Editoriale

Pubblicato il 1 dicembre 2000 | di

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Psicoanalisi e Scienza

Nei primi anni della mia carriera di micropsicoanalista, un giorno, una collega ordinaria di psicologia, mi chiese: “ma lei Peluffo ci crede proprio nella psicoanalisi?”. Io Le risposi che ne avevo fatto l’esperienza su di me e con gli altri, la praticavo, e quindi era ovvio ne apprezzassi la scientificità: “si, ci credevo“.
Lei mi disse: “ma sa molti psicoanalisti dicono che è un buon metodo terapeutico, ma si mostrano scettici quando si chiedano loro ulteriori informazioni sui criteri di scientificità della materia”.
Devo dire che se per criterio di scientificità si intende quello che si riconosce in psicologia cognitiva, per esempio, al metodo clinico di Piaget, che ha permesso di studiare le tappe dello sviluppo del linguaggio e dell’intelligenza umana, allora non esiste dubbio che la psicoanalisi sia scientifica. Gli stadi di sviluppo dell’energia aggressivo-sessuale, scoperti da S. Freud e dai suoi allievi, analizzando soggetti adulti, sono verificabili durante la loro formazione, su soggetti in sviluppo psicobiologico.
Per spiegarmi meglio: osservando bambini durante i primi sei-sette anni di vita, si verifica sperimentalmente ciò che Freud ha scritto sullo sviluppo della sessualità. I vari stadi esistono realmente, si intersecano, si impastano fino a dare come risultante la personalità dell’adolescente e dell’adulto.
Il vero problema è che una buona parte di coloro che si occupano di scienze psicologiche e mediche pur verificando, o avendo la possibilità di verificare tale dato, lo negano oppure scindono la relazione tra i nessi; cioè fanno “come se“ la relazione tra i due fenomeni non esistesse.
Dal punto di vista clinico, così come, nel campo cognitivo, il non raggiungimento dello stadio delle operazioni formali, implica, per un adulto, un certo grado di ritardo mentale, allo stesso modo un nucleo solido di fissazioni pregenitali implica un certo grado di difficoltà nell’adattamento alla vita di relazione e quindi la necessità di instaurare un equilibrio precario, definito nevrotico.
Il problema è che le due linee di sviluppo non sono interdipendenti ma presentano degli intrecci che diventano evidenti per ciò che riguarda le fasi di fissazione.
Un bebè dello stadio orale ha una sua modalità di esplorazione del mondo, che usa strumenti e tecniche specifiche per affrontare i problemi, e propone soluzioni oscillanti di una data qualità affettiva. Soluzioni valide per abbassare la tensione che ha costretto il soggetto a compiere i tentativi di operare sul proprio universo per cercare di ristabilire una omeostasi turbata. Il bambino che apre e chiude gli occhi per cercare di agire sull’interruttore (o comunque di accendere la luce) non è diverso dall’adulto ossessivo, fissato allo stadio anale, che cerca con i suoi rituali di agire sul reale.
L’essere umano è orgoglioso e non ammette quindi che una parte della sua personalità sia regolata da un io costellato di fissazioni infantili e ne rifiuta l’esistenza, oppure considera tale parte un residuo patologico e ricorre (giustamente) al medico che sovente lo invia dallo psicoanalista.
Alcuni non l’hanno fatto e hanno costruito un progetto di ricerca e di vita sulle elaborazioni di tali fissazioni infantili, cioè hanno lasciato che il loro intelletto fosse guidato da una mente infantile che aveva preso possesso di un corpo adulto, aveva messo i pantaloni lunghi e faceva finta di “essere grande”. Due esempi tra le centinaia che si potrebbero trovare tra le menti famose: Sade e Hitler.
Come sarebbe stata la vita di quei due se avessero fatto una psicoanalisi?
Sade, le sue fantasie sessuali più o meno perverse le avrebbe analizzate ed elaborate in seduta. Avrebbe potuto essere un filosofo esistenzialista “ante litteram” e un buon romanziere.
