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Pubblicato il 5 aprile 2016 | di

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PASSI NELLA NOTTE: Il caso clinico di Ines

Ines è una giovane impiegata di bell’aspetto, afflitta da un doppio tormento. Nei momenti di più alta tensione si trova costretta, suo malgrado, a scarnificarsi le gote, infliggendosi lacerazioni anche profonde; quando le pomate cicatrizzanti sembrano sortire il loro effetto risanando la piaga, ecco riemergere l’incoercibile impulso che la obbliga a ripetere la dolorosa operazione. Il secondo problema che la assilla, pur in modo meno pernicioso, è anch’esso un agire coatto, che sfugge al controllo della sua volontà e ai suoi buoni propositi: appena il fidanzato, un ragazzone sportivo che sprizza ormoni e salute, sembra lanciare una benché minima occhiata a un’altra ragazza, magari di sottecchi e senza alcuna malevola intenzione, ecco che la mano di Ines si anima da sola, mossa da furia incontenibile, e parte un sonoro ceffone, che va ad imprimersi sulla guancia dell’ignaro giovine, ovunque essi siano, al ristorante, in discoteca, per strada o sul treno. Naturalmente l’atletico fidanzato si dichiara un po’ stufo di tale atteggiamento e dimostra chiari propositi di rompere la relazione; e questo non tanto per le sberle quanto per la cattiva figura che fa davanti alla gente: sembra quasi che egli sia un giovane lubrico, sempre a caccia di avventure sessuali con belle sconosciute da abbordare per strada, mentre, in cuor suo, ha soltanto il desiderio di vivere in pace con Ines, dedicandosi ai suoi sports preferiti. Unico figlio maschio con due sorelle più grandi, gode di eccellente salute psicofisica, è sempre di buon umore e profondamente innamorato della sua ragazza. Non ha nessuna intenzione di sottoporsi a sedute di micropsicoanalisi, vorrebbe solo che Ines smettesse di schiaffeggiarlo pubblicamente. Pazienza per le sottili cicatrici che le arabescano il viso, basta che d’estate non si abbronzi in faccia; pazienza anche per i lunghissimi periodi di astinenza forzata a cui viene obbligato dalla compagna, periodi che in cuor suo accetta di buon grado perché sintonici e sincronici con il ben nutrito programma di allenamenti, gare e partite. Ma se non si risolve il problema del ceffone si troverà ben presto costretto a lasciarla.
Ultimo particolare degno di nota, aggiunto quasi con nonchalance in fine colloquio, è che Ines, quasi trentenne, per la banalissima ragione di una casa diventata ormai troppo grande dopo la morte del padre e quindi troppo costosa da riscaldare interamente, continua a dormire nel tepore del letto matrimoniale insieme alla mamma e non manifesta intenzione alcuna di traslocare in un’altra stanza, troppo fredda ed inospitale per accogliere il suo sonno.
Come molto spesso accade, le prime sedute delineano in modo puntuale ed evidente la struttura conflittuale che tormenta la giovane. Già la sua mamma era afflitta dalla medesima sofferenza: moglie di un ferroviere quasi sempre in trasferta, trascorreva notti e giorni a grattarsi per tutto il corpo, incidendosi piaghe che diventavano purulente; quando Ines era bambina, la donna passava lunghissimi periodi sola con la figlia, senza quasi mai uscire di casa: era ossessionata dall’idea che i vicini, vedendola per strada senza marito, pensassero che “facesse la vita” o comunque tradisse il consorte a suo piacimento. Il materiale associativo dell’analizzata si concentra essenzialmente sui sentimenti di ostilità rivolti verso la figura materna, che la obbligava a trascorrere interminabili giornate insieme a lei, senza mai poter uscire; vissuti di rabbia, noia ed impotenza si snodano monotoni seduta dopo seduta. Talvolta Ines si accorge che le stesse emozioni e sensazioni dell’infanzia si ripetono identiche nella sua vita di adulta: l’unica differenza è che al guardiano di un tempo, la madre, si è venuto a sostituire il fidanzato, che non ha mai voglia di uscire con lei perché è sempre stanco, sfinito o dal lavoro o dall’attività atletica. Serate e fine settimana si svolgono identiche a quelle di una volta, sdraiati sul divano a guardare la televisione che ora è a colori e non più in bianco e nero. Anche le fantasie di evasione sono quelle di un tempo: scappare di casa ed aggregarsi a una compagnia di girovaghi e saltimbanchi, che l’avrebbero dolcemente rapita e trascinata in un vortice di vita e passione. A proposito di girovaghi, gente delle giostre e tendoni da circo, le viene in mente una fantasia recondita, mai confessata, che le ha frullato in testa praticamente da sempre, fin da quando ha memoria: “…Io non sono figlia di mio padre ma di uno sconosciuto, che una sera d’estate si approfittò di mia madre che, ignara, si era allontanata dal “palchetto” 1 dove era andata a ballare con le amiche. Mia madre non vide mai il volto di quell’uomo e non ne conobbe mai il nome, conservò solo il ricordo di un rapido momento e poi il rumore dell’uomo che si allontanava nell’oscurità. Io sono la figlia di quei passi nella notte e a volte, in un incubo, mi risveglio terrorizzata dal suono di quei passi che mi rimbombano in testa…”.
