Editoriale

Pubblicato il 11 aprile 2017 | di

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Appunti sul pensiero creativo

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Ricerca, scoperta, invenzione: la relatività dei modelli di interpretazione
(Appunti sul pensiero creativo)

Ringraziamo il Prof. Giuseppe Gembillo, Ordinario di Storia della Filosofia presso il Dipartimento di Scienze Cognitive, Psicologiche, Pedagogiche e Studi Culturali – Università degli Studi di Messina, nonché Direttore scientifico della Rivista Complessità, Casa editrice Sicania, per aver concesso a “Psicoanalisi e Scienza” la possibilità di pubblicare il presente articolo precedentemente pubblicato dalla Rivista, nell’anno 2012.
Nel link seguente potrete visionare la Recensione del Volume realizzata dal Dott. Luigi Baldari:

Complessità 2. 2012 – SICANIA

  1. Ordine

In questi giorni sento un grande desiderio di ordine.
Gli innumerevoli fogli che ho scritto e accumulato in 50 anni di lavoro quasi mi soffocano e mi fanno percepire il significato della continuità caotica e indeterminata del Vuoto.
Nel Vuoto c’è Tutto e l’Immagine del Tutto, se la percepisci nei suoi dettagli più triviali, ti pesa; e quel peso, non puoi nemmeno diminuirlo poiché, a vari livelli, il tutto è infinito.

Io, come un fiume in piena, ho “stracquato” (un termine ligure per dire traboccato) un’infinità di idee, di pensieri, tutti relativamente veri, che, messi insieme in un modo o in un altro, avrebbero potuto costruire dei sistemi concettuali anche opposti.
Per esempio:
Peluffo Ex librisoggi (il giorno in cui scrivo) ho ritrovato un ex libris che mi aveva regalato Charles Baudouin nel 1962 in cui è raffigurato un disegno medioevale di una coppia in cui l’uomo taglia l’erba con la falce e la donna, ferma con un rastrello, osserva. Il titolo è Concordia Victrix.
Questa raffigurazione illustra un concetto che, messo in termini di pensiero mitologico, glorifica la collaborazione della coppia nell’espletamento dei compiti di vita quotidiana.
In quell’epoca non recepivo l’informazione come la capisco oggi, pensavo solo alla banalità cristiana di un incontro matrimoniale santificato dal lavoro di coppia.
Mi sembrava una concessione culturale di adeguamento a certi pregiudizi e mi ci sono voluti cinquant’anni per comprendere l’essenza del messaggio.
La femmina è ferma, guarda pacificamente, con il rastrello poggiato sulla spalla, il maschio che si da da fare a tagliare le spighe: si muove.
È quello l’essenziale della concordia. L’elemento maschile si muove verso quello femminile che aspetta pacifico; la matrice del discorso è quella dello spermatozoo che cerca di unirsi all’uovo.
In quel modo si rinnova la vita.
E fin qui tutto sembrerebbe semplice se non esistessero gli elementi difensivi che tendono a mantenere la vita dell’individuo.
Questo è l’argomento che cerco di spiegare in un lavoro appena pubblicato intitolato “La madre e il feto” (ed. Borla – Roma).
I meccanismi difensivi che tendono ad eliminare gli invasori alieni entrano in gioco e le reazioni difensive di rigetto della femmina cercano di neutralizzare lo spermatozoo invasore.
La vita si fermerebbe se non entrasse in funzione un altro meccanismo: la reazione di facilitazione che favorisce l’accoppiamento e protegge il concepimento.
Nel libro “La madre e il feto” cerco di spiegare come avviene la reazione di facilitazione e come una gravidanza venga portata a termine.
In questa impresa la meccanica pulsionale del desiderio di completezza si manifesta specialmente verso il prodotto del concepimento, che viene protetto come “me stesso” (parlo della madre) sino alla fine della gravidanza.
Fanti da un’interpretazione antropomorfica della vicenda e parla di Guerra uterina (che sarà seguita da quella infantile e da quella adulta).
E ne fa discendere ogni tipo di ostilità feroce del figlio/figlia verso la madre.
Diciamo che, in linea di massima, la gravidanza va a buon fine, i bimbi nascono e il conflitto si sposta nella vita quotidiana durante la quale viene espresso in molti modi.

