Editoriale

Pubblicato il 4 novembre 2011 | di

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Libido e caducità

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Dal 28 giugno al 4 agosto del 1914, l’Europa si infiamma, impazzisce. E’ l’inizio della prima guerra mondiale, la grande guerra.
Nel 1913 il Maestro aveva passato una parte delle vacanze estive a San Martino di Castrozza, che faceva ancora parte dei territori più o meno di lingua italiana , compresi nell’impero austro-ungarico.
Nel 1915, un anno di guerra ha già fatto cadere le illusioni sulla perennità delle conquiste umane in qualsiasi campo, dall’arte, alla scienza, alla morale. Persino le meraviglie della natura sono relativizzate e tutto ciò che succede, anche gli accadimenti all’interno del movimento psicoanalitico internazionale, contribuisce a confermare la caducità delle forme naturali e culturali umane.
E’ proprio con un breve articolo sulla Caducità (Vergänglichkeit) che Freud offre il suo contributo per il volume miscellaneo celebrativo “Das Land Goethes” pubblicato per iniziativa di un’associazione goethiana di Berlino.
In questo breve scritto del 1915 Egli prende lo spunto da un episodio, appunto, accadutogli nell’agosto del 1913 a San Martino di Castrozza, in cui in una conversazione durante una passeggiata con due amici, aveva trattato il tema della caducità dei fenomeni, anche di quelli che in apparenza sono solidamente universali. 1
Il tema era stato introdotto dall’amico che Egli definisce “il poeta” che insisteva sulla caducità e inutilità del “bello” e in senso generale sulla transitorietà dei fenomeni. Freud sosteneva che questo fatto era innegabile ma che non sminuiva il valore della bellezza e diceva: “il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta“.
Questi commenti lasciarono indifferenti i due amici e Freud ne concluse che l’operazione di svalorizzazione era dovuta ad una elaborazione anticipata del lutto, per esempio per la perdita inevitabile della bellezza della gioventù.
L’essere umano cerca di attenuare il godimento della bellezza per evitare il dolore che gli darà la sua perdita. Così facendo passa nella vita senza accorgersene. Il pensiero della caducità è perturbante.
E’ a questo punto che inserisce una definizione di libido molto semplice ma esemplare. Ecco le sue parole: ”Noi reputiamo di possedere una certa quantità di capacità d’amare, che chiamiamo libido, la quale agli inizi dello sviluppo è rivolta al nostro stesso Io. In seguito, ma in realtà molto presto, la libido si distoglie dall’Io per dirigersi sugli oggetti, che noi in tal modo accogliamo per così dire nel nostro Io. Se gli oggetti sono distrutti o vanno perduti per noi, la nostra capacità di amare (la libido) torna ad essere libera.
Può prendersi altri oggetti come sostituti o tornare provvisoriamente nell’Io. Ma perché questo distacco della libido dai suoi oggetti debba essere un processo così doloroso resta per noi un mistero…(omissis)…Noi vediamo unicamente che la libido si aggrappa ai suoi oggetti e non vuole rinunciare a quelli perduti neppure quando il loro sostituto è già pronto. Questo dunque è il lutto.”
Non dobbiamo dimenticare che questa nota sulla caducità fu scritta nel 1915 dopo un anno di guerra. “Un anno dopo la guerra scoppiò e depredò il mondo delle sue bellezze”.
Dopo alcune considerazioni sul lutto e sul rinforzo dell’investimento sugli oggetti rimasti il Maestro scrive: ”Noi sappiamo che il lutto per doloroso che sia, si estingue spontaneamente. Se ha rinunciato a tutto ciò che è perduto, ciò significa che esso stesso si è consunto, e allora la nostra libido è di nuovo libera (nella misura in cui siamo ancora giovani e vitali) di rimpiazzare gli oggetti perduti con nuovi oggetti, se è possibile altrettanto e più preziosi ancora“.
Riferendosi alle contingenze della guerra esprime un augurio: ”C’è da sperare che le cose non vadano diversamente per le perdite provocate da questa guerra. Una volta superato il lutto si scoprirà che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non ha sofferto per l’esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto, forse su un fondamento più solido e duraturo di prima“.
Siamo nel 1915 e il Maestro non ha ancora scoperto la coazione a ripetere e formulato la pulsione di morte, quindi da questo punto di vista ha ancora un atteggiamento “consolatorio”. Nel 1938, suo malgrado , sarà costretto a prendere atto che le perdite non hanno mai fine e che anche la Bergasse entra nel novero delle entità transeunti che possono (e debbono) essere sostituite per continuare a vivere.