Verso la fine del periodo di lavoro micropsicoanalitico concordato, Ines riuscirà a rimemorizzare alcuni ricordi preconsci rimossi, il cui contenuto riguarda i rientri notturni del padre mentre lei era profondamente addormentata nel letto matrimoniale insieme alla madre. Ricordi che trascinano vissuti di abbandono, solitudine e paura, frammisti a fortissime sensazioni di angoscia, che però non vengono riconosciute nella loro vera natura di eccitazione sessuale: comunque si tratta di un primo abbozzo elaborativo dell’Edipo positivo in fase fallica. Il lavoro micropsicoanalitico si interruppe a questo punto e non ho mai più rivisto Ines, per cui non mi è dato sapere quale giovamento tale elaborazione possa aver comportato nelle tribolazioni della giovane: tuttavia mi è lecito supporre che la diminuzione dell’angoscia possa aver abbassato la necessità di dormire con la madre ed abbia pertanto abbandonato il talamo nuziale, anche se dubito molto che l’impellenza coatta dell’agire caratteropatico sia diminuita e che quindi il suo volto sia meno devastato dalle ferite autoinferte.
Anche se largamente incompiuto, questo caso mi permette di sviluppare alcune riflessioni sia di ordine clinico sia di natura metapsicologica.
Le riflessioni di ordine clinico considerano le caratteristiche del terreno: lo specialista avvertito avrà infatti riconosciuto di primo acchito l’architettura conflittuale del caso citato. In casi più benigni essa infatti è la medesima che sostiene il manifestarsi dell’ereutofobia, una nevrosi molto meno grave, che affligge una grande quantità’ di fanciulle (e non solo) e che raramente conduce il soggetto a consultare uno specialista. Nell’ereutofobia infatti, il ritorno del medesimo desiderio rimosso che caratterizza il conflitto di Ines viene risolto tramite un processo di benigna conversione isterica e di spostamento verso l’alto. Ossia, il desiderio di concedersi a uno sconosciuto, a un passante, viene realizzato in modo sintomatico per spostamento della profferta amorosa verso il volto: l’esibizione del turgore vulvare viene sostituita dalla dilatazione capillare che provoca rossore e, al contempo, scatena la reazione di vergogna e quindi di repulsione verso l’atto che si vorrebbe compiere. Ora, statisticamente parlando, la risoluzione sintomatica del desiderio sessuale di farsi abbordare (cioè, nel senso senso attivo del moto co-pulsionale: di adescare) da uno sconosciuto si compie normalmente all’interno del registro fobico: ereutofobia, agorafobia, rupofobia, ecc. Il caso di Ines invece mi è parso interessante perché la conflittualità coinvolge direttamente l’apparato muscolare volontario tramite una serie di movimenti finalizzati: lo scavarsi le ferite sul viso come diretta espressione del desiderio di esibire il turgore vulvare (avvicinamento) e lo schiaffeggiare in faccia il fidanzato, a cui proiettivamente viene attribuita l’intenzione attiva e diretta dell’ adescamento, come succedaneo del movimento repulsivo (fuga). In termini molto più semplici, Ines si autorizza ad adescare mostrando la ferita e si punisce per aver adescato infliggendosi il tormento dell’automutilazione, ma questo duplice movimento non le è sufficiente ad esaurire la spinta del desiderio rimosso: deve trovare, per proiezione, un soggetto esterno a cui attribuire la malvagità dell’ intento tanto temuto e desiderato. In questo senso, tale atto proiettivo può essere considerato l’equivalente di un annullamento retroattivo, un pensiero magico che rende non avvenuto il fatto e che, invece di essere pensato, viene dapprima estroflesso sul partner e quindi re-introiettato come negazione. Un gesto quindi che condensa e rappresenta un pensiero che, se potesse essere espresso, si tradurrebbe grosso modo in questi termini: “non sono io che desidero abbordare uno sconosciuto ma il mio fidanzato e tale intenzione mi fa orrore”. Va da sé che il soggetto esterno prescelto, per definizione, deve essere totalmente innocente, proprio perché, se fosse veramente un adescatore, Ines ne rifuggirebbe atterrita e il giovane atleta, inibito sessualmente dal pericolo dell’incesto sororale, possiede tutte le caratteristiche essenziali per interpretare il ruolo del co-protagonista nell’impudica vicenda.
