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Arte, comunicazione e benessere
14 ottobre 2011
L’archeologo dispone di pochi elementi per capire il
senso delle figure che l’uomo preistorico ha scolpito nella roccia o che vi ha
dipinto. Ci sembra quindi che gli apporti scientifici di altre discipline,
anche se modesti, possano essere graditi, a patto che abbiano una sufficiente pertinenza. Il nostro
contributo analitico, che si
appoggia sull’esperienza delle sedute lunghe di micropsicoanalisi (Fanti, 1981) in rapporto all’Arte
preistorica, si inscrive in quest’ottica.
Il lavoro analitico fa emergere rappresentazioni e
affetti che il contesto associativo permette d’interpretare. Possiamo collegare
la maggior parte di questo materiale ad eventi vissuti dal soggetto in analisi,
in particolare nel suo periodo evolutivo, cioè nei primi sei anni di vita.
Certe rappresentazioni, però, si rivelano di origine anteriore alla persona: talvolta,
le libere associazioni sfociano su motivi familiari dell’analizzato. Ciò
consente di considerare tali motivi familiari come vissuti memorizzati da
qualche antenato della persona in analisi, vissuti, riapparsi in seduta come
rivissuti. Ce ne sono anche altri che sembrano far parte del fondo mnestico
dell’umanità, in quanto memoria collettiva che si trasmette geneticamente da
una genenerazione all’altra, secondo le leggi dell’inconscio, cioè in un modo
che sembra non essere soggetto alle modifiche imposte dal tempo.
Descrivere tutti gli elementi associativi sui quali ci
appoggiamo per affermare quanto sopra, oltrepasserebbe il quadro della nostra relazione.
Precisiamo solo che le rappresentazioni e gli affetti filogenetici cui
accenniamo si collegano con elementi che sappiamo appartenere a strati molto
arcaici dell’inconscio, quali i fantasmi delle origini (Laplanche e Pontalis,
1964), le fondamentali proibizioni inconsce che sono all’origine delle società
umane, come i tabù dell’incesto e dell’omicidio (Freud, 1912, 1929) e un
materiale specifico dell’esplorazione micropsicoanalitica di cui vale ora la
pena dire qualcosa.
Il nostro lavoro analitico ci ha indicato infatti due
classi di memorie inconsce: una
conservazione di tracce di pericoli vissuti in tempi molto remoti o di paure
arcaiche legate a un ambiente inquietante e una conservazione di meccanismi
primitivi d’adattamento alle circostanze, con tracce di vita tribale armoniosa,
soddisfazioni pulsionali legate alla sopravvivenza, desideri realizzati di
autoconservazione personale e/o collettiva. Questi ultimi elementi sono di
particolare interesse per il nostro argomento. Si tratta, in effetti, di
componenti dell’inconscio che riguardano la creatività, come abbiamo potuto
osservare in persone attuali e che potrebbero anche valere per tutti gli uomini
preistorici.
Nel
libro Creatività benessere. Movimenti
creativi in analisi (Gariglio, Lysek, 2007, 2008) abbiamo così proposto una
nuova modellizzazione della creatività, con l’ipotesi che il processo creatore
si metta in moto quando delle tracce di esperienze di benessere, iscritte nell’inconscio
e, fino a quel momento, soffocate da vissuti conflittuali o traumatici, si
riattivano, uscendo dal fagocitamento cui le costringeva il rimosso.
Ritornatane alla luce la specificità, queste tracce inconsce di benessere
diventano capaci di manifestarsi. L’espressione creativa si costruisce, più
precisamente, quando il soggetto riesce a superare il senso di vuoto legato a
una perdita, integrando esperienze di benessere con residuati di conflitti
rimossi (per es. dinamiche edipiche, vissuti di castrazione… tipo quelli legati al ‘terrificante padre del mitico branco
primitivo’ di freudiana memoria…). Chiamiamo questo processo, che avviene negli
strati più evoluti dello psichismo (cioè nel preconscio), “elaborazione
ricombinativa”, perché raccoglie ed organizza in un insieme originale e
coerente – che abbiamo chiamato “oggetto psichico ricombinato” –
informazioni di natura diversa, prima nello psichismo, poi nella realtà.
