Editoriale

Pubblicato il 29 gennaio 2010 | di

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L’omertà

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Nelle conversazioni tra psicoanalisti a volte si sente la frase : “Se si riuscisse a superare la resistenza si potrebbe completare una psicoanalisi in un giorno”. Come è noto la resistenza ha una sua funzione utile (nella vita quotidiana) che è quella di mantenere integra la costruzione difensiva della rimozione, ed è logico, che il tentativo di studiare le rimozioni e mutarne l’equilibrio della distribuzione energetica, ingenera una forte angoscia, un vero e proprio stato di pericolo psicobiologico. La persona in analisi cerca di sottrarsi a questo pericolo mettendo in atto degli accorgimenti che hanno lo scopo di mantenere integra la rimozione. Mette, per esempio, in atto delle procedure di diniego e di negazione che hanno lo scopo di mantenere lo status quo di modo che niente, nell’organizzazione psichica, muti. Iniziano i silenzi o l’eccesso di verbigerazione, e sovente cessa la fonte principale del materiale da analizzare: i sogni
Sovente mi sono chiesto la ragione per cui esistono persone che non portano in seduta qualche sogno. Persone che in apparenza non sognano. Noi attraverso lo studio delle fasi REM del sonno sappiamo che tutti sognano dalla vita fetale in poi. E non solo gli esseri umani ma tutti gli animali omeotermi.
Gli analizzati generalmente riferiscono volentieri i prodotti della loro vita onirica, tuttavia ne esistono certi che portano qualche sogno nelle prime sedute e poi si astengono. In questi soggetti, come ho osservato molte volte, si attiva un meccanismo di difesa di evitamento che, in termini psicosociali, può essere definito “Omertà”. Un meccanismo di difesa preconscio-conscio eminentemente sociale che serve a preservare, come tutte le difese, l’Io da una tensione eccessiva.
Un’altra domanda che mi faccio è se tale difesa ha una matrice primaria, inconscia.

La prospettiva storico sociale 1

3 scimmieL’Omertà è una difesa potentissima, la trasgressione della quale mette, sia realmente (a volte) che fantasmaticamente, la vita del trasgressore in pericolo. In Giappone l’utilità della difesa è zoomorfizzata graficamente dalla raffigurazione della saggezza delle tre scimmiette, che non parlano, non sentono e non vedono.

