Psicoanalisi

Pubblicato il 26 aprile 2016 | di

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Il Trauma. 3 – Il traumatismo intrauterino

  

Abbiamo molte informazioni circa la continuità tra la vita intrauterina e la prima infanzia alla luce delle ricerche sulle esperienze fetali e su come queste organizzino la struttura psichica in evoluzione ed influenzino le attitudini cognitive, l’equilibrio psicosomatico e la personalità.

Possiamo dunque delineare la connessione tra queste ipotesi tratte dai contributi multidisciplinari – dalla neuroanatomia comparata, alla psicofisiologia clinica, dalla psicologia sperimentale, agli studi di tipo osservativo-ecografico e neonatale – con il modello psicodinamico che presume l’agire di processi inconsci nei sistemi di regolazione delle vicende intrauterine.

Una breve panoramica di ciò che oggi sappiamo:

E’ stata dimostrata nel feto la presenza di funzioni cognitive di base quali percezione, memoria, attenzione e processi di apprendimento, accanto a sensibilità alle variazioni dell’ambiente intrauterino determinate dagli stati emotivi della gestante. Il feto sperimenta quindi elementi di precoce relazione con la madre, con percezioni dell’ambiente intra-extrauterino di natura fisica e psichica.

Possiamo riconoscere oggi anche un’altra impressionante continuità, che si dispiega dalle generazioni precedenti fino al nuovo nato. Si tratta della continuità frutto della trasmissione intergenerazionale di particolari fattori psichici influenti sulla formazione delle funzioni genitoriali, funzioni decisive per la costituzione dello psichismo delle generazioni successive.

Una notevole varietà di eventi patogeni o traumatici non elaborati quali lutti, traumi, aborti, morti di neonati o di bambini, segreti, menzogne, violenze, delitti, abbandoni, migrazioni, possono ripercuotersi sulla formazione e sulla qualità del primo legame fondante la relazione madre bambino.” 1

Una sintesi dello sviluppo sensoriale e motorio prenatale tratta dai contributi di A. Della Vedova:

“Nella specie umana la maturazione di tutti gli apparati sensoriali si svolge quasi completamente nell’utero. La sequenza nello sviluppo degli apparati sensoriali prevede che divenga funzionale per primo il sistema della sensibilità cutanea (a otto settimane), successivamente il sistema vestibolare, il sistema uditivo e infine il sistema visivo; l’attività motoria spontanea si manifesta a partire dalla sesta settimana di gestazione. Gli organi gustativi sono maturi alla quattordicesima settimana e si può vedere come il feto aumenti o diminuisca l’inghiottimento del liquido amniotico in relazione alla presenza in questo di sostanze zuccherine o amare. L’apparato olfattivo si sviluppa tra le undici e le quindici settimane. Per quanto riguarda l’apparato uditivo, la coclea è già formata a otto settimane e i recettori cominciano a differenziarsi alle dieci settimane. L’ambiente uterino è di per sé ricco di rumori provenienti dai funzionamenti fisiologici del corpo materno ed esercita solo una modesta funzione di schermo rispetto agli stimoli sonori e, un poco più intensa, rispetto a quelli luminosi provenienti dall’esterno.…” 2

La prima forma di movimento rilevabile all’ecografia è la ritmica attività cardiaca che si evidenzia intorno alle tre settimane di gestazione. A sei settimane è possibile vedere le prime forme di attività motoria: movimenti aggraziati di allungamento e rotazione del capo, delle braccia e delle gambe. A dieci settimane le mani vengono portate al capo, al viso e alla bocca, che presenta già movimenti di apertura, chiusura e inghiottimento. A quindici settimane tutto il repertorio di movimenti che si ritrovano nel feto a termine è presente; si evidenziano movimenti della mandibola, movimenti respiratori e movimenti combinati degli arti dove le mani sono continuamente portate ad interagire con le altre parti del corpo e con il cordone ombelicale. L’attività motoria si manifesta inizialmente in forma spontanea come fenomeno endogeno, a carattere ciclico ma contemporaneamente rappresenta l’espressione di caratteristiche soggettive del feto.