Ora,
tutto ci indica che questo processo accomuna gli essere umani. Abbiamo inoltre
notato che il confronto con i reperti preistorici provoca risonanze profonde
tra noi e l’opera creata dall’uomo preistorico. Mettendoci in uno stato
d’attenzione fluttuante, atteggiamento tipico dell’analista in seduta, ci
vengono in mente rappresentazioni e affetti di benessere, che si collegano
spontaneamente con del materiale analitico simile, per esempio quello che viene
a galla quando l’analizzato prova appagamento e distensione, in un clima
relazionale fatto di interazioni favorevoli all’unione e alla conservazione
della vita, materiale che possiamo condividere con lo stesso in un movimento
controtransferale positivo.
Basandoci su tali
elementi,abbiamo presentato nel XXIII Valcamonica Symposium (Lysek e Gariglio, 2010) l’ipotesi che certi elementi soddisfacenti
della vita quotidiana, espressioni sia preistoriche che contemporanee,
testimonierebbero l’esistenza di tracce inconsce, lasciate da vissuti di
benessere. Nella psiche dei nostri antenati, queste tracce possono essersi
riattivate in momenti di tranquillità e soddisfazione di bisogni biologici e
relazionali, ciò che avrebbe favorito l’elaborazione e la ricombinazione delle
informazioni memorizzate nella psiche e, quindi, spinto alla creazione.
Tra gli elementi accorpati, nel caso della preistoria, potrebbero esservi state
rappresentazioni mentali della realtà: organi genitali, riproduzione, funzione alimentare (in particolare allattamento),
animali selvaggi o addomesticabili, natura come possibilità di nutrimento o
come fonte di pericoli…
In
altre parole, abbiamo fatto l’ipotesi che manifestazioni di creatività benessere possano essere
esistite nella preistoria e che l’arte rupestre potrebbe essere stata
anch’essa, in certe occasioni, una riproduzione di esperienze di benessere,
ricombinate con vissuti aggressivo-sessuali rimossi. Nella presente relazione,
cercheremo di cogliere nelle società
pre-letterate questa ipotesi di una dinamica legata alla memoria inconscia
del benessere. Ciò crea un legame supplementare con i nostri lontani
antenati.
Il periodo che si intende prendere qui in esame è
ristretto al Paleolitico superiore europeo dove abbondanti e particolarmente
esplicative sono le iconografie inerenti all’argomento. Pertanto, abbiamo
raggruppato rappresentazioni grafiche e scultoree, creando delle aree tematiche
di tracce di benessere, elaborate e ricombinate, cinque per la precisione, che sono: 1) figure femminili (gravettiane e
magdaleniane), 2) figure ibride
(uomo-animale), 3) scene di
relazione tra due o più soggetti, animali e umani, 4) gradevolezza estetica di alcune figure di animali, 5) evidenziazione di una splendida
osmosi con l’ambiente.
Area 1. Veneri gravettiane e magdaleniane: tra
maternità e femminilità. (Figure 1a 1b)
Le prime sono donne grasse dai grandi
seni e non corrispondono ai canoni estetici attuali. Però, quasi tutte le
persone che guardano queste figure gravettiane provano un’emozione positiva nei loro confronti, un regressivo
desiderio di rannicchiarvisi, un senso di sicurezza e di protezione contro le
vicissitudini della vita. Quando ne parlano in analisi, vengono fuori delle rappresentazioni
di figure materne rassicuranti e degli affetti di benessere. Si potrebbe
tentare di spiegare la proiezione di tali fantasie con il fatto che il contatto
visivo con questi reperti faccia risuonare in noi rappresentazioni e affetti
filogenetici molto arcaici, che potrebbero essere riconducibili a una memoria
persino di eventi preistorici. Tutto lascia intendere che queste tracce si
riattualizzino ontogeneticamente, quando l’essere umano, a contatto con la
madre, vive un’esperienza di benessere. Quindi, guardando una venere
gravettiana potremmo collegare il vissuto di appagamento attuale con una
riattivazione di memorie ontogenetiche e tracce filogenetiche di benessere.
