Infanzia neonato

Pubblicato il 29 marzo 2016 | di

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Corpo ed emozioni nei neonati

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Inizierò con una breve e quindi per forza lacunosa carrellata storica sull’evoluzione degli studi psicologici sul neonato ed il lattante per arrivare alle più recenti ipotesi riguardanti la vita prenatale.

Nel 1905 Freud in Tre saggi sulla vita sessuale postula come prima fase della pulsione libidica la fase orale: il piacere sessuale è collegato prevalentemente all’eccitazione della cavità boccale e delle labbra che accompagna l’alimentazione. Parlare di desiderio orale, di pulsione orale che cerca in un oggetto un soddisfacimento significa postulare l’emergere di una psiche in un epoca dove il benessere del neonato era considerato solo attraverso il controllo dei suoi parametri vitali. Nel 1915 Freud sottolinea come la meta della pulsione orale sia l’incorporazione prototipo di meccanismi più evoluti quali l’identificazione. Questa precisazione sposta l’accento sulla relazione madre-lattante e su un particolare tipo di modalità relazionale. Prima Abraham, e quindi Klein, analizzeranno i moti pulsionali, a volte violenti, sottostanti a questa relazione, le fantasie inconsce che nascono rispetto al seno (oggetto parziale) come fonte nel contempo di benessere e di frustrazione e quindi verso la madre riconosciuta come oggetto totale.

Gli autori successivi sposteranno sempre più l’accetto sull’aspetto relazionale della coppia madre-bambino. Winnicott con la definizione di madre sufficientemente buona indica una relazione in cui la madre fa da filtro tra il suo bebè ed il mondo esterno proteggendolo da un lato da stimoli eccessivi e frustrazioni eccessive dall’altro introducendo in modo graduale le stimolazioni esterne e le frustrazioni.

Per Bion la madre svolge la funzione di contenitore mentale degli affetti e delle fantasie del piccolo. Fantasie ed affetti alle volte troppo violenti , la funzione materna diventa anche, attraverso la rêverie, quella di comprendere e contenere questi moti pulsionali e ripresentarli al bambino in modo tale che possano essere accettati come parti del se. Il lavoro di rêverie materna non solo restituisce rielaborati gli impulsi del bambino ma porta alla progressiva costruzione nel figlio di un contenitore mentale che porterà man mano il bambino a contenere ed elaborare i pensieri (la funzione alfa).

Il corpo del neonato 

Molti autori, soprattutto francesi, hanno ripreso i concetti di réverie materna e della funzione materna di contenitore ed organizzatore della mente, rielaborandoli in chiave psicosomatica.

Per Kreisler nel neonato è come ci fosse una giustapposizione di funzione vitali (alimentazione, sonno, evacuazione, etc.) che operano fianco a fianco con una relativa indipendenza e nell’automatizzazione. La coordinazione interfunzionale viene assicurata dalla gestione delle cure materne che le ingloba. In mancanza di un investimento affettivo adeguato i funzionamenti rischiano di girare a vuoto, in una indipendenza anarchica primaria.

Per Kreisler l’esecuzione di una funzione non si riduce ai meccanismi biofisiologici ma necessita per realizzarsi della sua unione all’investimento affettivo che da impulso al suo compimento. La mancanza di questo investimento crea un disfunzionamento.
Privato del suo appoggio pulsionale la funzione rischia di impegnarsi in un processo ripetitivo, autoerotico e disorganizzante. Un esempio è il merecismo: disturbo funzionale digestivo caratterizzato dal rigurgito provocato degli alimenti, seguito da una masticazione e poi da una ingestione totale o parziale.

Il merecismo si presenta elettivamente nel 2° semestre di vita, le circostanze più spesso ritrovate sono la privazione o la deprivazione affettiva. È definita come un’attività autoerotica compulsiva e ripetitiva che porta al disinvestimento dell’oggetto e a gravi deviazioni sia della funzione alimentare (si può arrivare a situazioni di cachessia e disidratazione) sia del funzionamento mentale. Nella relazione con l’ambiente si osserva in questi bambini un aggrapparsi indifferenziato all’ambiente materiale e alle persone proprio in un’età in cui l’angoscia dell’estraneo segnala la presenza di attaccamenti relazionali privilegiati. Questa indifferenziazione per Kreisler è un indice di vuoto affettivo più che di avidità affettiva. Questo vuoto deriva dall’assenza di un’introiezione stabile dell’imago materna.

