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Direttore scientifico: Prof. Nicola Peluffo | Direttore editoriale: Dott. Quirino Zangrilli 
Scienza e Psicoanalisi
 

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Articolo di Iakov Levi  
 
 

Biancaneve e altre vergini

8 settembre 2002

(Capitolo Primo)

(Capitolo Secondo)

 

Il pudore esiste dovunque ci sia un mistero

Nietzsche

Nel mito biblico Eva viene sedotta dal serpente a mangiare del frutto dell’albero proibito. In molte rappresentazioni figurate si vede il serpente con in bocca una mela che si avvicina, subdolo, alla nostra madre primigenia.
Nella fiaba dei Fratelli Grimm vediamo la stessa scena in cui una mela viene offerta, nella stessa maniera subdola, ad una giovane donna.
La differenza consiste nel fatto che nella scena di Biancaneve, invece del serpente, è la matrigna, una strega, che cerca di sedurre la vergine.
In entrambi i casi la conseguenza di questa seduzione sarà la perdizione.
Eva viene cacciata dal Giardino dell’Eden 1 e viene condannata al rapporto eterosessuale, alle doglie e al parto (Gn.3/16).
Biancaneve muore, e potrà resuscitare solo dopo la deflorazione, che nella fiaba viene simboleggiata dal Principe e il suo bacio. Come ci ha mostrato Freud, infatti, il bambino spesso crede che la donna possa rimanere incinta da un semplice bacio 2.
I tre stadi essenziali della vita della donna vengono rappresentati in entrambi i miti.
Il primo stadio è quello in cui Eva vive nel Giardino dell’Eden.
Biancaneve vive nel bosco, parallelo al Giardino in cui viveva Eva, circondata da sette nani, che fanno da simbolo fallico apotropaico e difendono così la sua verginità.
Il serpente si avvicina alla prima donna e la seduce ad assaggiare del frutto proibito, che è il frutto dell’albero della conoscenza, ovvero la invita alla prima esperienza erotica dalla connotazione genitale 3, che per entrambi i sessi è la masturbazione.
Il serpente, che come abbiamo provato per esteso in “Eva.Verginità e castrazione” (http://www.geocities.com/psychohistory2001/EvaPartePrima.html) rappresenta il simbolo del pene verginale della donna prima che questo venga evirato dalla deflorazione, è sia lo strumento del rapporto autoerotico che il mezzo apotropaico attraverso il quale Eva mantiene la propria verginità, come i sette nani condensano sia il rapporto autoerotico di Biancaneve, sia il suo strumento apotropaico 4.
Ed ecco che Eva, dopo questo primo stadio di conoscenza genitale, viene cacciata dal Giardino, in una morte simbolica che riceverà il significato di evirazione-deflorazione-parto.
Il Giardino è il simbolo generale del genitale femminile, e quindi la cacciata da quello è in associazione diretta con questo. E il serpente nel Giardino è la clitoride, localizzata tra i suoi “fiori”, ovvero, la fase fallica dell’evoluzione femminile
Il mito biblico condensa la saga esistenziale dell’uomo con quella della donna, ma si trattava di due miti completamente diversi che furono fusi in uno solo e il testo ci presenta, a tratti, istantanee di entrambi mescolate in un’unica sintesi. La compressione e la condensazione rendono il mito ebraico ermetico e la sua decodificazione così complessa.
Il mito della donna e dell’albero della conoscenza è completamente separato da quello dell’uomo e del suo rapporto con l’albero 5.
Nel mito sumero, dal quale viene quello ebraico, l’albero appartiene ad Inanna, che lo pianta nel suo sacro giardino. Ma quando tenta di avvicinarsi all’albero trova un serpente che aveva nidificato in esso e che le impedisce di avvicinarsi. In questa storia non c’è traccia di divinità maschili.
Ugualmente nel mito greco delle Esperidi. Le dee vivono in un giardino al cui centro c’è un albero intorno al quale si attorciglia il serpente Ladone che impedisce loro di avvicinarsi per coglierne il frutto. Anche qui, niente uomini.

La dea della fertilità cananea Asherà, veniva adorata dagli ebrei ancora nel primo millennio A.C., come palo sacro, che era sinonimo della dea, ovvero come un albero.

Nel Peloponneso Artemide stessa era venerata come “dea del culto dell’albero”.

Nel mito greco Daphne, per sfuggire ad Apollo, si tramuta in albero.
Nella Gerusalemme liberata del Tasso, Tancredi colpisce un albero e scopre di aver ferito la sua amata Clotilde.
Quindi, nel contesto del mito esistenziale della donna, l’albero è la dea stessa, e il frutto è il suo seno.