La ricerca storica, in Italia, sul concetto di omertà ci da le indicazioni che trascriverò dopo avere, però, precisato che è l’organizzazione in clan familiari allargati che favorisce l’insorgere del comportamento mafioso di cui l’omertà è un corollario. La verifica si ha in Giappone dove un esempio di comportamento virile mafioso esiste da tempi immemorabili. Cito da Wikipedia :
In Italia la più nota delle possibili etimologie della parola omertà venne fornita negli anni Ottanta dell’Ottocento dal grande etnologo palermitano Giuseppe Pitré, e a sua volta si modellava su quella indicata già alla metà del decennio precedente dal magistrato Giuseppe Di Menza.
Il termine deriverebbe dalla radice omu (uomo), da cui l’astratto omineita-mortà rifletterebbe una concezione esasperata, tutta popolaresca e mediterranea, della virilità, per la quale ognuno è costretto a vendicare le offese da sé, senza mai far ricorso, pena il disonore, alla forza pubblica. In questo senso per Pitré omertà era il concetto chiave che stava linearmente a chiarire quello di mafia, di per sé ambiguo o oscuro, “quasi impossibile da definire” se non magari in negativo: la mafia, egli scrisse, “non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti, (…) il mafioso non è ladro, né malandrino (…); la mafia è la coscienza del proprio essere, l’esagerato concetto della propria forza individuale, (…) donde le insofferenze della superiorità e, peggio ancora, della prepotenza altrui”.
Siamo alle origini di una costruzione intellettuale tendente a tutelare l’immagine della Sicilia offesa dalle (presunte) calunnie e incomprensioni dei continentali. Di quest’immagine negli anni a venire si sarebbero appropriati in particolare gli avvocati dei mafiosi, desiderosi di dimostrare che i loro assistiti si scontravano per loro privati odi “di famiglia”, (come i giapponesi del medioevo ndr), che essi erano affetti da “ipertrofia dell’io” (sic!), che l’omertà rappresentava un semplice riflesso di tale ipertrofia, tipica dell’homo sicilianus.”
Se ciò che dice il Pitré è vero siamo di fronte a una diagnosi vera e propria che descrive uno dei caratteri specifici della paranoia, appunto l’ipertrofia dell’io, che sfocia nella megalomania. Quindi il comportamento omertoso è l’espressione di una difesa proiettiva. Continuo la citazione:
“Viceversa già al tempo di Pitré era diffusa l’idea della mafia come organizzazione settaria, dall’etnologo – e da tanti altri – rifiutata sdegnosamente come invenzione dei questurini continentali. Significativamente negava, Pitré, la derivazione della parola omertà da umiltà attraverso la conversione della i in r, tipica del dialetto siciliano, etimologia indicata da molti, ad esempio da Giuseppe Alongi, criminologo e funzionario di polizia, non continentale ma siciliano (1886).
Umiltà era infatti termine usato nel primo Ottocento nelle organizzazioni delinquenziali (camorristiche) e in quelle massoniche e carbonare. Nelle organizzazioni massoniche ottocentesche, anche fuori della Sicilia, il delatore si diceva infame. In una delle prime testimonianze sul tema (1864), dovuta dal barone Nicolò Turrisi Colonna, senatore, eminente leader politico del tempo, ed egli stesso sospetto quale grande protettore di mafiosi, non troviamo ancora la parola mafia ma troviamo le parole setta, infamia, umiltà: “umiltà importa rispetto e devozione alle sette ed obbligo (di astenersi n.d.r.) da qualunque atto che può nuocere direttamente o indirettamente agli affiliati.
