Editoriale

Pubblicato il 22 febbraio 2013 | di

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Riflessione finale: Un tentativo di interpretazione psicologica della psicologia

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Introduzione alla lettura

Cari lettori di “Scienza e Psicoanalisi”,
questo scritto che a tutti gli effetti considero il testamento scientifico del mio Maestro Nicola Peluffo, doveva vedere la sua pubblicazione l’8 ottobre del 2010. Nicola, come noi colleghi anziani potevamo chiamarlo, a poche ore dalla sua pubblicazione, mi chiese di soprassedere all’uscita sul web.
“I nostri detrattori vi leggeranno maliziosamente una deriva mistica, che in verità non c’è. Ci devo pensare ancora un po'” mi disse.
A malincuore accolsi la sua richiesta: l’articolo conteneva aperture sconfinate ed io sapevo quanta fatica doveva essergli costato scrivere al suo amato Mac le sue riflessioni, ora che il visus era stato seriamente compromesso.
Ho tenuto l’articolo nel cassetto: Nicola me lo aveva affidato e si era sempre rifiutato di aderire alle mie richieste di aiuto per risolvere le questioni editoriali di questa nostra Rivista di cui andava orgoglioso: “Il Direttore editoriale sei tu, tu il fondatore, dunque sei tu che devi assumertene la Responsabilità!” mi ripeteva con la sua voce totalmente neutra.
Oggi me la assumo: mi sentirei tremendamente egoista se celassi nel mio cassetto virtuale questo Tesoro. Penso alla vita dura dei miei colleghi, agli studenti che lo hanno seguito nelle sue esaltanti Lezioni all’Università ed a loro porgo questo Regalo. Sono certo che ora Nicola ne sarebbe contento.

Il Direttore di “Scienza e Psicoanalisi” Quirino Zangrilli

Premessa generale

Nicola Peluffo

Il Prof. Nicola Peluffo

L’attività psichica, sul versante mentale, ha tra i suoi scopi quello di far diventare reversibile, cioè presente, il fenomeno che non lo è più.
Nella dimensione spaziale, il ricupero dell’oggetto allontanato è materialmente possibile; si può ritornare sui propri passi oppure recuperarlo con un’azione contraria. Il fort-da, descritto da Freud nel gioco con la sua nipotina.
Non si può ritornare sui propri passi nella dimensione temporale, cioè il passato non è ripercorribile al contrario. salvo, forse, che in un’ipotetica realtà quantica, se non in pensiero.
Com’è dimostrato, ancora nel gioco del fort-da, in cui la reversibilità è allucinata agendo sul simbolo, cioè riducendo il tempo a spazio, l’elemento comune di questa relazione tra lo spazio e il tempo è espresso nel concetto di durata e in quello di accelerazione.
Il trascorrere del tempo è misurabile con strumenti adatti che l’essere umano ha inventato dalla preistoria in poi e ha perfezionato sino ai cronografi ed oltre. Dal punto di vista qualitativo la misura è un derivato del controllo della trasformazione. Per esempio l’aumento delle rughe, l’incanutirsi dei capelli, il consumo del combustibili, delle riserve di cibo ed altri segni palesi dell’usura che sono esprimibili in equazioni. Si può fare tutto sapendo leggere tali equazioni; ciò che non si può fare è di rovesciare il passaggio del tempo rispetto alle azioni compiute e le parole dette in un dato istante del suo trascorrere.
L’azione nello spazio è reversibile, nel tempo considerato in sé, nel suo trascorrere, non lo è, se non mentalmente. Nella mente, in fantasia, si può fare ciò che si vuole. Da questa constatazione derivano tutti i ragionamenti che espongo in questo lavoro.

Parte Prima

In questi giorni ho l’impressione di poter mettere assieme qualche frammento che ho pensato e annotato, a varie riprese, in questi anni.
Ho indicato un titolo ma, piuttosto di Riflessione finale avrei dovuto scrivere: Un tentativo di interpretazione psicologica della Psicologia.
L’idea di base è che l’affetto, come energia mobilitata nel passaggio dalla potenza all’atto, cioè come spinta pulsionale, ed espressione dinamica della tensione-distensione, si esprima in movimenti e aggiustamenti di forma che rimangono come tracce. Le tracce delle esperienze pulsionali, si riattivano nei nuovi passaggi dell’energia dalla potenza all’atto. La memoria dell’esperienza pulsionale rimane nella struttura dell’istinto e si rimanifesta ogni volta che il momento dinamico dell’istinto si riattiva pulsionalmente.
Le forme di codeste rimanifestazioni nell’hic et nunc sono le realtà; onde, che per un istante, più o meno lungo, si materializzano come comparse, nel teatro generale degli avvenimenti.
La nostra realtà biologica è quella che deriva dalla riproduzione sessuata con tutte le sue forme e conseguenze.
Per gli animali a riproduzione sessuata (e per gli altri in diverso modo) le trasformazioni, convenzionalmente, iniziano con la fecondazione, continuano durante la vita intrauterina e perdurano a tutti i livelli di sviluppo, sino alla fine, e, forse, oltre.
E’ l’imprinting iniziatico (intrauterino) che decide il destino della persona e predispone l’individuo all’attivazione delle tendenze specifiche.
Se usiamo assieme i riferimenti freudiani e fantiani, rivisti in un’ottica lineare come quella espressa da Jean Piaget nella sua psicologia genetica, avremmo un’ulteriore possibilità di ragionamento.
L’insieme degli sviluppi e delle fissazioni che costituiscono l’io di ogni persona contengono nuclei che comunicano fra di loro attraverso le fasi intermedie di sviluppo in modo tale che l’io finale che costituisce la base della personalità dei soggetti è una struttura oscillante e composita.
La conseguenza di questo fatto è che tutte le situazioni esistenziali e i tentativi vitali saranno da considerare in un’ottica epistemologica che contiene un insieme di epistemologie individuali differenti in modo tale che vicino a stadi più evoluti di comportamenti esistenziali se ne troveranno altri infantili e sempre più arcaici che entreranno in profondo conflitto con i primi.
In termini immaginifici possiamo dire che all’interno di ogni adulto esiste un bambino, che all’interno di ogni bambino esiste un feto, che all’interno di ogni feto esiste un embrione e così via a ritroso fino alle origini della materia biologica e oltre.
Il vuoto collega tutti questi piani e ne mette in comunicazione le tracce intese come Apparenze di desideri non soddisfatti.
Ognuna di codeste entità ha una sua sessualità come modalità di diseccitazione e di automantenimento, i cui residuati non saranno totalmente impastati nella fase finale, ma sovente nutriranno i fantasmi che procurano i tormenti all’essere umano.
E’ questo un criterio metapsicologico con cui si possono spiegare le variazioni osservabili delle manifestazioni della pulsione sessuale.
Freud nel saggio “Metapsicologia” (Freud, Opere, 1915) scrive:
“Dovremmo quindi concludere che esse, le pulsioni, e non gli stimoli esterni, costituiscono le vere forze motrici del progresso che ha condotto il sistema nervoso – le cui capacità di prestazione sono illimitate – al suo livello di sviluppo attuale. Nulla vieta naturalmente di supporre che le stesse pulsioni siano almeno in parte sedimenti di azioni derivanti da stimoli esterni, azioni che nel corso della filogenesi possono aver agito sulla sostanza vivente modificandola”.
Seguendo il ragionamento di Freud, che considera gli effetti deformanti della tensione, e l’atemporalità del processo primario, possiamo intendere le fissazioni orali e cannibaliche come vestigia fissate nel terreno psicobiologico che testimoniano i comportamenti della preistoria, allo stesso modo delle incisioni fissate nella roccia.
E. Anati definisce tali incisioni, pittogrammi, ideogrammi, e psicogrammi.
In altre parole, dato che il terreno viene ricostruito in utero, si può pensare che, per esempio, la tendenza alla fissazione orale e al cannibalismo venga rinforzata in fase blastocistica e che il cannibalismo del Neandertal (cannibale) si ripresenti oggi tramite tale fase che si riattiva.
Tuttavia non si può dimenticare che la fase blastocistica precede lo stato adulto di ogni primate e che quindi il fatto che nell’epoca storica del Neandertal la carne umana fosse cibo, ci serve solo a dire che è esistita un’epoca in cui un desiderio di derivazione intrauterina poteva essere soddisfatto.
La progressiva rimozione di questi desideri, che ha avuto luogo nel corso del processo di adattamento, appare più palese, per i suoi fallimenti, in quegli individui che Freud definisce perversi.
E’ probabilmente in questa epoca che inizia il processo di rimozione del desiderio di carne umana e si attua così un tentativo di liberazione dai residuati della fase intrauterina e orale. Questo tentativo (la rimozione del desiderio cannibalico) passa nel sapiens sapiens. Se non avessimo il modello metapsicologico micropsicoanalitico che introduce il concetto di eredità ideica, iscritta nel passaggio in cui l’energia assume la sua materializzazione psicobiologica (eredità ideica) non potremmo spiegarci tale eredità se non solo in termini genetici lamarkiani, oppure ricorrendo ad un concetto in ultima analisi in contraddizione con se stesso, come quello di processo primario. Infatti si dice che l’inconscio è aspaziale e atemporale poi si stabiliscono i tempi della rimozione.
In questo modo possiamo dire che il perverso attuale (cioè chi mangia carne umana) sia un individuo nel cui terreno il tentativo di rimozione è destinato a non riuscire e quindi rimane cannibale. Uno psicotico perverso per l’epoca storica attuale. Un attore neandertaliano nel teatro della vita che ha trovato un corpo in un luogo fuori tempo.
Il fallimento della rimozione può essere parziale in modo tale che il passaggio all’atto di un desiderio collettivamente rimosso non venga effettuato. Si costituisce allora un quadro nevrotico, con tutte le sue conflittualità e i tormenti che comporta.
Sembra quindi che la sessualità, per un’entità psicobiologica che si automantiene con la riproduzione sessuata, per essere praticata in modo appagante, debba avvicinarsi a modalità di esercizio il più possibile adeguate alla canalizzazione dell’incontro tra l’uovo e lo spermatozoo. In questa prospettiva, il polimorfismo perverso pantaerotico è un residuato delle fasi preparatorie attraverso le quali si è costituita la riproduzione sessuata. E la sessualità è necessariamente nevrotica quanto più si allontani dallo scopo riproduttivo.
Ecco perché la libertà sessuale dei nostri tempi, allontanata dalla riproduzione della specie, non è liberatoria ma patogena.

