Illustrazioni di Albertina Bollati

 Riflessione psicoanalitica di Daniela Gariglio

Oltre una situazione che si ripete?

 “Come avrebbe potuto essere la loro storia se solo fossero stati diversi” (p. 12): questa, l’illusione di partenza con cui si apre l’avvincente Tango rosso di Maria Antonietta Macciocu: dati i presupposti dolorosi, rintracciabili nello snocciolarsi dei fatti narrati, una storia ‘altra’ (processione di cloni, nella cronaca nera!) sarebbe, per l’appunto, stata “impossibile”.

 Tenterò di dimostrarlo appoggiandomi a qualche citazione del libro (in corsivo virgolettato), seguendo un metodo di pensiero alimentatosi all’ombra della riflessione in merito all’esperienza psicoanalitica. Com’è risaputo, la nostra professione, portando all’accantonarsi di derive romantico-nostalgiche, indirizza verso una sobria, naturale saggezza. Chi ci arriva, può assaporare, di volta in volta, il piacere del tentativo di comprensione psicobiologica, inserita in un’appagante integrazione rappresentazione-affetto dove l’espressione creativo-artistica può allora essere vista come un particolare frutto “dell’alleanza della pulsione creatrice con quella di vita” (cfr. Gariglio, Lysek, “La sinergia”, 2007)

Entriamo dunque in Tango rosso per generalizzarne l’aspetto perversamente diabolico nella storia narrata. L’ottica è quella della distruttività che non ragiona secondo il senso dell’epoca storica ma si accomoda piuttosto sul non tempo dell’inconscio. Capita allora che l’essere umano – qui la protagonista, certa “Giulia Vallet”–  sia inconsapevole di star dialogando con un’immagine interna legata a un trauma e proiettata in una persona (o ripetuta in più incontri). A ragione, in questi casi, si può richiamare la struttura di personalità con tendenza sadomasochista. In sintesi, da un profondo rimosso spesso ancestrale (secondo l’attuale evidenza scientifica in merito all’eredità del trauma[1] che ha dimostrato assunti freudiani), il mantra inconsciamente recitato potrebbe essere suppergiù la seguente formula espressa con una pulsionalità assassina: mi accompagno solo a chi mi fa del male per darmi garanzia di potermelo autoinfliggere e di volta in volta brindo ai sussulti passionali godendo di quest’orgia di autonomia…

Va da sé che la persona inconsciamente scelta per proiezione, come rappresentante di quell’immagine interna dolorosamente fissatasi in uno psichismo congelatosi, non potrà mai essere vista come realmente è. Quel dialogo (in quanto incontro inconsapevole, inconscio) si compie per l’appunto, soltanto con la sfaccettatura interna di un’immagine proiettata che chiede incessantemente fedeltà ad libitum. Non viene visto né sentito altro, nella persona frequentata. Se anche vengono intrapresi tentativi di inserirsi in realtà diverse dall’immagine distruttiva, buco nero che fagocita l’intera persona, detti tentativi (e dico tutti!) sono connotati da un destino di naufragio annunciato. Ciò che conta è restare fedeli all’immagine, quella di turno, perché le sfaccettature conflittuali- traumatiche, nell’esperienza umana, sono infinite possibilità di male e sofferenza.Trattasi delle esperienze protagoniste, nella vita delle persone, quando lo psichismo si ritrovi segnato da traumi che continuano a spurgare. Uno di questi, in Tango rosso, si riferisce a un’assenza che ha profondamente ferito la protagonista “Giulia”, rendendo dolorosissimo il silenzio che ne è derivato. Lo si trova messo in scena dall’incalzante struggente narrazione di Maria Antonietta Macciocu, vera maestra di scrittura, capace di ben armonizzare ritratti e pensieri.

Albertina Bollati ©

Illustrazione di Albertina Bollati ©

Questi, nel libro, sono scientemente collegati al supporto illustrativo di Albertina Bollati che, anche in quest’occasione[2], non smentisce la sua sintetica e illuminata capacità creativo-artistica[3]. E rimando solo a quel “calice infrantosi” dell’immagine di copertina, ai piedi di una simbolica “scarpetta rossa”, sopravvissuta testimone di allacciamenti pulsionali che, nella loro vitalità, sono in realtà profondamente luciferini.

