Psicoanalisi Applicata

Pubblicato il 13 marzo 2014 | di

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La festa della Radeca: alcune considerazioni psicoanalitiche sul Carnevale

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(estratto dalla Conversazione tenuta al XXVI° CONVIVIUM, Fiuggi, 9 febbraio 2013)

Queste riflessioni partono dall’osservazione di un particolare rito che si tiene nell’ultimo giorno di Carnevale a Frosinone.
Come già più volte ribadito dalle pagine di questa rivista, la psicoanalisi ci insegna che riti e miti contengono, per spostamento e condensazione, le angosce reali o fantasmatiche dell’uomo. Anche la prospettiva etno-antropologica vede il rito come forma socialmente codificata di elaborazione dei conflitti ed è con queste chiavi di accesso che cerchiamo di avvicinarci alla radice della “Radeca”.
E’, questa, il simbolo dell’omonima festa, la più originale, tradizionale e vivace della vita cittadina: una foglia di agave, brandita come un pennone dai partecipanti al corteo che precede il fantoccio del Carnevale con danze e grida in un alternarsi di ritmo funebre e saltarelli scatenati fino alla fine della giornata. In conclusione si brucia il Carnevale che tornerà puntuale l’anno successivo, alla fine dell’inverno, quando la natura riprende a germogliare.

I Radecari di Frosinone

I Radecari di Frosinone

Simile a tanti altri carnevali per il senso del burlesco, della malizia e della licenziosità con cui si susseguono maschere e carri allegorici, la Festa della Radeca ha la sua originalità proprio nel corteo finale, che procede dal Rione Giardino, dove ha sede l’Associazione che cura il fantoccio del Carnevale. Il corteo avanza con l’orgoglio del Gonfalone, il Sindaco, il Notaro, le note sorprendenti della banda musicale che intona con ripetitività ossessiva un pezzo di anonimi del 700. Intanto i balli scatenati dei “radecari” si susseguono girando in cerchio in un verso e nell’altro innalzando la foglia di agave al grido feroce: “Essigliè!” (“Eccolo!”).

Tra le sovradeterminazioni di questo rito non manca il più noto “Carnem-levare”, togliere la carne, significato di tradizione medievale riferito ai digiuni quaresimali. Anche oggi l’aspetto del sacrificio è rappresentato dalla danza funebre e finisce con il falò che uccide il fantoccio per poi proseguire, almeno fino a qualche decennio fa, con le privazioni religiose pre-pasquali.

Ma fatti più recenti legati al rito della Radeca risalgono alla fine del settecento quando, nello Stato della Chiesa, fermo e immobile più o meno al medioevo, arrivarono le eco della Rivoluzione Francese sulla punta delle baionette dell’Esercito Napoleonico. Ma il tentativo di esportazione dei valori rivoluzionari non risultò molto coerente e la Repubblica Romana, che pure aveva ribaltato la classe dominante locale ed espropriato i beni ecclesiastici, aveva richiesto nuove tasse. Fu la rivolta. Il contingente francese reagì e un’armata con a capo il generale Girardon entrò in Frosinone saccheggiando e uccidendo: fu un trauma per la popolazione. L’anno dopo, nel 1799, un altro generale francese, Jean Etienne Championnet doveva arrivare in città proprio nei giorni del Carnevale, periodo in cui, per antica tradizione romana, erano sospese le attività giudiziarie (come Natale, l’Epifania e i periodi di raccolto). Nel giorno della Radeca, dunque, ci si aspettava da un momento all’altro l’arrivo del nuovo generale, capro espiatorio delle malefatte del predecessore, al grido rimasto invariato: “essigliè, essigliè!”. Non sembra che questi arrivasse proprio in quel giorno, ma è rimasto nel rito per l’attesa, l’invocazione, il bisogno di scaricare l’aggressività beffeggiandone la caricatura, portandolo alla berlina come un trofeo al suono dell’insistente ditirambo che culmina con il sacrificio e il grande falò.

Oggi il Carnevale è una festa molto amata dai bambini che possono liberarsi di qualche regola, sporcare con i coriandoli, indossare  l’abito dei grandi o di una favola amata ed assumere per un giorno l’identità dell’eroe più caro. Perché anche attraverso il gioco delle identificazioni nei personaggi di riferimento, si costruisce l’Io, la struttura della psiche che si pone in relazione con le pulsioni dell’Es, con le richieste del Super-io ed in confronto con la realtà. Quale maggiore affermazione per una bambina che essere Cenerentola, la piccola sfruttata da tutte le donne della casa, ma che riesce ad  avere il riconoscimento dell’insuperabile fascino femminile che la rende la prescelta del Principe Azzurro? Tutto questo può il Carnevale: la realizzazione dei desideri edipici per un giorno solo; poi torneranno le ripetizioni.