Un esempio: dopo aver visitato un museo
archeologico, un analizzato apporta questo materiale: “Mi ha colpito la statuetta
di una venere preistorica. Me ne sono innamorato. Estasiato nel rimirarla, stavo
veramente bene; provavo una distensione totale, uno stato di felicità fuori del
tempo. Me ne sono poi comperato una riproduzione, che adesso troneggia sulla
mia scrivania in ufficio. […] Mia moglie è disperata perché è molto ingrassata;
a me, invece, come piaceva quella Venere, lei piace anche grassa. Certo, mi
eccita meno sessualmente, però ciò viene compensato da un senso di pace e di
serenità che provo quando siamo insieme; […] Mi torna in memoria un sogno fatto all’acquisto della statuetta: ero in Jurassic Park,
circondato da Tirannosauri molto aggressivi, che stavano per divorarmi. Dietro,
c’era la mia statuetta che ha cominciato ad ingrandirsi, diventando gigantesca.
Poi, si è animata, diventando una donna-dea che si è avvicinata senza timore ai
grossi animali. Li accarezzava e questi sono subito diventati docili ed
affettuosi. La dea mi ha appoggiato su di sè e non mi sono mai sentito così
bene…”
Quest’estratto di seduta è un
tipico esempio degli anelli associativi che si formano nelle sedute lunghe. Un anello associativo è una successione di
elementi verbalizzati che ritornano al loro punto di partenza collegato però
con contenuti più profondi, svelando così rappresentazioni e/o affetti contenuti
nell’inconscio. (Lysek, 2007, 2010). Nella fattispecie, tale formazione di
anelli associativi collega il presente ai tempi preistorici, favorendo “un’elaborazione
ricombinativa” di elementi in cui la sessualità si arricchisce di tenerezza e
senso di sicurezza. Tornando alla preistoria, il benessere emanante dai reperti
ne sarebbe l’equivalente.
Per quanto riguarda poi le veneri magdaleniane, più
recenti, meno abbondanti ma in cui si riconosce ugualmente la femminilità
(natiche prominenti e seno a volte solo accennato…), c’è ugualmente piacevolezza
nel considerare forme più stilizzate. Infatti, questo tipo di femminilità porta
l’impronta di un benessere nel senso del piacere di vedere ‘un virgulto’ che
sta crescendo: l’adolescente in fase di trasformazione.
Area 2. Figure ibride: “L’ibrido come integrazione e potenziamento” (Figure 2a 2b)
In un lavoro sull’Ibrido,
Gariglio (2011), presenta tale
immagine nella tripla sfaccettatura di “conflitto, trasformazione e
integrazione, in un’ottica di universalità psicobiologica”, attestabile sia da
reperti presentati dall’archeologo Pietro Rossi che ha collaborato a tale
lavoro, sia da alcuni estratti di sedute micropsicoanalitiche, presentate nelle
dinamiche transferali e controtransferali. Si tratta di sequenze associative di
due analizzati che hanno preso spunto dal manufatto di un ibrido, presente
nella stanza d’analisi. Così, come per Gabriella Brusa Zappellini, l’ibrido può
interpretarsi come una “restituzione grafica di un’esperienza visiva
emozionale” (2009, p. 144), queste sequenze associative, nel lavoro di
Gariglio, sottolineano “l’integrazione rappresentazionale-affettiva, propria
dell’Immagine” e il passaggio dalla
sfaccettatura del conflitto a quella della sinergia. Quindi, a partire da un
induttore associativo, che sente l’ibrido come “prodromo di spinta
trasformativa”, o “potenzialità di passaggio” , l’autrice giunge a sentirlo
come qualcosa di “vitale, nuovo e originale”, dando ragione a Luigi Luca
Cavalli Sforza (2010, p. 46) che parla di “vigore degli ibridi” (p. 46), per
cui “più gli individui sono mescolati, più sono prestanti rispetto all’ambiente
(p. 47). Le sequenze riportate nell’articolo evidenziano un continuum conflitto-perdita-integrazione,
a partire dall’imprenscindibile essenza conflittuale e traumatica, insita
nell’ibrido, secondo quanto attestano i lavori di Anati (2010), di Bolmida
(2010) che vede l’ibrido “un tentativo di elaborare vicende traumatiche di
origine catastrofica esterna, incisesi nella memoria inconscia individuale e collettiva,
o andamenti gravidici perturbati, proiettati sull’animale mostro e
reintroiettati in un’identificazione pseudo-umana persecutoria”, fino all’ipotesi formulata da Bruna
Marzi (2011) per cui “le figure ibride sarebbero una rapprentazione del conflitto
psicobiologico intrauterino”.
