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Pubblicato il 25 febbraio 2001 | di

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Il Principe di Homburg o dell’Etica

Alcuni mesi fa apparve sul Corriere della Sera un fondo di Francesco Alberoni su questioni di etica: “Ci sono persone..che vi dicono con chiarezza cosa possono o non possono fare..dicono la verità, non si difendono con le menzogne, non traggono in inganno…Se competono con voi lo fanno lealmente…Vi sono invece persone che non si sentono minimamente tenute a mantenere la parola data..fanno progetti e promesse in base all’utile immediato. Sono così abituati a mentire che lo fanno con leggerezza, con allegria, tanto da dare l’impressione di essere sinceri. Agiscono in base al puro principio di piacere…Non pensano minimamente agli altri. In sostanza non hanno nessun criterio morale interiore, sono a-morali”.
Mi chiedevo se con queste parole il sociologo volesse riferirsi alle strutture narcisistiche.
Peraltro, in questi anni di vorticoso proliferare di convegni sull’etica, non nascondo di aver a lungo liquidato la questione attribuendone il diffuso interesse, al contenzioso giudiziario così spesso attivato in materia di esercizio della professione.
Di qui la necessità di stabilire delle regole di comportamento, dei parametri di giudizio, dei criteri che statuissero ciò che è opportuno o meno fare, scomodando l’etica che storicamente non si limita solo a criteri descrittivi, ma propone anche criteri normativi.
Il film di Bellocchio “Il Principe di Homburg” e l’opera omonima di Kleist, pongono un drammatico quesito di ordine etico: può condannarsi al patibolo un colonnello che ha contravvenuto agli ordini anche se proprio questo ha portato l’esercito alla vittoria?
Questa è infatti, in sintesi, la vicenda raccontata da Kleist , ma il personaggio colpisce per la sequenza : incubazione, devastazione e ricomposizione post conflittuale.
Dapprima si presenta come un ufficiale un poco sprovveduto, episodicamente eroico, ma disattento, improvvisatore e in preda a stati oniroidi , poi impatta nella realtà della condanna a morte.
Ma non è un vero prigioniero giacché il carcere è a porte aperte ed egli è libero di entrare, e non è un vero condannato perché ha facoltà di scegliere la grazia.
Il conflitto è introiettato e dilaniante: perdere la vita o perdere la dignità.
Quando egli realizza i termini dell’incoerenza (per salvare la vita dovrebbe riconoscere che la sentenza che lo condanna è ingiusta pur sapendo che, al contrario, egli ha veramente contravvenuto agli ordini in tempo di guerra) prende coscienza della sua identità di militare e ritrova i valori superegoici rappresentati dal Principe Elettore, suo Generale e Padre in effigie.
La questione è risolta, i valori interiorizzati funzionano automaticamente: scomparso ormai il giovanotto irresponsabile, comandante più per favori personali o meriti di casata, finiti gl’incubi notturni un po’ isterici, di connotazione romantica, decaduti i corteggiamenti gaglioffi si erge l’uomo…che, però, affronta il patibolo.
Per il contemporaneo è un assurdo: sembra che l’estrema rigidità del sistema debba giungere alla frattura e al passaggio all’inanimato e lo stesso Kleist (che morirà suicida pochi mesi dopo la stesura di questo dramma) deve ricorrere a un “deus ex machina” per risolverla, facendo risultare alla fine che il giovane Principe era in uno stato sognante.
Ma qual’è il messaggio etico del Principe di Homburg?
Sta nell’aderire alla realtà per quanto essa sia dura e paradossalmente mortifera, con rinuncia all’onnipotenza narcisistica.
Abraham Yehoshua nel suo recente libro “Il potere terribile di una piccola colpa” reintroduce la questione morale in ambito letterario sostenendo che l’approccio psicologico avrebbe dato un colpo di spugna al sistema di valori interiorizzato e condiviso privilegiando la dimensione soggettiva e spiegandone le ragioni fin dove possibile. Questo procedimento di conoscenza porterebbe con sé il passaggio a una sorta ”di giustificazione: io uccido, ma è perché ho visto uccidere; io tradisco, ma è perché sono stato tradito”. Anche in giurisprudenza queste operazioni possono portare alle circostanze attenuanti la colpa.
Ma l’approfondimento della dimensione soggettiva, che è poi quello che si fa in psicoanalisi, è un imprescindibile lavoro di conoscenza, ed implica il conseguimento di un rapporto rinnovato e meno conflittuale con il reale e il condiviso. Anzi, l’operazione, se ben condotta, porta con sé il buon ritorno.
Forse in questo senso si spiega l’elaborazione che Kleist fa fare al suo personaggio: egli vive uno stato sognante in cui fantasie, desideri, angosce hanno una parte importante e il confronto con la realtà é sporadico e frustrante. E’ una condizione adolescenziale in cui il giovane vaneggia l’amore e l’eroismo, ma la battaglia è sporca e cruenta e la donna distante e ingessata.
La frustrazione forza il soggetto all’uscita dal narcisismo, all’accesso alla relazione d’oggetto e al contatto con la realtà: nelle relazioni si stabiliscono i costumi (exos) e, dunque, nella relazione d’oggetto, crogiolo di tutte le altre, nasce l’etica.
Gli individui che non hanno accesso alla relazione d’oggetto sono fissati in una posizione narcisistica e , per quanto si sforzino di adottare dei comportamenti socialmente adeguati, mantengono sempre un fondo di “amoralità” nell’impossibilità di riconoscere l’altro in quanto tale e di accoglierne le istanze.

© Gioia Marzi



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Notizie sull'Autore

Marzi Gioia

La Dott.ssa Gioia Marzi è nata a Roma il 30 maggio 1952.
Psichiatra e micropsicoanalista, dal 1980 lavora presso il Dipartimento di Salute Mentale di Frosinone e, dal 2005, è responsabile del Servizio per i Disturbi Alimentari e Psicopatologia di Genere. Docente presso il corso di Psicologia e infermieristica in Salute Mentale - Modulo: Psichiatria - Universita' La Sapienza - Roma. Ha una vasta esperienza di psichiatria forense in materia di violenze e abusi sulle donne e sui minori. Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche, collabora con la rivista Scienza e Psicoanalisi curando la rubrica di psichiatria dal 1999.
Esercita a Frosinone e a Roma dal 1985.



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