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Pubblicato il 18 novembre 2014 | di

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A proposito di Grimilde II: i personaggi genitoriali nelle favole

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Relazione tenuta al convegno di Ceriale 2014 “ Un genitore quasi perfetto”.

Non esistono genitori buoni o cattivi come, d’altro canto, non esistono figli bravi o cattivi bensì relazioni adeguate nelle quali le spinte libidiche ed aggressive ed i fantasmi ad esse correlati sono contenuti ed elaborati, e relazioni nelle quali il contenimento ed l’elaborazione falliscono ed i soggetti della relazione finiscono per agire i fantasmi incarnandoli più o meno parzialmente.

Incentrerò il mio discorso su uno di questi fantasmi: la cattiva madre, la strega matrigna. La strega, la madre cattiva per eccellenza, è un fantasma terrifico che incarna le angosce e gli affetti aggressivi distruttivi della relazione madre-figlio.

Ipotizzo che la strega sia la sfaccettatura persecutoria dell’immagine della madre fusionale iniziatico – orale: monade narcisistica onnipotente nella quale i due soggetti madre e figlio non hanno una loro identità ed individualità, si perdono i confini e i soggetti sono fusi e confusi l’uno nell’altro, l’uno il prolungamento dell’altro.

Immagine dotata di grande fascinazione e, nel contempo, fortemente perturbante, attraente e pericolosa: è la madre onnipotente che vivifica e distrugge nello stesso tempo.

Userò due favole per illustrare le varie sfaccettature della dinamica conflittuale di questo fantasma: la prima è “Biancaneve” che analizzerò dal punto della matrigna, Grimilde appunto, la seconda è “ Coraline e la porta magica”, letta dal punto di vista della figlia.

Biancaneve

Come spesso accade nelle favole, e non solo nelle favole, un personaggio ambivalente, in questo caso la madre, viene scisso e rappresentato da due personaggi: uno totalmente buono (la madre che gesta Biancaneve) ed uno totalmente cattivo: la matrigna.

La favola ha inizio con la regina che, pungendosi il dito con un ago da ricamo e rimirando le gocce di sangue cadute sulla neve poggiata sul davanzale della finestra, esprime il desiderio di avere una figlia con la pelle bianca come la neve, le guance rosse come il sangue e i capelli neri come l’ebano della finestra.

Da molti autori la gravidanza è definita un periodo di “trasparenza psichica”: periodo di maggiore permeabilità rispetto all’inconscio, con maggiore possibilità di irruzione di fantasmi inconsci nella vita cosciente.

Desideri, fantasmi, angosce trovano nel nascituro l’oggetto di ancoraggio privilegiato.

A partire dal secondo trimestre, la gestante comincia ad esprimere fantasie sul figlio, lo immagina come un bambino completamente formato, esprime desideri riguardanti le somiglianze fisiche, fa illazioni su tratti del carattere basandosi sui movimenti fetali. Spesso la scelta del nome è guidata, a livello preconscio, da queste fantasticherie.

Parallelamente fantasmi a forte contenuto ansiogeno affiorano a livello preconscio – conscio sotto forma di preoccupazioni per la propria salute o per quella del nascituro. È il caso delle angosce genetiche: vale a dire la paura di dare alla luce un bambino malformato.

Nicola Peluffo in “ La relazione psicobiologica madre-feto” ipotizza che le alterne vicende somatiche della dinamica feto-materna trattenere –espellere (stimolata dalla reazione immunitaria del corpo materno a un allotrapianto quale è l’embrione) abbiano come corrispondente psichico una parallela dinamica ambivalente.

La reazione immunitaria di rigetto è elaborata psichicamente attraverso fantasmi d’invasione mentre le fantasie narcisistiche appoggiano il polo del trattenere.

Queste fantasie hanno come fulcro il desiderio inconscio di rigestare un figlio – se stessa che nega le angosce di perdita- castrazione e ricostruisce la monade onnipotente madre – bambino del periodo iniziatico orale.

Le fantasticherie sul bambino ideale sono la parte visibile, l’emersione a livello conscio, di questo desiderio narcisistico mascherato e rielaborato dalle censure.

Nella favola di Biancaneve il desiderio espresso dalla regina è un bell’ esempio di questa elaborazione conscia di desideri narcisistici inconsci, come si è visto fantasia funzionale al benessere psichico della gestante ed al mantenimento della gravidanza.

Cosa succede, però, con la nascita del bambino?

La nascita riattiva inconsciamente, nella madre, vissuti di perdita e ferite narcisistiche: il figlio lascia la madre, non è più una parte di se.

La puerpera deve elaborare questa perdita narcisistica, spostare l’investimento affettivo dal bambino ideale, figlio narcisisticamente risanante, al bambino reale, esterno a se ed altro da se.

Ritorniamo a Biancaneve.