(…) Chi è vissuto qualche tempo nelle campagne di Palermo, conosce come spesso si formino delle grandi riunioni della setta per discutere della condotta d’un tale affiliato. (…) L’assemblea, intesi tutti i componenti, decide”. Il termine umiltà-omertà ci porta dunque dentro l’organizzazione mafiosa.
(Sintesi dalla voce Omertà di Salvatore Lupo in “La Mafia. 150 anni di storia e storie”, CD Rom, ideato e realizzato da Cliomedia Officina, per Città di Palermo, Mediateca Regionale Toscana, Regione Toscana, 1999).
Nell’Enciclopedia Larousse si fa derivare il termine dall’antico spagnolo hombredad che richiama un comportamento da uomo, cioè virile.
“In definitiva, l’omertà è l’atteggiamento di ostinato silenzio atto a non denunciare reati più o meno gravi di cui si viene direttamente, o indirettamente, a conoscenza. Il termine omertà è di origine incerta, si trovano tracce del suo uso già a partire dal 1800. Alcune fra le teorie sulla sua origine la collegano alla parola latina humilitas (umiltà), che sarà poi adottata dai dialetti dell’Italia meridionale e modificata in umirtà. Dalla forma dialettale si potrebbe dunque essere arrivati alla forma italiana odierna.
L’omertà è molto diffusa nei casi di reati gravi, soprattutto se commessi dalla criminalità organizzata, come mafia, Sacra Corona Unita, camorra, ‘ndrangheta e, in passato, Anonima Sequestri. L’utilizzo del termine omertà nell’ambito giornalistico porta a volte alla colpevolizzazione di intere cittadinanze che di fatto risultano mortificate sia dalle azioni criminali, sia dall’accusa di complicità.
L’omertà può essere praticata anche da una comunità, più o meno estesa, governata da una autorità non riconosciuta. In questo caso i tentativi di autonomia ed indipendenza a carattere criminoso, come per esempio il terrorismo, possono essere coperti dall’intera comunità “(tratto da Wikipedia, l’enciclopedia libera).
L’Omertà è veramente la legge di base delle società segrete. Immaginate una grande quercia, una di quelle enormi, che primeggiano tra tutti gli altri alberi. Quello viene preso come simbolo per la ‘ndrangheta e viene chiamato l’albero della scienza. Anzi rappresenta la struttura di ogni ‘ndrina. Alla base della quercia viene collocato il capo-bastone o mammasantissima ossia quello che comanda. Il fusto (il tronco) rappresenta gli sgarristi che sono la colonna portante della famiglia. Il rifusto (grossi rami che partono dal tronco) sono i camorristi che rappresentano gli affiliati con dote inferiore alla precedente. I ramoscelli (i rami propriamente detti)sono i picciotti, cioè i soldati della ‘ndrangheta. Le foglie (letteralmente così) sono i contrasti onorari, cioè i non appartenenti alla ‘ndrangheta. E infine ancora le foglie che cadono sono gli infami che, per la loro infamità, sono destinati a morire.
Le foglie che cadono, in parole povere, sono gli affiliati che non hanno rispettato i loro “valori”, e uno di quelli è l’omertà.
Nessuno deve parlare, neanche in famiglia, e come scrive Renate Siebert: “Una pietra miliare del dominio mafioso e dell’ideologia che esso ha prodotto, è l’omertà, la qualità del silenzio che s’identifica con la vera «omineità» (…): la negazione della comunicazione”. “È significativo che la presa di parola – la trasgressione della legge dell’omertà” da parte delle donne “rappresenti un punto di svolta decisivo”. “È stata una lotta comune di donne contro la mafia che in questi anni ha reso possibile che lo choc della morte violenta si sia potuto trasformare in esperienza. Prendere la parola, vincere riservatezza e pudore – ma anche l’opportunismo dell’ambiente sociale- mobilita le forze di Eros [l’amore] contro Thanatos [la morte]” (pp. 34-35) (Renate Siebert, Lettere antimafia).