Biancaneve muore, come Eva era diventata mortale dopo l’assaggio dello stesso frutto.
La morte simbolica di Eva è susseguita dalla deflorazione e dal parto; infatti solo dopo la sua cacciata dall’Eden ed aver perso l’immortalità “Adamo si unì a Eva sua moglie [in ebraico “conobbe” Eva sua moglie], la quale concepì e partorì Caino e disse: ‘Ho acquistato un uomo dal Signore’ ”(Gn., 4/1).
Come ha rilevato Abraham, la “donna vede nel bambino un sostituto del membro non concessole” 6.
Dopo il suo colloquio con il serpente, questi, che prima era eretto, fu condannato: “sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai”(Gn.3/14).
Ovvero, il pene verginale femminile, con il quale si masturbava, fu evirato e, come ci hanno mostrato Freud e Abraham, il bambino interpreta che l’evirazione del pene femminile da parte del padre sia la precondizione per il rapporto sessuale.
Adesso la donna, priva del suo, dipenderà da quello del marito: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà ”(Gn.3/16).
E come compensazione riceverà dall’uomo un bambino: “Ho acquistato un uomo dal Signore”. Il bambino è dunque un sostituto per il pene evirato.
Biancaneve muore, e rinasce quando il Principe (Adamo) la deflorerà, ovvero verrà fecondata dal suo bacio, che è la fase vaginale susseguente a quella fallica. Se quando prova i primi stimoli genitali la femmina può arrivare alla scarica attraverso l’autoerotismo, quando arriva allo stadio vaginale ha bisogno dell’intervento del Principe.
Il mito biblico ci presenta una sintesi estremamente condensata.
La fiaba di Biancaneve, invece, ci aiuta a far luce su uno degli stadi di passaggio più importanti poiché ci presenta la saga della donna distillata da quella dell’uomo, ed emerge con le sue peculiarità specifiche.
Il peccato originale e la Caduta hanno un significato diverso per l’uomo e per la donna, e anche la cacciata dall’Eden rappresenta un castigo per il primo e un altro per la seconda, come la sessualità viene interpretata diversamente dai bambini e le bambine, nei primi stadi della loro esplorazione sessuale.
Se nel bambino la masturbazione risveglia il terrore di essere evirato e di perdere il suo membro 7, per la femmina la stessa attività viene spiegata come la causale della “perdita” di quello stesso membro di cui deve, suo malgrado, constatarne la mancanza 8.
Ovvero, se l’evirazione per l’uomo rappresenta una minaccia che pende sul suo capo come una spada di Damocle, per la donna è una perdita irrimediabile di cui deve prendere atto e razionalizzare. Questa razionalizzazione spiega che la causa della propria evirazione sia stata il suo colloquio con il serpente .
E infatti il testo scinde in maniera esplicita il castigo che il Signore infligge all’uomo da quello della donna (Gn., 3/16-19). Secondo la Legge del taglione, che era l’unica valida per i primitivi, il diverso castigo riflette anche un diverso peccato.
Il primo uomo deve subire le conseguenze del suo peccato di aggressione- cannibalismo verso il Padre 9, mentre la donna non viveva la stessa tensione pulsionale, bensì la propria. L’uomo viene condannato con la morte per il suo atto sacrilego, poiché questo era stato un delitto di assassinio: “...Polvere tu sei e polvere tornerai” (Gn., 3/19). Mentre la donna viene condannata all’evirazione-deflorazione, alla dipendenza dal pene del marito e al parto: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai i figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto ma egli ti dominerà ”(Gn.3/16).
In realtà anche la donna diventerà mortale e tornerà ad essere polvere, poiché non c’è differenza tra la mortalità dell’uomo e quella della donna. Ma il testo prescinde da questa constatazione ovvia poiché non ci stava raccontando della realtà di vita che tutti conosciamo, bensì del mito esistenziale della donna nelle sue differenze da quello dell’uomo: morte contro morte, per questi, masturbazione-invidia del pene contro evirazione-deflorazione-parto, per quella.
La morte esplicita a cui viene condannato l’uomo ha, quindi, un significato completamente diverso dalla morte sottintesa a cui viene condannata la donna.
Se si scinde il ruolo di questa da quello dell’uomo, e lo si affianca a quello di Biancaneve, ecco che lo svolgimento ci diviene chiaro.
Eva, come Biancaneve, diventa mortale dopo aver assaggiato la mela, anche se, come abbiamo visto, la maledizione biblica concernente la morte era stata inflitta solo all’uomo, per un peccato di tutt’altra natura. Aggiungiamo a questo quello che ci dice Freud: “Il frutto non sta per il bambino, ma per il seno10, cioè per il corpo della donna, e lo stesso per quello che riguarda l’albero e vediamo che in realtà uomo e donna sono preoccupati da due problemi diversi, prodotti delle tensioni a loro peculiari.
L’albero viene chiamato dalla Bibbia l’albero della conoscenza, ed ecco che l’assaggio che fece Eva dell’albero e del frutto era stato una prima conoscenza legata al proprio corpo.
Ugualmente dunque per Biancaneve.
Adamo ed Eva vengono cacciati dal Giardino e viene precluso loro l’albero della vita, affinché non diventino immortali.
Per Biancaneve la morte è subitanea e l’associazione assaggio della mela - morte è più diretta. Ma il significato è lo stesso.
Eva diventa mortale ma subito dopo viene deflorata, fecondata e partorisce il primo figlio.
Biancaneve muore e, dopo un lasso di tempo, anch’ella viene deflorata dal principe e implicitamente fecondata.
Quello che ci racconta la fiaba in modo esplicito è di un lasso di tempo di alcuni anni, in cui è morta, e solo dopo avviene la deflorazione-fecondazione.
