), ci tengo a sottolineare la scarsa significatività, almeno per me, che l’originalità dell’inventore produca qualcosa di nuovo e insolito, necessariamente “anche” per la comunità umana, artistica o scientifica. E’ già sufficientemente compensatorio per tutti, che ci sia un beneficio, dall’analisi, nella vita di chi ha contattato le proprie potenzialità creatrici e in quella dell’entourage. ”Ora vivo creativamente l’intera mia vita, dove tento rapporti affettivi e lavoro interessante per le sue molteplici possibilità di creazioni”, ribadisce qui l’Autore.

 A questo proposito, i contenuti della Collana I Nuovi Tentativi non vogliono essere né una ricerca di genialità né, tanto meno, una sua celebrazione. Solo, se mai, la raccolta di testimonianze su cui poi riflettere: “I soli contenuti espressivi del libro (…) accompagnati dall’incontro con matrici affettive acquistano un valore diverso”, conferma Demarchi che non si sente certo un genio per aver acconsentito a degli impulsi espressivi di essere tradotti concretamente, com’egli dice con senso di realtà, in “contenuti probabilmente poco rilevanti da un punto di vista artistico.” (…) ma che si pongono come una possibilità ulteriore di scarico pulsionale, come fanno la seduta psicoanalitica (…) e il sogno (pp.190-195). (…).

Riassumendo e approfondendo: se dunque, come penso da tempo, un esercizio libero e naturale della propria creatività ritrovata al fondo del rimosso, permette una vera “messa in atto” che  può apportare miglioramenti e novità alla propria vita di realtà, potrebbe trovare ulteriore conferma l’ipotesi che la creatività postanalitica (…)  sia sullo stesso piano del sogno, quindi capace non solo di diseccitare o di mantenere in memoria forme del passato esperienziale onto-filogenetico, ma anche di fungere da induttore associativo per gli atti  che riguardano appunto la vita di realtà.

Sullo stesso piano, nel senso delle “leggi e delle caratteristiche” ma con la differenziazione, mi sembra oggi di poter dire, che  quando la creatività è scaturita dall’elaborazione dei traumi, mette in scena espressioni ed atti creatori, non più perversi, come può invece fare, a volte, il sogno, nell’ottica di diseccitazione di un terreno sado-masochista.

In questa ricerca in corso, sarebbe allora interessante poter registrare i sogni della persona che è stata in analisi, quando questa sia già  in grado di esprimere le proprie potenzialità creatrici. Se anche i sogni fossero più realistici, cioè meno coperti, deviati e deformati, con un contenuto manifesto condensato quasi con quello latente, come sembra succedere nelle espressioni artistiche postanalitiche, si potrebbe supporre che anche l’Inconscio, come già il Preconscio profondo, possa essere rimaneggiato, se in relazione con un Io ormai saldo. Oppure che si possano, almeno, contattarvi  materiali sempre meno traumatici. Quest’ultimo aspetto si può dimostrare, quello precedentemente accennato potrebbe solo essere metapsicologia. E’ certamente un desiderio della scrivente, attratta dal cambiamento ad ogni livello.

Dopo queste osservazioni generali sulla creatività e i suoi rapporti con l’analisi, voglio parlare ora un po’ in dettaglio di questo secondo libro di Enzo Demarchi la cui preziosa collaborazione ha  permesso di giungere  ad esaminare gli aspetti di cui sopra. Il mio compito è stato anzi molto facilitato dalle interpretazioni fornite con naturalezza e a posteriori dallo stesso Autore. Degnissimo segno di raggiunta neutralità rispetto al proprio lavoro analitico! Ho dunque via via soltanto preso a prestito qualcuna di queste autointerpretazioni per costruire o ribadire qualcosa del discorso in stesura sulla creatività postanalitica. (…). Inoltre, avvalendomi solo delle interpretazioni fornite dall’Autore, ho evitato di cadere in interpretazioni selvagge, cioè inopportune perché fuori setting, come, a mio avviso, certo filone di psicoanalisi biografica dopo Freud che si occupa di definire ed esaminare l’artista e la sua opera come se si trovasse di fronte ai suoi sintomi. Per nostra buona pace, qualsiasi Autore della Collana I Nuovi Tentativi è in grado di autointerpretare, se lo desidera, il proprio materiale creativo postanalitico, avendone interiorizzato il metodo, nel suo lungo lavoro di ricerca. Al lettore, poi, identificarsi con questo o quel contenuto espressivo. A sua necessità! (p.196).

