Infanzia Rubrica Infanzia

Pubblicato il 4 gennaio 2006 | di

0

Inibizione al movimento e tabù: riflessioni sulla strutturazione del divieto superegoico

-- Condividi "Psicoanalisi e Scienza" sui tuoi social --

In “Totem e tabù”, Freud definisce il tabù come: “Comportamento ambivalente dell’individuo verso un certo oggetto, anzi verso una certa azione che lo riguarda.” L’ambivalenza è data dall’antitesi tra il desiderio irrefrenabile di eseguire l’azione e al tempo stesso dal senso di orrore verso l’azione stessa. Il risultato del tabù è il blocco dell’azione – desiderio. La voglia pulsionale per sottrarsi agli sbarramenti a cui è costretta cerca sostituti dell’oggetto o azioni sostitutive. Il divieto di conseguenza si estende e si sposta su nuovi oggetti e azioni. L’inibizione, che le due forze contendenti esercitano l’una sull’altra, provoca un bisogno di scarica, bisogno che diventa la causa delle pratiche ossessive. Rispetto al tabù del contatto Freud, in “ Inibizione, sintomo ed angoscia”(1925), rileva come il contatto corporeo, o meglio l’azione che porta al contatto corporeo è la meta immediata dell’investimento sia libidico sia aggressivo.