Dopo le dieci-quindici settimane le variazioni dell’attività motoria fetale evidenziano una forma di reazione a stimolazioni provenienti dal mondo esterno o dal corpo materno. Più avanti nella gestazione il feto comincia ad esplorare l’ambiente uterino: sembra cercare il contatto con la placenta e rispondere a stimolazioni tattili provenienti dall’esterno. E’ importante sottolineare che, in queste fasi, i sistemi sensoriali e percettivi lavorano sinergicamente; ciò si rivela nelle primitive organizzazioni comportamentali e nelle attività esibite dal feto e permette di affermare la presenza di una continuità esperienziale fetale.

L’attività onirica è già riscontrabile alle ventitré settimane, quando si evidenziano chiari segni comportamentali di sonno R.E.M.; nei bambini prematuri di trenta settimane il sonno R.E.M. occupa quasi il 100% del tempo di sonno, diminuendo poi fino al 50%, come è tipico dei bambini a termine. Sembra che i bambini in utero quando sognano esibiscano fenomeni comportamentali simili a quelli degli adulti.

APPRENDIMENTO E MEMORIA NEL FETO.

Dagli studi sulla percezione uditiva fetale sono derivate le ipotesi iniziali riguardo alle prime forme di processi cognitivi individuabili a livello prenatale: osserviamo la presenza di processi cognitivi di tipo attentivo e mnemonico (è bene precisare che quando si parla di processi cognitivi nel feto ci si riferisce a processi di tipo implicito, cioè a quel genere di attività cognitiva che avviene in assenza di coscienza).

In esperimenti assai noti, Anthony De Casper ha potuto osservare che gli elementi di base del linguaggio siano appresi tramite l’esposizione sonora prenatale, e infatti lo spettrogramma sonoro del pianto dei prematuri di ventisette settimane contiene già le caratteristiche vocali specifiche della voce materna. Si è visto inoltre che i neonati dirigono preferibilmente la loro attenzione verso persone che parlano la lingua dei propri genitori piuttosto che verso persone che si rivolgono loro in un’altra lingua.

Ancora più strabilianti sono i risultati ottenuti da alcuni studiosi e operatori del settore prenatale, che hanno messo a punto dei programmi di stimolazione fetale e comunicazione tra genitori e nascituro. Un fatto sorprendente che si è potuto constatare in diversi casi è che dopo ripetute esperienze il feto è in grado di mostrare una precisa attenzione e responsività nei giochi tattili con i genitori, per esempio rispondendo con un pari numero di calcetti ad un certo numero di piccoli colpi delle dita sull’addome materno, oppure, seguendo con i suoi arti, sulla parete interna dell’utero, il percorso del dito del genitore sull’addome materno.

L’insieme degli studi e delle osservazioni “in vivo” conferma dunque nei fatti la vivace presenza sensoriale, psichica, emozionale del feto fin dalle prime fasi della gravidanza. La spinta interattiva e comunicativa che si può rintracciare nell’ultimo trimestre di gravidanza chiarisce meglio quanto importante sia nello sviluppo somatopsichico fetale l’attenzione e il coinvolgimento affettivo genitoriale. Se si tiene conto di quanto detto fino ad ora, non è più possibile ignorare quanto l’ambiente esterno ed il feto entrino in contatto tra loro direttamente e attraverso lo stretto rapporto feto-gestante (con le sue emozioni e i suoi vissuti influenzati dalla relazione con il partner e i famigliari nonché dal tipo di vita che essa conduce) e quanto, inoltre, le esperienze vissute nel periodo fetale siano influenti e rintracciabili nello sviluppo successivo.

LA COMUNICAZIONE GESTANTE-FETO.

Molti studi hanno verificato che il feto è influenzato da intensi turbamenti degli stati emotivi materni e manifesta questo restando per alcune ore successive all’evento disturbante in uno stato di agitazione motoria; se la situazione di stress materno persiste nel tempo, l’eccitazione motoria fetale diventa un tratto stabile riflettendosi nel basso peso alla nascita. A livello dell’ambiente, il ruolo maggiormente patogeno verso il benessere del feto sembra sia assunto dalla presenza prolungata di elementi stressanti che comportino una continua minaccia per la sicurezza emotiva della madre, tensioni continue ed imprevedibili sulle quali essa sente di avere poche o nulle possibilità di controllo. (Della Vedova)

La scala di valutazione del comportamento neo natale messa a punto da Brazelton nel 1961 produsse una vera rivoluzione nel modo di vedere i neonati: non potevano più essere considerati una tabula rasa dal punto di vista psichico, come era fino a quel momento pensato in ambito neurologico, bensì soggetti di un processo interattivo e con capacità di autoregolazione, fatto da molti anni esplicitato nei diversi studi della psicoanalisi infantile. La ricerca neuro comportamentale è proseguita dimostrando che le differenze individuali del neonato modellano la sua interazione con la madre.