Detto per inciso, tutti questi studi hanno avuto un impatto notevole su come la società ha riconsiderato il neonato: pensiamo alla differenza abissale tra un odierno reparto di maternità ed ad uno degli anni ’50 o 60. Alla diversa cura dell’infanzia abbandonata, ai reparti di rianimazione neonatale aperti ai genitori, l’attenzione alla relazione è diventata una cura indispensabile, quanto le cure fisiche.

Il bebè agente attivo dell’interazione

Tutti gli autori che ho fin qui citato hanno analizzato la diade madre-bambino ponendo soprattutto l’attenzione sul comportamento materno, un merito di Stern è l’aver messo in luce il ruolo attivo del neonato e del lattante nell’universo relazionale madre –bambino.

Cito dal “Mondo interpersonale del bambino”:

Ogni bambino ha un proprio livello ottimale di arousal, eccitazione piacevole. Oltre questo livello l’esperienza diventa spiacevole, al di sotto perde interesse e non è più fonte di piacere. Il livello ottimale in realtà è costituito da tutta una gamma. Entrambi i componenti della diade si adoperano per mantenere il bambino nell’ambito di questa gamma. Da un lato la madre regola il livello di attività delle sue espressioni facciali e vocali, dei gesti e dei movimenti del corpo, cioè degli eventi – stimolo che determina l’eccitazione del bambino. (…) Da parte sua Il bambino regola il livello di eccitazione stornando lo sguardo per interrompere l’eccitazione eccessiva o servendosi di smorfie o di sguardi per ricevere o promuovere nuovi e più alti livelli di stimolazione quando il livello di eccitazione è troppo basso.

La scala di valutazione neurocomportamentale NBAS ideata da Brazelton, una delle scale più usate a livello mondiale per valutare l’integrità neurologica del neonato oltre alle scale di valutazione dei riflessi e dell’organizzazione motoria valuta altresì (cito):

organizzazione e regolazione degli stati comportamentali, la vigilanza del neonato, la labilità degli stati comportamentali e la capacità di regolare gli stati di fronte a livelli crescenti di stress.

Attenzione e interazione sociale: capacità di partecipare ad esperienze visive e uditive e la qualità dello stato di allerta.

Questi sono i prerequisiti per sostenere e modulare, in modo attivo, la relazione.

Senza andare nella patologia questa scala ha messo in luce importanti differenze individuali nel comportamento del neonato, la gestione dello stress, la capacità di consolarsi, le modalità di consolazione, il mantenimento di uno stato, il fluire da uno stato all’altro (dal sonno alla veglia e viceversa).

Da dove scaturiscono queste differenze individuali? Perché un neonato possiede un insieme di comportamenti e un altro neonato ne ha uno diverso alla nascita?

La relazione madre-feto

Sappiamo che il feto percepisce stati umorali della madre e vi reagisce, percepisce e riconosce la voce materna, ha una reattività comportamentale verso stimoli fastidiosi e reagisce con comportamenti diversi tra feto e feto.

Attualmente vi è un crescendo di studi sperimentali che sembrano mostrare l’esistenza di processi mentali nel feto, poco però si è detto sulla relazione madre – feto.

Nicola Peluffo è stato uno fra i primi ad ipotizzare una relazione tra madre e feto .

Peluffo parla di relazione psicobiologica madre –feto, relazione che si struttura in appoggio alle dinamiche della reazione immunitaria che l’ospitante (la madre) ha verso l’allotrapianto (l’embrione -feto).

A metà degli anni ’70 le ricerche biologiche relative ai trapianti d’organo avevano iniziato a studiare la compatibilità dell’embrione con l’organismo materno. Alcuni studi sperimentali avevano confermato l’ipotesi che l’embrione fosse un allotrapianto non compatibile con l’organismo materno. Secondo questi studi l’annidamento dell’embrione doveva stimolare una reazione di rigetto. Sia l’embrione che l’organismo materno dovevano, per evitare l’aborto, secernere degli immunosoppressori. Trenta anni dopo viene scoperto il fattore protettivo della gravidanza dei linfociti T regolatori. Questi linfociti, responsabili dell’inibizione della reazione immunitaria, sono prodotti sia dal trofoblasto che dall’organismo materno.

Secondo Peluffo questa dinamica somatica ha un correlato psichico: la comparsa di fantasie inconsce e preconsce, contenuti onirici di invasione batterica e di malattia oltre ad essere una trasduzione del conflitto somatico ha lo scopo di spostare a livello psichico parte del conflitto diminuendone la forza. Un lavoro sinergico somatopsichico per mantenere in equilibrio l’organismo.

La dinamica biologica rigetto – facilitazione si trascrive a livello psichico nella madre nella dinamica trattenere – espellere: l’investimento narcisistico sul figlio, parte completante di sé stessa, ( polo del trattenere), le angosce di malattia, di invasione di gravidanza che deforma e distrugge ( polo dell’espellere).