Trasformazioni

All’inizio di questo lavoro ho scritto che le trasformazioni, convenzionalmente, iniziano con la fecondazione, continuano durante la vita intrauterina e perdurano a tutti i livelli di sviluppo, sino alla fine, e, forse, oltre.
Nel dire “forse oltre”ancora una volta mi ispiravo a L. Pirandello e al suo teatro.
Come direbbe il nostro genio, riferendosi ad una delle sue ultime produzioni intitolata All’Uscita : l’Apparenza, cioè la forma energetica del defunto, continua ad esistere oltre la Soglia, vincolata all’energia del desiderio non soddisfatto, cioè non esaurito.
L’entità, decaduta la sua strutturazione biologica, rimane psichica ma non immateriale.
L’Apparenza è materializzata dall’energia del desiderio non soddisfatto, continua ad esistere dove l’equilibrio non è verificato. Il passaggio dalla potenza all’atto non avviene e una parte dell’energia devia sull’Apparenza e la mantiene.
Mi rendo conto che questo è un concetto limite però è molto simile a quello freudiano di rimozione-fissazione. Il rimosso ritorna e sovente si manifesta come la comparsa in un’opera teatrale; è mescolato con gli altri, per un attimo attira l’attenzione, poi, per il pubblico, scompare.
L’ipotesi metafisica è che la traccia della forma continui al di la dell’Uscita, cioè dopo la morte fisica.
Un’ipotesi consolatoria che però si può pensare anche in una prospettiva metapsicologica.
Per me, l’entità che esce dal cancello dell’Uscita è la traccia.
La traccia si può anche considerare un insieme di tracce cioè quello che S. Fanti definisce Immagine. Immagine con la I maiuscola.
Tale insieme, come quantum energetico vincolato, non ha bisogno di incarnazione, se si incarna ha tuttavia necessità del supporto fisico. L’espressione dell’entità incarnata diventa sempre più “lontana” nei malati terminali.
Lo constatano i medici che si occupano di loro e lo si verifica anche nelle fotografie di codesti malati durante lo studio e l’analisi del materiale iconografico in micropsicoanalisi. Un commento che sovente fanno gli analizzati che esplorano le fotografie dei loro cari vicini alla fine della vita, riferendosi specialmente allo sguardo, si commuovono e commentano: “è già lontano“.
Pirandello (ne ho già fatto cenno) si pone questo problema nell’Atto unico, All’uscita, in cui sostiene che la realtà psichica dei personaggi si afferma, mentre i corpi morti deperiscono e diventano polvere.
Ciò che rimane, ripeto, sono le “Apparenze”, entità energetiche che rappresentano il defunto e sono tenute assieme dall’energia del desiderio non soddisfatto.
L’esempio più netto di questa ipotesi, ci è fornito da un personaggio dell’Atto Unico, il Bimbo dalla Melagrana.
La rappresentazione dell’energia-Bimbo varca di corsa l’Uscita, che è il confine tra il regno dei vivi e quello dei morti, ha una melagrana nelle mani, la vuole mangiare tutta. La Donna Uccisa, il cui destino è di soddisfare il desiderio degli uomini, per questo è stata uccisa, gliela apre, gli da i grani, che egli mangia avidamente: rimangono gli ultimi chicchi e le bucce.
Improvvisamente “La donna da un grido. Mangiati gli ultimi chicchi nel cavo della mano, il Bimbo è svanito nell’aria”. (op. cit.)
Gli è mancato il supporto energetico del desiderio non soddisfatto.
L’idea è che i desideri soddisfatti hanno consumato la loro energia e quindi, momentaneamente, svaniscono.
L’Immagine è tenuta assieme dal supporto energetico di tutti i desideri non soddisfatti, forse è questa idea che fa si che ai condannati a morte si conceda l’esaudimento dell’ultimo desiderio.
L’Apparenza del Filosofo (un personaggio dell’Uscita) commenta : “era quella melagrana il suo ultimo desiderio. Si teneva ad essa con tutt’e due le manine. Era tutto li, in quei chicchi di rubino che non aveva potuto assaporare“.
L’Apparenza del filosofo è il testimone del desiderio dell’altro.
Per quanto inconsueto può esistere anche in vita un luogo onirico, poiché sta tra il processo primario e quello secondario, in cui persone in uno stato particolare di emotività esasperata percepiscono ciò che desiderano.
Sono percezioni simili a quelle deliranti dell’oggetto desiderato.
Per esempio il luogo del sesso, per la madre, è la strada, ed i figli, quando la madre è morta, alla sera o durante la notte, la vanno a cercare in quella strada in cui lei pensava che loro andassero a fare degli incontri erotici.

L’Incarnazione

La questione dell’incarnazione è un problema fondamentale della mente umana.
L’essere umano se l’è posta specialmente cercando di spiegare la natura di dio. Cioè del principio totipotente che avverte in sé e che contrasta con la fragilità del suo corpo ed è giustificato solo dal fatto che l’onnipotenza dell’Ide si è incarnata nelle staminali.
Anche nelle religioni primitive l’idea che all’interno di oggetti materiali esista un principio che anima l’oggetto è diventata la base di quell’insieme di spiegazioni che è stato definito animismo. Una delle religioni ancora oggi ben presenti nel mondo.
Il principio dell’animismo è stato elaborato nella costruzione degli dei specifici per esempio Venere, dea della bellezza, che ancora oggi trionfa incarnata nelle regine di bellezza, nelle “Veline”, etc, con tutto l’apparato edonistico diretto verso la conquista del “benessere”.
La scoperta del monoteismo ha reso la religione quasi completamente astratta. Nell’ebraismo dio è un principio spirituale anche se, ogni tanto, si mostra in qualche forma.
Il cristianesimo, per giustificare la natura divina e umana di Cristo, affronta il problema dell’incarnazione dello spirito in contrasto con la sua origine ebraica.
Schalom Ben-Chorin affrontando il problema della materialità di dio, scrive : “ Se a questo punto siamo giunti a definire il rifiuto della corporeità di Dio…e abbiamo richiamato l’attenzione sul rifiuto dei concetti di incarnazione e ipostatizzazione dello Spirito Santo in antitesi al cristianesimo dobbiamo ancora considerare le differenze con il paganesimo. Nel paganesimo l’incarnazione degli dei è presente in tutte le religioni dell’antichità e ancor oggi è vivo il mito del Dio incarnato “.
Il concetto di base è che nella materia esista un principio spirituale e che Dio è ciò che gestisce la trasformazione. Dio è la trasformazione.
In termini micropsicoanalitici la questione può essere formulata nella maniera seguente :
le forme energetiche dell’Immagine ideica, si incarnano oppure è l‘incarnato che fa insorgere il problema dell’Immagine? Esiste prima la psiche e poi il corpo o viceversa?
La Psiche, come insieme energetico vincolato a desideri non soddisfatti, esiste indipendentemente dal corpo oppure è una produzione del corpo, del sistema nervoso centrale in particolare?
La micropsicoanalisi li considera assieme e parla di entità psico-biologiche: non credo però che far precedere la parte “psico“, nel termine psico-biologico, sia una pura esigenza linguistica ma piuttosto un programma in cui si sostiene il primato dell’energia che tuttavia non è energia biologica se non quando si è consolidata nel corpo.
Se usiamo la terminologia di S. Fanti, I tentativi ideici, cioè prodotti dall’Istinto di tentativo (in francese Instict d’essais, Ide.) formano un loro corpo e da quel momento ne devono tenere conto. Ciò che noi studiamo possiamo farlo da quando esiste il corpo, cioè l’incarnato, la testimonianza della nostra esistenza. Nulla però ci vieta di studiare i processi psicobiologici di cui il corpo è un risultato contingente, anche in assenza di un corpo biologico esistente.
Così facendo però la micropsicoanalisi non pone l’animale umano alla base, cioè come inizio del processo ma considera la dinamica del processo nel suo divenire, dall’apparire delle costituenti elementari sino alla formazione dell’intero sistema detto “essere umano”.
Mi sembra di avere capito che sia per lo sviluppo individuale sia per quello della specie che scorre lungo le generazioni, l’essere umano una volta materializzato, si affranchi per quanto è possibile dalle costruzioni elementari dell’istinto per formare degli insiemi mentali più complessi che diventano sempre più stabili fino a sottostare alle leggi della formalizzazione logica. Che sono leggi in sé.
In termini psicoanalitici la dinamica tende ad esaurirsi al servizio del principio di costanza della pulsione di morte.
Queste costruzioni o modelli tendono a prendere il sopravvento sugli schemi primari dell’istinto e ad organizzarli in maniera che divengano universalmente applicabili alle soluzioni dei problemi vitali che si pongono per la vita di relazione e la convivenza civile.
Molti soggetti non riescono a sviluppare questi modelli o ad adeguarsi ad essi e rimangono a livelli di sviluppo meno evoluti oppure vi regrediscono secondo le modalità spiegate da S. Freud.
Un esempio attuale di comportamenti istintivi regressivi non adattati a quelli collettivi che sostengono le regole della nostra realtà sociale sta nell’aumento dell’uso dell’aggressività esercitata in atti violenti (stupri) con cui la pulsione sessuale viene brutalmente soddisfatta da certi individui che esistono a prescindere dai millenni di sviluppo culturale e sociale.
Queste persone trattano il bisogno sessuale come tratterebbero la spinta a non morire di fame quindi prendono ciò che loro serve senza considerare le esigenze consce dell’altro.
Sovente, tuttavia, operano (inconsapevolmente) per la conservazione della specie (pulsione di vita) poiché favoriscono l’ingravidamento in un’epoca in cui il controllo delle nascite si è imposto in modo ossessivo.
Sono individui pre-morali, schiavi dell’istinto che guida i loro comportamenti in modo coatto e si servono della complicità dell’ambiente che favorisce, l’uscita dalla ragione, “lo sballo“.
Il cogito ergo sum, regredisce al primato dell’esse est percipi, e quindi al pensiero primitivo.
L’equilibrio tra questi due flussi, cioè tra il percepire e il riflettere sui dati percepiti, potrebbe sfociare nel pensiero scientifico se il tempo della riflessione fosse abbastanza lungo e non cancellato dall’angoscia del desiderio che chiede nuovamente di essere soddisfatto.
È da stabilire se il sentire, cioè il provare emozioni (il risultato dei movimenti interni come reazioni al percipi) faccia parte della stessa funzione cognitiva (l’altra è la memoria) oppure sia una funzione indipendente legata al movimento e alle fluttuazioni dell’omeostasi, cioè alla dinamica del piacere – dispiacere (distensione – tensione) al servizio del principio di costanza del vuoto.
L’ipotesi che io faccio per ciò che riguarda le emozioni, considera l’esistenza di un ventaglio che si svolge dalle più semplici alle più complesse. Dalla immediata soddisfazione del bisogno – desiderio nelle forme richieste dall’azione specifica (S. Fanti et all., Dizionario di psicoanalisi e di micropsicoanalisi, def. 153, ed Borla, 1984, Roma.) a quelle in cui l’azione specifica è differita, trasformata in pensiero, in fantasia e in progetto. Lo scopo è sempre la distensione, l’emozione riguarda la percezione del modo in cui la si ottiene.

