DI maestri e di allievi
3 aprile 2003
L’ostilità verso gli uomini propria
dello Zeus
primigenio è ancora riconoscibile nel mito di Prometeo
(Nietzsche, Frammenti
postumi 1969 —1974, 7[10] )
Chiamiamo Maestro
Freud e Mosè.
Ma anche un maestro di scuola, un rabbino, un direttore di orchestra,
un artista e persino un capocuoco. Maestro era Gesù, lo era
il Grande Maestro dei Templari, un "direttore" delle logge massoniche,
e Hermes Tremegistus, il tre volte grande, che prende il suo
nome da Hermes, messaggero, pene ed estensione di Zeus, e che
diventa poi il patrono dei ladri.
Cosa mai possono avere in comune imagines così differenti
tra di loro?
Solitamente, Maestro è chi ci insegna qualcosa. Perchè allora
anche un Chef de cuisine, un artista e un direttore di
orchestra?
Nei miti dei popoli, un semidio insegna agli uomini qualche
segreto o qualche capacità che è necessaria alla loro sopravvivenza.
Tribù diverse attribuiscono l’insegnamento dell’arte della caccia,
della pesca e dell’agricoltura a semidei che diventano una specie
di eroi nazionali.
Prometeo in origine era solamente un Titano intelligente che
riuscì ad ingannare Zeus, ma successivamente fu trasformato
nel creatore e salvatore del genere umano (Ovidio, Metam. 1, 82 ss.). Insegnò loro il segreto del fuoco,
rubando una brace che nascose nel cavo di un fusto di finocchio
e che donò agli uomini (Esiodo, Opere e giorni 47 ss., 50 e ss, Eschilo, Prometeo incatenato 107 ss). Sempre incurante dei
castighi di Zeus, Prometeo insegnò agli uomini molte arti, fra
le quali la metallurgia. Secondo uno
dei miti greci, non regalò agli uomini solo il fuoco, e come
secondo dono diede loro la donna. 1
Il parallelo indiano è Indra che ruba il soma assumendo la forma
di falco e quello indoeuropeo di Agni che fa lo stesso in veste
di uccello. Nel mito greco l’uccello appare come quello che
divora il fegato di Prometeo, come punizione per un furto simile,
operando una condensazione tra colui che ruba e lo strumento
del castigo paterno. Un fallo ha rubato, e un fallo punisce.
Infatti, anche Hermes, il patrono dei ladri, porta le ali e
quindi è una creatura fallica.
Il mito di Prometeo è stato analizzato da Abraham 2 e paragonato a quello di Mosè:
entrambi salgono sulla montagna per carpire qualcosa agli dei
e portarlo agli uomini. Prometeo il fuoco (e la donna), e Mosè
la Torà. Entrambi portano agli uomini il pene paterno — donna
ed entrambi vengono puniti.
Dopo Abraham, Reik decodificherà gli eventi sul Sinai come un
acting out del pasto totemico. 3
Abraham spiega i suddetti miti come un appagamento di desiderio,
simile al meccanismo del sogno. Il fuoco non è altro che la
rappresentazione figurata della passione sessuale. La figura
femminile, che nel mito greco e indoeuropeo viene rappresentata
dal simbolo del disco di legno perforato dal legno - bacchetta
magica del semidio 4, nel mito ebraico è rappresentata
dalla Torà.
Nietzsche aveva intuito la vera natura di Prometeo, come caporione
della banda dei fratelli:
Prometeo — uno dei
Titani che ha dilaniato Dioniso [il capro, Zagreo, il cacciatore
e Padre totemico delle tribù greche], e perciò soffre in eterno
come le sue creature, e, contro Zeus, presenta l’avvento di
una religione universale [come il Cristo]. Soltanto grazie al
dilaniamento ad opera dei Titani è possibile la civiltà, la
razza dei Titani viene perpetuata con la rapina. Prometeo —
al tempo stesso lo sbranatore di Dioniso e il padre degli uomini
prometeici (Frammenti postumi, 7[83] ).
Vediamo, dunque, che
i semidei-eroi che carpiscono qualcosa agli dei per consegnarlo
agli uomini, o insegnano loro qualcosa, sono i vicari dell’orda
fraterna e lo strumento di gratificazione erotica. Danno agli
uomini la donna agognata, o procurano loro un sapere, che come
ogni sapienza rappresenta il corpo femminile 5 .