 Quindi, l’ interesse, in questo contesto, va anzitutto all’ ‘originalità’ con cui si presenta Linguaggi” che testimonia un percorso in cui l’esercizio della creatività è approdato a diverse manifestazioni. Queste si animano a partire dalla fine di una esperienza di analisi personale, inizialmente sotto forma di Fumetti che, trattando di “solitudine, silenzio e isolamento”, parole dell’Autore, possono essere viste come un tentativo di illuminare zone ancora oscure, da un lato e dall’altro, di anticipare il cammino da farsi. “Quanto alla solitudine, al silenzio e all’oscurità, Freud afferma nel 1919 (“Il perturbante”, Opere, vol. 9, p. 114),  possiamo dire (…) che sono veramente le situazioni alle quali è legata l’angoscia infantile di cui la maggior parte degli esseri umani non riesce a liberarsi mai completamente.”. In merito a quel ‘mai’ freudiano, che intristisce per la sua assolutezza, il lavoro di Demarchi potrebbe darci qualche speranza di reversibilità. Glielo auguriamo e ce lo auguriamo. (…).

Insieme ai due aspetti appena citati, si può anche vedervi il primo tentativo di interloquire con le forze profonde, originarie del proprio psichismo, quelle cui, dopo l’analisi si attingerà sempre, senza più la mediazione del transfert analitico da cui, prima o poi, ci si è separati. Qui, l’Autore dimostra anche come qualche insight  possa manifestarsi ben al di là della frequentazione del setting analitico, nella sedimentazione e ancora oltre. Praticamente sempre! Lo si vede molto bene nell’intera stesura di Contatto, originatosi, secondo il racconto, in un colpo solo. E lo ribadisce nelle presentazioni ai suoi lavori creativi (…).  A questo punto, intanto, per l’aspetto che qua ci interessa, la capacità creativa, ormai diventata naturale e fisiologica, dimostra di essersi mantenuta e di aver arricchito in originalità, le possibilità esperienziali ed espressive del soggetto, al di là degli inevitabili ritorni indietro, di cui alcuni echi sono ancora individuabili nelle poesie (…).  Il rapporto col proprio psichismo è autonomo e l’Autore, che ora dice di mettere spontaneamente la creatività al servizio della sua vita e del lavoro, è diventato “l’analista di se stesso”. (…). Leggendo le poesie, (…) scopro nuovi tentativi ricombinatisi da un potenziale inconscio, (…) certamente soggettivo (…). Indagando, si potrebbe forse scoprire che, per altri personaggi della stessa famiglia, attuali o passati, il ‘nuovo’ della poesia  e della sceneggiatura non sarebbe  tale…. Ciò che conta,  (…) è quel sentire la propria realtà come nuova. E’ solo da ciò che può scaturire ‘movimento’, che può portare, come si diceva, al cambiamento dei punti di vista usuali, da cui possono, ad esempio, diventare nuove, anche relazioni affettivo-sociali sentite, fino a lì, in modo diverso. E’ ancora qui ad esempio, che si possono contattare altre sfaccettature  delle persone che condividono lo stesso ambiente. (…) (pp.197-199).

– Di qui, direbbe Nicola Peluffo, e lo aggiungo ora (2014), ricordando il mio maestro con affetto e gratitudine per ciò che ha trasmesso a tanti, può nascere di tutto! –

(…) Mentre lascio le ricerche sulla “possibilità di creazione di nuova materia” ai fisici teorici, sperando che magari un giorno, qualcuno di loro lavori in sinergia con i Teorici della Psicoanalisi e della Micropsicoanalisi, noi ci accontentiamo, in accordo con Freud, di pescare dalla Poesia ‘anticipi’ di qualche verità che un giorno forse potrebbe trovarsi a diventare Scienza. (…) .

E, intanto ci dà soddisfazione, come micropsicoanalisti, sapere che il nostro lavoro analitico, almeno qualche volta, è riuscito a raggiungere un pò di quella ‘rarefazione’ cui sembrerebbe tendere l’Universo: “In una distribuzione frattale come quella dell’albero le ramificazioni lasciano sempre più spazio all’aria e alla luce mano a mano che ci si allontana: il vuoto si insinua sempre di più dentro il pieno fino a rendere l’insieme una trina leggerissima che sfuma nel nulla.”  (Amendola, Il cielo infinito, Mondolibro, 2000, p. 237) (p. 201).

D. G., 2002


– Liliana Bal Filoramo: Prime impressioni di lettura” (pp. 206-207)

“La psicoanalisi e, in particolare, la micropsicoanalisi manifestano, da sempre, un interesse privilegiato per il tema della trasformazione.