Nel 2005 è stata elaborata una scala neuro comportamentale fetale che mette in luce quella che viene definita la programmazione fetale, ovvero la plasticità evolutiva che consente di cambiare struttura e funzione in relazione ai segnali ambientali. Una grande varietà di fattori, quali l’iponutrizione o la depressione materna segnalano al feto di prepararsi per un ambiente diverso da quello per cui era stato programmato. In questo caso, si modificano le soglie di risposta di alcune regioni cerebrali, come l’ippocampo, l’amigdala e la corteccia prefrontale, il che si traduce in una maggiore varietà di comportamenti adattivi.

La grande lezione di Brazelton è che ciò che definiamo disorganizzato in un ambiente può essere benefico in un altro ambiente. L’epigenetica è una vera interazione gene-ambiente. Lo sviluppo atipico dei bambini potrà permettere di comprendere come essi crescano nonostante le difficoltà e diventino resilienti (B. M. Lester e J. D. Sparrow, 2015).

Un cambiamento di paradigma che interpreta certe atipicità come tentativi di adattarsi a un ambiente difficile. E che mette in discussione la nostra visione del trauma.

I primi lavori di Brazelton mostravano attraverso la sua scala di valutazione che i neonati nascono dotati di consapevolezza, capacità di risposta e competenza sociale. Lo studio del neuro comportamento fetale è un estensione di tale scala e si realizza tramite la misura di quattro parametri: frequenza cardiaca, attività motoria, stato comportamentale e reattività del feto a stimoli esterni, o extrauterini.

Per approfondire questo importante cambiamento nella definizione di trauma, che abbandona la sua rappresentazione sotto forma di ferita inferta a un organismo fino ad allora sano per interpretarlo come tentativo di adattamento a un ambiente difficile, leggiamo qualche contributo di A. Imbasciati. 3

Lo studioso sostiene che la mente è un complesso apparato, attivo e selettivo, in continua trasformazione della sua struttura.

Cosa determina quello che impara la mente:

  • La struttura (neuromentale) che opera nel momento in cui la mente impara a partire dalla vita fetale.
  • La struttura neuromentale della madre e delle persone intorno a lei.
  • La qualità della relazione madre-feto produce certi tipi di collegamenti sinaptici e nuove reti neurali che sono memoria di quanto appreso e anche memoria di capacità di apprendere. Relazioni distoniche producono nuovi collegamenti ma disfunzionali. Tali effetti sono regolati da differenti biochimiche. Gli elementi che passano dal caregiver al feto sono fuori dalla coscienza, non verbali e non affettivi nel senso di affetti coscienti. Si può parlare di comunicazione tra inconsci. Tali comunicazioni strutturano funzioni neurali nel feto. Memorie implicite.
  • Quanto chiamato affettività è da mettere in relazione a certe parti del cervello, la parte mesolimbica, la correlazione con il sistema endocrino.. Oggi sappiamo che tutto il cervello destro , oltre alle parti mesolimbiche, e anche gran parte del sinistro, continuamente lavorano al di là della coscienza con processi che possiamo far coincidere con quanto era definito come affettività. Anche la psicoanalisi giunge a chiarire che la base del pensiero procede da processi chiamati affettivi. Inconsci.
  • Il tessuto nervoso matura durante lo sviluppo embrionale e poi fetale ma dal quarto mese interviene l’esperienza a modulare o sviluppo dell’encefalo. L’esperienza modula la proliferazione dendritica, le connessioni neuronali, seleziona determinate popolazioni neurali e ne scarta altre.
  • Psicoanalisi, Infant Observation, psicologia cognitiva, tecniche di neuroimaging dicono che l’esperienza costruisce il cervello e quindi la mente.