Le ricerche e i libri nascono come i figli.
Viene il momento in cui un argomento si impone su molti altri, come elemento fecondante, e una ricerca comincia a fare il suo corso.
A volte viene terminata e pubblicata, a volte rimane nell’archivio e solo dopo molti anni si rimette in primo piano.
È ciò che mi succede ora con il presente lavoro sul pensiero creativo.

  1. Premessa alla ricerca del 1968

Ho svolto questa piccola ricerca nel 1968, quando mi occupavo, oltre che di psicoanalisi, di psicologia cognitiva, ed usavo, sia pur con qualche lieve modifica, il modello interpretativo che avevo imparato a Ginevra da J. Piaget e dalla sua Scuola.
Era un periodo in cui, ad Albissola Marina, frequentavo un gruppo di artisti ed inevitabilmente ero portato ad interessarmi del loro modo di pensare e lavorare.
Oggi, dopo tanti anni di attività come micropsicoanalista e professore universitario, lavorerei in modo diverso, prendendo come modello la psicologia micropsicoanalitica e operando come hanno fatto Daniela Gariglio e Daniel Lysek nelle loro ricerche su Creatività e Benessere, in cui prendono in considerazione i movimenti creativi durante le lunghe sedute di micropsicoanalisi e la liberazione delle spinte creative dopo una micropsicoanalisi completata.
Io però non rinnego questo studio oramai lontano, anzi lo uso come materiale sperimentale in un ulteriore tentativo di mettere ordine.

  1. Il pensiero creativo

Potremmo definire pensiero creativo quel tipo di attività mentale che, volontariamente o involontariamente, produce dei risultati che, a loro volta, generano delle reazioni positive o negative nell’ambiente in cui tale attività viene svolta.
Mi sembra di poter affermare che un’attività che non modifichi l’ambiente, non sia creativa.
Se questa affermazione fosse vera sarebbe creativo quel tipo di pensiero che non si limitasse a constatare lo svolgersi degli avvenimenti ma, consciamente o inconsciamente (mi riferisco allo stato di coscienza attraverso il quale il soggetto raggiunge la soluzione), intervenisse in essi onde riorganizzarli.
Per quanto sembri una tautologia, bisogna dire quindi che per parlare di pensiero creativo si devono tenere presenti due punti fissi: il fine e il problema.
Tralasciamo per il momento il “fine” e limitiamoci a parlare del problema che il raggiungimento del fine implica.
Possiamo tentare di fare una classificazione dei problemi in base ai metodi richiesti per la loro soluzione.

1) Problemi la soluzione dei quali richiede l’applicazione di una certa routine, per esempio distribuire delle quantità discrete (pere, mele o altro) a un certo numero di persone. È chiaro che, in questo caso, basta applicare una semplice tecnica imparata a scuola (la divisione), quando non basti una corrispondenza “termine a termine”.

2) Problemi che richiedono l’applicazione intelligente, diremo meglio “indiretta”, di certi metodi più o meno correnti. Per esempio un’applicazione del teorema di Pitagora per misurare un campo.

3) Problemi la soluzione dei quali non può essere ottenuta con i metodi correnti, ad esempio la costruzione del numero nella preistoria. Al punto tre si ha certamente un’applicazione del pensiero creativo.

Possiamo quindi modificare un poco la definizione iniziale di pensiero creativo, riformulandola nel modo seguente: “quell’attività mentale che, volontariamente o involontariamente, riorganizza gli avvenimenti (in vista di un fine qualsiasi), risolvendo i problemi che tale riorganizzazione impone, anche se le soluzioni non possono essere ottenute con metodi correnti”.