In termini di psicologia clinica, Ines rappresenta il classico caso di border-line, ossia una struttura psichica che affida al passaggio all’atto (egosintonico) la risoluzione di un conflitto. È proprio per questo motivo che mi soffermo sul caso di Ines dato che, come qualunque specialista della psiche può testimoniare, attualmente gli eventi border-line costituiscono la stragrande maggioranza dei casi in consultazione, a scapito delle manifestazioni nevrotiche, che sembrano scomparire dai registri della clientela ordinaria. Ora, quasi tutti gli AA. sono concordi nel considerare l’Io del border-line come fondamentalmente perverso, ma caratterizzato da una perversione che stenta ad esprimersi, in quanto ostacolata dalla pressione di un super-io residuale, che si manifesta essenzialmente come qualità di un Io ideale, infantile ed amorale, che richiede all’autorità genitoriale interiorizzata incessanti concessioni di prove d’amore in cambio delle proprie modeste rinunce pulsionali. Il risultato di tale processo è un Io profondamente alterato, se non proprio scisso, estremamente dipendente dal giudizio altrui, che per altro tenta costantemente di modificare e distorcere a proprio favore, e con scarsa o nulla autonomia decisionale. In definitiva, il border-line si muove sul limite del delirio di auto-osservazione senza involvere direttamente nella paranoia, in quanto il dialogo tra l’Io e l’Autorità si svolge ancora all’interno dei confini intra-psichici e non viene completamente estroflesso sotto forma di allucinazioni sulla realtà esterna, come invece avviene per l’Io psicotico. In termini più descrittivi, possiamo affermare che il border-line dialoga costantemente con un’immagine interna, costituita quasi totalmente da un insieme di proto-fantasie gemellari 2, al fine di convincere il proprio Io ideale che l’attività perversa prediletta non è il frutto di una libera scelta ma il concorso di circostanze sfavorevoli che lo hanno obbligato, suo malgrado, a subirla. Quindi non è colpa sua. Quindi non può essere punito ma solo perdonato ed amato. La letteratura è ricca di esempi che illustrano tale dinamica: dal tossicodipendente che, suo malgrado, è costretto a prostituirsi a causa del prezzo esorbitante della droga, allo stimato professionista integerrimo padre di famiglia che, accusato ingiustamente, si ritrova in carcere a subire l’ignominia della sodomia, all’etilista che, obbligato dalla fatica lavorativa ad ingerire grandi porzioni di alcol, reitera quasi quotidianamente l’incesto sulle figlie, ecc. Tutti questi esempi sono tratti dalla letteratura psichiatrica ed altro non sono che contenuti manifesti, cioè descrittivi, di spinte feticistiche inconsce che agiscono in modo trasversale all’interno dello sviluppo psicosessuale di questi soggetti. Costituiscono pertanto lo sviluppo elaborativo inconscio di fissazioni intra-uterine a quello che la micropsicoanalisi ha definito in termini di stadio iniziatico e N. Peluffo ha descritto nella relazione Madre-feto.
A questo proposito , anche se in termini operativi molto riduttivi e semplicistici, possiamo affermare che il border-line è un individuo capace di operare strategie e scelte inconsce che gli permettano di attualizzare la propria perversione, mentre il nevrotico la esprime unicamente in negativo tramite il proprio compromesso sintomatico. Mii sembra utile a questo punto, precisare e ribadire come in entrambi i casi, cioè nella perversione e nella nevrosi, il tentativo di soddisfare il desiderio inconscio rimosso sia sempre e comunque destinato a fallire, almeno parzialmente. In definitiva, desidero specificare bene come il concetto di perversione riguardi, nella sua regolazione, molto più le strutture etico-legislative, tutt’al più gli Enti preposti alla salvaguardia dell’Igiene pubblica e privata propri di una certa civiltà, ma, di certo, non costituisce un problema che riguardi direttamente la psicoanalisi in generale e la micropsicoanalisi in particolare. In altri termini, sospingere un ossessivo rupofobico a praticare la sodomia o innestare un riflesso auto-inibente nella condotta di un pedofilo, sono operazioni che possono anche considerarsi come psicoterapeuticamente valide, talora anche risolutive, che tuttavia non interferiscono minimamente sulla struttura dell’Inconscio e, in particolar modo, sui processi di rimozione. In entrambi i casi, nevrosi e perversione rimangono il fulcro di un contenuto filogenetico che non ha avuto e non avrà mai la possibilità di esplicitarsi in modo diretto, ma solo nel camuffamento di un sogno o di una fantasia.
Detto questo, desidero ritornare ad Ines e presentare la mia ipotesi elaborativa sul caso, ipotesi puramente teorica, non essendo, come già detto, suffragata da un adeguato materiale associativo; si tratta pur sempre di una speculazione basata su alcuni dati clinici in mio possesso.