E tale “fedeltà”, nella suddetta storia, la si individua osservando le scelte reali di Giulia, apparentemente oggettive, in realtà frutto di una moviola di coazione a ripetere che tende, alla fine, solo al fallimento di storie che potrebbero anche concludersi bene ma che nascono già gravate da presupposti di impossibilità di riuscita. E così, nonostante la morte reale dell’oggetto principale su cui è stata a lungo ben proiettata l’immagine incistata nel trauma di un abbandono infantile, il libro riapproda a dove era cominciato, rimandandoci all’irriducibilità di un dialogo con questa traccia psicobiologica intrisa di violenza e sofferenza.  Ed è accorata la lamentazione: “Mi manchi!  Da quando non ci sei ogni cosa è senza voce. Non ho ancora imparato a vivere senza di te”. In realtà, le parole nuove, qui adulte, le ho sentite come la slatentizzazione di un desiderio rimosso diventato ora quel non detto infantile, impossibile da rendere linguaggio quando il codice è inadeguato a dare la giusta parola all’anima ferita: “Ti manco anch’io vero?”, continua l’illusione di dialogo: “Avevi capito e hai finto perché mi amavi e hai voluto salvarmi? O sei arrabbiato con me?” (p.170).

In realtà, quella bimba-adulta che crede di star solo piangendo la mancanza del suo uomo, potrebbe non aver ancora cominciato a piangere la scomparsa di suo padre o star ancora piangendolo inconsapevolmente : “La domenica che mio padre se n’era andato non ricordo urla, né passi concitati e porte sbattute. Del resto, c’era la neve da giorni e tutt’intorno letargo. (…) Tuo padre se n’è andato (…) Non lo vedremo più”, sancisce impietosa la madre alla figlioletta, che finisce col farsene carico gravandosene l’intera vita: “Spiavo mia madre di continuo, a cercare nelle pieghe delle labbra cenni di distensione, e lampi di gioia nello sguardo severo…” (p.23). “Per sempre a cinque anni, scrive l’Autrice,è il tempo eterno e immateriale delle fiabe…” (p. 21). Paradossalmente, a farsi ancor più beffe della sofferenza per la perdita (“Non ci fosse stata quella rabbia privata sempre all’erta, annidata senza scampo nei gesti, nelle frasi, nei respiri, nell’odore della casa…” cui “avevo dato pure un colore, il bianco caparbio delle vette e il grigio livido dei fulmini in agguato…”p. 22), ciò che resta dopo il trauma, è l’ingabbiamento in un gioco sadomasochistico. In una “situazione” (Peluffo, 2001) che tende a ripetersi, sarà il soggetto stesso, inconsciamente attraverso il suo trauma, a metterlo/rimetterlo incessantemente in scena, ridandogli ogni volta movimento con l’illusione di intessere nuove relazioni.

Il lavoro analitico testimonia inizi di trasformazione soltanto quando tale dialogo viene riconosciuto dalla persona in analisi come interlocuzione intrapsichica tra le sue istanze che acquistano allora maggiore fluidità psichica. Ad esempio, se quel “silenzio intorno, che “sembra portare fastidiosi echi” Giulia Vallet (p. 11) fosse dalla stessa riconosciuto in termini di riattualizzazione, potrebbe essere elaborato come un ri “portarle fastidiosi echi”. Di qui, il gioco coatto che, nelle dinamiche di seduta, è preceduto e riattualizzato nel “lavoro interpsichico analista-paziente” (Bolognini, 2012, p. 89) potrebbe essere stanato e l’energia liberatasi indirizzarsi verso la costruzione di qualcosa più appagante in un tentativo di vita diversa.

Attratta dalla scrittura intensa usata da Maccioccu, come sempre mi succede nel campo analitico di fronte ad uno scoppio emotivo represso da lunga data, anche in occasione di questa lettura, mi sono gustata lo sblocco di tale scoramento represso e condito dall’immancabile vissuto di colpa di matrice infantile rinforzata nell’iter delle ripetizioni coatte: “Sveglia nel letto, gli occhi aperti sul buio, mi arrovellavo su cosa avessi sbagliato e passavo e ripassavo in memoria (…) qualcosa si era messo storto a spegnere quella luce” (p. 23). Un pianto antico, liberatosi in adultità, in occasione di una situazione di transfert[4]? Un transfert inanalizzabile fuori seduta ma, forse, evidenziatosi spontaneamente nell’intuizione artistica. Questa, pur non cercando spiegazioni del fenomeno messo in scena, porta comunque ad una distensione, allo stesso modo di come fa il sogno che, tra altre funzioni, soddisfa desideri anche assassini, mettendo in scena veri omicidi che, se elaborati, possono impedirne la pratica nella realtà.