Si impone ora una definizione fondamentale, senza la quale non si può proseguire il ragionamento: che cosa si intende per “metodi correnti”. Diremo provvisoriamente che sono “metodi correnti” le tecniche apprese in senso stretto o sviluppate spontaneamente sotto la spinta dell’ambiente; vengono applicate costantemente e con relativa spontaneità ad ogni classe di problemi.
È chiaro quindi che ogni livello di sviluppo psicobiologico (quantitativo e qualitativo) e socio-culturale avrà le proprie tecniche. Da ciò conseguirà che la classificazione di cui abbiamo fatto cenno prima non sarà statica bensì dinamica. Vale a dire che ogni stadio psicobiologico e culturale avrà i suoi livelli di problemi e si potrà parlare di pensiero creativo all’interno di un determinato stadio di sviluppo quando il soggetto riuscirà a risolvere un problema, la soluzione del quale non possa essere ottenuta con un’applicazione dei metodi correnti propri di quel determinato stadio.

Ora penso potremmo riprendere l’argomento dei “fini”.
In senso generale un problema di “fini” implica una trasformazione di energia regolata dai due noti princìpi freudiani, vale a dire il principio di piacere e quello di realtà. Ecco quindi che all’interno di quelle ripartizioni basate sui metodi impiegati a risolvere i problemi, se ne trovano altre, diremo così, “affettive”, che variano a seconda del grado di socializzazione e di sviluppo psicobiologico del soggetto.
Quanto più il soggetto si lascia guidare dal principio del piacere, tanto più i suoi fini saranno egocentrici (narcisistici) e scarsamente socializzati (oggettuali), e quindi sarà ben difficile che trovi problemi che lo interessino, quando questi non possano essere risolti con quelle tecniche che potremmo definire istintive, “a partecipazione” in poche parole: facili.
Al contrario, quanto più il soggetto aderisca al principio di realtà, tanto più sarà inserito nell’ambiente e troverà interesse in problemi di carattere sociale e a soluzioni non egocentriche.
Naturalmente non è detto che il pensiero non possa essere creativo anche nel primo caso, perché ogni azione sulla realtà, per egocentrica che sia, non può fare a meno di produrre conseguenze (terzo principio della dinamica).

Prima di continuare è però necessaria ancora una premessa: si considerino i quattro momenti dello sviluppo di una soluzione (problema) così come ce li presenta Hadamard che, d’altra parte, si ispira alle idee di Poincaré.

Ecco le quattro fasi di Hadamard: preparazione, incubazione, illuminazione e verifica.
Di queste quattro fasi la prima può essere conscia o inconscia, la seconda certamente inconscia, ma con sprazzi di coscienza, la terza conscia e la quarta conscia.
La fase misteriosa, cioè quella che vale la pena di indagare, è la seconda, quella dell’incubazione.
La parte che non è imposta, quella spontanea, è quella che ti ha suggerito la domanda, cioè quella che ha fatto si che tu ti sia avvicinato alla matematica invece che alla medicina.
In attesa di metodi più diretti ci dovremo accontentare di forme di introspezione diretta o provocata e dell’osservazione esterna, qualora si tratti di problemi che abbiano una componente costruttiva. Cercheremo di combinare i due metodi servendoci delle esperienze personali di uno scienziato, mi riferisco al logico psicologo ed epistemologo E. W. Beth.
Ecco le sue parole riguardo a ciò che puoi decidere nei rapporti tra meccanismi psichici inconsci e lavoro conscio.

“Ho constatato che un problema matematico che mi interessi abbastanza provoca tre reazioni successive, cioè:
1- una reazione istantanea.
2- una reazione qualche giorno dopo.
3- una reazione tardiva dopo molti mesi

La prima è una reazione spontanea, non comporta sforzo cosciente, è relativamente efficace.
La seconda è il risultato di uno sforzo cosciente, è molto meno efficace. In generale
non apporta nulla di nuovo.
È solo ad una età piuttosto avanzata che ho scoperto una terza reazione, molto tardiva ma molto efficace. Questa terza reazione si produce nei casi in cui un problema mi interessa particolarmente”.