Frustrazione e appagamento, morte e vita si inseguono continuamente nel  ritmo ossessivo della musica del Carnevale le cui origini più antiche risalgono alla processione dionisiaca: il ditirambo.

baccanteIl ditirambo è una composizione in cui poesia, musica e danza si fondono e andranno poi a condurre l’ordito della tragedia greca. Nel ditirambo la danza è eseguita in circolo fino a una cinquantina di danzatori mascherati. E’ un ballo drammatico e rapido, in cui cittadini e sacerdotesse mascherati, ebbri di vino, inneggiano a Dioniso con lamentazioni e canti di giubilo al suono cupo e furente di percussioni rudimentali e flauti. Così appaiono rappresentati sugli antichi vasi o bassorilievi marmorei. La maschera costituisce un elemento essenziale delle celebrazioni in onore di Dioniso: le Menadi, seguaci dirette el dio, erano ornate con pelli di animali e grandi falli con i quali irroravano i campi in segno di fertilizzazione per il nuovo raccolto.

“Evoè evoè” 1 gridavano durante le processioni: un grido come inno alla vita che non cessa mai di scorrere, che rinasce continuamente con la nuova stagione come il ciclo continuo della pulsione di morte-di vita.
“Essigliè essigliè” è il grido odierno del ditirambo scaramantico della processione itifallica che così esplicita, in dialetto ciociaro:

“i s’è ammosciata la radeca
nen s’aradrizza chiù”

laddove il riferimento alla propiziazione della feritilità appare esplicito.
Siamo cosi introdotti alle origini dionisiache della festa della Radeca.

Un accenno a questo discorso sul carnevale risale già a “Menadi”, uno dei miei primi articoli pubblicati su questa rivista; il lavoro parlava di donne che arrivavano di notte in ospedale in preda a una furia orgiastica. Il carattere e la sintomatologia di queste persone avevano elementi comuni che travalicavano la diagnosi: erano istrioniche e seduttive, ma soprattutto con una prevalenza motoria resa ancora più manifesta dall’uso concomitante di alcolici o altre sostanze psicoattive.

Del resto, in preda agli effetti inebrianti del fermentato d’uva, che s’iniziò a coltivare fra 10/8.000 anni fa, i misteri dionisiaci erano veramente feroci, non solo per gli agiti sessuali senza controllo, ma anche per aggressioni e uccisioni. Di questo carattere ferino, vorace e cannibalico l’esempio più eclatante è rappresentato dalle Baccanti di Euripide in cui si racconta che Penteo, re di Tebe, aveva cercato di regolamentare i disordini che derivavano da questi riti negando la natura divina i Dioniso e proibendone il culto. Aveva, però, incontrato l’opposizione drastica delle sacerdotesse, fra le quali la stessa madre Agave e le sorelle, che imperversavano sul monte Citerone squartando mandrie di vacche, rapendo bambini e seminando il terrore. Penteo stesso fece quella fine: le sue parenti, ubriache, non lo riconobbero e lo smembrarono. Facendo partecipare Agave e le sue figlie all’omicidio di Penteo, Euripide indica quale condizione di alterazione delle funzioni psichiche sia indotta dall’alcol: l’affettività è stravolta, la percezione inattendibile e il passaggio all’atto la regola. Ma Euripide sottolinea anche quale ferocia possa essere celata nelle relazioni familiari il che non stupisce nemmeno oggi, se si tiene conto dei tanti efferati delitti che si verificano nelle mura domestiche, con o senza la spinta delle droghe moderne.

Léopold_RobertIl riferimento a stati alterati della coscienza è una costante nei riti di Dioniso e nel carnevale. Le menadi sono rappresentate con il tirso, un ramo d’abete avvolto in edera usato per mescolare una bevanda inebriante primitiva: la birra di abete rinforzata con succo d’edera e addolcita con idromele (cosiddetto “nettare degli dei) ed oggi, dopo l’importazione dall’America, l’agave ne ha preso il posto.

Elegante e facilmente inserita nell’habitat del nostro Paese, questa pianta è stata battezzata da Linneo con il nome d’agave, che significa venerabile, ma è anche il nome della terribile menade figlicida della tragedia di Euripide: una monocotiledone utile per manifatture pratiche e povere, ma anche base per potenti fermentati quali la tequila, il pulque. Birra d’abete, vino, tequila: la ricerca di stati alterati della coscienza si accompagna al culto di Dioniso o a quel che ne resta in traccia.