Su questo la Bibbia non ci aveva detto niente.
Se stessimo trattando di giovani uomini, invece di giovani donne, sarebbe tutto molto chiaro, poiché il lasso di tempo tra la morte simbolica, la rinascita e l’atto eterosessuale è esattamente quello che incorre nei riti della pubertà dei giovani novizi, come questo veniva eseguito dalle tribù primitive australiane, africane ed americane ancora all’inizio del secolo e probabilmente anche ai giorni nostri 11.
Se il parallelismo è lecito, e mi pare che lo sia, abbiamo qui, in forma atrofizzata, la rappresentazione di un rito iniziatico femminile di giovani donne, al posto degli ormai ben noti riti della pubertà maschili.
Possiamo dedurne che questa sia la traccia mnestica di questi riti compiuti sulle ragazze, piuttosto che sui maschi?
Se mai ci furono riti del genere avrebbero dovuto rimanerne tracce più consistenti. Malgrado la circoncisione femminile, praticata ancora oggi nel mondo mussulmano in parti dell’Asia e dell’Africa, sia il rito parallelo a quello della circoncisione maschile, e quindi anche l’atrofizzazione di un rito di passaggio, essa manca però di molti dei contenuti dei riti maschili.
È possibile che nella sintesi della condensazione biblica, come nella fiaba dei fratelli Grimm, si possa leggere l’espressione di un bisogno, che non riuscì a trovare sfogo e soluzione nei riti tribali, come invece fu il caso per i giovani maschi.
I riti iniziatici avevano lo scopo di staccare i giovani dalle madri e dalle sorelle, indurli ad identificarsi con i fratelli e i padri, e a rinunciare alle pulsioni aggressive ed incestuose, che se non fossero state rimosse energicamente avrebbero portato il disastro sul clan.
Avevano, quindi, anche lo scopo di indirizzare i giovani verso un’identità sessuale ben definita e a reprimere le proprie pulsioni pre-edipiche polimorfe e canalizzarle in un chiaro indirizzo eterosessuale attraverso l’identificazione con la generazione dei padri..
Alle ragazze non fu proposto niente di simile, ma sappiamo che anche loro, all’età della pubertà, sono sotto la pressione di tensioni non meno gravose per quello che riguarda la propria identità sessuale e gli stessi impulsi aggressivi verso le proprie madri.
Questo spiegherebbe la figura della “matrigna” malvagia nella fiaba di Biancaneve, che non è altro che la proiezione esterna dell’aggressività della figlia verso la propria madre.
Il mito biblico non poteva presentarci niente di simile. La stretta morsa della società patriarcale delle tribù ebraiche non poteva lasciar posto a questo tipo di fantasie femminili, che furono rimosse spietatamente, e le tracce di un lasso di tempo tra la prima conoscenza genitale autoerotica e la deflorazione della pubertà furono cancellate senza lasciare tracce apparenti.
Tuttavia, gli elementi dei vari stadi di sviluppo sono lì, in entrambe le saghe.
Quello che ce lo conferma sono anche altre fiabe raccolte dai fratelli Grimm che hanno fissato in un’istantanea la tensione della pubertà femminile.
“La bella addormentata nel bosco”, si addormenta, ovvero muore, proprio all’età della pubertà, a quindici anni, e anch’ella viene risvegliata solo dal bacio del principe.
Ugualmente nei “Dodici fratelli” e nei “Sei Cigni” una giovinetta deve rimanere muta per sette anni, per riscattare dalla morte i fratelli.
Come ci ha mostrato Freud, il mutismo simboleggia la morte 12, quindi in queste ultime due fiabe la sorella sostituisce, attraverso il mutismo, la morte dei fratelli con la propria.
In queste due fiabe avviene un’inversione, poiché invece di essere l’uomo a riscattarla dalla morte, come in Biancaneve e nella “Bella addormentata nel bosco”, è la giovane che attraverso la sua morte simbolica riscatta i fratelli.
Ma in tutti i casi il mito ci presenta una ragazza nell’età della pubertà, che muore simbolicamente per un lasso di tempo prima di venire associata a un uomo, sia questo un principe o dei fratelli. Esattamente come nei riti della pubertà maschili i giovani muoiono simbolicamente, subiscono una mutilazione, rappresentata generalmente dalla circoncisione, rinascono, e in diretta associazione hanno il primo rapporto eterosessuale (vedi nota 11).
La mutilazione-rinascita avvengono in simbiosi, in quanto viene raccontato alle donne e ai bambini della tribù che un mostro li aveva divorati e li aveva poi rilasciati accontentandosi di mutilarli.
Queste fiabe sono dunque l’espressione di un rito di passaggio femminile, parallelo a quello maschile, che pur non trovando catarsi nei riti tribali, cercava una valvola di sfogo nel mito.
La tensione era lì, che cercava di essere alleviata.
L’equivalente biblico è Eva, che perde l’immortalità e viene deflorata da Adamo, e la sua deflorazione condensa anche il significato dell’evirazione, parallela alla circoncisione. Il serpente è il simbolo del pene verginale di Eva, con cui ha un colloquio, ovvero uno scambio (intercourse) per il quale verrà punita con l’evirazione
Subito dopo il suo colloquio con il serpente questo, che prima era eretto, viene evirato: “Allora il Signore Dio disse al serpente ‘Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita’ ”(Gn., 3,14).
Il versetto corrisponde a quello che ci dice Abraham a proposito di un suo paziente che da bambino aveva interpretato la forma del genitale femminile come conseguenza di un’evirazione inflitta dal padre come punizione .
Il simbolo fallico di Biancaneve sono i sette nani, con cui “colloquia” prima di assaggiare la mela e morire. Sette come i corni di ariete che stringevano d’assedio Gerico e la Prostituta Sacra tra le sue mura.