Sono precisamente le osservazioni anche minime compiute tra la seconda fase (che esaurisce ogni tecnica e nozione chiaramente note) e la terza, il lavoro creativo che prepara il dispositivo per raggiungere la soluzione del problema di livello 3 e quindi una chiara dimostrazione di pensiero creativo.
Affinché tale dispositivo si concretizzi è però necessaria la presenza di quella componente affettiva cui si è detto prima. Bisogna cioè che il problema interessi.

Qualora si desiderasse fare una ricerca sperimentale sull’argomento, la classificazione dei soggetti, oltre che in base alle solite variabili psicobiologiche e socioculturali, dovrebbe essere considerata riguardo a una tipologia affettiva di scelta dell’oggetto, di modelli di comportamento e delle disposizioni verso i campi dello scibile.

  1. L’intuizione

Vorrei ora attirare l’attenzione sulla natura dell’intuizione. In genere, quando si esamina l’intuizione, non si pensa a ciò che l’ha prodotta. Le intuizioni più geniali ed inverosimili (sovente verificate dalla scienza positiva) sono date per scontate. Ci si limita a parlare di meravigliosa intuizione. Ebbene la meravigliosa intuizione, a meno che non si voglia ricorrere all’illuminazione divina o a formule astratte come “sintesi a priori”, rimane un mistero. A proposito del filosofo greco Anassimandro, F. Enriques e G. de Santillana (1932) scrivono: “… Accanto all’evoluzione dei mondi, Anassimandro disegna l’evoluzione della vita. Gli animali nacquero dapprima nel mare sotto l’azione del calore solare sull’elemento umido; i primi animali erano racchiusi in una scorza spinosa. Col tempo vennero sulla terra ferma e allora la scorza si ruppe ed essi modificarono in poco tempo il loro modo di vita. L’uomo deriva dai pesci o da animali simili. Anassimandro indica precisamente i suoi antenati: certi galei appartenenti alla famiglia degli squali” (p. 58).

Possiamo pensare che le stupefacenti intuizioni di Anassimandro rispetto all’evoluzione siano semplicemente il frutto di osservazioni accurate, oppure esiste una spiegazione più semplice e più profonda nello stesso tempo? Da dove deriva l’interesse all’osservazione di certi fenomeni piuttosto che di altri? Perché l’osservazione del medesimo fenomeno non produce identiche conclusioni in tutti i pensatori? Al punto che spesso colui che viene dopo è costretto a deformare una verità che non ha potuto accettare per meglio adattarla allo spirito suo e del suo tempo. La posizione di Aristotele rispetto a Democrito ne è un esempio. Per Democrito il processo cosmico trae origine dal moto degli atomi nel vuoto e dai loro urti.  Aristotele non capisce il moto in sé e ha bisogno di stabilire una causa, un primo motore immobile. È, sì, l’inizio della scienza moderna e il fondamento dell’epistemologia ma anche lo spegnersi di un’intuizione, quella del moto in sé senza origine, senza fine e senza fini. L’idea di Democrito è stata ripresa molti secoli dopo da Einstein che si è occupato dello studio del movimento delle molecole in sospensione che si distribuiscono secondo fluttuazioni aleatorie. La gravitazione è spiegata da Einstein con la curvatura del continuo, in maniera da eliminare la necessità di ricorrere ad un primo motore immobile (c’è però sempre una limitazione, la velocità della luce).  Si spiega il movimento con la forma. È la forma che induce il movimento ma è il movimento che determina la forma. D’altra parte, la fantasia del moto perpetuo che ha alimentato le speranze degli inventori più inverosimili delle epoche più disparate, da dove verrebbe se non da una base come questa? Forse un movimento a spirale, come quello della nascita e del disegno dantesco?
L’idea che suggerisco è che l’intuizione e, di conseguenza le grandi scoperte ed applicazioni che ne conseguono, sia la presa di coscienza di rappresentazioni che sono germogliate come elaborazione secondaria di contenuti inconsci, il cui supporto somatico (sarebbe meglio dire fisico) è dato dalla presenza nell’uomo dei processi che egli descrive. Oggi io direi l’affioramento alla coscienza nell’entità psicobiologica dei processi che mantengono la sua coesione strutturale, nel contesto di una realtà fisica differenziata. Un fenomeno psicobiologico differenziato in un universo differenziato in cui valgono leggi che sono presenti in tutti i fenomeni, compresa l’entità psicobiologica che ne prende coscienza, cioè che intuisce.
Sarebbe come dire che il contenuto base della teoria dell’evoluzione e della teoria atomica sono in noi, così come sono in noi tutte le leggi che regolano i fenomeni naturali perché siamo uno di essi. I fenomeni naturali diventano autocoscienti nell’uomo.