In “Un ricordo di infanzia di Leonardo da Vinci” (1910), formula alcune ipotesi su alcuni comportamenti singolarmente anafettivi di Leonardo: Freud ipotizza un’ipereccitazione libidica precoce, stimolata dallo stretto contatto con la madre naturale, seguita da una violenta inibizione degli impulsi, dovuta forse al forzato distacco da essa.
Ciò appare spiegare la pressoché inesistente vita sessuale adulta del grande scienziato pittore, un’omosessualità latente per lo più sublimata in amore ideale per gli allievi, ed il disinteresse, sospetto per un grande studioso d’anatomia, verso l’apparato riproduttivo femminile. 1
Il divieto di toccare sembra essersi esteso fino al blocco dell’investigazione intellettuale.
Finora ho utilizzato i termini divieto, inibizione e tabù in modo che può sembrare interscambiabile, in effetti Freud in “Totem e tabù” definisce i tabù una proibizione antichissima, inizialmente esterna e successivamente interiorizzata.
Anzieu in “L’io pelle” ipotizza un divieto del toccare, nello sviluppo del bambino, antecedente alla proibizione edipica. Questo si struttura durante l’edipo precoce ed ha il compito di modellare una modalità di toccare controllata sia per quanto riguarda la spinta libidica fusione che quella aggressiva d’appropriazione e possesso. Per Azieu il divieto condurrà ad un toccare limitato a modalità operatorie d’adattamento al mondo esterno, i piaceri che ne deriveranno saranno conservabili solo se subordinati al principio di realtà. 2 
Tale divieto si struttura nella relazione madre-bambino ed è scandito dai vari processi di separazione – individuazione tra i quali lo svezzamento.
Visto in questa ottica il tabù sembra avere un’origine esogena. Un’ introiezione di un divieto esterno.
N. Peluffo nella sua relazione introduce una fondamentale differenza tra tabù e divieto. Il tabù è inconscio, non ha origine esogena, quindi non è determinato culturalmente, esso si manifesta ed opera attraverso i suoi derivati preconsci e consci: i divieti.
Questi ultimi hanno un’origine esterna, possono variare da generazione a generazione e trasformarsi secondo il periodo storico.
Si può pensare che i divieti, le proibizioni vissute ed introiettate nell’infanzia diventino i rappresentanti del tabù, lo incarnino strutturando i desideri – azioni e le modalità di blocco dell’azione.
In un suo scritto N. Peluffo riporta un esempio illuminante per la sua essenzialità.
Un giovane analizzato era tormentato da un particolare neologismo che appariva improvvisamente nel suo campo di coscienza, quando si trovava in uno stato d’eccitazione. In particolare in concomitanza ai tentativi d’avvicinamento a ragazze che lo attraevano. La parola era ARDA. Questa era ripetuta nella sua testa in rapida successione, con violenza ed in tono beffardo.
Un giorno, durante un soggiorno nella casa di campagna dove aveva trascorso la sua infanzia, davanti ad uno specchio ha un violento ritorno del rimosso sotto forma di momentanea esperienza di depersonalizzazione e compare alla coscienza la parola per intero “VARDA”, che nel suo dialetto significa GUARDA. Questo termine era usato regolarmente dalla balia per bloccare le sue azioni, quando non erano giudicate adeguate.
Peluffo commenta: “ Quando insorgeva il desiderio di compiere l’azione, che secondo il riflesso degli automatismi arcaici del Super-io, non doveva essere fatta, il giovane mimava, attraverso la parola ARDA la situazione prototipo di compiere tale azione, l’azione di non compierla, la rabbia di non seguire il proprio impulso.” 3
S. Fanti definisce il tabù con la coppa antitetica d’aggettivi attraente e pericoloso, vi è quindi una considerevole spinta verso l’azione ed una contemporanea controcarica che porta ad una situazione di blocco.
Nei bambini piccoli ciò si può manifestare attraverso il comportamento motorio. Vorrei brevemente analizzare un’osservazione madre – bambino attuata su un bimbo i 3 anni e mezzo.
Bambino intelligente, con un linguaggio ricco per l’età, capacità ed abilità motorie notevoli, Gianni affatica la madre con la sua esuberanza. Possessivo nei suoi confronti chiede insistentemente la sua attenzione esclusiva, la madre non tollerando questi comportamenti si ritrae e si nega stimolando nel bambino atteggiamenti di richiesta sempre più pressanti.
In una seduta Gianni appare molto eccitato. Diversamente dalle altre volte è accompagnato oltre che dalla madre anche dal padre, Gianni vorrebbe far entrare anche lui nella stanza di osservazione ma accetta di buon grado di lasciarlo in sala d’attesa. Alla luce dei successivi eventi si può pensare che questa richiesta sia stata dettata dal bisogno di un supporto dato da un Super-io esterno. Come le volte precedenti inizia giocando a fare il caffé per me e la madre, improvvisamente prende un minuscolo coltellino di plastica (una posata per le bambole) e lo punta verso l’addome della madre giocando a tagliarla e a mangiarla. Subito dopo si tocca l’inguine dicendo che gli scappa la pipì. È chiaramente eccitato. Quando ritorna dal bagno prende una pallina di gomma e la fa rimbalzare su un mobiletto di metallo producendo un rumore che lo attrae ma lo inquieta contemporaneamente. Il mobiletto chiuso era stato fonte di curiosità e bramosia nelle sedute precedenti, colpirlo da un lato soddisfa desideri aggressivi di appropriazione, dall’altra il forte rimbombo lo inquieta e Gianni aspetta il rumore con uno sguardo di allerta.
Poco dopo smette, si tranquillizza ed inizia un gioco di scambio della palla tra lui, me e la madre. Un gioco di relazione in cui vengono rispettati i turni ed i tempi degli altri.