“La bella addormentata” nel bosco subito prima di morire filava con un fuso, lo stesso fuso con cui le Moire, le vecchie fanciulle vergini, nella mitologia greca filavano il filo della vita umana 13, ovvero era occupata da un rapporto autoerotico con il proprio pene, si punge con questo, parallelo alla mutilazione che subiscono i novizi, muore per cento anni, e quando si risveglia trova lì pronto il principe. Qui la fiaba scompone la sintesi biblica evirazione-mutilazione e deflorazione in due atti separati.
Nei “dodici fratelli” la giovane raccoglieva dei fiori, simbolo del genitale femminile (cfr. nota1), e, avendo così provocato la morte dei fratelli, si autocondannò al mutismo, ovvero alla morte simbolica, dopo della quale i fratelli vengono riscattati.
L’implicazione è che la fanciulla, a causa della masturbazione con il proprio simbolo fallico, sia stata punita con la morte, che in questo caso passa prima attraverso quella dei fratelli. Come in un’istantanea che ci presenti, in un’unica sintesi, l’invidia del pene femminile per quello dei fratelli e il desiderio inconscio di evirarli, ovvero di ucciderli per imposessarsene 14.
Questa fiaba condensa sia la formula: masturbazione femminile = evirazione = morte, che quella: masturbazione femminile = invidia del pene maschile = evirazione-uccisione dei fratelli = propria morte come espiazione e riscatto.
In tutti i casi la donna ha un rapporto autoerotico, viene punita con la morte, rinasce e ha il primo rapporto eterosessuale, che condensa in sé, come prima fase, anche l’evirazione, poiché per la donna questa condensa sia il castigo che la conditio sine qua non affinché possa avvenire il rapporto eterosessuale.
Qui ci viene offerta l’occasione di gettare lo sguardo anche su un altro aspetto, che finora ci era sfuggito, evanescente. Come nella prima infanzia la bambina guarda con invidia il pene dei fratelli, all’epoca della pubertà guarda con invidia ai riti di passaggio maschili, attraverso i quali i fanciulli diventano uomini, e che a lei sono preclusi.
Le fiabe che abbiamo davanti rappresentano anche un tentativo di compensare la frustrazione fantasticando una situazione in cui anche la fanciulla esprima, in una catarsi simile a quella maschile, le proprie tensioni irrisolte.
Mentre la formula della saga maschile era stata: morte del Padre = morte del figlio, quella della saga femminile aveva condensato l’evoluzione molto più tortuosa e complessa delle tensioni esistenziali femminili che dovevano districarsi anche nel labirinto della conflittualità verso il proprio genitale e il suo ruolo.
A questo punto ci diviene chiara la complessità del ruolo di Eva nel mito biblico.
Per l’uomo era stato tutto molto semplice: aveva mangiato (ucciso) e fu punito con la morte.
Eva invece colloquia con il serpente, viene sedotta, mangia dell’albero e del frutto, seduce l’uomo, viene evirata-deflorata, resta incinta e partorisce.
L’uomo fa la parte dello stolto. La donna di una mente tortuosa e subdola come Lady Macbeth, il suo equivalente shakespeariano.
La tortuosità della sua saga rispecchia la complessità del suo rapporto con il suo genitale così enigmatico e le sue fantasie così complesse: Giardino e serpente, una deficienza fisica irrimediabile, invidia del pene, un ruolo dettato da una sensazione di netta inferiorità e, come soluzione, le fantasie di morte verso la madre e, come condensazione di espiazione, salvezza e riscatto, un uomo che “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Gn. 3/16), trasfigurato in Principe Azzurro e verso il quale potrà solo assumere quel ruolo passivo, che le è imposto dalla forma del suo genitale 15.
Come Eva, anche Biancaneve, “la Bella addormentata nel Bosco” e Cenerentola, sono costrette entro la camicia di forza di un ruolo passivo e dipendono dal Principe che le venga a riscattare. Questa è la loro lunga “attesa” nel bosco.
A differenza dei riti iniziatici maschili, dove “l’attesa” nel bosco ha la funzione di indurre alla rimozione attraverso il trauma e una repressione violenta, le ragazze devono attendere passive ed addormentate-morte, nello stesso bosco, l’uomo che conceda loro il pene mancante e le riscatti. Dipendono, infatti, da lui per poter risolvere il nodo gordiano della loro conflittualità pulsionale 16.
L’uomo attenderà il proprio Cristo, affinché questi lo riscatti dal peccato dell’assassinio-evirazione che aveva commesso nella figura del Padre.
Le donne attenderanno il proprio Cristo nella figura di un Principe o di un Figlio di Dio, che dia loro quello che le manca.
Il Cristo non ha infatti la stessa funzione per gli uomini che ha per le donne, e questo è anche uno dei motivi per cui ai piedi della Croce e dopo la Risurrezione sono queste che gli si affollano intorno (Mt. 28/1; Mr. 16/9; Lc.24/10; Gv. 20/1-18). .
Con la sua morte aveva dato all’uomo quello di cui aveva bisogno, il riscatto dal peccato originale, ma le donne, che cosa volevano ancora da Lui, se non il pene mancante che per loro rappresentava la Salvezza?
Questo livello si condensa con quello delle donne a cui viene rapito il figlio per passare il rito iniziatico sulla montagna (il Golgota), e dopo la cui conclusione viene loro restituito.
I due livelli si condensano e si completano a vicenda, poiché per la donna il figlio era anche stato il sostituto del pene mancante, il “serpente” che le era stato tolto per il peccato di masturbazione e le fantasie che l’accompagnano.