Dioniso e i satiri

Dioniso e i satiri

Il mito di Dioniso inizia con una fase ambigua in cui viene indicato come dio del disordine e le celebrazioni dionisiache confermano questi aspetti. Concepito da uno dei tanti amori adulterini di Zeus, Dioniso rischiò di essere incenerito prima della nascita dalla gelosia di Era, gelosa. Ma Zeus raccolse il feto dal ventre di sua madre Semele e ne continuò la gestazione in un marsupio ricavato dalla sua coscia. L‘immagine di Dioniso ri-partorito dalla coscia di Zeus colpisce per la sua attualità, oggi che le pratiche di fecondazione artificiale o in vitro sono così diffuse e che, per le fantasie di maternità maschili, si parla di figli di soli padri. Il mito ci indica come le fantasie dell’uomo siano, in realtà, sempre le stesse e che il desiderio ultimo della sessualità, sia quello di riprodursi, non in generale, ma di riprodurre proprio se stessi, come per clonazione. Così, del resto, avevano pensato i nostri progenitori fino a quando il rapporto fra coito e riproduzione non era ancora compreso e si pensava che le donne fossero depositarie del mistero della fecondazione attraverso le forze della natura, le acque di un fiume o il vento, entità alle quali ci si rivolgeva devotamente con sacrifici. Quando questo mistero fu compreso il ruolo della donna onnipotente si riequilibrò. Ci sono alcuni elementi che collegano l’ingresso di Dioniso nel Pantheon classico, l’episodio della gestazione da parte del padre Zeus, il ridimensionamento della posizione della donna nella vicenda riproduttiva e il culto fallico delle procesioni dionisiache, l’immensa collera di Era che contrastava la diffusione del culto di questo dio usurpatore e lo inseguiva dovunque andasse.  Il dio era costretto a mascherarrsi ed è spesso rappresentato come capro: tragos.

Riti dionisiaci, sacrificio del capro e tragedia si trovano dunque su un filone comune in cui il ditirambo classico è la forma espressiva che lancia la tragedia e quello della Radeca ne è la traccia attuale.

Sul rapporto tra spirito dionisiaco e tragedia, F. Nietzche ha avanzato alcune interessanti osservazioni. Il fenomeno dionisiaco nella cultura greca e, quindi, nella cultura occidentale, rappresenta per Nietzche una spinta vitale proprio per i suoi aspetti di destabilizzazione, di disordine, di disorganizzazione: un’affermazione della vita.
Detto in termini più attuali: all’aumento dell’entropia, libera delle quote di energia che diventano potenzialmente disponibili.
Al contrario, nello spirito apollineo, statico e contemplativo, c’è una prevalenza di morte.
Nietzche trova, nel fondo di distruzione, la gioia della inesauribilità.
Nella sua opera Al di là del principio di piacere, Freud parlerà di effetto reboud dalla pulsione di morte verso la pulsione di vita (e viceversa), in quel  susseguirsi di prevalenze dell’una o dell’altra che in micropsicoanalisi abbiamo racchiuso nell’unica pulsione: la pulsione di morte – di vita.

E’ il ripetersi ciclico che Nietzche chiama dionisiaco.
Dionisiaco è “lo spirito del poeta tragico che, oltre il terrore e la pietà, è la gioia eterna del divenire che comprende anche la gioia nell’annientare…”.
Tra il divenire continuo delle stagioni, i doni e gli insulti della natura, l’allegria e la ferocia delle processioni dionisiache e della Festa della Radeca possiamo trovare la stessa rappresentazione del ciclo pulsionale.

Gioia Marzi ©

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Bibliografia:

Anati: “L’epoca dei sogni”
Aristotele: De arte poetica
De Martino E. : Morte e pianto rituale
Freud: “Al di là del Principio di Piacere”
Kerenyi K.: Dioniso. Archetipo della vita indistruttibile
Graves: “I Miti Greci”.
Nietzche: “Ecce homo”
Tartari: “Rappresentazione del mondo nella Grecia Arcaica”

Note:

1 –  “ Evoè ! (eu= bene: “viva lui”) torna su!



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Notizie sull'Autore

Marzi Gioia

La Dott.ssa Gioia Marzi è nata a Roma il 30 maggio 1952.
Psichiatra e micropsicoanalista, dal 1980 lavora presso il Dipartimento di Salute Mentale di Frosinone e, dal 2005, è responsabile del Servizio per i Disturbi Alimentari e Psicopatologia di Genere. Docente presso il corso di Psicologia e infermieristica in Salute Mentale - Modulo: Psichiatria - Universita' La Sapienza - Roma. Ha una vasta esperienza di psichiatria forense in materia di violenze e abusi sulle donne e sui minori. Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche, collabora con la rivista Scienza e Psicoanalisi curando la rubrica di psichiatria dal 1999.
Esercita a Frosinone e a Roma dal 1985.



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