Significativo che Gianni, un bambino precoce nel linguaggio e con buone competenze lessicali, dal momento in cui inizia il gioco eccitatorio e fino a quasi la fine dell’osservazione, cominci a balbettare.
Il desiderio di possedere, penetrare la madre, desiderio edipico ancora potentemente permeato da desideri sadico – orali cerca soddisfacimento attraverso il gioco simbolico, il blocco prende la forma di un’inibizione momentanea motoria che riguarda un’attività orale: il parlare.
Detto per inciso, a questa età la conoscenza e la presa di possesso dell’oggetto passa anche attraverso il possesso (tra virgolette) del nome dell’oggetto. In questa fase evolutiva il nome è una proprietà dell’oggetto, non un segno convenzionale che varia da lingua a lingua, ma un attributo essenziale, parte integrante della natura dell’oggetto. Sapere il nome e nominare un oggetto è un modo di possederlo, il parlare ha anche questa connotazione di appropriazione.
Per concludere ritornerei all’esempio riportato da Peluffo: il giovane uomo tormentato dalla parola ARDA.
Peluffo osserva come in questo neologismo ossessivo si condensi sia l’impulso all’azione sia il veto all’azione stessa.
Il tipo di proibizione, una sola parola indissolubilmente legata ad una particolare intonazione vocale, mi fa pensare che questo divieto sia stato utilizzato in età molto precoce. In effetti i divieti espressi con un solo termine accompagnati da un’espressione mimica accentuata e con un timbro vocale molto sottolineato vengono spontaneamente usati con bambini molto piccoli, in età preverbale od agli albori di essa. Per usare una terminologia piagettiana verso la fine del periodo senso- motorio e all’inizio del periodo del pensiero simbolico.
Vorrei soffermarmi su un divieto riguardante un comportamento abbastanza comune in questa età: il toccare aggressivo portando come esempio un bambino di 15-16 mesi.
Il piccolo verso questa età aveva preso l’abitudine di dare piccole sberle agli adulti sia come forma di rifiuto dell’azione dell’altro sia nella foga del gioco. La madre volendo far cessare tale abitudine in queste occasione dava un piccolo buffetto sulla mano del bimbo e, dicendo CARA 4 , faceva accarezzare al bambino la parte percossa.
Il bimbo, di carattere docile ed affettuoso, abbandonò presto questo comportamento. Interessanti sono le fasi intermedie che portarono alla sua cessazione. Dopo un periodo di stupore per il comportamento materno il bimbo comincia ad accompagnare il suo gesto aggressivo con un’autopunizione: si picchia la guancia, quindi esegue la carezza sulla sua guancia o sulla guancia dell’altro o su entrambe. Successivamente il gesto aggressivo scompare, rimane l’impulso a protendere la mano, per un breve periodo accompagnato dall’autopunizione, la fase finale è un gesto delicato a cui si accompagna la verbalizzazione della parola CARA. Il comportamento autopunitivo scompare e da ultima rimane solo più la carezza, accompagnata dalla sua verbalizzazione.
Il bimbo introietta il divieto, lo fa proprio, in un primo momento l’impulso non può essere bloccato,
scatta la punizione. Il comportamento del piccolo è un tutt’uno motorio: vi è un azione aggressiva, una punizione che diventa autopunizione sotto la forma di una specie di imitazione differita del comportamento materno, imitazione che include la carezza e la verbalizzatone del gesto. Dopo un periodo in cui è semplicemente abbozzata (l’impulso parte ma è trattenuto) l’azione aggressiva scompare, rimane solo il gesto affettuoso e la sua verbalizzazione. Ma è proprio in quest’ultima che si condensa sia il desiderio che il divieto: vi è una spinta verso l’azione aggressivo-libidica, la mamma interiorizzata la blocca, l’impulso è trattenuto e tramutato in un gesto accettato e gratificato socialmente. Si potrebbe quasi parlare di gesto sublimato.
Prima ho detto che il bambino introietta il divieto, sarebbe più corretto parlare di incorporazione di uno schema d’azione in cui la spinta aggressiva, il blocco (il buffetto materno), la parola CARA, caratterizzata da una particolare intonazione e timbro vocale, il gesto di accarezzare sono un tutt’uno.
Più tardi le modalità di funzionamento mentale saranno basate sul pensiero simbolico, nascerà la capacità di comprendere ed usare simboli, segnali e segni e successivamente la capacità di discernere tra il valore denotativo ed il valore connotativo di una parola. Per ora, nel periodo della parola –frase, la parola è un tutt’uno con l’azione che l’accompagna, è un tutt’uno con il timbro e l’intonazione con cui è stata emessa.
Questo imperativo ed il modulo psicomotorio che l’accompagna, nel corso della crescita, potrà essere sostituito da altri più adeguati e strutturati, seguendo le fasi dello sviluppo affettivo e cognitivo. Questi ultimi si sostituiranno ad esso facendone perdere i riferimenti, cioè questo modulo rimarrà scollegato dalle catene associative.
Può succedere però che questo imperativo d’azione – blocco rimanga attivo benché irriconoscibile. Prendendo a prestito una metafora di Zangrilli 5 , si può dire che esso rimane nella psiche ed agisce ma è scritto in un linguaggio di cui si sono perduti i codici.
È ciò che è successo probabilmente alla parola ARDA ed alla situazione di eccitamento inibizione ad essa connessa: una parola incomprensibile, completamente sconnessa dal pensiero coscio che però irrompe nella coscienza con un valore di imperativo assoluto.