Il teatro

In teatro l’emozione è fatta insorgere negli spettatori attraverso le azioni dei personaggi che la incarnano. Ecco quindi che, per esempio, il personaggio dell’Eroe fa insorgere nello spettatore degli stati d’animo emotivi diversi che vanno dalla partecipazione commossa, al fastidio per azioni eroiche senza senso, alla noia, alla protesta ed infine alla ribellione con inseguimento dell’autore dell’evento teatrale che ha provocato la reazione difensiva in una parte più o meno consistente dei presenti.
Tipica è stata la vicenda di Pirandello rispetto al suo “Sei personaggi in cerca d’autore. “.
La prima volta che ha applicato ciò che aveva scritto in “Uno, nessuno e centomila” e che ha cercato di fare in modo che gli spettatori vedessero loro stessi con gli occhi esterni dei personaggi che li vedevano, è successo il finimondo.
Il povero Autore, che cercava di vedersi attraverso i suoi personaggi, ha dovuto scappare con la figlia Lietta sino ad una carrozza che lo portò in salvo.
I rappresentanti in terra dei suoi personaggi immaginari, gli incarnati, gli spettatori, usciti dall’inferno collettivo della dimensione teatrale, volevano sbranarlo. Si era aperto un buco tra la realtà della fantasia e la realtà della realtà e di li passavano i fantasmi che si impadronivano della psiche della gente e volevano rinfilarsi nell’utero mentale che li aveva partoriti: Pirandello.
Il problema è: erano tracce del mondo uterino che, rievocate, si ripresentavano? Oppure erano tracce energetiche, frammenti di fantasie virtuali che si incarnavano? O le due cose assieme?
Si potrebbe dire che, ciò che egli definisce l’Uscita si apriva al contrario e da essa entravano nel mondo, libere, le fantasie che si incarnavano.
Pensieri, immagini, idee, fantasmi, che entravano nella realtà, tramite i corpi, e agivano di conseguenza: gli Attori.
I personaggi avevano trovato l’autore e agivano tramite coloro che dovevano essere gli spettatori.
Coloro che agivano, cioè gli inseguitori di Pirandello e sua figlia, erano psicotici o erano semplicemente la momentanea incarnazione di desideri aggressivi, sadici e distruttivi, tracce di un cannibalismo primario uterino che aveva trovato il modo di esprimersi? Cioè gli inseguitori erano il mezzo con cui si incarnavano certi insieme energetici e pulsionali che, a posteriori, possiamo definire p.e., sadici e distruttivi e che fanno parte delle componenti energetiche dell’Immagine. Certo scrivendo ciò che ho scritto sembra che io dica che il sadismo e il masochismo esistano nell’etere.
Forse esistono delle sinapsi vuote che fanno da ponte di passaggio tra i tentativi che si agitano nel vuoto e che facilitano l’equilibrio del campo energetico-pulsionale.
Se noi consideriamo la definizione micropsicoanalitica di Es possiamo trovare qualche indicazione chiarificatrice.
Nel Dizionario di psicoanalisi e di micropsicoanalisi di S. Fanti et All. (op. cit.) viene data la definizione di Es come crogiolo energetico dei tentativi in interazione e della loro sistemazione in insiemi che si strutturano in entità psicomateriali e psicobiologiche. Sembra proprio che l’Es sia una di quelle sinapsi di cui ho detto poc’anzi, che faccia la funzione di cardine tra l’energia ideica e la motricità pulsionale e che esista a prescindere dalla vita dell’animale in cui, apparentemente, si manifesta.
Certo questo modo di ragionare cambia la prospettiva degli studi antropologici e psicologici ma non solo, cambia anche il concetto stesso di patologia mentale. L’equilibrio diventa un concetto cibernetico e l’uomo non esiste più se non come umanità che ogni tanto esteriorizza tramite alcuni singoli certi programmi incoerenti, collettivi o individuali, potremmo dire squilibrati.
In una prospettiva micropsicoanalitica e pirandelliana è tramite l’esteriorizzazione di quello squilibrio dei desideri non soddisfatti, di questi deliri, che l’uomo, in quanto Immagine, continua ad esistere.
L’insoddisfazione e quindi la tensione sono necessarie per continuare ad esistere anche se la meta è quella di eliminare tutte le tensioni.

Il teatro della vita

Gli operatori della psiche, medici o psicologi, che fanno delle sedute di psicoanalisi e di micropsicoanalisi, agli inizi della loro professione sovente sono sconcertati. Le discordanze tra i discorsi e i comportamenti sono così evidenti che rasentano l’impossibile. Non parliamo delle proiezioni e delle identificazioni di cui gli attori della vita sono completamente o parzialmente ignari. Quando un barlume di luce li illumina vanno dallo specialista con lo stesso atteggiamento di chi, accingendosi a recitare una commedia, sente la necessità di un “metteur en scene” che la organizzi e la renda meno faticosa.
Difficilmente accettano l’idea di approfondire la conoscenza di loro stessi; riuscire ad avere un’idea di chi si è.
Vorrei fare un esempio per i lettori, tratto dalla mia pratica professionale.

La signora Morli

È l’esempio di un modo di essere che si presenta costantemente lungo le generazioni:
Viene da me in consultazione la signora Morli (tanto per usare un nome pirandelliano).
Molto elegante, profumata, gonna corta, belle gambe.
Ha trent’anni, è sposata da tre. Ottimo matrimonio, vita agiata, una bambina di due anni di cui parla a lungo con amore e abbondanza di vezzeggiativi. La sua casa è bellissima, il marito magnifico; mangia di buon appetito e non ingrassa.
Ci si potrebbe chiedere perché sia venuta da me.
Dopo un ora e mezza circa la prima nuvola, dorme male e non si sveglia riposata; è nervosa, si agita sul divano e… dopo due ore la seconda nuvola. La suocera è buona ma…
La seduta finisce in una tempesta di lamentele che continueranno per molto tempo. Il tema principale è che si sente osservata, guardata, criticata per il suo abbigliamento considerato dai persecutori (suocera e marito) troppo provocante ed “attira uomini”. Le lamentele aumentano, insomma nella vita niente le va bene c’è sempre qualcuno che la intralcia, vorrebbe andare in discoteca ma il marito è una frana e gli altri sono stupidi e “puzzano” e vogliono solo “quella cosa” e fare sesso “che a lei non piace neppure tanto “.
Confesserà molto più tardi, in una tempesta di emozioni, che le piace se lo fa con una sua amica e il fidanzato di questa.
In quel caso “si scioglie” e “gode come una pazza”, ha una grande sensazione di calore e di pace.
La stessa che aveva quando era piccola e andava a letto con i suoi genitori.
Il suo problema ebbe inizio quando i suoi genitori la misero in un’altra camera e “chiudevano la porta a chiave”. Lei si disperava e poi si addormentava per terra fuori dalla camera.
Dice che ha l’impressione che quella vicenda abbia segnato il suo destino. Fa in modo di disporre le cose per far si che la mettano, più o meno metaforicamente, fuori dalla camera: anche a scuola è accaduto e per questo non è riuscita a terminare gli studi.
Ha sempre usato la seduzione per procurarsi incarichi importanti; ora si è stancata e non trova più un lavoro adeguato alla sua posizione sociale: ancora una volta rimane fuori.
Certamente si può parlare di una fissazione alla coppia e di un Edipo difficile che non le ha permesso un’identificazione completa ad uno dei due genitori e lo spostamento del desiderio sull’altro.
In se un caso semplice se non fosse che la ricerca del nemico sia costante e che la proiezione dei vissuti persecutori anche.
Tutto viene analizzato, “capito” ma nulla cambia.
L’analista diventa un io ausiliario indispensabile: un consigliere (che di fatto non da consigli). Il vero bisogno e desiderio di quella signora è di avere qualcuno che la guidi e che le confermi quello che vuole fare. Un regista.
Eppure in apparenza è una donna emancipata che ha rivestito incarichi di responsabilità ma sempre guidata da un amante che a sua volta conviveva con una donna, moglie o concubina, sovente una sua cara amica attraente.
Cercò di proiettare su me questa sua necessità; io accettai, le sue parole, i suoi racconti, ma ogni volta aumentai la profondità dei miei interventi. I risultati furono buoni ma dovetti constatare l’esistenza di un ostacolo quasi insuperabile.
Tra la presa di coscienza del suo modo di essere e la realtà c’è quella parete sottilissima ma estremamente flessibile che, in altri lavori ho definito: il Bimbo.
A quel Personaggio le cose vanno bene così e non ha nessuna intenzione di cambiare: è la sua esistenza stessa che chiede di non cambiare. Il nucleo narcisistico che lo fa vivere non può cambiare forma, è un Personaggio, immutabile, e quindi l’analista può solo aspettare che l’erosione naturale del nucleo faccia il suo corso.