ALCUNE IPOTESI SULLA DINAMICA INTRAUTERINA:

Credo sia utile non parlare di feto ma di Sistema feto-materno, un’ entità dinamica composta da corpo-mente-placenta-madre, in costante trasformazione ma tendente a mantenere una omeostasi, al punto che le variazioni di quest’ultima suscitano allarme psicobiologico. Questo sistema nella sua interfaccia psichica corrisponde al figlio-pene-della madre-se stesso, di cui parla Peluffo (2010). Il Sistema feto-materno è in costante oscillazione, sia per i mutamenti evolutivi in utero, sia per le dinamiche psicofisiche aggressivo-sessuali (feto-materne), sia per i traumi (fratture) cui è esposto.

Peluffo in “La relazione psicobiologica madre-feto” ha sottolineato come la gravidanza rappresenti l’unica eccezione in natura alla regola della istocompatibilità. Il feto porta in sé il patrimonio genetico paterno, incompatibile con l’organismo materno, però la donna accetta ed armonizza al suo interno questo materiale estraneo che in altri casi (es. trapianto d’organo) darebbe luogo ad una reazione di rigetto.

Secondo Peluffo lo stato di disequilibrio somatico costituito dalla gestazione stimola un’elaborazione psichica delle vicende somatiche di rigetto – facilitazione interagendo con esse. I vissuti onirici e fantasmatici di invasione batterica sarebbero un tentativo di rappresentazione elaborazione della reazione immunitaria. Così l’investimento narcisistico sul nascituro (la fantasia inconscia del bambino- pene che nega l’angoscia di castrazione) faciliterebbe il processo di facilitazione.

Sempre secondo Peluffo i fantasmi inconsci materni di invasione batterica stimolerebbero nel feto fantasmi risposta paralleli. (Peluffo, 2010)

La dinamica trattenere espellere ipotizzata da Peluffo descrive una interazione tra fantasmi materni e risposte fetali, in connessione con le stimolazioni fisio psichiche indotte dalla gravidanza nella donna. Tale dinamica fantasmatica orienta la costituzione dello psichismo fetale nel suo versante di organizzazione di reti neuroniche e nel versante di organizzazione dei vissuti in reti associative le quali daranno origine al pensiero.

L’ ipotesi di traumi intrauterini va ripensata alla luce delle recenti scoperte: la cicatrice traumatica non sarebbe una traccia impressa nel nascente psichismo ma una deformazione dello stesso in relazione al trauma stesso. Nella fase intrauterina l’ambiente è il sistema feto-materno. La memoria uterina sarebbe una modificazione neuronale permanente, quella che chiamiamo traccia, la quale non ha ancora affetti o rappresentazioni ma contiene informazione.

Vediamo come:

Possiamo usare il concetto di memoria implicita (Pirrogenelli): “Le memorie implicite sono particolari tipi di memoria che contengono esperienze non passibili di ricordo né verbalizzabili. Tra le altre troviamo la Memoria emotiva e affettiva, l’aspetto della memoria implicita di maggior interesse per l’ambito psicoanalitico e nella quale sono depositate le memorie più antiche di ogni individuo : a partire dalla memoria intrauterina della voce materna fino alle prime relazioni sensoriali ed emotive del bambino con la madre e con l’ambiente esterno, e che il neonato percepisce e memorizza.

Mauro Mancia, fisiologo e psicoanalista, si è particolarmente dedicato allo studio delle esperienze infantili dei primi due anni di vita, prima della verbalizzazione, depositate in questo sistema di memoria che conterrebbe le esperienze più arcaiche, comprese quelle traumatiche, con la madre e con l’ambiente, e che lasceranno tracce mnestiche responsabili di abitudini “caratteriali” di tipo emozionale, e di schemi di comportamento secondo modalità per lo più inconsce e automatiche, senza la possibilità di conoscere mai il loro stato di relativa attivazione o disattivazione in un dato momento, e senza avere la capacità riflessiva sul perché della reazione emozionale in corso (come nelle reazioni di transfert).

Gabbard e Western considerano responsabile di questo, un sottotipo di memoria implicita che riguarda i collegamenti inconsci tra i processi cognitivi, affettivi e psicologici che sono stati associati fra loro attraverso l’esperienza.

E’ in conformità all’ ipotesi legata all’influenza delle memorie implicite formatesi nei primi due anni di età che Mancia insiste sul concetto che consente di individuare un ponte di collegamento tra la psicoanalisi e le neuroscienze: l’ inconscio non rimosso un’estensione, appunto, del classico concetto d’inconscio sede di ricordi rimossi.