L’aspetto psicoanalitico

Gli argomenti che ho proposto fin ora, trattano gli aspetti storico-etimologici dell’omertà oppure quelli psicologici-sociali. Vorrei, però cercare di inquadrare il concetto all’interno della categoria delle difese e resistenze per decidere se ha un corrispettivo a livello inconscio. Le difese servono sempre a regolare la tensione nell’Io e, se noi consideriamo la rimozione come una difesa, è possibile che essa entri in funzione quando si manifesta il desiderio di trasgredire un interdetto tabuico. Bisogna considerare l’idea che tale manifestazione entri in azione quando l’impulso che attiva il desiderio sia endogeno e motivato da una spinta pulsionale. Nel contesto edipico è il desiderio di distruggere l’autorità mafiosa (il padre Totemico) che viene rimosso e che obbliga il soggetto a manifestare in seduta la resistenza non producendo sogni oppure censurandoli in maniera semi-totale. In tal senso lo psicoanalista è trattato come l’autorità totemica e quindi non gli si possono raccontare i veri segreti della famiglia. Il fatto degno di nota è che anche il sogno sia, intuitivamente, trattato come un rivelatore e che quindi, per non correre rischi, ci si deve astenere dal produrre un contenuto manifesto che potrebbe essere interpretato fino a rivelare il segreto. Produrre un contenuto manifesto significherebbe mettere in conflitto la regola fondamentale della psicoanalisi con quella (involontariamente) mafiosa, quindi confrontare due autorità, quella ontogenetica, lo psicoanalista-padre che ti induce a dire tutto ciò che ti viene alla mente, e quella atavica ereditata e contenuta nell’Immagine filogenetica, che ti impone di non parlare. È fortemente possibile che la seconda vinca e che i sogni siano bloccati obbligando il soggetto a trovare un’altra via di scarico. I resti notturni saranno così spostati nella vita quotidiana e abreagiti nei comportamenti di veglia che si svilupperanno in modo seminvolontario. Una posizione molto imbarazzante per il soggetto che avrà l’impressione di non controllare certi suoi comportamenti. Mantenere il segreto attraverso l’omertà è lo scopo di tale difesa; il problema però è simile a quello dell’angoscia che può trasformarsi in angoscia senza oggetto, un’angoscia fluttuante alla ricerca di un oggetto adatto su cui essere vincolata. Anche l’omertà cerca di vincolarsi a un oggetto concreto che viene vissuto come fonte dell’angoscia, che può essere controllata se non lo si rivela, cioè se ci si adegua alla regola. Ma quale è il contenuto, l’oggetto originale della regola? Forse è il non parlare perché il parlare rivela, lascia una traccia che palesa la tua presenza. L’animale che caccia o cerca di sfuggire alla caccia, non fa rumore. Dal mio punto di vista l’origine della difesa inizia con l’apprendimento del linguaggio, sia nell’ontogenesi che nella filogenesi; quindi la trasgressione sarebbe il parlare, invece che stare zitto. C’è lo stesso rapporto che esiste tra l’angoscia senza oggetto e la fobia; una fobia è tale quando ha un oggetto preciso. Quindi basta evitare la situazione fobica per vivere in modo più o meno tranquillo sia pur limitato. Il riconoscimento della situazione fobica rende possibile l’eliminazione dell’angoscia rispetto all’avvicinarsi dell’oggetto fobico, attraverso l’uso di tecniche di evitamento. Una di queste tecniche è l’omertà che ti vieta di pensare alle sue origini, di scoprire le radici e di parlarne; in entrambi i casi è il Tabù del toccare che entra in azione e regola il modo di esistere del soggetto.

© Nicola Peluffo

Note:

1 Le notizie storiche che cito in questa parte dello scritto sono ricavate da articoli che ho trovato su Internet, specialmente nell’Enciclopedia multimediale Wikipedia. 


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Notizie sull'Autore

Peluffo Nicola

Il Prof. Nicola Peluffo è nato a Genova-Sampierdarena il 14 giugno 1930. Dopo essersi laureato a Genova nel 1955 in Scienze politiche con una tesi in Storia, completa la formazione psicologica e psicoanalitica iniziata a Milano, in Svizzera a Ginevra, quella micropsicoanalitica a Couvet (Neuchâtel). Libero docente e poi professore incaricato stabilizzato di Psicologia Sociale diventa professore associato confermato di Psicologia Dinamica presso la Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino. Autore di due volumi (Micropsicoanalisi dei processi di trasformazione, Torino, Book's Store, 1976 e Immagine e fotografia, Borla, Roma, 1984) e di oltre cinquanta pubblicazioni scientifiche. E' stato collaboratore al laboratorio di ricerche in psicologia genetica del Institut des Sciences del'education dell'Università di Ginevra (direttore Jean Piaget), ricercatore e docente di psicologia sociale presso l'Istituto di Scienze sociali di Genova (direttore Luciano Cavalli) collaboratore alle ricerche dell'Istituto di Psicologia Sperimentale e Sociale di Torino (direttore Angiola Masucco Costa), collaboratore alle ricerche del Centro di Psicologia dell'Olivetti SpA di Ivrea (Coordinatore ricerche Francesco Novara, direttore Cesare Musatti). Fondatore e Capo Scuola della micropsicoanalisi in Italia, membro didatta della Società internazionale di micropsicoanalisi (presidente onorario Silvio Fanti). Già Direttore dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi, fin dalla sua costituzione nel 1984, e responsabile scientifico della sua rivista teorica, il Bollettino dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi. Il Prof. Peluffo si è spento a Genova il 7 febbraio 2012



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  • Bergamo Scienza | 18-10-2012

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