Nel 1977, Nicola Peluffo pubblicava un prezioso volumetto dal titolo Micropsicoanalisi dei processi di trasformazione, nel quale si soffermava, in particolare, sugli aspetti psicologici  inconsci connessi alla gravidanza, considerati dal punto di vista  della relazione profonda  che, a partire  dal momento del concepimento, viene ad  instaurarsi  tra la madre e, progressivamente, l’embrione-feto.

Posso affermare, a posteriori, che proprio questa è stata la chiave di lettura, sotterranea, di quest’opera originale in cui la produzione letteraria e poetica di Enzo Demarchi si intreccia alle acute riflessioni di Daniela Gariglio, lucida, ancorchè partecipe, osservatrice e cronista di un processo  trasformativo che, per il protagonista,  culmina in una rinascita conquistata anche grazie alla progressiva  riscoperta delle proprie potenzialità creatrici.

Nicola Peluffo considera infatti la nascita di ogni essere umano, pur sulla base dell’ambivalenza affettiva che caratterizza ogni gravidanza, anche quella più desiderata (…), un evento connotato da un aspetto liberatorio piuttosto che traumatico, come sosteneva invece Otto Rank.

Analogamente, il percorso micropsicoanalitico si configura attraverso i “nuovi tentativi” messi in luce da Daniela Gariglio e resi possibili dal recupero energetico che si realizza grazie al dissolvimento dei nuclei di fissazione, come un gesto vitale e creativo, i cui frutti vengono qui offerti sotto forma di poesie, narrazioni, racconti e disegni (il delizioso fumetto “Leggy”).

Ovviamente (…) ogni analizzato (…) racchiude in sé una potenzialità creativa che attende di essere scoperta e liberata dai freni inibitori, dalle spinte autosvalutative che hanno origine da un Super io sadico, dal dispendio energetico causato dalla coazione a ripetere (…).

Ringrazio quindi, Daniela Gariglio e Enzo Demarchi per la testimonianza offerta, ancora una volta, degli effetti stupefacenti che il percorso micropsicoanalitico, ancorchè impegnativo e spesso faticoso, come può rivelarsi del resto ogni processo di gestazione, produce su chi, con fiducia e determinazione, lo porta a compimento.”

L. B. F.,  2002


Anna Gogliani Maritano: “Prime impressioni di lettura” (p. 205)

“ La lettura dello scritto di Daniela Gariglio sul tema della creatività, collegato al lavoro micropsicoanalitico, ha fatto immediatamente riaffiorare alla mia memoria  uno degli aspetti di Silvio Fanti che più mi hanno colpito in dal momento in cui l’ho conosciuto.

L’idea che la micropsicoanalisi  possa essere uno strumento utile all’uomo per vivere meglio  con se stesso e coni suoi simili, uno strumento quindi di benessere sociale.

I concetti espressi da  Daniela,  per altro estremamente complessi e frutto non solo di anni di intenso lavoro ma anche di profondo interesse per ciò che l’uomo è e per le sue potenzialità sovente celate, li ho sentiti  importanti per il legame che essi hanno con il quotidiano di ciascuno di noi.

Si è sovente portati a pensare che l’analisi sia un fatto riservato a qualche privilegiato che può fare un’esperienza un po’ speciale di conoscenza della propria intimità.

Quasi mai ne vengono sottolineate le conseguenze, nel normale quotidiano delle persone: il poter vivere meglio, in armonia creativa in rapporto alle proprie potenzialità .

Ed invece è proprio questo l’aspetto che io ho colto tra le righe del discorso di Daniela Gariglio e che mi piace sottolineare.

Attraverso esempi  e riferimenti ci fa capire che esiste una strada per stare meglio, per rispondere in maniera creativa alle sollecitazioni della vita di tutti i giorni, anche nei suoi aspetti più banali e comuni, per uscire dalla condizione di ciò che è prigioniero ma si crede libero.

Mi piacerebbe che il messaggio racchiuso in queste riflessioni colte ed articolate potesse giungere anche ai non addetti ai lavori, alle persone che incontriamo nella vita di tutti i giorni e che si interrogano su loro stessi, sul perché succedono certe cose e su dove sta andando il mondo: la lettura di queste pagine di Daniela Gariglio e dell’intero libro, con le manifestazioni creative dell’Autore Enzo Demarchi, potrebbe rappresentare un’esperienza in grado di svelare strade percorribili ed orizzonti raggiungibili.”