Secondo questa mia personale ipotesi, Ines sarebbe il prodotto di una gravidanza particolarmente conflittuale, caratterizzata da una violenta minaccia abortiva. Gli unici elementi che potrebbero convalidare questa idea sono da un lato un’interruzione spontanea di gravidanza, avvenuta alcuni anni prima della nascita di Ines, e il fatto che l’analizzata stessa sia nata prematura, cioè sottopeso. Tali fenomeni deporrebbero in favore di un’ipotesi di gravidanza caratterizzata da possenti vissuti di rigetto, a stento riequilibrati dai meccanismi di facilitazione ma, come detto, tali dati in sé non sono probanti. Se questa ipotesi risultasse valida, si potrebbe considerare con una certa ragionevolezza un tale concatenamento di eventi: nell’incontro/scontro intra-uterino delle linee ereditarie paterna e materna, viene a strutturarsi un nucleo fobico, pronto ad attivarsi durante la fase fallica dello sviluppo ontogenetico psicosessuale e quindi a sfociare in età pre-puberale/puberale in una manifestazione organizzata, come per esempio potrebbe essere l’ereutofobia. Tale nucleo si trova tuttavia ad interagire con altri insiemi organizzati meno evoluti, quali ad esempio quelli che reggono il manifestarsi della nevrosi ossessiva a sfondo paranoide o della paranoia stessa. Questi sotto-insiemi di tentativi, che sono gli stessi che alimentano e sostengono la fissazione anale nell’ontogenesi extra-uterina, sono iper-investiti durante la gravidanza e contribuiscono massicciamente a destabilizzarla. L’incontro/scontro di tali rappresentazioni e affetti inconsci provoca un forte aumento nell’entropia del sistema, sforzando entrambi gli organismi, quello ospite(materno) e l’innesto(feto) a un iperproduzione di investimento allucinatorio difensivo, volto ad abbassare il livello di tensione, riassorbendone in tal modo i picchi di ipercriticità e permettendo così al processo gravidico di non interrompersi. In altri termini, si instaura un conflitto centrato sul trattenere/espellere di un feto vissuto essenzialmente come contenuto fecale/pene incestuoso della madre/se stessa. Si verrebbero a creare in tal modo delle sotto-strutture commiste, (ad esempio un nucleo fobico e uno ossessivo paranoide) che annullano reciprocamente i propri potenziali d’azione ed impediscono la diseccitazione sintomatica propria della nevrosi vera e propria. Delle organizzazioni ibride insomma, che non possono che affidare ai meccanismi di allucinazione e coazione a ripetere il compito della propria diseccitazione, seguendo la dinamica che ho sopra illustrato. Secondo quest’ipotesi, il border-line sarebbe una nevrosi strutturata non pervenuta a maturazione o, secondo la gravità dei casi, una vera e propria psicosi “incistata” dentro una struttura nevrotica che ne impedisce l’esplosione (tranne nei casi di bouffée deliranti).
Per tornare ad Ines, è possibile definire il caso come una forma molto grave di nevrosi narcisistica a sfondo paranoide, all’interno della quale la corrente di Disconoscimento feticistico (diniego o forclusion) si manifesta con estrema virulenza nell’agire coatto della ragazza. Agire che avrebbe in sè tutte le caratteristiche dell’allucinazione, in quanto, nel momento in cui Ines schiaffeggia il fidanzato l’identificazione all’aggressore/adescatore é totale: Ines é il ragazzo e la mano che schiaffeggia appartiene a un corpo femminile estraneo (la madre); analogamente, quando scava la ferita sul volto, assume contemporaneamente il ruolo attivo del violentatore, e il ruolo passivo della violata, in un processo di scissione quasi totale che, se non fosse agito muscolarmente, investirebbe il sistema percettivo globale, l’allucinazione diventerebbe irreversibile con conseguente apparizione della schizofrenia paranoica. Lo stesso fenomeno regola l’impossibilità di abbandonare il letto materno, in quanto Ines ha preso completamente il posto del padre morto e quindi non può esimersi dall’adottare i comportamenti del marito della madre. Assistiamo quindi a tutta una serie di eventi fenomenologici, il cui significato non è difficile da decriptare, dato che costituiscono una serie di movimenti circolari che tendono a riunire in un unico atto sensorio-motorio lo sparpagliamento di differenti realtà altrimenti non gestibili dall’apparato psichico, e cioè: la diversità padre/madre, la diversità pene/assenza di pene, la diversità madre/bambino ed infine, la diversità placenta/embrione-feto. L’agire coatto annulla qualsiasi sovra-eccitazione traumatica relativa ai momenti di castrazione-separazione-nascita-minaccia abortiva, riconducendo tutta l’esperienza all’interno di un unico vissuto “a monade”, relativo all’unità originaria e alla quiete pre-traumatica intra-uterina. Il fallimento del diniego si innesta come tentativo rebound della pulsione di vita, risucchiando l’allucinazione primaria entro i confini del dispiacere e quindi della coazione a ripetere