I Personaggi

Ecco cosa sono “i personaggi”. Nuclei narcisistici persistenti. Per coloro che seguono i miei lavori posso dire che il Bimbo è un personaggio.
Alcuni sono filogenetici e completamente congelati, altri hanno una certa plasticità, subiscono le trasformazioni sulle linee di sviluppo ontogenetiche e assumono la forma degli stadi di sviluppo psicosessuale in cui si fissano. Sovente si manifestano come Doppelganger, il Doppio, come viene visto nelle fantasie del compagno immaginario.
ll Doppelganger serve da rassicurazione contro la morte, fornendo una seconda rappresentazione di se stessi.
I personaggi hanno bisogno dell’autore che li scriva e del “metteur en scene “che li diriga e li faccia vivere.
Sono dominatori, come la signora Morli del caso che ho descritto, e tutti noi li subiamo; per questo cerchiamo di liberarcene in modo spontaneo oppure con la psicoanalisi. Prima però dobbiamo prendere atto della loro presenza in noi e delle loro esigenze.
Sovente non sono inconsci e neanche preconsci ma solo misconosciuti; non ammessi.
Dobbiamo imparare a definirli secondo le regole sintattiche, linguistiche, logiche e comportamentali che li descrivono. Lo sfuggire (negazione, diniego, scotomizzazione) l’accettazione dell’esistenza in noi di quei personaggi dominanti è la resistenza più ostacolante di un trattamento psicoanalitico o micropsicoanalitico.
Un personaggio che continui ad essere misconosciuto dall’ospite sovente si avvia a un destino tragico che naturalmente coinvolge l’ospite. Sono la stessa persona.
L. Pirandello in Tragedia di un personaggio tratta anche questo argomento: la tragedia di un personaggio misconosciuto, che è entrato nel suo studio la domenica mattina.
Dalle otto alle tredici egli dava udienza (mentale) ai personaggi delle sue opere. Erano ancora tentativi di personaggi; avrebbe poi deciso se eternizzarli in Personaggio oppure lasciarli andare via.
Quella mattina si era intrufolato tra i candidati in attesa, il protagonista di un libro che l’aveva tenuto sveglio metà della notte, un certo dottor Fileno, che avrebbe potuto diventare un grande personaggio se l’autore del libro ne avesse sviluppato le potenzialità.
Questo dottore aveva inventato La filosofia del lontano che consisteva nel considerare l’oggi visto dal futuro come un lontano passato con tutte le emozioni oramai esaurite e gli affetti neutralizzati.
Fileno, era nato personaggio e pensava di essere immortale ma il suo autore lo faceva vivere in un mondo per lui impossibile un mondo soffocante in cui avrebbe dovuto morire; per questo chiedeva a Pirandello di riscriverlo e renderlo immortale.
In altre parole gli chiedeva di fargli l’analisi.
La risposta dello scrittore a Fileno fu di applicare a se stesso la tecnica che aveva scoperta e che probabilmente il cannocchiale rivoltato, lo strumento della Filosofia del lontano gli avrebbe mostrato che, oggi, non c’era niente da vedere né da conservare e che poteva tranquillamente morire, se ci fosse riuscito.

Il personaggio Marta

Questo era il punto di vista di Pirandello sul momento storico in cui viveva e sulla vita in generale; nulla valeva la pena di essere vissuto se non in Marta e per Marta.
Lo squilibrio energetico, la tensione che eternizzava Pirandello come Immagine e come Personaggio era rinchiuso nel suo rapporto con Marta Abba.
Era Accademico d’Italia, era Premio Nobel, era famoso ovunque; il desiderio che Luigi non aveva potuto soddisfare, nell’attuale, era Marta. Ed ecco perché in molte delle sue lettere Pirandello le scrive che vive per Lei.
Mentre leggevo le lettere che Egli scriveva a Marta, mi sembrava impossibile che un uomo straordinario potesse scrivere tali lettere a una donna che lo teneva lontano. Mi resi, poi, conto che Marta per Lui era la vita, anzi l’eternità.
Era, appunto, ciò che per il Bimbo dell’Uscita, era la melagrana con i suoi splendenti chicchi rossi. L’ultimo desiderio a cui si teneva aggrappato.
Come il Bimbo, il nostro grande scrittore non aveva potuto gustare Marta in vita.
Forse poco tempo dopo averla conosciuta, a Como, in viaggio verso la Germania, avevano fatto un tentativo che era finito male. Non avevano più riprovato pur viaggiando e abitando negli stessi alberghi o appartamenti.
Il desiderio era rimasto insoddisfatto e era diventato per Luigi sempre più potente.
Il 10 settembre 1936 la Abba era partita per gli Stati Uniti dove aveva riscosso un grande successo come attrice e come donna. Lui ne aveva provato un’immensa gioia ma il 10 dicembre 1936 era morto. Era sopravvissuto quattro mesi alla partenza della “sua” Marta.
Marta si sposerà nel 1938 con un industriale americano e morirà in Italia circa cinquant’anni più tardi, nel 1988.
Lei, la musa ispiratrice del grande scrittore, Lui Luigi Pirandello : un sogno d’amore impossibile che rivive solo nei ricordi di villa Trovarsi.
Così si chiama una delle nove commedie che il grande dedicò alla Abba, ed è anche il nome che la diva dette alla fattoria liberty di Poggio alla Farnia, a pochi chilometri dal centro di Fauglia, quando nel 1963 ne diventò proprietaria all’età di 63 anni.
Ciò che è successo dopo la loro morte non lo sappiamo, cioè se le loro Apparenze si sono trovate e riunite oltre l’Uscita; credo questo sia l’augurio e la speranza di tutti coloro che hanno letto le lettere di Luigi a Marta e quelle di Marta a Luigi. Io sono anni che continuo a leggerle!

L’azione dell’Immagine, tramite i Personaggi

Se mi mettessi a ragionare da psicoanalista “scientifico” dovrei dire che il fatto di partecipare da anni a questa storia è derivato da un’identificazione a Pirandello e alla nostalgia di un amore non concluso perché reso impossibile dal tabù dell’incesto. Ma è un’interpretazione così banale. Preferisco passare ad argomenti più produttivi, quindi mi chiedo se i Personaggi possono essere omogenei alle sfaccettature dell’Immagine. Cioè, se Marta, come Personaggio, sia per Luigi, la rappresentante di quelle sfaccettature dell’Immagine che possono essere riassunte con l’attributo della femminilità.
Vale a dire tutti i tentativi descrivibili in termini di femminilità, a tutti i livelli, da quelli biologici, per esempio la forma e la struttura del corpo femminile, a quelli riguardanti un tipo di relazione classificabile come femminile in base per esempio alla funzione di contenitore per la riproduzione, la nutrizione, etc.
Certamente quando scrive a Marta sembra che egli conosca il concetto micropsicoanalitico di funzione iconica dell’Immagine. La presenza di quella donna lo mantiene in vita e gli dà la possibilità di continuare a creare.
Il vuoto creatore si manifesta nella sinapsi tra Lui e Marta e dalla fine del 1924 (si incontrano nel 1925) produce i capolavori che tutti conoscono.
Una ricerca interessante si potrebbe fare seguendo le sue relazioni con le donne che nella sua vita hanno rappresentato le tappe del suo sviluppo: la madre, la nutrice, la sorella, la fidanzata siciliana, la giovane tedesca, la moglie, la figlia, l’attrice.
Ogni periodo ha le sue produzioni letterarie, diverse, ma con temi fissi del tipo “chi è l’uomo”? L’espressione di problemi di identità che è una costante delle sue ricerche.
Le sfaccettature dell’Immagine che si manifestano in Lui sono diverse pur provenendo dalla stessa matrice. È la dinamica associativa che cambia a seconda della donna che fa da induttore. Per esempio con Marta può esprimere liberamente sentimenti che rispetto a Lietta (la figlia) devono essere scritti in forma diversa.
Ho scritto liberamente, tuttavia questa parola è da interpretare in modo relativo; la forma è più libera ma in profondità è lo stesso vissuto che permea i due rapporti : l’incesto.
Con la figlia l’inibizione funziona in modo efficace, con Marta può mettere in atto un tentativo di rapporto sessuale, che non gli riesce (almeno sembra) e da quel momento rinuncia all’aspetto fisico della relazione ma non al desiderio carnale che esprime in modo chiaro nelle lettere.
Non so se ho risposto alla domanda iniziale circa la relazione tra Immagine, sfaccettature dell’Immagine e Personaggio.
Una risposta la possa ricavare dal libro di Anton Giulio Bragaglia, Fotodinamismo futurista.
Bragaglia scrive : “Se con la statica abbiamo la vecchia bellezza della linea, con il dinamismo godiamo la palpitante gioia del ritmo”.
L’Immagine tende alla stasi, cioè alla linea, le sfaccettature dell’immagine costituiscono un insieme di punti che tendono a mantenere la stasi, cioè la forma, il Personaggio coglie questi momenti di stasi, ma non può mantenerli poiché raccoglie anche il movimento.
Quindi il Personaggio è la sfaccettatura in movimento dell’Immagine che è relativamente statica.
Se ripenso a ciò che ho scritto nella pagina iniziale di questo saggio sono costretto a modificare ciò che ho detto rispetto all’Immagine; non è l’Immagine che oltrepassa l’Uscita, bensì il Personaggio.
Il problema è se il Personaggio continua a sussistere quando il corpo è morto. Io direi di si, poiché acquisisce un’universalità para-culturale.
Se il Personaggio è la sfaccettatura dinamica dell’Immagine statica, un’entità energetica in movimento, non vedo la ragione per cui la dissoluzione del supporto biologico dovrebbe annullarne l’esistenza. La morte di Edipo non annulla il Personaggio Edipo che sarà continuamente interpretato (ma ignorato) da tutti gli altri viventi, nei secoli dei secoli. Ecco perché Edipo non muore; è Personaggio.
Se ci limitassimo al corpo sarebbe come dire che la psiche è una secrezione, una funzione del corpo che non esiste se non esiste il corpo.
È un discorso banale che io facevo quando avevo iniziato ad insegnare e volevo spiegare agli studenti che se si insiste troppo su un’interpretazione positivistica del concetto di psiche si arriva a sostenere che tutto può essere spiegato in termini neurofisiologici. Si finisce così a trovare delle spiegazioni neurofisiologiche che riducono la psicologia a neuropsicologia e a sostenere che la psiche è come un programma radiofonico che non esiste più se si rompe la radio; invece, come hanno dimostrato gli astronauti con le loro trasmissioni radio, le onde elettromagnetiche “possono esistere nelle regioni di spazio dove non vi sono cariche, non vi sono magneti e non vi è alcuna corrente reale. L’energia dei campi elettrico e magnetico è trasportata attraverso lo spazio dalle onde elettromagnetiche anche in regioni nelle quali non esiste materia.”
L’idealismo (forse spiritualismo) funziona al contrario delle ipotesi positivistiche, miriadi di programmi invadono, dall’esterno, i corpi riceventi ma i trasmittenti dove sono?

