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Direttore scientifico: Prof. Nicola Peluffo | Direttore editoriale: Dott. Quirino Zangrilli 
Scienza e Psicoanalisi
 

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Articolo di Iakov Levi  
 
 

Biancaneve e altre vergini

19 ottobre 2002

(Capitolo Terzo)

(Capitolo Primo)

(Capitolo Secondo)

(Capitolo Quarto)

Invertitasi l’impresa eroica, l’unico risultato sarà che Afrodite (e qui ci ricolleghiamo a quello che dice Freud su Afrodite = Morte) diventerà il simbolo della Morte stessa e, per estensione, la porterà a tutti i Troiani. Paride, come Orfeo prima di lui, aveva fallito nell’impresa iniziatica, e invece di rinascere e avere la bella, sarà portatore di morte e perderà Elena, come Orfeo aveva perso Euridice.

La seconda istantanea, quella sovrapposta, fa l’undoing di quella originale rimasta latente, e ci mostra un Paride-Adamo-Principe Azzurro che deflora la dea, ma, e qui il mito greco diverge da quello semitico e da quello delle fiabe nordiche, questa deflorazione non significherà più, come per Eva, per Biancaneve e per Cenerentola, la salvezza, bensì una nuova Morte. Il risultato finale è lo stesso, malgrado la sovrapposizione posteriore apparentemente invalidi lo strato originale.
I miti, come i sogni, sono il risultato finale di una condensazione di strati differenti. Decodificare un mito è come interpretare un sogno. Quello che vediamo all’inizio è lo strato manifesto, ma sotto di esso, come nel Tel archeologico, si celano gli strati originali.
Nel mito greco-romano-cristiano l’equazione è sempre: deflorazione = perdizione = Morte e, come sua equivalenza, Verginità = Salvezza = Vita.
In quello semitico, simile a quello nordico, la formula è opposta: rapporto eterosessuale = prolificazione = salvezza e riscatto dalle fantasie infantili della masturbazione, e quindi salvezza e riscatto dalla condizione esistenziale di castrazione in cui si trova la donna.
La sovrapposizione del mito greco in cui Paride deflora la bella ci conduce ad una situazione in cui invece di salvarla con questo atto, come aveva fatto Adamo dopo la cacciata dall’Eden e il Principe delle fiabe nordiche, la conduce ad una nuova morte, come Poseidone aveva portato alla morte Medusa deflorandola, e Ades Persefone.
Questo è esattamente il punto dove avviene la divergenza: la deflorazione di Eva, di Biancaneve, della “bella addormentata nel bosco” e di Cenerentola è la loro salvezza.
La deflorazione di Afrodite corrisponde, invece, alla scelta della Morte e alla perdizione dei Troiani.
La figura di Paride condensa sia il serpente di Eva e di tutte le dee vergini pre-olimpiche ed olimpiche del mondo fantastico partorito dalla fantasia greca, che il Principe (Adamo) che le deflora. Il risultato finale, che nella saga semita e in quella nordica era stato il riscatto e la salvezza, nel mito greco può essere solo una nuova Morte, una perdizione dalla quale non esiste nessun riscatto e diventa finale ed eterna: quella di Troia e di tutto il suo popolo.
La psiche occidentale aveva generato una sola formula: Verginità = salvezza.
Questa formula verrà ripresa dal cristianesimo e diventerà per questo l’unica alternativa esistenziale.
Le donne che si affollano intorno alla Croce e sul sepolcro di Cristo dopo la Risurrezione vogliono da lui la Salvezza, il suo pene, che le redima dalla loro condizione di evirazione, ma il Cristo, a differenza di Adamo e del Principe Azzurro le salva non accontentandole, e infatti le invita a perseverare nella loro astinenza 1.
Questa è la chiave che il cristianesimo, sulla scia del modello del mito greco, propone alla donna per la sua Salvezza: la verginità. I greci avevani istituito due poli antitetici che si risolvevano in un’unica equivalenza: le dee vergini inviolate Atena – Artemide - Estia, Grandi Madri, e quello delle dee deflorate il cui prototipo era Afrodite.
Con il crollo del mondo antico, il polo Maternità = Verginità =Salvezza ebbe la prominenza e l’unica legittimazione, mentre l’altro polo fu relegato al proibito e restituito all’Averno, da dove Afrodite era venuta: Rapporto eterossessuale = peccato mortale = Inferno. Infatti anche Persefone era diventata sovrana degli Inferi solo dopo essere stata deflorata da Ade, e Medusa era diventata mortale solo dopo essere stata deflorata da Poseidone.
I barbari convertiti al cristianesimo durante il medioevo, come rigetteranno con la Riforma dalle proprie chiese tutti i simboli iconoduli della forma mentis greco- romana, rigettarono anche questa formula (verginità=salvezza), e re-isituirono il matrimonio per i propri sacerdoti. Uno dei dogmi che per i barbari era più difficile da digerire era proprio la verginità di Maria.
Paolo aveva detto: “Colui che sposa la sua vergine fa bene e chi non la sposa fa meglio” (Prima Lettera ai Corinzi 7/38).
Le tribù germaniche, elvetiche, sassoni e normanne, come prima di loro avevano fatto le tribù ebraiche sulla scia del modus mentale semitico, respinsero questa formula e la capovolsero.