Hitler avrebbe, forse, dissolto il suo nucleo persecutorio e tutta la sua vicenda edipica personale che lo spingeva alla distruzione dell’ebreo, si sarebbe risolta; avrebbe forse soddisfatta la sua creatività costruendo automobili e autostrade, o forse anche facendo una normale guerra che avendo a disposizione gli scienziati che invece aveva costretto a lasciare la Germania avrebbe avuto un altro destino. Certamente sarebbe stato un’altra persona.
Forse anche i profeti, dopo aver eliminato il loro delirio di onnipotenza compresi i nuclei masochistici, sarebbero diventati semplici, buoni, padri di famiglia? Non credo perché la loro spinta energetico-pulsionale canalizzata su un gruppo di idee era troppo forte; avrebbero sofferto meno.
D’altra parte non è così difficile pensare che un adulto intelligente, all’epoca di Cristo si proclamasse figlio di dio, quindi dio? Gli imperatori romani si proclamavano dèi continuamente ed esisteva il precedente fondamentale del Faraone-dio.
Il fatto che oggi milioni di persone (scienziati compresi) si proclamino seguaci di Cristo, figlio di dio, e quindi fratelli in Cristo e quindi dèi, è veramente inspiegabile con un ragionamento di senso comune.
Si potrebbe spiegare, forse, con l’ipotesi di una avvenuta acquisizione di completa autocoscienza, cioè gli esseri umani la pensano così perché sono tutti degli “io sono” come l’Eterno proclama a Mosè e Cristo ripete: francamente non mi sembra il caso. L’essere umano è ben lontano dalla sua autocoscienza “di stato”: cioè di essere un’entità psicobiologica, dinamica, intelligente, deperibile e trasformabile. Con un’unica immortalità, quella espressa dalla legge di Lavoisier che gli assicura una sorta di persistenza delle sue particelle.
Mi sembra che neanche la logica della così detta scienza esatta, sperimentale, possa spiegare la dicotomia di qualità di ragionamento tra scienza e fede religiosa, se non ricorrendo al tipo di spiegazione psicologica che ho esposto prima, e che secondo la scienza esatta non è scientifica. Bisogna anche dire che secondo la scienza esatta lo stesso concetto di psiche non è scientifico se spiegato in modo diverso dalla giustificazione cerebrale.
L’ipotesi che si potrebbe fare è che l’umanità sia in uno stadio evolutivo ancora molto giovane e primitivo in cui le scorie sono una parte preponderante della materia psicobiologica che la compone. Un’umanità che non è ancora arrivata al vertice delle possibilità psicofisiche raggiungibili. Un vertice senza malattie, senza morte, e in cui l’intelligenza sarà totalmente operatoria e concettuale. Un’umanità in cui i residuati filogenetici ed ontogenetici dell’evoluzione siano completamente eliminati quando il nuovo essere perviene all’età adulta. Sono tutte situazioni che si possono immaginare ed anche ipotizzare ma sono lontane. Fatto sta che per il momento dobbiamo constatare che nell’essere umano esiste una dicotomia di pensiero tale che vicino a spiegazioni ragionevoli basate su legami di causa ed effetto verificabili ve ne sono altre che si svolgono su linee meno chiare, più misteriose e affascinanti .
Ecco che fior di scienziati si preoccupano delle profezie di Nostradamus, e si sono lasciati pervadere da persistenti inquietudini rispetto agli eventuali disastri dell’anno duemila. Implicitamente credono che dio abbia stabilito che il tempo sia lineare e quindi finibile. Non tengono conto che secondo il calendario ebraico siamo nel 5759, per quello mussulmano nel 1420, per quello cinese nel 4697 (ciclico), e che in base alla nascita vera di Cristo (durante il regno di Erode il grande, morto nel 4 a. c.) siamo già oltre il 2004. L’ultima trasformazione, colta, della fine del mondo era quella del marasma dei computer allo scoccare del 2000, la fine del mondo informatica, che come tutti hanno constatato, non c’è stata. La psicoanalisi, a detta di molti “non scientifica” è l’unico sistema di spiegazione che renda conto di tali fantasie.