Maturazione

In questi anni ho pensato moltissimo ai concetti che ho appena esposto. Avevo deciso di accontentarmi dei fatti, cioè delle spiegazioni che mi offrivano i grandi maestri, per me Sigmund Freud e Jean Piaget. Gli altri due maestri che avevo conosciuto, Charles Baudouin e Silvio Fanti mi attiravano ma mi infastidivano, sentivo in loro una derivazione culturale cattolica molto limitante.
Poi, finalmente ho scoperto il catalizzatore che ha creato l’equilibrio; mi riferisco a Luigi Pirandello. Lui era, Uno, nessuno e centomila, e ha rivalutato i limiti di Baudouin e Fanti.
Il primo rispetto al discorso sul Personaggio e per il secondo, all’applicazione del concetto di Immagine. Senza lo strumento rappresentato dall’Immagine ideica tutti i discorsi sull’energia dei Personaggi sarebbero vani.
Da un punto di vista personale proprio Pirandello, il maestro della personalità relativa, mi ha aiutato a risolvere un problema di identificazione (che era il suo) indicandomi la strada delle identificazioni parziali, una banalità senza la quale però io non sarei io ma solo Loro, cioè Freud, Musatti, Piaget, Baudouin, Fanti, ed altri che hanno illuminato la strada della mia vita. Per esempio Berthe L. Maystre che con il suo comportamento mi ha insegnato tanto: ha accettato il regalo di una radice di aspetto fetale, mi ha ricevuto una sera tardi in cui ero in difficoltà, mi ha permesso di invitarla a cena in un grande ristorante. Ha interpretato per me un Personaggio materno di cui avevo bisogno in quel momento transferale.
Ora, alla tenera età di 80 anni, io so di essere uno psicoanalista freudiano nello spirito, diciamo vecchia maniera, ma che si pone delle domande sulla propria natura alle quali può rispondere solo con quei concetti di Immagine e di Personaggio di cui ho detto, usando il Metodo Pirandello.
So chi sono a prescindere dal mio corpo invecchiato; sono uno che pensa, scrive e fa delle sedute. Pronto per l’Uscita cioè all’ingresso in un’Ipotesi.
Quando si inizia una seduta, anche con se stesso, ci si mette in quello stato d’animo, con quel tipo di ascolto che Pirandello riservava ai propri personaggi immaginari che venivano a trovarlo la domenica mattina.
Una marea di schizzi (tentativi) che aspettano l’autore che li definisca. Mi ricordano i disegni dei bambini di tre, quattro anni che rappresentano molti oggetti diversi con lo stesso segno, a seconda del personaggio che interpretano. Nelle terapie infantili, l’analista, come ha scritto L. Bal Filoramo entra nel Gioco del Regista e se ne serve a fini terapeutici; in ambito psicoterapeutico si può fare anche con gli adulti purché ci si sappia assumere le responsabilità di quello che può succedere.

Il Regista

La parola regista derivata dal sostantivo regia, oggi di uso comune, nel cinema e nel teatro è di uso recente. Colui che metteva in scena il dramma o la commedia era indicato con il francese metteur en scène.
Era colui che disponeva le scene, gli attori, l’andamento delle entrate e delle uscite degli stessi, e così via. Un lavoro di importanza fondamentale che determina il destino dell’opera.
Oggi più che di messa in scena si parla di regia, un termine che da un certo punto di vista è psicologicamente più interessante.
Si inserisce meglio in quella definizione di pulsion viatorique formulata da G Haddad in L’enfant illégitime, Sources talmudiques de la psychanalyse. Senza dimenticare gli importantissimi lavori di Y. H.Yerushalmi in Il Mosè di Freud.
Naturalmente si parla di Esodo. Mosè è stato il regista dell’Esodo.
Lo studio del linguaggio, anche se oramai banale, ci riserva sempre delle belle sorprese. Per esempio la radice (i.e.) Reg esprime il movimento in linea retta. E’ da quella radice che derivano regia, regista ma anche diritto e re (ràjà), regole e un’infinità di altre parole con il significato di dirigere in linea retta. Cioè parole che indicano un’attività di ricerca della “retta via” verso una “terra promessa” ipotetica come L’Uscita.
Lo psicoterapeuta segna la via verso l’Uscita, nelle limitazioni della “guarigione”.
Ch. Baudouin indicava questa tecnica con la definizione di Psychagogie, da ago e psyche vale a dire conduco la psiche, un concetto che è molto simile a quello del pastore che guida il gregge.
Il gregge sono l’infinità di pensieri, fantasie e personaggi, proprio quelli che si presentavano a Pirandello alla domenica mattina.
Ma da dove vengono quelle Entità Psichiche?
Non è difficile dire dall’Inconscio, dal Preconscio, dall’attività onirica, dai confini della realtà o da altri luoghi più o meno definiti. L’idea è che si formino come i sogni attraverso un confluire di elementi che funzionano secondo le correnti associative.
Faccio un esempio. Io, come ho già detto e ridetto, da tempo mi occupo del carteggio fra Luigi Pirandello e Marta Abba. Mi sono anche occupato delle lettere di Angelo Barile a Giovanni Peluffo, sull’argomento ho anche pubblicato un libro, e poi da un po’ di tempo scrivo questo saggio.
Non sono sicuro della scientificità di queste mie idee. Penso però che se queste ipotesi sono criticabili e a-scientifiche tutta la psicoanalisi lo è perché si basa sul concetto di rimozione-fissazione-censura che è della stessa qualità di quello su cui si fonda il discorso che riguarda l’Apparenza e l’Uscita. Non parliamo del concetto di Immagine Ideica che suppone l’esistenza di tracce segnate nell’energia. Insomma mi faccio una serie di critiche che potrebbero essere valide oppure ancorate al pregiudizio positivista.
Come sempre mi accade quando ho un difficile problema da risolvere alla notte sogno, con un certo disagio:
Sono in un appartamento condensazione di Sampierdarena e Torino (l’infanzia e la maturità). Molte altre persone allievi ed amici assistono al mio colloquio con la professoressa Angiola Massucco Costa, uno dei pionieri della psicologia in Italia, che mi aiutò molto a ricevere i fondi per le mie ricerche di psicologia cognitiva, e che facilitò il mio ingresso nell’Università di Torino dandomi l’incarico di Psicologia sociale.
Quando io presi la strada psicoanalitica, non fu d’accordo (come del resto anche Piaget) e sovente, pur continuando a stimarmi, cercava di convincermi a continuare le ricerche sulle funzioni cognitive. Lo faceva anche da moribonda nel mio sogno.
La professoressa Massucco Costa, infatti, era a letto, moribonda, e continuava, sia pur con garbo a criticarmi e io con altrettanto garbo cercavo di convincerla sulla validità del mio discorso.
Ecco che tramite uno dei miei Personaggi io mi criticavo anche in sogno, cioè esprimevo il conflitto tra le mie due nature.
Direi che quella cognitivistica stava morendo e si faceva strada quella letteraria e fantasiosa di cui però non mi fidavo.
Anch’io avrei avuto bisogno di un regista, che mi indicasse la “retta via”. Indicasse la strada maestra alla mia (forse mie) Apparenza nell’attraversamento dell’Uscita.