Il Maestro, come Mosè, Freud, i maestri di scuola e chiunque
ci insegni qualcosa, ci procura, dunque, una gratificazione
erotica. In questo caso, la sublimazione di libido genitale
eterosessuale. Nel caso dei Chefs de cuisine, la gratificazione
è orale, ben lungi dall’essere sublimata, ma pur sempre libidica,
e anche qui associata al corpo materno. Non a caso, i maestri
, che sono specialisti in piatti prelibati, sono quasi sempre
uomini.
Chiamiamo Maestro anche un grande artista. Sentiamo cosa dice
Freud dell’arte:
l’arte offre
soddisfacimenti sostitutivi per le più antiche rinunce imposte
dalla civiltà (ancora oggi sono le rinunce più profondamente
sentite) e contribuisce perciò come null’altra a riconciliare
l’uomo con i sacrifici da lui sostenuti in nome della civiltà
stessa. Le creazioni dell’arte promuovono d’altronde i sentimenti
d’identificazione, di cui ogni ambito civile ha tanto bisogno,
consentendo sensazioni universalmente condivise ed apprezzate;
esse giovano però anche al sodisfacimento narcisistico allorché
raffigurano le realizzazioni di una certa civiltà alludendo
in modo efficace ai suoi ideali . 6
Un artista è dunque
un Maestro in quanto ci procura una gratificazione erotica sublimata,
e un sollievo alla nostra sofferenza esistenziale causata dalla
rimozione e dal conseguente accumulo energetico.
Reik, in "Lo Shofar" (vedi nota 3), ha evidenziato come la musica
sia nata dall’imitazione della voce del Padre ucciso. Come ci
ha mostrato Nietzsche 7, la la musica risucchia dagli
strati più profondi della psiche. Prima della formazione di
un Io, istanza psichica necessaria per la mediazione delle pulsioni
dell’Es in arte, vi fu la musica, espressione cruda della gioia
orgiastica concomitante al parricidio. Quando nacque la musica
non c’era ancora un Io, o era nei suoi primi stadi di formazione,
certamente non c’era ancora un Super — Io che ne inibisse la
scarica. La musica allora era solo un grido orgiastico. Con
la formazione di un Io e un Super- Io, venne canalizzata in
canto, e alla fine in quella che conosciamo oggi, ma all’inizio
era solo l’espressione della scarica di pulsioni provenienti
dall’Es.
Stranamente, pare che Freud non potesse sopportare la musica.
Era questo un troppo severo Super — Io?
Qualche tempo fa, ho avuto occasione di assistere ad un’intervista
televisiva con Daniel Birenbaum, il direttore della Filarmonica
di Berlino. Ogni tanto torna a casa, dove, come si sa, "non
c’è un profeta nella sua città", e l’intervistatore lo ha incalzato
ironicamente come si fa con i figliol prodighi che tornano a
casa.
La domanda — provocazione è stata la seguente: "Come ti senti
quando tutti, qui e nel resto del mondo, anche al mercato, ti
chiamano Maestro?".
Birenbaum ha restituito, al sorrisino ironico, il suo sguardo
di sfida e, aggiustatosi sulla poltrona, ha risposto: "Anche
il più grande Maestro di orchestra, quando alza la bacchetta
e sta per dare l’avvio alla prima battuta, esita momentaneamente.
Sa che dipende dai suonatori. Niente può se l’orchestra non
lo segue". E così dicendo, aveva alzato la mano destra in aria,
come di fronte a una fantasmatica schiera di discepoli, e l’aveva
abbassata violentemente.
Il Maestro dipende, dunque, dai suoi allievi, come il caporione
della banda dei fratelli doveva guardarsi indietro per vedere
se lo stessero seguendo. Al suo grido orgiastico di dolore e
di vittoria doveva rispondere quello dei suoi fratelli. Primo
tra i pari, ma nessuno se lasciato solo. Il Maestro è l’eroe
della tragedia, ma ha bisogno del Coro dei Capri che danzino
intorno a lui e che ne raccontino le gesta.