II

Siamo quindi al classico bivio: usiamo una spiegazione clinica e consideriamo la grande maggioranza degli esseri umani malati di mente oppure ci rassegniamo che vicino ad una scienza ”A“ ve ne deve essere un’altra ”B” che cerca di spiegare perché i seguaci di ”A” sovente neghino ciò che i principi di “A” affermano.
Potremmo definirla la scienza che studia gli effetti delle vestigia epistemologiche collettive ed individuali. Tali vestigia hanno una loro base rimossa, esistono, nei loro contenuti manifesti come elaborazioni codificate e si raggruppano a formare una scienza spontanea che sta vicina a quella ”esatta”. Gli enunciati di tale scienza guidano i pensieri ed i comportamenti della maggior parte degli esseri umani, anche di coloro che aderiscono alla scienza ”A”, e negano e deridono l’altra.
Alcuni parlano di pensiero mitologico, io, per mia ignoranza, non saprei come chiamarla, quest’altra Scienza: non è la filosofia, forse, neanche la mitologia e, certamente, neanche la religione. Potrei definirla una scienza senza codici scritti i cui adepti partecipano direttamente delle leggi della natura e cercano di drammatizzarle in atti coordinati: per esempio seppelliscono i cadaveri e li dipingono di ocra rossa dicendoci implicitamente che la vita è nel sangue.
E’ un po’ tutto, e inserendo anche la storia, l’arte, e le vestigia del pensiero fisico-matematico soggettivo (quello in cui qualità e quantità si mescolano), è la summa spontanea del sapere umano, così come si è, in gran parte, sviluppata prima della scoperta della scrittura. Frutto di osservazioni, esperienze, ed elaborazioni interne, impastate con le intuizioni esplicative sorte dai tentativi dell’intelligenza intuitiva. Secondo me la funzione di questa intelligenza intuitiva è simile a quella che M. Jouvet assegna al sogno: una riprogrammazione spontanea delle esperienze interne ed esterne là dove le cellule non possono più rigenerarsi e modificarsi.
Io non so dove classificare il pensiero psicoanalitico in generale, se nella scienza A o in quella B. Certamente il pensiero freudiano pur con gli inevitabili errori nell’uso delle spiegazioni di appoggio (neurologiche, evoluzionistiche, etc.) si piazza piuttosto nel campo della scienza A e il suo campo di studio è la scienza B, così come si presenta nelle esteriorizzazioni di seduta di coloro che fanno l’analisi. E’ però l’erede della scienza B. La micropsicoanalisi segue lo stesso destino; la differenza è che la metodologia e la tecnica micropsicoanalitica permette di ampliare il campo di studio dilatando l’analisi del dettaglio e dei particolari microscopici e accoglie certi supporti tecnici inquadrabili nel metodo sperimentale.