La Rimozione

Nelle pagine precedenti ho nominato la rimozione per indicare un concetto che esprime un’idea simile a quella indicata da Pirandello circa il corpo, che si trasforma in polvere, e quella entità energetica, l’Apparenza, che si dirige all’Uscita, sostenuta dall’energia del desiderio non soddisfatto.
L’Uscita è la prima censura che esiste tra il processo primario e quello secondario.
Nel concetto di Rimozione, c’è quello di eternità.
L’eternità della stasi. Il desiderio rimosso è bloccato sul posto; oscilla ma non può proseguire in linea retta, cioè verso lo scopo, anche perché in natura non credo esistano movimenti in linea retta se non nella mente di Euclide.
Con la scoperta della Verdrängung, cioè della rimozione, Freud ipotizzò l’esistenza di entità psichiche bloccate fuori dalla corrente spazio-temporale delle altre, quindi escluse dalla coscienza ma che facevano sentire il loro effetto di attrazione sulle altre.
Le basi del conflitto, risolto con il compromesso nevrotico, sono in queste entità. La psicoanalisi va alla ricerca di questi insiemi rimossi che ogni tanto si manifestano nei sogni, nelle associazioni e (specialmente) nel transfert. Freud chiama questi elementi rappresentativi dell’inconscio i revenent.
Elementi situazionali che ritornano, Personaggi che cercano di uscire dall’oscillazione della stasi nella sinapsi tra il vuoto e lo spazio-tempo (cioè uno degli aspetti della sua organizzazione energetica) per presentarsi sul palcoscenico del sogno e poi della vita.
Ancora Personaggi!
La differenza è che il Personaggio che ritorna nel mio sogno (la professoressa) fa parte del mio psichismo e in apparenza non ha volontà propria; è un Personaggio. Ma possiamo dire che dipenda dall’autore? Se nell’elaborazione secondaria diventa un racconto dipende dall’autore ma dato che è l’elaborazione di un resto notturno che proviene dal rimosso, fuori dallo spazio- tempo, siamo ancora autorizzati a dire che dipende dall’autore? Pirandello deve avere pensato qualche cosa di simile quando ha scritto il titolo “Sei personaggi in cerca di autore”. Evidentemente l’avevano visitato alla domenica mattina nelle cinque ore dedicate al ricevimento dei Personaggi ma, è alla notte, in sogno, che avevano cercato il contatto. Un sogno e cinque ore di seduta.

I Resti notturni del sogno

Una persona che viva ottant’anni in media produce circa 30.000 sogni. Cioè una completa vita onirica colma di situazioni abituali e inabituali, normali e fantastiche, piacevoli e spiacevoli.
Si può immaginare quanti siano i Personaggi che durante le varie fasi della vita, si introducono nei sogni. Sovente le censure non permettono loro di attraversare la porta del sogno oppure la oltrepassano e vengono dimenticati. Esistono tuttavia le correnti affettive che entrano, direi di soppiatto, nei progetti di vita quotidiana e passano nell’azione.
Il personaggio o i personaggi che non vengono realizzati in sogno, cercano un corpo (oggetto) nella veglia e lo utilizzano per realizzare i loro progetti (desideri) latenti. Lo scopo è sempre quello di abbassare la tensione e ristabilire l’omeostasi dei sistemi.
In altre sedi ho già riportato qualche esempio di personaggi persecutori. Ripeto in questa occasione qualche riflessione che avevo prodotto nel 2003 circa il Personaggio del Persecutore.

Il PERSECUTORE
(13-08-2003)

Tutti sappiamo cosa sia Il Persecutore. Antonio de Curtis (Totò) l’ha descritto magistralmente nel film “Siamo uomini o Caporali?”.
E’ Caporale chi ti segue inesorabilmente e in occasioni molto diverse per situazione anche temporale, ti viene dietro per metterti in ridicolo, per ”mangiarti” per danneggiati, anche se, a volte, il danno è mascherato da aiuto. In definitiva il persecutore ti segue per “mangiarti”.
Questa riflessione si è formata nella mia mente mentre osservavo alla televisione un programma in cui venivano filmati i movimenti di una mandria di bisonti seguiti costantemente da un branco di lupi. I bisonti erano la riserva di caccia e di carne dei lupi.
Mi ero identificato al bisonte e potevo quasi sentire l’angoscia di essere perennemente seguito da questo branco di lupi pronto a mangiarselo.
Dal punto di vista dei processi cognitivi è difficile sostenere che nel bisonte si sia formata la rappresentazione del lupo che lo segue per mangiarselo; dal punto di vista dei comportamenti istintivi di adattamento così come il lupo segue certe strategie di caccia in branco allo stesso modo certamente il bisonte ha sviluppato le sue strategie di difesa.
Gli studiosi di psicologia animale saranno in grado di rendercene conto, per il momento a me interessa l’analogia che posso ricavarne per lo studio dei comportamenti concernenti i vissuti di persecuzione presenti negli esseri umani.
Se la persecuzione è reale e proviene dall’esterno, come nell’esempio antecedente, è chiaro che l’oggetto è costretto a sviluppare tecniche che gli permettano di parare i colpi. Queste tecniche si inseriscono nei meccanismi istintivi di adattamento e: a) continuano a sussistere anche in assenza del persecutore; b) l’assenza prolungata del persecutore causa il loro degrado e spariscono; c) anche in assenza del persecutore permangono come tracce che con varie tecniche spontanee vengono continuamente “rinfrescate”.
Il punto di vista di M. Jouvet è che esse si mantengano per mezzo del sogno che allucina il persecutore e attiva gli schemi anche quando questi (il lupo) non c’è più.
S. Freud ipotizza che gli schemi si fissino nell’es e diventino sue esigenze; per S. Fanti le tracce si costituiscono in insiemi che formano l’Immagine (per questo l’Immagine ti perseguita) le cui sfaccettature dall’es si riversano nell’inconscio e lo programmano. Nell’inconscio lo schema della persecuzione, cioè l’azione di agire per impossessarsi dell’oggetto, vissuta narcisisticamente come essere posseduti, trova i suoi rappresentanti ideativi che poi nel preconscio – conscio si rivestono di parole.
Per ciò che riguarda l’apparato psichico vengono gestiti dal super-io, sono inconsci, e le loro forme consce nutrono l’autosservazione e la coscienza morale che vengono poi elaborate nelle ideologie che oggettivizzano il persecutore e il perseguitato. Specificano cioè chi è il lupo e chi è il bisonte.
Nella pratica professionale si constata che esistono persone in cui i vissuti persecutori (cioè di essere perseguitati) sono maggiormente presenti che in altre. Persone che anche quando sono riuscite ad acquisire con l’analisi, una certa tranquillità e obiettività rispetto alle loro proiezioni, con cui esteriorizzano i vissuti di persecuzione interna, si trovano sovente alle prese con accadimenti assolutamente imprevedibili e obiettivamente indipendenti dalla loro volontà preconscio-conscia, che rimettono in moto le loro conflittualità, anche angosciose, residue.
Tali accadimenti riattivano gli schemi difensivi consueti e se la psicoanalisi non è ben consolidata, rimettono in moto gli schemi ossessivi corredati da proiezioni che possono riattivare i vissuti di persecuzione, se non personalizzati almeno generalizzati: un destino antropomorfizzato che perseguita. Il diavolo che ci mette la coda.
Come si può constatare io metto l’accento sulle procedure di adattamento sia offensive che difensive di gruppi animali a cui la natura e il caso hanno assegnato un destino specifico. I lupi sono cacciati dall’uomo che a volte soccombe e che sovente li perseguita sino a che non inizia a pensare che forse c’è qualche ragione per lasciarli vivere cioè si identifica a loro.
Una tecnica spontanea del lupo, al fine di difendersi dall’uomo, è stata la trasformazione in cane. Certo non è una tecnica volontaria ma esprime bene come l’adattamento avvenga per trasformazioni successive. Eppure a volte i cani ridiventano feroci e pericolosi come lupi.
Da un punto di vista metaforico ma psicologicamente reale, il lupo presente nel cane perseguita il cane e se il cane potesse proiettare la traccia del lupo che lo perseguita su un qualsiasi oggetto compirebbe la stessa operazione che mette in atto il paranoico, si libererebbe momentaneamente dell’oggetto interno (inconscio) persecutorio costruendo all’esterno un persecutore su cui poter agire.
Un esempio classico è quello di Hitler verso gli ebrei che viene oggi ripreso da una buona parte dei musulmani.
L’essere umano, i cui nuclei narcisistici si costituiscano a sistema, e perseguitino l’io, è costretto a difendersi con una attività sistematica di proiezione che gli permette di non fuggire a vuoto, e di alleviare la tensione.
Il fatto è che gli oggetti delle proiezioni sono sostituti dei nuclei narcisistici e quindi, anche se esterni, perseguitano il soggetto dall’interno. Il soggetto di fatto è in loro balia, li odia e vorrebbe distruggerli, ma non riesce.
Nella cronaca quotidiana sovente vi sono notizie di persone che uccidono “per amore”, agendo un resto notturno.
Ancora una volta il sogno ci fornisce l’esempio proponendoci durante il sonno una galleria di Personaggi con i quali il sognatore si impegna fisicamente, anche in modo lascivo e omosessuale. Sovente lotta con loro, con alterne fortune. Sono personaggi conosciuti oppure sconosciuti, ma sempre più o meno vagamente familiari, che perseguitano il sognatore come i lupi perseguitano i bisonti : da tanto tempo.
Se si riflette bene, la proiezione è una difesa ma è anche una procedura fisiologica di ricostruzione del passato: qualsiasi passato. La proiezione è rievocazione, cioè è memoria associativa in atto, sia pur inavvertita.
Come ho scritto altre volte, i personaggi onirici di cui ho parlato, sono insiemi energetico-pulsionali non incarnati, ma antropomorfizzati o zoomorfizzati, che popolano la nostra psiche e che durante la notte si manifestano in sogno. Essi lavorano anche di giorno come energia del resto notturno utilizzando la qualità dell’energia che li ha prodotti (sessualità e aggressività), e sia pur con l’uniforme del nostro corpo o di altri oggetti transferali, compiono imprese angeliche o diaboliche che continuano nei secoli.
Ch. Baudouin le definiva le “costanti dell’immaginazione”, come per esempio la lotta ambivalente tra il figlio-padre-figlio, tra i fratelli (Prometeo ed Epimeteo), tra le figlie-madri -figlie ed altre vicende raffigurate in moltissimi personaggi della letteratura e nelle arti figurative dalla preistoria ad oggi.
Sovente è la lotta con se stesso che viene rappresentata, il conflitto tra le spinte istintive particolarmente presenti nelle varie fasi specifiche di sviluppo e le acquisizioni cognitive delle fasi successive. Tale conflitto può essere rappresentato in sogno e se non è abreagito durante il sonno, cioè se i resti notturni del sogno non sono energeticamente esauriti, si presenterà nella vita di veglia nutrendo i sentimenti verso l’oggetto (persone, situazioni) e quindi anche le spinte proiettive e paranoidi.