 
Dea dei serpenti (Creta Neolitico)
 
     
 
Michelangelo Cappella Sistina
 
     

 

La Madre

 
1600 AD
 
     
 
XII secolo
 
     

 

Il Figlio

Nota la curva nel corpo del Cristo, come in tutti i crocifissi romanici

Nel mito di Biancaneve c’è ancora un’allusione su cui conviene soffermarsi.
Nella rappresentazione si condensa l’ambivalenza emotiva in cui la bambina vede nella madre una donna bellissima e desidera ardentemente essere bella come lei.
Nella fiaba, Biancaneve persino detronizza la madre, essendo lei ancora più bella, e la riduce a vecchia. Ovvero la fa invecchiare prematuramente, come allusione al suo desiderio di morte verso la madre.
Ma c’è di più.
Le streghe della fantasia medioevale sono la continuazione diretta delle triadi di mostri fallici femminili che popolavano la mitologia greco romana: le Moire, le Erinni, le Parche, le Graie, le Arpie e le Gorgoni. Mostri che venivano rappresentate in compagnia di serpenti terrificanti. La Medusa, una delle Gorgoni, rappresentata con terribili serpenti al posto dei capelli, era figlia del mostro marino Ceto e sia lei che la madre venivano definite “dal bel volto” 17. E la Medusa stessa, pur essendo terrificante, fu concupita e posseduta da Poseidone. Infatti, il suo aspetto mostruoso è una difesa dell’Io contro l’attrazione esercitata dal genitale femminile. Terrificante in quanto bellissimo. La matrigna di Biancaneve non è altro, dunque, che l’equivalente di Medusa stessa. L’equazione si completa: donne bellissime = tentatrici = streghe = mostri.
Quindi una donna bellissima, la madre di Biancaneve, una strega, si tramuta in vecchia e tenta Biancaneve.
I serpenti, simboli fallici tentatori e quindi orripilanti, strumento apotropaico dei mostri pre-olimpici che emergono nel mito biblico di Eva e il suo colloquio col serpente, emergono nella figura della strega.
Il serpente che offre la mela ad Eva si trasfigura nella strega che offre il frutto a Biancaneve. Per trovare le tracce di questa equivalenza, serpente-strega, dobbiamo allontanarci dalla rappresentazione che abbiamo davanti agl’occhi, come un presbite che vede meglio faccendo qualche passo all’indietro.
Una leggenda ebraica racconta:

Rabbi Shimon Bar Iochai disse: “Vi racconterò un racconto attraverso il quale potrete capire la storia di Adamo ed Eva: “Un uomo aveva una moglie. Portò a casa una botte e la riempì di fichi e noci e cose dolci. Poi prese uno scorpione e lo mise sull’apertura della botte a fargli da guardia. Disse a sua moglie: “Figlia mia tutto quello che c’è in questa casa ti appartiene, tranne questa botte, non la toccare!” Poi l’uomo uscì di casa. Mentre era fuori entrò una vecchia, facendo finta di essere venuta solo a prendere in prestito dell’aceto. La vecchia disse: “Come ti tratta tuo marito?” E la donna rispose: “Mi ha dato tutto quello che è suo, tranne questa botte”. E la vecchia: “Certamente tiene lì le cose più preziose e a te non l’ha detto perché vuole darle a un’altra donna”. Essa sedusse la donna ad aprire la botte e a introdurvi la mano che fu subito morsicata dallo scorpione (Bereshit Raba 19,10).

La leggenda ebraica che ha creato una metafora per spiegare il mito biblico della tentazione di Eva mette una vecchia al posto del serpente.
Esattamente come nella fiaba di Biancaneve.
I rabbini che crearono questa leggenda in Palestina, nel II sec. d.C., certamente non conoscevano la fiaba nordica di Biancaneve e i sette nani, né possiamo supporre che i cantastorie medioevali conoscessero la leggenda rabbinica.
L’inconscio umano aveva creato questa associazione: serpente = tentazione = vecchia.
Lo stesso legame associativo, serpe = strega, lo ritroviamo in una imprecazione di Zarathustra: “maledetta serpe, agile e snodata, maledetta strega, che mi sei sfuggita” (“La seconda canzone di danza”,1)
Quanta strada hanno fatto i mostri fallici pre – olimpici per riapparire nella fiaba di Biancaneve!

E non solo la matrigna di Biancaneve. Ogni madre è fata, strega, Medusa e serpente.

La fata turchina di Pinocchio

 

Le quattro immagini rappresentano le fantasie di Pinocchio: Madre – Fata –Strega.
Nella terza immagine la fata sta battendo le mani tre volte. Nella fiaba, quando ella batte le mani tre volte e fa tre piccoli colpi (Cap.XVI), appare il grosso falco, ovvero appare il pene nascosto, che nella fiaba si condensa al genitale paterno salvifico che interviene per salvare Pinocchio. Il tre infatti è ripetuto due volte, in tre volte e tre piccoli colpi. Appare – scompare: tutto è magia. Da qui tutte le fate che tengono in mano una bacchetta magica. La magia è il pene fantasmatico, che cè ma non si vede. Battere le mani tre volte è l’esatto equivalente del tenere in mano una bacchetta. Nell’ultima immagine vediamo come da fata stia per trasfigurarsi in Medusa.
Non è un caso che fate e streghe siano sempre donne, e non è un caso se nel Medioevo l’accusa di stregoneria portasse al rogo. Era l’unica maniera per esorcizzare il terrore del pene femminile mancante.