Pur trattandosi di elementi inconsci, infatti, non si tratta di materiale rimosso perché la rimozione richiede l’integrità delle strutture neurofisiologiche (ippocampo, corteccia temporale e orbito-frontale) e la maturazione delle stesse verso i due anni di età. L’amigdala è invece già coinvolta nella registrazione di tali memorie soprattutto di quelle traumatiche. …” 4

Torniamo ancora un momento alla memoria:

“Nell’ottica del processo di memoria il neurone si deve considerare come l’unita di memoria primaria che, mediante modificazioni funzionali condiziona l’apprendimento. Il meccanismo quindi della costruzione della memoria ha come mattone costituente il neurone.” 5

Come? Sempre gli autori:

“Una delle ipotesi che potrebbe essere presa in considerazione è che : la capacità del singolo neurone definito per comodità U.M. (Unità di Memoria), di alterarsi in modo profondo e strutturale o, in modo superficiale e temporaneo sia imputabile, nell’immediato, alla tipologia dell’input. Seguendo questo principio, unitamente agli studi compiuti da Mancia (1981), nella prima infanzia il bambino è in rapporto diretto con l’ambiente in cui nasce di cui fa parte la madre come fornitrice dei primi input relazionali affettivi e che, determinano la costruzione della c.d. “memoria emotiva o affettiva”, forza in grado di alterare strutturalmente un neurone in modo da rendere l’evento affettivo-relazionale impresso profondamente nei primi registri di memoria. E’ probabile che questo processo riguardi anche gli ultimi giorni, settimane della vita gestazionale in cui il feto vive strettamente ed interamente in relazione biologica con la madre. Per cui a livello neuronale le alterazioni dei nascenti registri di memoria sono connessi con i ritmi cardiaci della madre con i suoi ritmi respiratori, con le sue dinamiche metaboliche.” (Op. Cit.)

Dobbiamo distinguere tra memoria e informazione. L’informazione è un processo che muta lo stato del ricevente, la traccia risiede nel mutamento. La parola stessa informazione ci guida: significa mettere in forma, dare una forma, come l’Immagine in micropsicoanalisi, che è una forma capace di organizzare rappresentazioni e affetti.

Quest’ultima sarebbe l’insieme delle informazioni filo-ontogenetiche, strutturate come rappresentazioni o affetti, quando si può, prima (in utero), come tracce, o meglio, modificazioni di stato che si incidono nel tessuto psicobiologico.

Il trauma uterino consisterebbe allora in una modificazione dei sistemi psicobiologici, veicolata a livello neuronale, modificazione le cui tracce verranno trascritte in codici più evoluti (rappresentazioni e affetti) quando possibile, tramite le sequenze associative e la costruzione di equivalenze.

La modificazione uterina, fissata come allarme, pericolo, si assocerà a successive esperienze o vissuti di tenore analogo innescando la coazione a ripetere. Le situazioni che possono generare tale vicenda sono molteplici e dipendono dalla dinamica del Sistema feto-materno; sul polo materno sembra necessaria la presenza di alcune di queste condizioni:

  • Una dinamica conflittuale aspra con la costellazione Edipo-castrazione che trascina il figlio a rappresentare la soddisfazione di un desiderio troppo pericoloso e quindi a rappresentare un invasore da espellere.
  • Un ripiego narcisistico da lutto o da patologie pregresse, oppure una incerta identità di genere che non consentono l’investimento sul figlio come fallo e non attivano la spinta a trattenere.

Il trauma consisterebbe allora in una specifica alterazione ripetuta della dinamica del sistema, la cui traccia acquisisca l’energia per fissarsi e produrre quelle modificazioni che possiamo chiamare cicatrici, le quali verranno rinforzate successivamente.

Dobbiamo quindi chiederci se siano cicatrici o adattamenti atipici.

CONCLUSIONI

Abbiamo potuto seguire le numerose trasformazioni del nostro modo di pensare il trauma psichico, dai primi tentativi di Freud fino alla definizione odierna di Disturbo Post Traumatico da Stress. Si è anche potuto notare come il peso e il significato degli eventi reali, concreti, ritenuti causa scatenante il trauma, abbiano trovato nel tempo e presso i vari psicoanalisti una differente collocazione e significato. Si passa dal ritenere traumatico un evento per le connessioni inconsce che il soggetto genera, allo studiare le micro interazioni tra genitori e figli, capaci di iscrivere informazioni traumatiche nei modelli interni che il bambino va costruendo, al riflettere sulle componenti traumatiche incorse nella vita intrauterina, oppure all’ipotizzare la costruzione di una particolare forma pulsionale alimentata da onde filogenetiche.