III

Penso che la Bibbia scritta mille anni prima dell’era volgare sia, per noi occidentali giudeo-cristiano-islamici, l’esempio più grandioso di questo tipo di intelligenza. Mi sembra che essa si sia costruita in un modo simile a quello che Freud indica rispetto alla formazione del sogno (un’elaborazione di resti diurni e resti notturni). Non per niente il primo libro fondamentale del Maestro è L’Interpretazione dei sogni, e l’ultimo non meno fondamentale e ancora più libero è L’uomo Mosè e la religione monoteistica in cui Freud applica senza remore la tecnica del Midrash.
In quelle due opere è contenuta l’essenza del suo pensiero, ma per adeguarsi alle esigenze della Scienza (positivistica) del suo e nostro tempo, (la scienza esatta per cui, per esempio, la chimica non è alchimia), è costretto a sostenere che Mosè non fosse ebreo bensì egiziano. Come dire che lui per quanto riguardava il rigore con cui procedeva alla stesura dei documenti in cui trascriveva le sue osservazioni e riflessioni cliniche era austriaco-egizio, ma che il luogo della creazione da cui esse procedevano e in cui esse maturavano, il suo Monte Sinai-Har Karcom energetico-pulsionale personale, era ebraico. Un motore ebraico che muove una macchina egizia. In campo religioso un esempio della combinazione di tali elementi è Paolo, l’inventore della religione cristiana. La macchina in quel caso era sempre ebraica ma con una carrozzeria greco-latina.
Durante questi anni di esperienze psicologiche, psicoanalitiche e micropsicoanalitiche più volte mi sono chiesto per quale ragione Freud, che aveva dato il meglio di sé nello studio dei sogni e dei desideri latenti nascosti nei sintomi nevrotici, nelle paraprassie, e che non aveva certo bisogno di dimostrare le sue capacità di osservazione e riflessione, avesse sentito il bisogno di scrivere Il progetto per una psicologia scientifica poi abbandonato? Mi sono risposto che probabilmente entrando in un campo di “scienze non esatte”, che egli stesso aveva difficoltà a ritenere esatte, cercava di dare loro una veste “scientifica“ moderna. In realtà tale veste, ha la funzione di un abito adatto ai tempi, ma che potrebbe sminuire l’opera piuttosto che valorizzarla. Infatti coloro che hanno preso in considerazione solo la macchina neurologica l’hanno criticato e denigrato. Non hanno capito che il suo punto di vista neurologico era una metafora utile per ciò che gli serviva e il più esatta possibile per il momento in cui operava. D’altra parte anch’egli, al momento in cui scriveva il Progetto, era influenzato, per identificazione a Fliess, dal fatto che egli considerava i lavori del suo amico e interlocutore molto più “scientifici” dei suoi. In realtà alcuni dei lavori di Fliess erano delle proprie fantasie scientifico-falliche, interpretabili solo con la psicoanalisi.
E qui ho pronunciato la parola chiave per cercare di chiarire il duplice aspetto della scienza psicoanalitica: l’ interpretazione.
Quando si analizza, cioè si scompone un composto nelle sue componenti per verificarne la qualità, la quantità, e le proporzioni di combinazione, si usano determinati parametri di riferimento. Una volta stabilito lo standard che definisce la norma del composto, si cercherà di spiegare le eventuali anomalie tentando di definire certi criteri rispetto alla genesi del composto. Cioè si cercherà di interpretare l’anomalia in base a criteri genetici definiti. L’interpretazione richiede quindi un modello e l’analista si darà da fare per applicare le formulazioni di tale modello in modo corretto. Verrà quindi, per render oggettiva l’applicazione, studiata un’apposita tecnica che avrà lo scopo di eliminare l’oscillazione soggettiva di applicazione, nella fattispecie di parare gli scherzi della proiezione-identificazione.
In questo senso la psicoanalisi è scientifica: dati certi stimoli associativi per mezzo delle interpretazioni si verificherà che le risposte verbali e comportamentali sono statisticamente omogenee. La psicoanalisi però non è solo questo. Infatti essa cammina su due binari che sono poi gli stessi che usa Freud quando la inventa. Potremmo dire pensiero associativo, cioè creatività e fantasia, e pensiero logico, la costruzione della macchina interpretativa.
Anche durante le sedute, nella produzione del materiale e nell’interazione analista-analizzato, la duplice veste della psicoanalisi è verificabile: la dicotomia è presente.
L’analizzato, quando riesce ad adeguarsi alla regola fondamentale (parte della macchina), inventa e, ricostruisce e rinnova la sua storia, conscia, preconscia e a tratti inconscia. Lo fa per associazione, passaggio alla coscienza, elaborazione ricostruttiva, ed infine presa di coscienza. L’analista fa la sua parte, anch’egli per associazione e ricostruzione analogica; a volte usa la macchina interpretativa, ed entra, in una prospettiva di inferenze logiche ed ipotetico-deduttive corrette rispetto alle definizioni formulate nell’insieme del modello che usa.