Dopo la nascita, la madre gestante scompare ed entra in scena la matrigna, passa però lungo tempo e non succede nulla. La crisi avviene quando Biancaneve cresce, vale a dire si separa e si distanzia dalla regina.

Biancaneve fanciulla non può più incarnare la fantasia narcisistica della madre matrigna.

Grimilde non è riuscita ad elaborare il lutto per la perdita dell’oggetto narcisistico, figlio magnifico – specchio dei suoi desideri e passare ad un investimento affettivo oggettuale verso un individuo separato ed altro da se. È significativo che sia proprio uno specchio, lo specchio dei desideri, oggetto narcisistico per eccellenza, a dare via al conflitto.

L’incapacità di mutare l’investimento narcisistico sul bambino ideale in investimento oggettuale sul figlio reale porta la madre all’impossibilità di elaborare la perdita fantasmatica del bambino ideale, prolungamento narcisistico ed onnipotente di se.

Il figlio reale, separato e diverso da se, può diventare, in questa situazione psichica, un persecutore: colui il quale ha depredato la madre della sua magnificenza narcisistica, un usurpatore.

Per salvaguardare l’immagine narcisistica di se la regina deve sopprimere Biancaneve.

La matrigna è fissata ad un nucleo narcisistico iniziatico – orale, ma anche la figlia, come a specchio, nella relazione aggressiva distruttiva con la madre, replica con angosce di stampo iniziatico – orale. Non saranno i nastri che stringono la vita o il pettine, simboli della femminilità dell’epoca, a perdere Biancaneve ma la mela avvelenata. Un oggetto che invade il corpo e distrugge internamente: un persecutore di stampo iniziatico-orale.

Biancaneve dovrà sedimentare per un certo tempo il suo conflitto nella bara di cristallo, solo allora arriverà il principe che la sveglierà facendole espellere il pezzo di mela e porterà la ragazza lontano.

La soluzione è l’abbandono del conflitto geloso e mortifero con la madre – matrigna, conflitto che però era anche una parte di se stessa: il pezzo di mela.

Coraline e la porta magica

Per questa storia prendo come riferimento il film di Hanry Selick tratto dall’omonimo libro.

Coraline è una ragazzina di undici anni appena trasferita in un’altra città ed in un’altra casa.

All’inizio del cartone animato il regista ci mostra un paesaggio squallido, una casa disordinata ed un po’ cadente: un mondo quasi senza colori, l’unica nota colorata è l’impermeabile giallo di Coraline. Il paesaggio sembra rispecchiare l’umore della ragazzina: sola, annoiata ed arrabbiata.

In questa situazione Coraline si rivolge ai genitori ma questi appaiono distratti, impegnati nel loro lavoro.

La madre lavora al computer, la figlia le racconta in modo fantasiosamente melodrammatico le sue avventure e la donna commenta: “Bene”, “Magnifico”, dimostrando così di non stare ad ascoltare.

Il padre, dopo un saluto affettuoso, sbrigativamente la congeda dandole un compito del tutto inutile ed insulso: contare tute le porte e le finestre e tutte le cose blu.

Cos’ è successo a Coraline ed ai suoi genitori? I genitori di Coraline sono figure genitoriali inadatte? Da dove deriva il malumore di Coraline?

I genitori di Coraline siamo tutti noi: genitori affettuosi ma anche fallibili, distratti alle volte, preoccupati da altro, adulti presi da problemi di adulti.

Quella che è cambiata, o meglio sta cambiando, è la ragazzina.

Alle soglie della pubertà, l’investimento narcisistico carico di idealizzazione verso le figure genitoriali scema. Non esiste più il padre eroe e la madre regina della casa, l’esame della realtà mostra al figlio delle figure di genitori più vere e per questo più fallibili: rispetto alla precedente idealizzazione, figure deludenti.

Anche le relazioni sottoposte all’esame della realtà perdono in parte la loro idealizzazione, ciò comporta un’ulteriore delusione: come figli non siamo più al centro del mondo, né al centro della famiglia. I genitori, non più onnipotenti, non possono esaudire ogni nostro desiderio, non più onniscienti non conoscono ogni pensiero e bisogno del proprio figlio.

Diminuendo l’dealizzazione, le regole date dai genitori, così come le loro scelte,

possono diventare criticabili, si cercano nuovo maestri e nuovo oggetti di identificazione.

Quello che si acquista in libertà di giudizio ed in individuazione si paga, però, in senso della solitudine.

Coraline non sopporta questa situazione emotiva e fugge nella regressione: individua una piccola porticina, la apre ed entra in un tunnel e si ritrova in una diversa casa, in una diversa famiglia con un’altra madre ed un altro padre.

Un’altra madre che prepara una meravigliosa cena, un vero banchetto, altro che la cena cucinata dal vero padre: una brodaglia a base di odiate verdure.