Ritengo che tutti queste riflessioni siano utili nel lavoro di seduta con i pazienti ma ricordo che uno psicoanalista non si occupa principalmente di persone affette da traumatismi gravi come quelli evidenziati dalle diagnosi psichiatriche del DSM (Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders), connessi ad eventi catastrofici come guerre, terremoti, epidemie, stupri, torture.

Noi lavoriamo con persone che hanno vissuto dei traumi e certamente sono state sospinte a elaborare difese psichiche per fronteggiarne le conseguenze, difese inutili nell’attuale, tali da impedire una vita equilibrata. I nostri pazienti hanno sovente ereditato informazioni filogenetiche di gravissimi traumi, la cui potenza fu tale da iscriversi e passare una generazione a quelle successive.

Le difficoltà esperite nell’ontogenesi si possono così intrecciare alle informazioni transgenerazionali e stabilizzare moduli di azione inconsci che orientano lo psichismo ed il comportamento. Questi cosiddetti moduli si incistano nello psichismo e veicolano messaggi non esprimibili in un codice verbale. Non sono pensabili ma vengono agiti. Similmente, una vasta area di informazioni non pensabili giunge dalla vita prenatale. In tale periodo, i recettori sensoriali maturati giorno dopo giorno sviluppano, in risposta agli stimoli, delle configurazioni di reti neurali molto specifiche e soggettive. Non siamo ancora nel campo della costruzione di significati ma piuttosto nell’elaborazione di elementi di informazione. Da questi deriveranno in seguito significati psicologici.

Tali elementi, inizialmente semplici e poi sempre più complessi, servono da “traccia mnestica” indispensabile a produrre funzioni psichiche. Tra esse la costruzione di rappresentazioni e di funzioni. Si generano così gli oggetti interni e i moduli di azione. Questo sistema “mnestico – rappresentazionale” progredisce verso sempre maggiori articolazioni e diviene capace di generare simbolizzazioni e quindi oggetti inconsci. Ogni livello operativo si conserva sotto quelli successivi, comprese le prime tracce molto arcaiche di affettività.

Accanto a questa capacità di costruire progressivamente elementi della mente, vi è una capacità analoga di distruggere ciò che era stato costruito e cancellare alcune tracce, con conseguenti difetti nelle possibilità successive di elaborare dati, organizzare relazioni, e costruire significati. Soggetti che hanno attivato molte di queste distruzioni non sono in grado di rivivere certi stati primitivi, infantili della loro esperienza vitale, nemmeno in analisi. Potrebbe questo essere ciò che abbiamo chiamato trauma. Non è una vera rimozione bensì una più primitiva cancellazione di pezzi di funzioni che quindi non hanno memorizzato certe situazioni, o interazioni o stati (Imbasciati, 2006).

Eppure, come abbiamo letto, la grande lezione di Brazelton consiste nell’affermazione che quanto può essere definito disorganizzato in un ambiente può essere benefico in un altro ambiente. Abbiamo imparato che la memoria uterina sarebbe una modificazione neuronale permanente. Tutto ciò ci ha costretto a rivedere la nostra rappresentazione di trauma, a non pensarlo più come cicatrice, bensì tentativo di adattamento a un ambiente difficile. Forse per questo attualmente molti psicoanalisti parlano di patologie da deficit, in particolare deficit di processi di simbolizzazione. E si chiedono se pazienti così possano trarre giovamento dall’analisi.

Ma forse è la tecnica psicoanalitica a doversi modificare. Per pazienti come questi, le interpretazioni non servono, non riescono a suscitare un’elaborazione fondata su tracce mnestiche, in loro assenti. Propone Imbasciati, e diversi altri psicoanalisti, che l’analista abbandoni la ricerca dei contenuti rimossi e piuttosto aiuti il paziente a costruire un pensiero attraverso la relazione con un analista in grado di funzionare come contenitore mentale, sul calco di quel che succede nelle prime interazioni madre-bambino.