Prima di lasciare il serpente, ancora una delucidazione. Questo è un simbolo fallico femminile, ma non è limitato al fantasmatico pene della donna. Gli Eroi Mosè, Orfeo, Apollo, Perseo, Bellerofronte, Ercole, Edipo, San Giorgio e Tamino sconfiggendo serpenti, draghi e mostri fallici femminili equivalenti, sconfiggevano la donna a tutti i livelli, non solo quello edipico = clitoride =pene, ma anche quello sadico-orale e intrauterino.

Nel processo di regressione, indotto dal trauma iniziatico, in quanto durante questi riti i novizi venivano fatti rinascere, al livello edipico si condensa quello intrauterino e il serpente o drago, Medusa, Chimera, Sfinge, Idra, rappresentano in questo stadio la placenta e la lotta contro di essa. Gli Eroi sono quelli che rinascono, ovvero, che sconfiggono la placenta.
Il serpente che l’ eroe mancato Orfeo non riesce a sconfiggere morde e uccide Euridice.
Questo è il livello sadico – orale.
Dopo che gli Israeliti sono rinati dalle acque del Mar Rosso, mentre ancora infanti vagano per il deserto (infatti non riescono ad arrivare alla Terra Promessa poichè sono troppo piccoli per camminare) sono assaliti dai serpenti

Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati da questo cibo così leggero». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un grande numero d’Israeliti morì. Il popolo venne a Mosè e disse: “Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te...” (Nm.21,5 - 7).

Il peccato per cui i serpenti si avventarono sugli Israeliti fu dunque il peccato di aver parlato male di Dio e di Mosè e la causa fu la fame, la mancanza di pane.

Il parlare avviene attraverso la bocca e la lingua; di chi parla male si dice che ha una lingua di serpente [un pene dentro la vagina come Rigoletto], e la causa fu la fame: un bisogno che si ricollega alle pulsioni sadico-orali della prima infanzia. Come il serpente di Orfeo mordeva, così quelli nel deserto.
Se la bellezza e negli occhi di chi guarda, ugualmente il significato del simbolo è nel livello evolutivo di chi lo percepisce. A livello edipico il serpente rappresenta il pene femminile, a livelo sadico – orale è la lingua - bocca che morde, e in una regressione intrauterina si materializza nella fantasia come placenta.
Ogni livello combatte le sue guerre. A livelo edipico la lotta è per evirare il pene femminile e perpetrare la penetrazione genitale. A livello sadico orale è divorare la donna per esistere, e a livello intrauterino è la lotta tra Giganti e Titani per poter nascere.