Conclusioni

Quanto ho riferito circa il pensiero creativo e la natura dell’intuizione, sono argomenti che mi hanno coinvolto sin dall’inizio del mio percorso scientifico. Oggi, constato che il contenuto manifesto dei ragionamenti di allora mi aveva spinto a conclusioni che erano il contenuto latente di quello che sarebbe venuto dopo. Un modello che avevo pensato e scritto per ricerche riguardanti il pensiero creativo, si era concretizzato in un altro tipo di indagine, quella micropsicoanalitica. In questa tecnica, l’attenzione al dettaglio conscio e inconscio è un dato fondamentale e l’allungamento del tempo di seduta ne consente il dipanarsi associativo. Oggi potrei dire che ogni seduta micropsicoanalitica di tre e più ore è una ricerca sul pensiero creativo. Quel progetto era già in me ma nel tempo si é spostato su un altro campo di osservazione.
Ecco quindi un’indicazione più precisa di ciò che intendo quando parlo di “relatività del modello”.

Nicola Peluffo

BIBLIOGRAFIA

“La relazione psicobiologica madre – feto”, Nicola Peluffo, Roma, 2010, Edizioni Borla s.r.l.

“L’homme en micropsychanalyse”, Silvio Fanti, Paris, 1981, Editions Denoël/Gonthier

“Creatività benessere”, Daniela Gariglio e Daniel Lysek, Roma, 2007, Armando Editore
“Créativité bien-être”, Daniel Lysek e Daniela Gariglio, Lausanne, Suisse, 2008, Editions L’Age d’Homme

“The Psychlogy of Invention in the Mathematical Field”, Jacques Hadamard, 1945, Princeton University Press

“Epistemologie mathematique et psychologie”, E.W. Beth, J. Piaget 1961, Paris, Presses Universitaires de France


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Notizie sull'Autore

Peluffo Nicola

Il Prof. Nicola Peluffo è nato a Genova-Sampierdarena il 14 giugno 1930. Dopo essersi laureato a Genova nel 1955 in Scienze politiche con una tesi in Storia, completa la formazione psicologica e psicoanalitica iniziata a Milano, in Svizzera a Ginevra, quella micropsicoanalitica a Couvet (Neuchâtel). Libero docente e poi professore incaricato stabilizzato di Psicologia Sociale diventa professore associato confermato di Psicologia Dinamica presso la Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino. Autore di due volumi (Micropsicoanalisi dei processi di trasformazione, Torino, Book's Store, 1976 e Immagine e fotografia, Borla, Roma, 1984) e di oltre cinquanta pubblicazioni scientifiche. E' stato collaboratore al laboratorio di ricerche in psicologia genetica del Institut des Sciences del'education dell'Università di Ginevra (direttore Jean Piaget), ricercatore e docente di psicologia sociale presso l'Istituto di Scienze sociali di Genova (direttore Luciano Cavalli) collaboratore alle ricerche dell'Istituto di Psicologia Sperimentale e Sociale di Torino (direttore Angiola Masucco Costa), collaboratore alle ricerche del Centro di Psicologia dell'Olivetti SpA di Ivrea (Coordinatore ricerche Francesco Novara, direttore Cesare Musatti). Fondatore e Capo Scuola della micropsicoanalisi in Italia, membro didatta della Società internazionale di micropsicoanalisi (presidente onorario Silvio Fanti). Già Direttore dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi, fin dalla sua costituzione nel 1984, e responsabile scientifico della sua rivista teorica, il Bollettino dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi. Il Prof. Peluffo si è spento a Genova il 7 febbraio 2012



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