Nella fiaba di Biancaneve si condensano sia le pulsioni pre-edipiche polimorfe 18 che la tensione provocata dalla gelosia e l’aggressività della bambina quando entra nello stadio del conflitto edipico. Forse per questo è diventata la fiaba più famosa. In essa appare in maniera esplicita l’ambivalenza conflittuale verso la madre, che nelle altre saghe era stata solo allusa, come tutte le fiabe in cui la figura della madre si trasfigura in matrigna ostile. Ma qui pare esserci molto di più, poichè la fiaba non ci presenta solo la proiezione dell’aggressività edipica, bensì l’allucinazione paranoica di un complesso non risolto. L’omossessualità latente della paranoia femminile è la causale per cui in Biancaneve, a differenza di Cappuccetto Rosso dove il padre eviratore è rapresentato dal Lupo, e di altre saghe di cui parleremo più avanti dove l’eviratore della femmina è il Padre, colei che evira- uccide è la madre. Infatti qui manca il “Signore” che aveva colpito ed evirato il serpente di Eva. La madre – strega sostituisce il Padre – eviratore, che grida per la sua assenza. Nella paranoia femminile tutto diventa un affar di donne.
Come vedremo in seguito, nelle altre saghe la madre viene fatta sparire all’inizio, e manca come protagonista. La bambina l’ha fatta sparire. In Biancaneve è il padre che è stato fatto sparire fin dall’inizio, e la madre riempe anche il suo ruolo.
Avendo fallito nel suo compito di attirare a sè la libido della bambina, il padre non esiste più, la libido si sposta sulla madre, e da qui l’omosessualità latente e la paranoia.
Non vorremmo essere il Principe che appare alla fine e sposa Biancaneve!
Apparentemente anche nella fiaba di Cenerentola il Padre – eviratore è assente, ma la fanciulla perde la sua scarpina (condensazione di perdita del “serpente” e deflorazione, in quanto la scarpa è simbolo della vagina) in associazione con il Principe, e non in associazione con la Madre - matrigna, lasciandoci così qualche speranza che questo matrimonio possa andare a lieto fine.
L’unione più felice sarà probabilmente quella della Bella Addormentata nel Bosco. Qui tutto comincia con “C’era una volta un re e una regina”. Una famiglia solida dove il re è ben presente. La strega è la causale della morte della fanciulla, ma ci sono nella fiaba anche molte streghe buone, e una di queste fa l’undoing della maledizione di quella cattiva. Inoltre quest’ultima si vendica per essere stata insultata, ovvero, la morte della principessa rappresenta il Taglione per un’offesa perpetrata contro l’imago materna. L’insulto alla strega cattiva appare in maniera esplicita. In Biancaneve, invece, non c’è traccia manifesta della morte della fanciulla come conseguenza di un offesa alla madre. Nella paranoia, infatti, il soggetto è sempre la vittima innocente delle cospirazioni altrui. Le tracce dell’aggressività primaria che ha scatenato il Taglione sono ormai sepolte al di là di ogni possibilità di riconoscimento. Infatti non si tratta più di aggressività edipica, ma di omosessualità latente che ha scatenato la paranoia.
Sembrerebbe, invece, che l’immagine della strega cattiva, nella fiaba della Bella Addormentata nel Bosco, e a differenza di Biancaneve, sia la proiezione di una sana aggressività edipica, e non mi pare che ci siano tracce alcune di paranoia.
Auguri Principessa!

© Iakov Levi

Note:

1 Freud, “Simbolismo nei Sogni”, in Opere, B.Boringhieri, Torino 1989, vol. 8, pp.329-330. Freud dice: “il giardino, un frequente simbolo del genitale femminile...Fioriture e fiori designano il genitale della donna o, più specificatamente, la verginità. Non dimenticate che i fiori sono realmente i genitali delle piante”. Dunque il Giardino dell’Eden era l’habitat della verginità di Eva.
2 Freud, “Teorie sessuali dei bambini”, in op.cit., Vol. 5, pp.462-3.
3 Nel libro della Genesi ogni “conoscenza” è una conoscenza genitale. La radice ID‘A (conoscere-sapere), è la stessa che viene adoperata sia per l’albero della conoscenza che per la deflorazione di Eva da parte di Adamo (Gn.4/1), Caino che che copula con la moglie (Gn.4/17) e i Sodomiti che vogliono sodomizzare gli ospiti di Lot (Gn.19/5).
4 Per il bambino, piccolo, e quindi nano, come simbolo genitale, vedi S.Freud, op.cit., p.328.
In linguaggio popolare, quando si dice “il piccolo”, si intende il pene.
Il quotidiano triestino “Il Piccolo”, corrisponde al “Il Messaggero” o “Il Corriere”, come Hermes, il messaggero degli dei, simboleggia il genitale.
5 Freud, “Una nevrosi infantile”, in op.cit., Vol. 7, pp.558-9. Dall’analisi del sogno di un paziente Freud impara che per il bambino in questione l’albero significava il corpo della madre. F. riporta anche la descrizione che fa il Tasso, nella Gerusalemme Liberata, in cui Tancredi colpisce il tronco d’albero con la spada e da questo sgorga il sangue della sua amata Clotilde. Nel mito della donna l’albero rappresenta dunque il suo corpo, con cui ha un rapporto autoerotico.
T. Reik ci ha mostrato come il Peccato Originale dell’uomo e la Caduta rappresentino, invece, il peccato di aggressione e di cannibalismo verso il corpo del dio-Padre, rappresentato dall’albero (Myth and Guilt, Braziller, New York 1957, pp.130-155 e 161-7). Sembrerebbe dunque che ci sia una contraddizione. Ma non si tratta di tale bensì di una condensazione in cui l’albero del Paradiso Terrestre rappresenta il simbolo del corpo del dio, per quello che riguarda il mito dell’uomo, e il corpo della donna, per quello che riguarda il mito di questa.
6 K.Abraham, “Complesso di evirazione femminile”, in Opere, B.Boringhieri, Torino 1997, vol. I, pp. 107-114. Vedi, nelle stesse pagine, anche l’interpretazione della deflorazione come evirazione, della forma della vagina come una ferita e l’ividia per il pene maschile (p.109) e l’associazione di questa con la fecondazione e il parto (pp.111-113). Freud, (“Una nevrosi infantile”, in op.cit., Vol.7 p.552) Sul rapporto deflorazione=evirazione scrive: “...durante lo svolgimento del sogno il paziente aveva ritenuto che la donna fosse evirata e avesse, in luogo del membro virile, una ferita; nella sua interpretazione la ferita doveva servire al rapporto sessuale e l’evirazione era la condizione della femminilità ”.
7 S.Freud, “Teorie sessuali dei bambini”, in op.cit., Vol. 5, pp. 456-9; “Il tramonto del complesso edipico”, in op.cit., Vol.10, p.30; “Sessualità femminile”, in op.cit., Vol.11, p.70; “Compendio di psicanalisi”,in op. cit., Vol. 11, pp. 581-2.
8 Freud, “Teorie sessuali dei bambini”, in op.cit., Vol.5, pp. 456-9; “Il tramonto del complesso edipico”, in op.cit., Vol.10, p.32; “Sessualità femminile”, in op.cit., Vol. 11, pp.70-1.
9 Reik, Myth and Guilt, Braziller, NewYork 1957, pp. 130-155 e 161-7.
10 S.Freud, “Simbolismo nel sogno”, in op.cit., Vol. 8, p. 329.
11 I vari stadi dei riti iniziatici maschili, come questi avvengono tra le tribù selvagge, sono stati analizzati da T.Reik, Ritual, Farrar & Strauss, NewYork 1946; tr.it.: “I Riti della pubertà”, in Il rito religioso, Boringhieri, Torino 1949 e 1969, pp. 104 -173.
12 Freud, “La scelta degli scrigni”, in op.cit., Vol. 7, pp. 212 -3.
13 O. Kern, Orphicorum fragmenta, p.33. riportato da: K. Kerenyi, Gli dei della Grecia, Il Saggiatore Milano, 1962, pp.36-7. Per gli oggetti appuntiti come simboli fallici cfr. S.Freud, “Simbolismo nel Sogno”, in op.cit., Vol. 8, p.326.
14 K.Abraham, ibidem, p.112.
15 Nietzsche afferma: “un uomo che ama come una donna diventa pertanto schiavo”, ovvero: vinto, cioè evirato; “una donna, che ama come una donna, diventa con ciò una donna più completa” ovvero: s’impossessa del genitale maschile che a lei manca cfr. La Gaia scienza, par. 363.
16 La rappresentazione dei Tre Re Magi che portano doni al Bambino opera uno spostamento, in cui bisogna leggere che i tre re portano il Bambino in dono alla Vergine. Poiché i Tre Re Magi sono il simbolo del genitale maschile, come ogni numero tre (vedi S.Freud, “Simbolismo nel Sogno”, in op.cit., Vol. 8, p.326), si può leggere in questo quadro un simbolismo simile a quello di Biancaneve che attende il Principe Azzurro che la riscatti attraverso il dono del suo pene che, come ci ha mostrato Abraham, condensa anche il simbolo il bambino.
17 K.Kerenyi, op cit., p. 51.
18 Per come un attaccamento della bambina alla madre, non risolto dall’identificazione e dallo stadio edipale, sia alla radice della paranoia femminile vedi : S.Freud, “Sessualità femminile”, in op.cit., Vol.11, p.65. In questo contesto l’allucinazione paranoica di Biancaneve sarebbe una conseguenza non del conflitto edipico, ma dall’attardarsi dell’attaccamento della bambina alla madre, e quindi da una omosessualità rimossa che viene proiettata in paranoia.