© PIerluigi Bolmida

Note:

1 Palchetto: In molte zone dell’Italia nord-occidentale designava uno spazio ricoperto da un tendone adibito al ballo pubblico. torna su!
2 Cfr. a proposito: N.Peluffo: Micropsicoanalisi dei processi di trasformazione. Book’Store Ed., Torino, 1976. torna su!



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Notizie sull'Autore

Bolmida Pierluigi

Pier Luigi Bolmida, Specialista in Psicologia Clinica e Patologica, Università Paris V, Formatore in Psicodiagnosi presso le A.A/S.S./L.L. della Regione Piemonte
Nel 1976, in occasione del suo Dottorato di ricerca, partecipa come rorschachista all'équipe della Clinica S.Anne de Paris diretta dal Prof.Pichot alla messa a punto dei Sali di Litio per la cura delle Depressioni Unipolari
Viene nominato nel 1984 presso le U.S.L. di Torino come Formatore Responsabile di tutte le Équipes per la diagnosi dei disturbi mentali e tossicodipendenze
Nel 1986 introduce ufficialmente l'uso del Test di Rorschach in Psichiatria forense, dove verrà regolarmente utilizzato nei casi di separazione legale, abusi e violenze su Adulti e Minori, e nella valutazione precoce del pericolo di Tossicomania in soggetti pre-adolescenti e adolescenti



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