Un altro padre che ha come unico scopo quello di magnificare Coraline, inventando canzoni per lei e costruendo uno spettacolare giardino letteralmente a sua immagine.

La casa è bella ed ordinata. I vicini, che nella realtà sono vecchietti un po’ strambi che sbagliano costantemente il nome di Coraline (offesa narcisistica non da poco), nell’altra realtà diventano spettacolari acrobati che si esibiscono solo per lei.

Qualsiasi desiderio è esaudito quasi prima che la ragazzina lo pensi.

L’unica richiesta è cucirsi due bottoni al posto degli occhi in modo da omologarsi al resto della famiglia.

Accanto a questa magnificazione onnipotente che esaudisce ogni desiderio all’istante, cominciano a comparire particolari che, di visita in visita, diventano sempre più perturbanti: come l’amico di Coraline, troppo chiacchierone nella realtà, che viene reso muto al di là del tunnel.

In effetti, ogni nuova visita corrisponde ad una maggiore regressione psichica, regressione che riguarda anche le modalità relazionali. Più Coraline è esaudita istantaneamente in ogni suo desiderio, più l’altra madre diventa onnipotente, l’altro padre perde significato ed individualità rivelandosi un burattino, un’appendice dell’altra madre.

Selick, attraverso le trasformazioni sempre più incubiche dell’altra madre, dà un’azzeccata rappresentazione iconografica della progressiva regressione di Coraline.

Dall’imago genitoriale idealizzata delle prime visite, si passa a fantasmi più arcaici come quella dei genitori combinati: fantasia inconscia, che ha la sua genesi nell’ultimo periodo dello stadio orale, fantasma con forte valenza persecutoria nel quale il padre è vissuto come un attributo di una madre onnipotente che contiene in sé tutto il desiderabile.

Si giunge, infine, all’ultima trasformazione: la madre fusionale, iniziatico orale: madre – se stesso magnifica che tutto contiene e tutto può, madre mortifera che tutto ingloba rendendo impossibile ogni differenziazione.

Dopo l’ultima trasformazione non esiste più un mondo esterno, tutto è emanato dall’altra madre che ora l’ha reinglobato in se stessa; l’altra madre è un mostro – strega che vive inglobando in se la vita degli altri, specie di Crono al femminile vive della vita dei figli inglobandoli in se: questo è il suo unico modo di amare.

La protagonista riuscirà a sfuggire alla regressione, non si cucirà i bottoni al posto degli occhi riuscendo così a vedere quanto di mortifero c’è nella fuga regressiva.

Per far ciò Coraline dovrà crescere. Perdendo temporaneamente i genitori reali, dovrà ricostruirli mentalmente per quello che sono in realtà e, tramite la nostalgia, ricostruire il rapporto reale con loro. Dovrà stabilire delle relazioni con i vicini, accettando le loro particolarità ed avendo così il loro aiuto. Solo in questo modo potrà sconfiggere la strega e chiudere definitivamente il tunnel.

Scoprirà così che i suoi reali genitori non sono poi così distratti, che i desideri possono essere esauditi a suo tempo e a suo luogo.

La madre reale è capace di comprenderla e tenerla a mente, accettando e rispettando la sua individualità.

I genitori, assieme alla figlia, coltiveranno un giardino non magnifico ma grazioso, soprattutto realistico, la madre mostra di ricordarsi dei desideri di Coraline e le regalerà quel paio di guanti multicolorati desiderati da Coraline all’inizio del film e che parevano essere stati scartati con non curanza dalla madre: guanti pacchiani, da un punto di vista adulto, ma assolutamente belli per una ragazzina.


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Notizie sull'Autore

Marenco Daniela

Daniela Marenco è nata a Torino nel 1957, laureata in Pedagogia nel 1982 e in Psicologia nel 1988, si è da sempre occupata di psicoanalisi infantile. Dopo aver attuato il suo iter formativo, nel 1999 è diventata membro titolare della Società Internazionale di Micropsicoanalisi, nonché dell’Istituto Italiano di Micropsicoanalisi. Dopo aver lavorato per oltre cinque anni come psicologa volontaria presso il Reparto di Neuropsichiatria Infantile della Clinica Universitaria “Regina Margherita” di Torino, da più di dieci anni è psicologa convenzionata presso il servizio di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale S: Croce e Carle di Cuneo, svolgendo attività di psicodiagnosi e psicoterapia con bambini ed adolescenti. Coautrice di numerose comunicazioni a convegni di Neuropsichiatria Infantile, ha pubblicato vari articoli sul Bollettino Italiano di Micropsicoanalisi riguardanti il lavoro psicoanalitico (in particolare il lavoro micropsicoanalitico) e psicoterapico con bambini ed adolescenti. Nel 2000 ha pubblicato nella collana di Micropsicoanalisi diretta da Nicola Peluffo, il libro “I percorsi dell’Immagine in adolescenza” Edizioni Borla.



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