LA QUARTA MELA

Quando si procede per associazioni, bisogna aspettarsi che il materiale che emerge sia il più svariato, ma solo così quello che appare sono anche i contenuti autentici.
La quarta mela la troviamo sulla testa di un ragazzo: il figlio di Guglielmo Tell.
Come ha fatto ad arrivare fin lì?
Dopo essere stata proposta da un serpente ad Eva, da una vecchia-serpente a Biancaneve e da un eroe mancato ad Afrodite, appare sulla testa di un ragazzino svizzero del XV secolo, che trema davanti a una freccia che può perforare il frutto, come la sua testa.
Apollo, il dio iniziatico, aveva terrorizzato gli Achei, accampati intorno alle mura di Troia, con il suo arco e le sue frecce.
Apollo, trasfiguratosi in giovane novizio, aveva usato lo stesso arco per vincere il mostro, il Pitone, e salvare l’umanità appena rinata dal Diluvio Universale.
E Guglielmo Tell deve usare il proprio arco per salvare il suo popolo da un mostro-tiranno simile.
Ora stiamo fotografando un padre che mira minaccioso alla testa del proprio figlio.
Se non lo colpirà, e colpirà invece la mela, salverà il suo popolo, come avevano salvato il proprio popolo, con un atto eroico simile, Prometeo, Apollo, Perseo, Teseo, Edipo, Ercole, Bellerofronte, e chissà quanti altri.
Ma gli eroi che salvano l’umanità sono figli, non padri. Il padre è il nemico.
E infatti Guglielmo Tell è un padre che sta minacciando di morte il proprio figlio, come Apollo intorno alle mura di Troia. L’aspetto di novizio del dio si sposta sul figlio minacciato. La razionalizzazione introdotta dalla leggenda ci fa vedere il nemico – Padre spostato un po’ più in là, nella figura del tiranno austriaco.
Il significato di un padre che minaccia il proprio figlio con un arco, malgrado la razionalizzazione che ricopre la scena, ci è completamente chiaro.
Anche Abramo ci aveva raccontato di minacciare il proprio figlio con un coltello perché così gli imponeva un altro tipo di tiranno, ancora più onnipotente 2.
Ma noi non gli avevamo creduto.
Ma la mela, cosa significherà mai la mela?
Il frutto che non sta per bambino, ma per il seno” viene preso di mira dall’eroe, condensazione di figlio e padre insieme.
Se verrà colpito il frutto, simbolo del corpo femminile, la cerimonia iniziatica sarà coronata da successo, altrimenti il figlio morirà. La morte sarà la conseguenza di un rito di passaggio non consumato, come accadde a Orfeo e a Paride Alessandro.
Con le parole di Reik, lo scopo dei riti iniziatici, con le loro connotazioni terrificanti è “di distaccare i giovani dalle madri, a incatenarli più fermamente alla comunità degli uomini e sanzionare più strettamente l’unione tra padre e figlio che è stata allentata dall’inconscia tendenza incestuosa del giovane”3.
Come conseguenza del rito non solo i sentimenti ostili dei figli verso i padri vengono risolti attraverso l’identificazione, ma anche quelli dei padri verso i figli vengono sostituita dalla tenerezza e l’affetto, al punto che le due generazioni diventano fratelli di sangue4.
E infatti la scena del Guglielmo Tell si conclude con l’abbraccio liberatorio tra padre e figlio.
Attraverso la catarsi del rito della pubertà e l’identificazione della generazione dei figli con quella dei padri, l’atto eterosessuale viene distillato dalla componente incestuosa proibita, e la freccia che perfora la mela è il simbolo della penetrazione eterosessuale che avviene in susseguenza diretta alla conclusione del rito 5.
Ma la scena che appare nel Guglielmo Tell ci presenta anche un’altra condensazione: come conseguenza di questo rafforzamento dei legami tra la generazione dei padri e quella dei figli emerge anche una nuova ostilità verso le donne 6, che erano state, per ricalcare un’espressione comune, nel nostro contesto estremamente calzante: “Il pomo della discordia”.
E di pomo infatti si trattava.
La scena di un padre che commette l’azione eroica condensandosi ed identificandosi con la figura del figlio, il novizio, include anche un elemento in cui trova piena espressione la nuova misogenia di questa confraternita di padri e figli.
Il pomo della discordia, la mela, simbolo del corpo bramato della donna, diventa l’oggetto di ostilità contro cui è diretta la freccia di Guglielmo Tell 7.