© Daniela Marenco

Note:

1   Analizzando uno schizzo anatomico di Leonardo, Freud commenta: “ Ora, per quanto volentieri si è disposti a scusare le imperfette conoscenze anatomiche dell’artista tenendo conto delle condizioni della sua epoca, è tuttavia sorprendente che Leonardo abbia trattato in modo tanto negligente proprio l’organo genitale femminile. Si riconosce facilmente la vagina ed un abbozzo di portio uteri, ma l’utero stesso è tracciato in linee assolutamente confuse. Per contro Leonardo ha raffigurato in modo molto più corretto l’organo genitale maschile. Così, per esempio, non s è accontentato di disegnare il testicolo ma ha colto nello schizzo, in modo assolutamente esatto l’epididimo.
S.Freud, “Un ricordo di infanzia di Leonardo da Vinci” 1910, Appendici nota aggiunta nel 1919, in “Freud Opere”,
vol. VI, pag. 278, Boringhieri , Torino. 
2  D. Anzieu, “L’io pelle”, 1985, Borla, Roma. 
3  N. Peluffo, Considerazioni sull’Es come meccanismo di regolazione e sue relazioni con l’immagine, in Conflitto madre e figlio, 1981, BOOK STORE, Torino. 
4  Infantilizzazione della parola carezza, termine usato comunemente in famiglia con i bimbi piccoli. 
5  Q. Zangrilli, Trauma, memoria e struttura cibernetica della mente in Memoria ed oblio, Atti convegno Capo d’Orlando 2001 in Bollettino dell’Istituto Italiano di Micropsicoalisi n. 33-34-35, Tirrenia Stampatori, 2003 Torino. 


-- Condividi "Psicoanalisi e Scienza" sui tuoi social --


Tags: , ,


Notizie sull'Autore

Marenco Daniela

Daniela Marenco è nata a Torino nel 1957, laureata in Pedagogia nel 1982 e in Psicologia nel 1988, si è da sempre occupata di psicoanalisi infantile. Dopo aver attuato il suo iter formativo, nel 1999 è diventata membro titolare della Società Internazionale di Micropsicoanalisi, nonché dell’Istituto Italiano di Micropsicoanalisi. Dopo aver lavorato per oltre cinque anni come psicologa volontaria presso il Reparto di Neuropsichiatria Infantile della Clinica Universitaria “Regina Margherita” di Torino, da più di dieci anni è psicologa convenzionata presso il servizio di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale S: Croce e Carle di Cuneo, svolgendo attività di psicodiagnosi e psicoterapia con bambini ed adolescenti. Coautrice di numerose comunicazioni a convegni di Neuropsichiatria Infantile, ha pubblicato vari articoli sul Bollettino Italiano di Micropsicoanalisi riguardanti il lavoro psicoanalitico (in particolare il lavoro micropsicoanalitico) e psicoterapico con bambini ed adolescenti. Nel 2000 ha pubblicato nella collana di Micropsicoanalisi diretta da Nicola Peluffo, il libro “I percorsi dell’Immagine in adolescenza” Edizioni Borla.



Torna sú ↑
  • Articoli tradotti

    Go to the English versionVoyez la version françaiseПерейти к русской версииGerman
  • Iscriviti alla Newsletter

    * = campo richiesto!

    powered by MailChimp!
  • Scrivi al direttore

    Il tuo nome (richiesto)

    La tua email (richiesto)

    Oggetto

    Il tuo messaggio


    Ho letto l'informativa e autorizzo il trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi indicate.

  • Psicoanalisi e Scienza: Fan Page

  • Aforismi di Freud: Fan Page

  • Google Plus

  • Bergamo Scienza | 18-10-2012

  • Articoli Recenti