Comunque, come sempre mi succede, abituata a muovermi nel binomio trauma-adattamento con la sua chiamata a raccolta di aspetti resilienti sfuggiti ai gorghi della coazione a ripetere, mi son sentita interessata a questo “rimpianto” (p. 164) finalmente riconosciuto. L’augurio è sempre che, disattivatasi o attutitasi la vibrazione diabolica, tale movimento possa, almeno in parte, far cambiare rotta (Gariglio, Lysek, 2009) alla reiterazione di scelte oggettuali distruttive. Con l’occasione, possono essere ripescati aspetti latenti vitali prima fagocitati dal peso del rimosso, indirizzando l’energia finalmente verso un nuovo benessere, raggiunto in modo naturale. Tenendo tuttavia sempre presente i dati clinici che hanno ben evidenziato la difficoltà del suo mantenimento. Non è facile riuscire a restare sordi ciechi e mutial richiamo antico della sofferenza che, anche se disattivata, ogni tanto tenderà a ritornare. Il lavoro analitico indica che vi si risponde comunque in modo più neutro, relativizzandone la ripresentazione, ivi compresa quella sotto forma di echi. Ne ho scritto più volte, anche parlando della nozione “elaborazione ricombinativa” (idem, 2007, pp. 48-52) che condensa residui conflittuali-traumatici con aspetti vitali e creativi, che abbiamo chiamato di benessere (idem, 2007)

Rivenendo a Tango rosso, ho allora provato simpatia per quell’accenno di nuovo incontro: “Quello è un signore che incontro spesso in panetteria e della cui simpatia non posso non accorgermi …”.  Forse un’immagine, latente in quel terreno familiare? Una traccia meno impetuosa drammatica e distruttiva, più fidabile? Esperienze da recuperare che riguardano il valore di una quotidianità intrisa di affetti, stima, lavoro, capacità di pause rigeneranti e così via: “Un brizzolato di mezza età, distinto, preside di un liceo (…). Un giorno mi ha accompagnato a casa a piedi, mi dava pace camminargli vicino senza fretta…”(p. 168).

Mi piace anche immaginare un libro di Maria Antonietta Macciocu profilarsi all’orizzonte.

 © Daniela Gariglio

Bibliografia:

Note:

[1]“Lo studio, i traumi si ereditano. Da genitori a figli e nipoti, fino alla terza generazione. I ricercatori del Brain Research Institute dell’Università di Zurigo sono riusciti a identificare piccole frazioni di materiale genetico chiamato microRna. Si tratta di brevi sequenze, veicoli con cui vengono trasmesse le istruzioni per costruire le proteine ma conservano anche la memoria di eventi traumatici” (cfr. www.repubblica.it/scienze/2014/04/13/news/genitori-traumi_figli-83509020/).

[2]Mi fa piacere richiamare l’apporto artistico di Albertina Bollati in occasione di una nostra Collana, che ho chiamato Tracce di benessere ricombinate…edita Araba Fenice e giunta alla sua terza pubblicazione. Nelle immagini di copertina a cura dell’illustratrice, Bollati rende protagonista un filo di china che, di volta in volta, raggiunge una manifestazione vitale: un germoglio (Gariglio, 2017), una scritturacome implicita proposta di riflessione psicoterapeutico-creativa (Ampolo, 2017), un’occasione di benessere, per condividere tentativi di distensione e bellezza (Strona, 2018). Il protagonismo di quel filo di china l’ho pensato come un’evoluzione che porta in sé la capacità di trasformazione e la realizzazione creativo-grafica di ciò che il sogno mette in scena, vale a dire la realizzazione di un desiderio. In questo caso, mi riferisco al problema spinoso del mantenimento della traccia di benessere riportatasi a galla e reinseritasi, in modo naturale, in quello che abbiamo chiamato processo di elaborazione ricombinativa.

[3]Interessante anche il Commento di Laura Onofri, Donne e stereotipi tra immaginario e realtà, che approda all’Associazione  “SeNonOraQuando?” che combatte la violenza sulle donne con un lavoro di tipo culturale.

[4]Rimando alla spiegazione del fenomeno, da parte di Quirino Zangrilli che sta producendo interessanti Pillole di Psicoanalisi e Scienza. Videopillole.

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