In questa
sede, utilizzeremo un estratto
delle sequenze associative di cui si è detto (Gariglio, 2011), per evidenziarne
il movimento trasformativo, avvenuto nel corso delle sedute. Eccone una condensazione associativa : In (…)
“questo connubio uomo-animale, mi sono
visto (…) come in uno specchio (…)
in conflitto tra due nature. (…) Nell’ibrido, ho riconosciuto il mio vero
blocco, quello affettivo, un blocco che mi ha da sempre immobilizzato le
emozioni e non va né verso l’interno né verso l’esterno. Una stasi. (…).Come
qua in seduta (…). In questa serie di
sedute sento di aver fatto un gran passaggio dalla modalità passiva infantile
alla consapevolezza di essere adulto e darmi quel che serve, quello che posso.
Nel sogno di questa notte, c’era un uomo che stava corteggiando la mia donna. Mi ci
confronto, per la prima volta. (…) Ho sognato che mia madre moriva (…) questo
andare avanti non lo capivo : il rapporto madre-figlio è statico invece il
rapporto verso l’esterno è dinamico. Mi sento soddisfatto (…) Ora mi sento io
quella possibilità di vita calda (…) Il bello dell’ibrido è che, una volta
diventato tale, non può più tornare indietro a una sola delle due entità che si
sono fuse, fortificandosi, in una forma sola.(…) Stavo fantasticando su un’idea
di pittura(…) una base di uomini-radice, piantati nella terra e in contatto con
il fuori, tendenti all’alto. Spero che anche lei sia soddisfatta. ”
Nell’articolo, un’altra persona in analisi, con un lutto
doloroso di difficile elaborazione, vedendo l’ibrido in seduta, compie via via il
seguente iter associativo: “lo sento
come una forma umana la cui
testa è di diavolo malvagio, qualcosa di proprio
cattivo, pronto a scattare (…) Una
volta sognavo sempre il diavolo nella stanza … ma l’ultima volta ho detto: il
diavolo sono io! Se esco dalla
distruttività perchè ne ho coscienza, poi creo .(…) Mi sono venute in mente
tante nuove cose che potrei fare, ora che son sola…. Anche insieme ad altri.
(…) Sto sentendo una convergenza verso una ricerca comune. (….) Ho sognato che mi erano cresciute due
splendide ali che mi rendevano molto forte. ” .