Secondo Peluffo anche nell’embrione e nel feto i punti di maggiore tensione e disequilibrio sono vissuti e registrati nel quadro della dinamica speculare essere trattenuto-essere espulso, invado-sono invaso.

Le vicende della vita intrauterina (fase iniziatica) diventano un après – coup che preforma lo sviluppo successivo.

Citando Peluffo: le tracce dei movimenti embrionali si fissano negli schemi senso-motori fetali e a loro volta, questi ultimi, entrano negli schemi senso-motori di sviluppo del pensiero del bambino piccolo e successivamente vengono ritradotti in codici di pensiero simbolico e linguistico.

Ciò che rimane omogeneo in questo iter è l’affetto che si trasferisce più o meno identico in tutte le trasformazioni formali successive. Un affetto di angoscia attivatosi durante la vita fetale, e fissatosi nelle sue forme senso-motorie, può riapparire in altra veste, ad esempio nella costruzione di una fobia, nel bambino di 3 anni.

Queste affermazioni presuppongono che l’embrione e il feto possano percepire affetti e reagire ad essi. È possibile questo in un essere in formazione?

Un scritto di Stern (2010) sull’arousal   me ne ha chiarito la possibilità.

Stern individua nell’arousal la forma dinamica di ogni atto: movimento, pensiero, azione. Osservare il livello di arousal significa vedere come si è vissuto qualcosa: il livello di eccitazione: esplosivo, distensivo, accelerato , crescente, descrescente, esitante, armonico, ecc.

I diversi sistemi che si occupano dell’arousal si trovano nel tronco encefalico, parte primitiva del cervello.

L’embrione mostra già comportamenti regolati dal sistema arousal quando la corteccia celebrale esiste a mala pena a livello anatomico e prima che entri in funzione. Movimenti di flessione della colonna vertebrale si osservano alla 5° settimana di gestazione. Movimenti generalizzati di tutto il corpo, movimenti specifici quali lo scalciare, giungere a toccarsi la faccia o la parete uterina si osservano tra la 10° e la 12° settimana. Nell’ultimo trimestre il feto forma tracce mnestiche di diverse canzoni e pattern vocali che guideranno le sue preferenze dopo la nascita. La differenziazione dei pattern dinamici (il diverso tipo di arousal) rende questi compiti più facili.

Si può pensare che l’embrione e il feto esperiscano tipi di attivazione differenti sia quantitativamente (livello di attivazione) sia qualitativamente (tipo di arousal specifico). Queste esperienze, parafrasando Peluffo, possono lasciare tracce che influenzeranno l’organizzazione di esperienze future.

Daniela Marenco ©

Cenni bibliografici:

– Kreisler, Fain, Soulé (1974): Il bambino e il suo corpo, Astrolabio, 1976, Roma
– Lester, Sparrow (a cura di), (2010) Bambini e famiglie, Cortina 2015, Milano
– Peluffo La relazione psicobiologica madre – feto, 2010 Borla Roma
– Stern (1995) La costellazione materna, Bollati Boringhieri 2015 Torino
– Zangrilli (2007) La guerra uterina: Le ipotesi della micropsicoanalisi trovano conferma nella biologia evoluzionista, in Psicoanalisi e Scienza, www.psicoanalisi.it, gennaio 2007


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Notizie sull'Autore

Marenco Daniela

Daniela Marenco è nata a Torino nel 1957, laureata in Pedagogia nel 1982 e in Psicologia nel 1988, si è da sempre occupata di psicoanalisi infantile. Dopo aver attuato il suo iter formativo, nel 1999 è diventata membro titolare della Società Internazionale di Micropsicoanalisi, nonché dell’Istituto Italiano di Micropsicoanalisi. Dopo aver lavorato per oltre cinque anni come psicologa volontaria presso il Reparto di Neuropsichiatria Infantile della Clinica Universitaria “Regina Margherita” di Torino, da più di dieci anni è psicologa convenzionata presso il servizio di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale S: Croce e Carle di Cuneo, svolgendo attività di psicodiagnosi e psicoterapia con bambini ed adolescenti. Coautrice di numerose comunicazioni a convegni di Neuropsichiatria Infantile, ha pubblicato vari articoli sul Bollettino Italiano di Micropsicoanalisi riguardanti il lavoro psicoanalitico (in particolare il lavoro micropsicoanalitico) e psicoterapico con bambini ed adolescenti. Nel 2000 ha pubblicato nella collana di Micropsicoanalisi diretta da Nicola Peluffo, il libro “I percorsi dell’Immagine in adolescenza” Edizioni Borla.



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