IV

In l’Uomo Mosè e la religione monoteistica, Freud, sempre così preciso, sembra non curare più l’obbiettività del dato storico e quando ha qualche dubbio usa, e lo enuncia, la soluzione che più gli è utile per continuare il discorso anche se non è basata su dati assolutamente certi. E non risparmia certo l’uso della fantasia creativa . Questa sua posizione mi è stata molto più chiara dopo aver letto una serie di pubblicazioni sul rapporto tra il Maestro e l’ebraismo e specialmente rispetto alla Bibbia, e aver meditato su come si formano i concetti. Sovente un’ idea sognata, quasi una fantasia, arriva ad una formulazione così probabile che diventa oggetto di discussione e di ulteriore ricerca. Oggi esiste una corrente di pensiero che tende a confermare le ipotesi di Freud e a sostenere che effettivamente Mosè fosse egiziano. D’altra parte ne esiste anche un’altra che sposta l’Esodo indietro nel tempo di almeno 1000 anni e stabilisce che il monte Sinai si trova ad Har-Karkom e non a Santa Caterina. Har-Karkom un luogo di religiosità preistorica dove dal paleolitico in poi si sono incontrate periodicamente le popolazioni nomadi.
Io direi che Freud come Mosè è il testimone di un luogo d’incontro tra una spinta epistemologica primaria, una scienza umana di base non specialistica e gli inevitabili sviluppi della coazione all’analisi (scomposizione) che la pulsione di morte induce nell’essere umano. La coazione alla scomposizione crea, a causa dell’impulso a riunirsi degli elementi dello scomposto (pulsione di vita), gli insiemi concettuali che sono le scienze specialistiche; quelle del tipo A, per intenderci, che criticano la scienza B. Il Maestro è pertanto il creatore di un’epistemologia che rende conto di tutte le scienze sia quelle positivistiche che quelle umane poiché costruisce una Metapsicologia verificabile con l’esperimento (la seduta di psicoanalisi) ed applicabile, come criterio di analisi ed interpretazione ai sistemi di spiegazione che la criticano. Vorrei ricordare ancora una cosa: il conflitto dell’essere umano è derivato dalla presenza contemporanea in esso di B e di A. Passa la vita a cercare di risolverlo. il Maestro gli ha dato lo strumento di base: la psicoanalisi.

© Nicola Peluffo



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Notizie sull'Autore

Peluffo Nicola

Il Prof. Nicola Peluffo è nato a Genova-Sampierdarena il 14 giugno 1930. Dopo essersi laureato a Genova nel 1955 in Scienze politiche con una tesi in Storia, completa la formazione psicologica e psicoanalitica iniziata a Milano, in Svizzera a Ginevra, quella micropsicoanalitica a Couvet (Neuchâtel). Libero docente e poi professore incaricato stabilizzato di Psicologia Sociale diventa professore associato confermato di Psicologia Dinamica presso la Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino. Autore di due volumi (Micropsicoanalisi dei processi di trasformazione, Torino, Book's Store, 1976 e Immagine e fotografia, Borla, Roma, 1984) e di oltre cinquanta pubblicazioni scientifiche. E' stato collaboratore al laboratorio di ricerche in psicologia genetica del Institut des Sciences del'education dell'Università di Ginevra (direttore Jean Piaget), ricercatore e docente di psicologia sociale presso l'Istituto di Scienze sociali di Genova (direttore Luciano Cavalli) collaboratore alle ricerche dell'Istituto di Psicologia Sperimentale e Sociale di Torino (direttore Angiola Masucco Costa), collaboratore alle ricerche del Centro di Psicologia dell'Olivetti SpA di Ivrea (Coordinatore ricerche Francesco Novara, direttore Cesare Musatti). Fondatore e Capo Scuola della micropsicoanalisi in Italia, membro didatta della Società internazionale di micropsicoanalisi (presidente onorario Silvio Fanti). Già Direttore dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi, fin dalla sua costituzione nel 1984, e responsabile scientifico della sua rivista teorica, il Bollettino dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi. Il Prof. Peluffo si è spento a Genova il 7 febbraio 2012



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