Nel
resoconto finale, come primo tentativo di sintesi psicoanalitico-archeologica,
i due autori, Gariglio e Rossi scrivono (pp. 68-69): “L’ibrido come adattabilità è in
linea con i movimenti di trasformazione-integrazione che porta, alla fine, ad un potenziamento energetico e di possibilità. Questo può vedere l’ibrido come
“tentativo riuscito”di una forma nuova, da consapevolizzarsi e che caratterizza
la concettualizzazione della “nascita di un proprio originale” (Gariglio, 2009), a seconda di chi lo inventa e a
disposizione di chi lo utilizza. Nel proprio originale, il continuum trasformativo
ne è l’essenza, frutto di un processo, portato a termine, di “elaborazione
ricombinativa”, secondo l’esplicitazione fattane in Creatività benessere (G.&L., 2007). Nell’ottica sciamanica, tale adattabilità dell’Essere ibrido, uomo-animale unito alla entità divina, è
associabile alla facilitazione dello spostamento dello spirito nei diversi mondi del cosmo,
risultato della trasformazione dello sciamano. Tale rappresentazione è quindi
in linea con certi sogni, fantasie e associazioni che, nella seduta analitica,
sono riscontrabili: ciò che in principio
era azione, movimento spirituale è oggi diventato attività psichica:
creatività (benessere, movimento e relazione), sonno-sogno, aggressività,
sessualità, spiritualità. Lo sciamano esiste ancora come entità energetica profonda che, nel campo analitico, coinvolge
analista e analizzato e, nella realtà, può riguardare chiunque accetti di
confrontarsi anche con ciò che sente strutturalmente diverso” .
Area
3. Relazione appagante
tra due o più soggetti, animali e umani (annusamento, avvicinamento, sfregamenti,
baci, accoppiamento). (Figure 3a 3b 3c 3d)
In analisi, si constata che risolvendosi
gradualmente i conflitti, l’analizzato relaziona di più e soprattutto
stabilisce dei rapporti più appaganti sessuali e affettivi. Possiamo ipotizzare
che anche questi ‘rari’ reperti preistorici, che ci illustrano relazioni affettivo-erotiche,
testimonino una tale evoluzione che fa quindi coincidere immagine e parola. Non
stiamo a sporgere esemplificazioni da materiali associativi perché queste
azioni sono di comprensione immediata.


Area 4: Gradevolezza estetica di alcune figure di
animali. (Figure 4a 4b 4c)
Ribadiamo il fatto che certe pitture provocano in
noi un’emozione artistica che ci dà uno stato di benessere e ci appaga. Possiamo
ipotizzare che tale stato di benessere possa dipendere anche dal fatto che
l’uomo preistorico ha dipinto in un’attitudine performativa,
sintonizzandosi con l’essenza dell’animale che viene rappresentato in una resa
più naturalistica-veristica o stilizzata.


“L’attitudine
performativa”, coincidendo con l’azione stessa, può essere allora intesa come un
atto creativo per antonomasia cui può assimilarsi l’hic et nunc che
avviene nel campo analitico attraverso le dinamiche di transfert e
controtransfert. La pittura in grotta e il discorso associativo del campo
analitico potrebbero quindi intendersi come performance in cui tali
reperti - nella fattispecie analoghi alla parola associativa – risultino leggibili
come insight che, successivamente, possano essere elaborati dagli spettatori
o dagli stessi esecutori, allo stesso modo di come in analisi, il materiale
verbale viene poi interpretato dall’analista e dall’analizzato.
Area 5: Osmosi con
l’ambiente. (Figure 5a 5b 5c 5d)
L’osmosi con l’ambiente rimanda all’intima adesione al
supporto roccioso in grotta, tanto che i volumi, sovente, sfruttano aggetti
naturali così che“le accidentalità
assumono una funzione dinamica (…). Gli animali si sviluppano a partire dai
volumi e dalle cavità "e “l’azione della mano” sottolinea, “con il
ritocco, (…)” (Brusa Zappellini, 2009, p. 168) questo “realismo
fortuito” che diventa “intenzionale”, come
ne scrive lo psicologo Georges Henri Luquet, citato da Zappellini, per cui “le proiezioni
visionarie sono l’equivalente sul piano visivo di ciò che è la metafora sul
piano verbale” (p.169).