Cappuccetto Rosso

Come i nani di Biancaneve erano stati il pene verginale di Biancaneve, e Rigoletto lo era stato di Gilda, così Cappuccetto Rosso la piccola bambina (piccolo = nano = pene. I bambini credono infatti che un nano sia un bambino poiché nulla sanno di disfunzionalità ormonali della crescita) è essa stessa la rapresentazione del membro. Trattandosi di una bambina, la rappresentazione, come il sogno, condensa in un'unica immagine sia la donna che il suo fantasmatico pene. Cappuccetto Rosso è dunque un pene femminile, come quello dei mostri fallici verginali arcaici e di Atena, Artemide, Estia. Ella divaga tra i fiori, che come abbiamo visto sono il simbolo della sua verginità. Il Lupo è l'imago del Padre eviratore, come Monterone. Come ci ha mostrato Abraham, i bambini credono che le femmine siano state castrate dal padre e vivono nel terrore che il Padre -lupo faccia a loro lo stesso. Come Biancaneve e Gilda dovettero morire, così Cappuccetto Rosso fu ingoiata dal lupo e, come Eva e Biancaneve, fu redenta dall'Eroe - sposo venuto al loro soccorso.
Nella fiaba di Biancaneve la madre vera non c’è, appare solo nell’allucinazione paranoica della matrigna. Anche nella storia di Rigoletto la madre di Gilda è assente – la figlia e il suo pene l’avevano eliminata - e in quella di Cappuccetto Rosso, dopo la prima apparizione in cui manda via la figlia da casa, sparisce. Come Biancaneve aveva eliminato la madre facendola invecchiare prematuramente, Cappuccetto Rosso elimina la madre due volte. La prima quando la saluta sulla porta di casa, e poi semplicemente sparisce. La seconda volta quando viene divorata dal lupo in quanto nonna (nonna = due volte madre). Nella rappresentazione della fiaba si condensa l'elemento del Taglione, che non è mai assente nelle fiabe, miti e sogni, quando Cappuccetto Rosso stessa viene divorata dal Lupo.
Come abbiamo visto nel mito di Paride Alessandro e nella fiaba di Biancaneve, le rappresentazioni mitiche e oniriche sono composte di vari strati sovrapposti. Il contenuto manifesto degli strati sovrapposti tenta di invalidare i contenuti originali, ma il risultato finale è lo stesso: la bambina - pene viene ingoiata - evirata.
In tutti tre i casi la figlia che stava masturbando con il suo pene verginale, stava anche fantasticando di eliminare la madre.

 
Cappuccetto
 
     
 
Un pene tra i suoi fiori
 
     
 
Specchio, o mio bel specchio!
 
     
 
Il taglione
 
     
 
Monterone
 
     
 
Il Principe
 
     

 

 

© Iakov Levi

Note:

 

1 Questa è la versione che l’Occidente e la Chiesa Romana ci hanno dato della figura del Cristo, sulla scia dell’omosessualità dell’ecumene greco – romana del I secolo. Il Gesù storico era probabilmente molto diverso. La verità è cominciata ad emergere quando dagli scavi archeologici a Nag Hammadi, in Egitto, sono emersi i Vangeli gnostici, che erano rimasti sepolti nella sabbia per 1800 anni. La versione del Vangelo di San Filippo è molto diversa da quella dei Vangeli adottati dalla Chiesa Romana: “And the companion of the [Savior is] Mary Magdalene. [But Christ loved] her more than [all the disciples [and used to] kiss her [often] on her mouth. The rest of [the disciples were offended by it [and expressed disapproval]. They said to him, "Why do you love her more than all of us?" The Savior answered and said to them, "Why do I not love you like her? When a blind man and one who sees are both together in darkness, they are no different from one another. When the light comes, then he who sees will see the light, and he who is blind will remain in darkness" (NHC II.3.63.32ff) (Robinson 1977: 138).
2 Sul sacrificio di Isacco come antico rito d’iniziazione delle tribù ebraiche vedi Reik, The Temtation; tr. it. La Tentazione in “Psicanalisi della Bibbia”, Sugar Editore, Milano 1968, pp.182-305.
3 Reik, “I Riti della pubertà ”, in op.cit., p.153.
4 Ibidem, pp.150-2 e 159-60.
5 Presso alcune tribù Australiane vige persino la credenza che se l’atto eterosessuale non verrà consumato immediatamente dopo il rito della pubertà, l’iniziato morirà. Vedi T.Reik, op.cit., p.140.
6 Ibidem, pp. 162-3.
7 Con le parole di Reik: “Abbiamo visto come un inconscio atteggiamento ostole verso le donne, su esprima chiaramente nei riti della pubertà dei popoli primitivi. E’ probabile che tutti questi fenomeni-esclusione delle donne, società segrete, ecc- manifestassero reazioni inconsce di ostilità persino verso le donne e nello stesso tempo un ammonimento per gli uomini, presso i quali il desiderio di eterosessuale è fonte di discordia” (Ibidem, p.162).