A. G. M.,  2002


– Qualche recensione di Linguaggi:

Linguaggi”, di Enzo Demarchi, è un percorso creativo che comprende varie forme espressive (fumetti, poesie, prosa), presentate nel rispetto cronologico della loro creazione. Il libro appartiene alla Collana di creatività postanalitica: I Nuovi Tentativi, ideata e diretta da Daniela Gariglio  e propone contenuti creativi di Autori, accomunati da un personale lavoro analitico, terminato e sedimentato (…) Il testo di Demarchi si divide in due parti: una creativa, nella quale l’autore presenta il suo personale  percorso di liberazione (…),  la seconda parte è scientifica e riguarda la presentazione teorico-pratica della dottoressa Gariglio, in merito alla creatività postanalitica, sintesi di un lavoro durato anni.”
(La Stampa,  23 marzo 2003)

L’analisi e poi la consapevolezza di se stessi  

In Linguaggi (…), la creatività dello scrittore prende vita pagina dopo pagina, in un crescendo di intensità e di profondità, a partire dalla fine di un’analisi personale. (…) . In copertina una fotografia in bianco e nero, consunta e ingiallita dal tempo: cento anni di storia di una famiglia qui condensati, messaggi dimenticati, ma pronti a riaffiorare. Alla ricerca di quei ricordi affettivi antichi, voci flebili sepolte nella memoria, si muove “Linguaggi (… ) summa di un lungo percorso alla scoperta delle proprie radici creative (… ) Protagonista è la creatività personale che fluisce naturale dopo l’analisi e si mantiene, filo conduttore di tutto il testo (… ). Il passato ritorna, esce dal ricordo e diventa vita, realtà da cui partire e andare avanti, con maggiore consapevolezza di sé (… ). L’ultimo linguaggio inserito nel libro, “Contatto” segna, come scrive l’autore, “l’uscita dalla latenza”, stato di paralisi della volontà, notte scura in cui la persona è stata imprigionata: l’uscita è verso la luce, come contatto e riscoperta di sé. E del proprio passato, alla cui riappropriazione con l’analisi ormai si è giunti (… ). Il libro diventa dunque un sentiero che l’autore traccia e in cui la creatività a poco a poco si svela: tappa per tappa il lettore scopre qualcosa di nuovo, tante chiavi di lettura (…).Nella “Presentazione del lavoro teorico-pratico sulla creatività postanalitica”, Daniela Gariglio esamina, in generale, la creatività stabilizzatasi nell’individuo, dopo essersi affacciata durante l’analisi ed essersi iniziata a sviluppare sul finire della stessa, quando il peso dei traumi psichici è stato relativizzato e la libertà creativa raggiunta è decisamente tendente al benessere e alla realizzazione di sé. La seconda parte del libro termina con due Impressioni di lettura della Dottoressa Anna Gogliani (Psicologa Specialista in Psicoterapia Relazionale, micropsicoanalista) e della Prof. Liliana Bal Filoramo (Docente di Psicologia dinamica, Facoltà di Psicologia, Università di Torino).
(La Sesia, 21 marzo, 1 aprile 2003)

“Nel saggio “Creatività e libertà postanalitica: percorsi di realtà, Gariglio presenta la creatività come una disposizione naturale, talvolta ostacolata dalla sofferenza e che, una volta disinceppata da un adeguato lavoro psicoanalitico, può accrescere nell’individuo il raggiungimento della distensione, portando a termine soddisfacenti atti creativi, nella vita di realtà (…). Appare quindi come attore, sotto alla leggerezza di espressioni creative apparentemente sorte dal nulla, la parte energetico-pulsionale dello psichismo che funge da induttore e ispiratore costante.”
(Il Monferrato, 21 marzo, 18 aprile, 2003)

“E’ stato presentato domenica mattina presso la Biblioteca Civica Favorino Brunod, alla presenza del sindaco, assessore alla cultura e numerosi altri invitati  “Linguaggi (Rapporti nati dalla  ricombinazione di voci antiche”  (… ).    Le tavole originali del fumetto di “Linguaggi” ( … ) sono state  ospitate per tre settimane in una mostra e Torino, in corso Unione Sovietica 490, presso la sede dell’A.T.I.F., Associazione Torinese Immagine e Fumetto che gestisce l’Osservatorio Regionale Giovanile Illustrazione e Fumetto. Il libro è stato presentato (… ) alla presenza di un pubblico particolarmente numeroso…
(La Nuova Periferia, 19, 26 marzo  2003)



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