Tentando di tradurre in parole associative questo fatto
preistorico, si può collegarsi ad analisi avanzate che stanno attualizzando
patrimoni potenziali di benessere, verificabili in certe invenzioni di
“creatività postanalitiche” di cui si è occupata Gariglio
(1999-2002), ove si può cogliere molto bene l’osmosi con l’ambiente, vissuta in
modo naturale. L’uomo preistorico che sfrutta un punto già esistente in natura,
per costruire un’idea nuova, potrebbe essere assimilato all’analizzato che parte
da qualche aspetto della sua struttura caratteriale, cioè naturale, associandovi
altri fili per costruire nuovi tentativi, in particolare, azioni originali. A questo punto del lavoro, con l’accettazione
della propria struttura caratteriale, la persona è diventata capace di adattare
il desiderio al principio di realtà, accettandone i limiti. Su questo dunque, si possono recuperare
nuove immagini…. Se consideriamo ciò agli occhi della nostra modellistica,
possiamo interpretare tale capacità di adattamento che si appoggia a qualcosa della propria natura, come l’inizio del
processo di elaborazione ricombinativa in cui echi conflittuali e traumatici si condensano con apporti di
benessere.
Un esempio, tratto da qualche “seduta di approfondimento”.
L’analizzata porta in seduta un nuovo materiale di scrittura, scaturito
naturalmente come desiderio. Associando, durante la lettura di qualche pagina
del suo scritto, la persona scopre di star relazionandosi con l’immagine della natura, in modo spontaneo
e, scopre anzi, con l’avanzare del racconto, che sta proprio “appoggiando” la
trama della storia alle manifestazioni della natura che l’attornia. La persona
che abita, per l’appunto, in campagna, vive immersa, da molti anni,
nell’avvicendamento delle stagioni: “Mi è venuto naturale, dice, dare la voce alla
natura che ho sempre visto morire e rinascere e non mi rendevo conto di quanto
mi ci fossi, quotidianamente, fatta aiutare.”. Controtransferalmente,
all’analista viene in mente che, durante l’analisi, la persona aveva già
introdotto, in un flash, questa
sfaccettatura di osmosi con una natura sentita amica: “dalla finestra della sua
camera di bambina, l’analizzata vedeva un grosso albero che disegnava continuamente, come conforto a periodi
di grande angoscia”. L’analista si ricorda di averne inconsciamente già colto l’importanza,
in una poesia (del valore di sogno,
cfr. Marzi, 2011), scritta silenziosamente e dedicata all’analizzata. La
poesia, cogliendo l’identificazione della persona con la ‘crescita spontanea di
rami’ che “da lor stessi nascean”, conteneva in nuce l’idea che l’analizzata si fosse già ‘salvata la vita’,
pescando dall’esperienza dell’ambiente i suoi adattamenti interni di benessere,
proprio per la capacità inconscia di ‘appoggiarsi’ sull’immagine di quel grosso
tronco, fonte di creazione (esempio di riattualizzazione transferale-controtransferale).
Quindi, una volta che i conflitti più disturbanti siano stati disattivati,
distendendosene il rimosso, al di là delle “tracce legate alla morte” (Roux,
2005, p. 41), la traccia di benessere può diventare maggiormente protagonista,
così come, nella nostra ipotesi, lo era già, naturalmente, nella preistoria,
quando le rocce venivano incise lasciandovi registrata la vibrazione di un
benessere che aveva spinto il nostro antenato a compiere questo atto di
distensione e piacere. Una traccia che oggi recepiamo in una dinamica di tipo controtransferale,
avendo in noi, probabilmente, lo stesso desiderio inconscio dei nostri antenati.
Tale desiderio potrebbe manifestarsi secondo il meccanismo descritto da Nicola Peluffo
(2006) di “contemporaneità di desideri nel campo analitico”.
In conclusione, sembrerebbe che, quel certo benessere che
si continua a provare, osservando qualche reperto preistorico che va nel senso
da noi descritto, possa essere una traccia eterna e universale, legata ad
esperienze di benessere che ci accomunano.
Daniela Gariglio, Daniel Lysek © (con la collaborazione di Pietro Rossi (archeologo)
Immagini a cura di Pietro Rossi
(Articolo già pubblicato nei Pre-atti del XXIV simposio della Valcamonica dalle Edizioni del Centro)
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