Un esempio

I personaggi onirici, come nelle battaglie tra gli eroi omerici, escono dall’Olimpo del sogno e scendono nella platea della vita tra i mortali.
A questo punto tutto può essere vero, anche le storie più inverosimili diventano vere. Hanno nella vita quotidiana la verità del sogno che ha due caratteristiche: è vera ed eterna perché sviluppa i temi del processo primario (fuori dallo spazio-tempo) ma può essere in completo disaccordo con il principio di realtà (contingente e storico) quindi anche psicotica: delirante.
Per non coinvolgere altre persone, faccio un esempio tratto dal mio materiale infantile. Per anni nei miei sogni sono stato schernito, attaccato, insidiato, impaurito, da un personaggio biondo. Un mio giovane doppio che mi si presentava nei sogni; a volte era dispettoso, a volte lascivo, a volte decisamente aggressivo e apparentemente pericoloso. Durante la mia vita questo personaggio si è incarnato in attori esistenziali maschili e femminili: genitori, fratelli, cugine, cugini, amici, amiche, fidanzate e naturalmente i miei psicoanalisti (psicoanalisi e micropsicoanalisi).
Durante la psicoanalisi l’ho associato a due bambolotti che io possedevo nella preistoria della mia infanzia: uno era biondo e l’altro bruno (forse nero, comunque per me quello brutto). Quello bruno l’avevo disfatto e avevo conservato il biondo. Associai sull’argomento in molte sedute di psicoanalisi ma fu solamente quando, in micropsicoanalisi, affrontai lo studio del materiale fotografico che mi resi conto che nei primi due anni e mezzo, forse tre, della mia vita io ero biondo, prepotente ed assolutamente sicuro di me stesso. Come appare chiaramente da una foto ero il prolungamento di una madre estremamente in carne, solida e statuaria: una vera Magna Mater, una dea.
Il cambiamento, che si può verificare dalle fotografie, avvenne progressivamente verso i tre anni e mezzo, quando mia madre rimase di nuovo incinta. Al ritiro della libido materna dal sottoscritto per investirlo sul nuovo “frutto” che le si stava sviluppando in utero corrispose una mia perdita di sicurezza (lo si può constatare dal materiale fotografico) accompagnata da un inscurimento dei capelli che, come succede sovente, diventarono castani.
L’insieme energetico-pulsionale delle esigenze del “periodo biondo” si organizzò in un nucleo parzialmente narcisistico che prese l’aspetto del Personaggio onirico biondo, che non si rassegnò e continuò ad esprimere le sue esigenze aggressivo – sessuali.
Un tipo molto creativo che io, come ho detto, definisco: il Bimbo. Ne ho parlato in diverse sedi, specialmente nell’articolo, Il Bimbo e le sue manifestazioni, in cui ho dimostrato come egli si intrufoli nella dinamica di seduta e trovi i mezzi per esprimersi. Nel mio caso il disegno.
Se, in seduta, si ascolta questa entità e si sa comprenderne le esigenze senza esserne dominati, si viene grandemente aiutati.
Questo Bimbo ha però le sue esigenze che sono quelle che nutrono le illusioni.
Al Bimbo (che è dentro di noi) non puoi raccontare che la vita è sorta dal vuoto. Ne porta dentro la traccia ma ha l’esperienza della riproduzione sessuata (è un mammifero) e quella della vita intrauterina ed è arduo raccontargli che gli stessi tentativi che hanno assemblato gli amminoacidi e le proteine sono quelli che mantengono la vita biologica. Il Bimbo che è in noi ha bisogno di pensare che c’è un’entità personalizzata che crea e che disfa, che decide e che non è stata creata ma è eterna ed assoluta in sé. Per esempio la Dea Madre della fotografia.  E’ l’unica che può continuare ad esistere anche senza nome, non ha bisogno di essere “nominata”. Come per i primitivi, è la Mamma.
Un’ entità assoluta che si specifica in miriadi di creature che si compiace di creare. Attraverso il figlio (Cristo) è anche la madre di dio.
Se ci riflettiamo un poco possiamo constatare che è in azione lo stesso meccanismo attraverso il quale si formano i concetti. E’ però espresso al contrario. I concetti si formano per astrazione riflettente (cioè che non tiene solo conto solo dell’oggetto ma anche dell’azione su esso ciò della trasformazione reversibile) che generalizza il particolare. La spiegazione fideistica (illusoria) parte da un concetto considerato come esistente e non costruito, per spiegare i destini degli insiemi di elementi (le creature) da cui è stato ricavato. Per esempio, Dio, un concetto che per noi esprime il monoteismo, è usato al contrario come spiegazione esistenziale di tutti gli elementi in tutte le forme materiali (visibili e non), tra le quali quelle biologiche. Anche i filosofi e qualche scienziato usano tale concetto quando le loro possibilità di interpretazione dei fenomeni vengono meno.
L’immortalità è l’ideale teorico che fa parte del concetto. Un’idea illusoria se viene considerata per un singolo elemento dell’insieme, l’essere umano per esempio, ma valida se viene presa in considerazione per l’insieme di tutti gli elementi che si trasformano, che sono la materializzazione dell’energia che continua ad assumere forme diverse.
L’essere umano, nella sua componente Bimbo, non è confortato dalle spiegazioni della fisica ha bisogno del pensiero mitologico, cioè degli dei, le entità onnipotenti che vincolano il suo narcisismo proiettato sugli elementi naturali, e poi ovunque.

Il Narcisismo

Ho nominato molte volte il termine narcisismo, vorrei sviluppare il concetto.
L’essenziale del concetto di narcisismo è l’investimento energetico (libido e destrudo) del soggetto su se stesso.
Cercherò di semplificare. Durante la vita uterina e i primi mesi di vita neonatale quella istanza che definiamo con il nome di io è confusa, almeno in massima parte, con l’es. Un’istanza energetico-pulsionale che fa parte del processo primario (psicoanalitico). Questo stato fa si che l’energia della pulsione aggressivo-sessuale sia tutta a disposizione dell’io che se ne serve per investire gli oggetti della costellazione materna. Cioè il mondo degli oggetti vitali.
Tuttavia gli oggetti sono investiti in un modo particolare, vengono raggiunti ma non riconosciuti in quanto tali ma come semplici prolungamenti del soggetto. E’ solo quando non si lasciano prendere che obbligano il soggetto ad un’operazione complicata di aggiustamenti al fine di raggiungere lo scopo: l’eliminazione della tensione per conservare il principio del piacere. Se gli aggiustamenti non funzionano l’io in formazione non ha altre soluzioni oltre a quella di ritirare il tentativo di investimento in se stesso.
La parte di energia del processo primario che permane come tensione contribuisce alla costruzione di un rappresentante della frustrazione: l’ideale dell’io.
L’ideale dell’io progressivamente acquisterà abbastanza energia da diventare autonomo e da inserirsi nella dinamica tra l’io e l’es. Esisterà pertanto un partner dell’io che usa l’energia del processo primario, quindi potentissimo, che per sua natura si oppone all’io e diventa la terza istanza del conflitto. La sua proiezione, con successiva introiezione, sugli oggetti dell’infanzia, darà luogo a quell’istanza parentale (il divieto) che Freud indicherà con il nome di Super-io. Avremo quindi la possibilità di un conflitto tra le tre istanze che di fatto in modo diretto o indiretto sarà percepito solo dall’io.
Tale conflitto viene proiettato e spostato sugli oggetti in modo che si costituiscono degli oggetti che sono segni dell’istinto, altri che sono i rappresentanti dell’ideale dell’io/super-io, ed altri ancora che cercano di conciliare e mettere ordine al servizio dell’io.