II

L’argomento che sto trattando, poiché mi sembra attuale, è stato esaminato, in un appassionato articolo, da Marie Bonaparte nel 1955.
Fu pubblicato nella Revue française de psychanalyse (P.U.F., n° 3, juillet-septembre, 1956) con il titolo “Deux penseurs devant l’abime”.
Nella prima sezione M. Bonaparte riassume la nota di Freud “Vergänglichkeit”, nella seconda fa le sue considerazioni sull’argomento della Caducità che in francese traduce Fugitivité.
“Sono trascorsi ben quarant’anni da quando furono scritte queste pagine, ed eccomi a tradurle all’indomani di una seconda guerra più feroce della prima e nel terrore di un terzo conflitto che l’era atomica in cui ci troviamo renderebbe ancora più devastante!“.
M. Bonaparte si dichiara in disaccordo con le parole che Freud aveva detto al poeta durante la passeggiata e per rinforzare il suo punto di vista negativo dichiara la sua opposizione a quelle che lo stesso Freud le aveva detto durante una seduta di analisi: “Un giorno, egli mi disse, – tutto muore, il pensiero umano, come l’uomo. Il pensiero sopravvive venti o trent’anni e poi, a sua volta, muore -. Io replicai che dopo tremila anni si leggeva ancora Omero! Quindi Omero sparirebbe! Poi la nostra Cultura, l’umanità e la terra?… E Freud imperturbabile: – Per quale ragione, qualcosa che emana dall’uomo dovrebbe durare, quando tutto nell’Universo perisce? -. Colpita dalla grandezza filosofica delle frasi di Freud, un’altra volta gli dissi: – ciò che lei dice è bello ma triste! – E lui replicò: – Perché triste? E’ la vita. E’ proprio il suo eterno scorrere che rende la vita così bella -.”
Le considerazioni ulteriori della Bonaparte sono molto interessanti ma ciò che, secondo me, ella coglie poco, è il vero significato della necessità della scomparsa degli oggetti.
Penso che il Maestro intenda dire che se gli oggetti non perissero, la libido non sarebbe mai libera, e al mondo, per il soggetto, non esisterebbe mai nulla di nuovo. La scomparsa degli oggetti è necessaria affinché la libido, libera , ne investa (vorrei dire, ne inventi) altri e crei “altre musiche” (relazioni), le cui risonanze marginali sfuggano ai gorghi della coazione a ripetere. La perdita crea ciò che rende bella la vita; apre le sinapsi in cui si coglie l’attimo della creazione. Il resto è statico e aspetta di sparire.

III

Il problema della vischiosità della libido e del suo aggrapparsi agli oggetti rientra nella natura della psiche, che è un organo di conservazione, e che è l’espressione funzionale e strutturale della pulsione di morte. E’ il fallimento dei destini della pulsione di morte che permette l’espandersi dell’energia del movimento nelle forme che costituiscono la materia e che , come nel caso dell’uomo, si automantengono per riproduzione sessuata. Questa energia qualificata, quella che presiede e mantiene le fasi che sfociano nella riproduzione sessuata, è la libido. La libido non solo investe gli oggetti ma li crea, così come crea i nuovi esseri umani. La libido si materializza in un coito, da cui nascono nuovi bambini, ma anche in altre produzioni umane: l’arte, la religione, il linguaggio, la scrittura, la scienza e tutte le altre creazioni. Anche la psicoanalisi. Certamente sono transeunti per loro intrinseca natura, alcune però durano molto di più perché contengono in loro stesse una quantità enorme di gradi di libertà che rende loro possibile un continuo adattamento al mutare delle situazioni finché una catastrofe immane non le elimini.
In questo caso la “sensibilità viva” dell’essere umano potrebbe anche non essere più presente a godere delle nuove forme strutturali ma se seguiamo la teorizzazione micropsicoanalitica, tali forme, in quanto manifestazioni del dinamismo neutro del vuoto ci sarebbero lo stesso, sia pur diverse, e così i tentativi. Ciò che potrebbe mancare sarebbe la sensibilità che li avverte, a meno che, più tardi, si riformi un apposito organo psicobiologico che ne registri e conservi le tracce. Per il meccanismo della coazione a ripetere questo fenomeno è molto probabile.
E’ questa tuttavia una strada metapsicologica e speculativa che, sia pur affascinante, esula dalla prassi psicoanalitica. A volte il miscelare le indicazioni di sistemi di spiegazione diversi può produrre metafore utili al progresso della scienza più sovente, però, da origine a chimere.

© Nicola Peluffo

Note:

1 v. S. Freud , Opere, vol . VIII, 1915-1917, pag. 169-176, Boringhieri Torino. torna su!

 


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Notizie sull'Autore

Peluffo Nicola

Il Prof. Nicola Peluffo è nato a Genova-Sampierdarena il 14 giugno 1930. Dopo essersi laureato a Genova nel 1955 in Scienze politiche con una tesi in Storia, completa la formazione psicologica e psicoanalitica iniziata a Milano, in Svizzera a Ginevra, quella micropsicoanalitica a Couvet (Neuchâtel). Libero docente e poi professore incaricato stabilizzato di Psicologia Sociale diventa professore associato confermato di Psicologia Dinamica presso la Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino. Autore di due volumi (Micropsicoanalisi dei processi di trasformazione, Torino, Book's Store, 1976 e Immagine e fotografia, Borla, Roma, 1984) e di oltre cinquanta pubblicazioni scientifiche. E' stato collaboratore al laboratorio di ricerche in psicologia genetica del Institut des Sciences del'education dell'Università di Ginevra (direttore Jean Piaget), ricercatore e docente di psicologia sociale presso l'Istituto di Scienze sociali di Genova (direttore Luciano Cavalli) collaboratore alle ricerche dell'Istituto di Psicologia Sperimentale e Sociale di Torino (direttore Angiola Masucco Costa), collaboratore alle ricerche del Centro di Psicologia dell'Olivetti SpA di Ivrea (Coordinatore ricerche Francesco Novara, direttore Cesare Musatti). Fondatore e Capo Scuola della micropsicoanalisi in Italia, membro didatta della Società internazionale di micropsicoanalisi (presidente onorario Silvio Fanti). Già Direttore dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi, fin dalla sua costituzione nel 1984, e responsabile scientifico della sua rivista teorica, il Bollettino dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi. Il Prof. Peluffo si è spento a Genova il 7 febbraio 2012



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