Da qui, la preoccupazione quasi ossessiva di Freud che gli altri
non lo capiscano, e di morire prima che la sua opera venga universalmente
conosciuta. Come racconta Jones, Freud era ossessionato e incalzava
continuamente Strachey di terminare la traduzione in inglese
delle sue opere. Il Maestro aveva bisogno di un seguito per
adempiere la sua missione.
Ugualmente Mosè, sceso trionfante dalla montagna sacra tenendo
tra le mani il pene paterno- Torà, carpito al Padre ucciso,
aveva trovato l’orda che lo aveva accolto tra danze orgiastiche.
Le sovrapposizioni e le condensazioni posteriori non devono
trarci in inganno. Mosè scende dalla montagna e "c’è un rumore
di battaglia nell’accampamento" (Es., 32,17). Questa
era stata la scena primaria, con cui poi si fusero tracce mnestiche
di altri eventi. "Il popolo sedette per mangiare e bere, poi
si alzò per darsi al divertimento" (Es., 32,6). Pasto
totemico e orgia, mentre Mosè alza vittorioso le tavole della
Legge — pene paterno, per distruggerlo.
La sovrapposizione posteriore del redattore post — esilico impastò
una divergenza d’intenzioni tra Mosè, il Maestro, e i suoi allievi,
quando la figura del primo fu rielaborata come imago
di vicario del Padre. Come ci hanno mostrato Abraham e Reik,
di dio — Figlio si trattava originalmente.
I Maestri ci portano giù dalla montagna il fuoco — sapere —
donna - pene di Zeus (Prometeo — Mosè - Freud), dirigono l’orchestra
dell’orgia della banda dei fratelli (Daniel Birenbaum), e persino
ci danno da mangiare piatti prelibati - donna — pene del Padre
(i cuochi).
Last but not least, non a caso chiamiamo l’insieme dei suonatori
che rallegrano le domeniche nei nostri paesi: banda musicale.
Di banda, infatti, si tratta, e diretta da un Maestro, il Primo
tra i Pari.
© Iakov Levi
Note:
1 Karoly Kereniy, Gli dei della Grecia, Il
Saggiatore, Milano 1962, p.180.
Kerenyi riporta le storie di Prometeo, come colui che si faceva
beffe di Zeus. Da un lato denominato “il preveggente”, il “provvido”,
dall’altra “l’imprudente”. La descrizione ricalca quella che
fa Freud del figlio minore dell’orda che era considerato quello
che era impertinente e che si faceva stupido, apparentemente
il meno pericoloso (“Psicologia delle masse e analisi dell’Io”,
in O.S.F., vol. IX., p.323). Un altro racconto riportato da
Kerenyi parla di Prometeo come colui che creò il primo uomo
(ibidem, p.177), confermando l’ipotesi di Reik in “La creazione
della donna” che Jahveh fosse stato all’inizio un dio Figlio.
2 Karl Abraham, Sogno e mito: uno studio
di psicologia dei popoli” (1909), in Opere, Bollati Boringhieri,
Torino 1975 e 1997, vol.II, pp. 529 sgg.
3 Theodor Reik, “Il Mosè di Michelangelo
e gli eventi del Sinai”, supplemento di “Lo Shofar”, in Il rito
religioso, Boringhieri, Torino 1949, 1969 e 1977.
K. Abraham, op.cit, p.556.
Vedi, Iakov Levi, “Sapere
e conoscenza. Dai riti iniziatici alla filosofia platonica”,
in Dialegesthai. Rivista
telematica di filosofia, [in linea], anno 4 (2002) [consultato
il 29 aprile 2002], disponibile su World Wide Web: <http://mondodomani.org/>,
[112 KB], ISSN 1128-5478.
S. Freud, “L’avvenire di un’illusione”
in op.cit., vol.X, pp. 443-4
Iakov Levi, Il
silenzio e la parola, nota sette, in Scienza e psicoanalisi.
Rivista multimediale di psicoanalisi e scienze applicate [Entered
2 Marzo 2003]
In questa Rubrica vengono pubblicati articoli di Autori appartenenti a scuole teoriche diverse. Il Comitato scientifico di "Scienza e Psicoanalisi" si occupa unicamente di verificare l'attendibilità delle fonti.