Relazioni tra psiche e organizzazione biologica

Le riflessioni che ho sviluppato sul narcisismo, mi hanno ancora una volta spinto a seguire il mio vecchio ragionamento in cui la psiche veniva definita in termini di rappresentazione o espressione dei processi somatici. Cioè, ancora una volta, cercavo nel mondo delle cellule il modello delle attività psichiche.
Considero il narcisismo primario in funzione cellulare.
Il concetto di base è: fissazione alla cellula e quindi rifiuto della differenziazione propria all’organismo pluricellulare.
Dal punto di vista clinico quindi la fissazione al narcisismo intrauterino (fisiologico per la cellula) ostacola la relazione non simbiotica (intrauterina) con l’oggetto, ostacola lo sviluppo dell’Edipo, e marca la gravità della sindrome. In termini più semplici: è la qualità dell’Edipo che definisce la gravità della sindrome. Un Edipo di qualità simbiotica è difficilmente risolvibile poiché da origine ad un transfert di qualità simbiotica che spinge verso l’analisi interminabile.
L’organizzazione egoica è solidamente strutturata ed efficiente in proporzione diretta alle cariche di narcisismo primario a cui il soggetto riesce a rinunciare. Ecco perché lo psicotico che esce dal delirio entra nell’ossessività; momentaneamente (anche per tanto tempo) l’ideale dell’io – super io, prende il sopravvento.
Il discorso si complica quando si considera che al narcisismo cellulare segue quello corporeo o di sistema. Il narcisismo di sistema è una copia di quello cellulare ma contiene già il frutto di una rinuncia che permette al sistema di autopercepirsi come un’entità unica.
Penso che il narcisismo cellulare si confini nelle cellule germinali e poi in quelle staminali indifferenziate e totipotenti.
Dai tre mesi di vita intrauterina in poi, ogni sistema di cellule differenziato ha un proprio narcisismo che tuttavia è già inserito in una dinamica omeostatica con le altre parti del sistema.
La cellula staminale fondamentale per lo sviluppo embrionale è l’uovo fecondato, che consiste in un’unica cellula dotata però delle istruzioni e capacità per diventare ogni tipo di cellula del corpo. L’uovo fecondato è una cellula staminale totipotente, cioè il suo potenziale è totale. Nelle prime ore che seguono la fecondazione questa cellula si divide in più cellule tutte totipotenti. Lo zigote quindi è totipotente poiché ha la capacità di generare tutte le cellule e i tessuti che compongono l’embrione e ne supportano lo sviluppo nell’utero (placenta e cordone ombelicale), se riesce a superare la tempesta del rigetto che probabilmente è la prima battaglia psicobiologica che deve affrontare.
Se ciò che ho scritto in Micropsicoanalisi dei processi di trasformazione e ho completato nella nuova versione, non è errato, così come ho stabilito un’analogia di funzionamento tra i processi immunitari di rigetto e facilitazione rispetto ai trapianti e le vicende delle relazione tra la madre gestante e il figlio ospite (in parte estraneo), non vedo perché io non possa ipotizzare che questa omogeneità di processi esista tra la totipotenza dello zigote e la sua espressione psichica, l’entità egoica, in cui è concentrata tutta l’energia della pulsione. Questa entità si può chiamare es, e ci si può riferire all’Immagine ontogenetica intrauterina, dato però che nessuno nega (neanche i neurologi ), che in essa si trovino insiemi di tracce di esperienze organizzate, non vedo perché, almeno una sua parte, non si possa definire io intrauterino. Una forma di io sarà quindi, come sostengono gli autori che ho citato, già presente alla nascita.
Un io, per noi osservatori, fantasmaticamente onnipotente, ma per se stesso, realmente totipotente per le fantasie che potrà produrre.
In quella fase attraverso un’identificazione fantasmatica allo zigote cercherà di creare, probabilmente in un tipo particolare di sogno durante il sonno sismico, un corpo psichico infinito, che inevitabilmente si scontrerà con l’implacabile dinamica dei bisogni . La mente appare come difesa che fa “come se“ . La tensione che insorge dal bisogno non soddisfatto viene controllata attraverso la costruzione di un “falso” che può anche essere definito allucinatorio.
Io penso che i desideri, in quanto espressione psichica dei bisogni, siano un frutto di questa funzione egoica di fantasmatizzazione. Francamente che a quella età il frutto di tale funzione, sia inconscio, preconscio oppure conscio non mi sembra interessante, poiché non credo lo si possa conoscere se non con la fantasia ed, eventualmente, a posteriori, in analisi, con l’interpretazione .
Come scrive Fanti: “ …il dinamismo proprio di ogni co-pulsione è quello di creare dei legami motori tra le entità psicobiologiche. Tuttavia la micropsicoanalisi conserva l’idea freudiana di una pulsione sessuale specifica che chiama, co-pulsione sessuale, che mira all’abolizione della solitudine inerente al vuoto onnipresente, soddisfacendo-realizzando, il bisogno-desiderio di penetrare-essere penetrato e di autoriprodursi… è alla fin fine l’autoriproduzione cui mira la co-pulsione sessuale…” ( Dizionario di Psicoanalisi e micropsicoanalisi, ed Borla, 1984, Roma, pag.155-156).
L’autoriproduzione è un retaggio cellulare ed è proprio su questa caratteristica primordiale della materia di autoriprodursi che la pulsione sessuale regola la sua meta. Ora dato che la definizione di meta è: ”metabolizzare psicobiologicamente tramite l’oggetto la tensione neutra della fonte e l’eccitazione che essa proietta nella spinta“ (op. cit. pag. 75) il destino dell’ovulo e dello spermatozoo non sarà certo semplice, Per concludere il loro programma devono fondersi e dar luogo ad uno zigote totipotente.
La fissazione all’incontro delle cellule germinali e allo stato di zigote è un bell’ostacolo in un mondo di entità differenziate e pluricellulari che compongono un corpo psicobiologico (e poi sociale) in cui la riproduzione sessuata (e non l’autoriproduzione) è la regola.
Il vissuto di solitudine e la difesa narcisistica primaria sono inevitabili e non credo che si debba ricorrere al concetto di vuoto per dare una spiegazione del fenomeno.
Tuttavia se si vuole ricorrere ad una interpretazione metapsicologica è sufficiente la nozione classica di pulsione di morte.
Se usiamo tale nozione è il dinamismo della coazione a ripetere quello che si impone, e dato che ha un movimento apparente retrogrado (in realtà è la verifica di una fissazione) possiamo considerare tutti i passaggi evolutivi genitali e pregenitali sino al ritorno in utero, alle fasi di sviluppo fetale ed embrionale, sino allo zigote, l’ovulo, lo spermatozoo e le loro componenti organiche e inorganiche, e oltre.
A mio parere a seconda dello stadio evolutivo in cui si fissa l’energia della pulsione aggressivo-sessuale si creano le condizioni che faranno si che si costituirà il grado di “congelamento” della persona Per esempio la fissazione all’autosufficienza e alla totipotenza della situazione zigote darà luogo alla psicosi autistica, con la sua variante attenuata l’anoressia vera.
In questo contesto la schizofrenia dovrebbe corrispondere ad una fissazione allo stadio di confine tra l’indifferenziato e il differenziato, in termini cellulari dalla totipotenza all’unipotenza.
Il concetto è che la struttura della totipotenza, cioè la possibilità virtuale di diventare qualsiasi cellula è il primo barlume di psiche.
A posteriori possiamo dire che è la verifica sperimentale dell’esistenza di un individuo percepiente dotato della possibilità di diventare tanti altri diversi, un individuo il cui destino non è ancora deciso e si deciderà durante il processo di differenziamento. La traccia strutturale di questa possibilità è la psiche ed è in essa che rimane (a posteriori) il “ricordo” di una fase in cui si poteva fare TUTTO. La sorgente prima del narcisismo primario.
In termini libidinali si può dire che esiste un “fondo” (economico) originario di libido indifferenziata che dovrebbe derivare da un patrimonio cellulare indifferenziato. Tale libido indifferenziata è l’energia di una pulsione sessuale indifferenziata, di un Eros, che fa da motore alla creatività dello zigote e delle altre cellule staminali.
In questo senso la psiche è la potenzialità creativa dell’energia e la libido è il suo strumento. Se la libido, non si muove dalle sedi di propagazione, e non si sposta sugli oggetti del mondo esterno l’individuo è “congelato“, e come scrive Q. Zangrilli “le trasformazioni difficili” sono ostacoli di sovente insormontabili.1
Nel momento in cui l’energia si mobilizza e si vincola sugli oggetti del mondo, il mondo comincia ad esistere. La psicoanalisi e la micropsicoanalisi sono strumenti di regolazione della dinamica di questa mobilità.
Da un punto di vista Costruttivistico si tratta di operare in modo che la dinamica dell’assimilazione e dell’accomodamento riprenda il suo cammino in modo tale da riportare lo sviluppo dell’individuo specifico (il border-line, lo psicotico) al livello degli individui adulti del gruppo umano in cui si vive.

© Nicola Peluffo

Note:

1 Quirino Zangrilli, “La vita: involucro vuoto”, Borla, Roma, 1993


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Notizie sull'Autore

Peluffo Nicola

Il Prof. Nicola Peluffo è nato a Genova-Sampierdarena il 14 giugno 1930. Dopo essersi laureato a Genova nel 1955 in Scienze politiche con una tesi in Storia, completa la formazione psicologica e psicoanalitica iniziata a Milano, in Svizzera a Ginevra, quella micropsicoanalitica a Couvet (Neuchâtel). Libero docente e poi professore incaricato stabilizzato di Psicologia Sociale diventa professore associato confermato di Psicologia Dinamica presso la Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino. Autore di due volumi (Micropsicoanalisi dei processi di trasformazione, Torino, Book's Store, 1976 e Immagine e fotografia, Borla, Roma, 1984) e di oltre cinquanta pubblicazioni scientifiche. E' stato collaboratore al laboratorio di ricerche in psicologia genetica del Institut des Sciences del'education dell'Università di Ginevra (direttore Jean Piaget), ricercatore e docente di psicologia sociale presso l'Istituto di Scienze sociali di Genova (direttore Luciano Cavalli) collaboratore alle ricerche dell'Istituto di Psicologia Sperimentale e Sociale di Torino (direttore Angiola Masucco Costa), collaboratore alle ricerche del Centro di Psicologia dell'Olivetti SpA di Ivrea (Coordinatore ricerche Francesco Novara, direttore Cesare Musatti). Fondatore e Capo Scuola della micropsicoanalisi in Italia, membro didatta della Società internazionale di micropsicoanalisi (presidente onorario Silvio Fanti). Già Direttore dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi, fin dalla sua costituzione nel 1984, e responsabile scientifico della sua rivista teorica, il Bollettino dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi. Il Prof. Peluffo si è spento a Genova il 7 febbraio 2012



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  • Bergamo Scienza | 18-10-2012

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