Noi micropsicoanalisti abbiamo un metodo che da molti anni si sforza proprio di favorire questa condizione. Tutto il setting micropsicoanalitico serve a generare un contenitore psicoaffettivo capace di stimolare la ricerca di quei frammenti andati distrutti. La seduta lunga, lo studio del materiale delle 24 ore, lo studio delle serie oniriche, servono a produrre uno spazio mentale il più fluido possibile, ove ci si possa aprire alla ricerca microscopica di ciò che chiamiamo “tentativi”, ovvero quei moduli di azione che trasmettono un’informazione (vitale o distruttiva), per sostenere quelli tra loro maggiormente adatti a sfuggire alla ripetizione conflittuale.

Il lavoro sulle fotografie, sui diari, sulle case in cui si è abitato, lo studio della storia familiare, sono altrettanti mezzi per approfondire l’indagine analitica, ma soprattutto per consolidare le elaborazioni raggiunte vincolandole a una processo di elaborazione almeno preconscio.

In sintesi, posso concludere richiamando la duplice essenza del trauma: In un suo aspetto esso è una forma (Immagine) che tende a riprodursi in modo identico tramite la coazione a ripetere. Ciò è il caso ad esempio dei traumi filogenetici e forse dei traumi infantili. In suo secondo aspetto, esso produce una cancellazione di funzioni o informazioni precedenti o l’impossibilità di iscrivere certe informazioni nello psichismo, e questo mi sembra il caso di certi traumi intrauterini oppure di quelli connessi alle primissime interazioni madre-figlio. Ma anche in questo caso, è utile ricordare quanto affermato da Brazelton, ovvero che la risposta a un ambiente difficile non è di per sé patologica, semmai lo diventa quando l’ambiente muta. La cancellazione di una informazione non coincide con tutto quanto possiamo considerare traumatismo intrauterino, vi sono anche quei tentativi di adattamento a un ambiente difficile.

In ciascuno dei due aspetti, richiede una tecnica di indagine volta principalmente a rigenerare il tessuto psichico danneggiato – o nel presente non più funzionale – per renderlo capace di produrre nuovi tentativi.

Manuela Tartari ©

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Note:

1 M. Brovida, “Il bambino: prime relazioni tra cesura e continuità”, in: Psychomedia. Telematic Review

2 A. Della Vedova, “La vita psichica prenatale: breve rassegna sullo sviluppo psichico del bambino prima della nascita”, in: Psychomedia. Telematic Review

3 A. Imbasciati (2015), Psicologia clinica perinatale, Franco Angeli, Milano.

4 C. Pirrongelli, “Memoria Implicita”, in: Spiweb

5 G. Cozzolino e S. Ulivi, “La costruzione della memoria: tra fascinazione, neuroscienze, psicoanalisi, e società”, In: Psychomedia



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Notizie sull'Autore

Tartari Manuela

Psicoterapeuta, antropologa formatasi presso 'Ecole del Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, membro didatta dell'Istituto italiano di Micropsicoanalisi. Ha collaborato per anni alle ricerche e alla didattica delle cattedre di psicologia sociale e psicologia dinamica, quando Nicola Peluffo insegnava alla Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino. Da più di vent'anni ha ricoperto incarichi di consulenza e collaborazione presso alcune ASL piemontesi per la psicoterapia infantile e il lavoro in ambito evolutivo. Oggi è consulente tecnico del Giudice presso i Tribunali di Torino. Tra le diverse pubblicazioni si ricorda: "Metamorfosi del corpo", in: La terra e il fuoco, a cura della stessa autrice, ed. Meltemi, Roma 1996; "Dall'oggetto inconscio all'oggetto transizionale", in Quaderni di Psicoterapia Infantile, diretti da C. Brutti, Borla, Roma 1997; "Antropologia e metapsicologia. Un confronto freudiano tra efficacia simbolica e elaborazione primaria", in Etnosistemi, n° 7, anno VII, 2000; "L'immagine del corpo in adolescenza", in Bollettino dell'Istituto italiano di Micropsicoanalisi, n° 36, 2006: “Controtransfetr e stati deliranti”, in Tabù, delirio e alucinazione, ed. Alpes. Roma, 2010; “La creatività tra psicoanalisi e antropologia”, in Creatività e clinica, ed. Alpes. Roma, 2013.



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