Traduzione di Liliana Zonta, in Collana I Nuovi Tentativi, Torchio Orafo, Tirrenia Stampatori,  Torino, 1999

La Collana I Nuovi Tentativi (1999-2002, Tirrenia Stampatori), ideata e diretta da Daniela Gariglio come raccolta di creatività postanalitica, può  leggersi, ancora oggi, come testimonianza comune di un naturale indirizzarsi verso un  benessere psicobiologico, elaboratosi durante il lavoro psicoanalitico e mantenutosi, come tendenza, nella vita di realtà.

Daniela Gariglio, “Introduzione alla lettura” in Alfredo, pp. 5-7

Alfredo“Alfredo è anzitutto un’espressione d’amore pur non raccontando affatto una storia romantica, bensì crudamente realistica.

Un mondo di vecchiaia, malattia, solitudine e sofferenza in cui la rarefazione affettiva è la protagonista di un male di vivere che, solo nel momento in cui può venire esternato e raccolto da un ascoltatore affettivamente interessato, ridà alla persona la dignità dell’esistenza. E questa induce ad impregnarsi, probabilmente per la prima volta, della straordinaria dolcezza che solo un sentimento  ricambiato può lasciare nel cuore.

Se all’inizio la vita di Alfredo ci appariva come un involucro contrassegnato solo da tracce di aggressività distruttiva, mano a mano che evolve il rapporto con l’interlocutore – quel testimone di un “se stesso” che nel raccontarsi si riconosce – questa stessa sua vita ci dimostra di aver reinserito al suo interno dei moti di umanità in cui persino l’antica capacità di ridere si è trasformata da un sarcasmo crudo a una velata ironia, che ridà al vecchio una connotazione più umana e permette, a noi che lo ricordiamo, di immaginarci la sua morte  affrontata con maggiore serenità.

Il libro, scritto da Bernard Jaccard, – ingegnere in elettronica formatosi in psicoanalisi con il metodo  micropsicoanalitico –  inaugura la Collana I Nuovi Tentativi che, nell’intento ideativo, vorrebbe trasmettere ad un pubblico anche profano, testimonianze di trasformazione affettiva dopo il lavoro psicoanalitico, fino all’emergere di potenzialità creatrici, raccontate da persone in possesso di un codice comune: un’analisi con il metodo micropsicoanalitico.

Il lavoro, insito nella realizzazione di quest’opera, è frutto di un  interessante processo di squadra i cui risultati sono derivati da molteplici interazioni e partecipazioni affettive. Per quanto mi riguarda, ciò ha reso l’intera operazione, venutasi a creare spontaneamente e via via dipanatasi, oltremodo ricca, stimolante e gratificante per la naturalità del movimento.

In Alfredo, il racconto si dipana con le annotazioni registrate, quindi rivisitate, di una serie di visite che l’Autore compie ad un amico ottantenne, solo e disperato, immerso nell’angoscia di abbandono e nella paura della  malattia e della  morte che si avvicina.

Così, anche se fuori da un setting analitico vero e proprio, la presenza di un ascoltatore  neutrale, come solo sa essere  chi, analiticamente, ha già reincontrato se stesso, permetterà a una parte dei contenuti, rimossi da Alfredo, di circolare, fino a che dalla distruttività un po’ neutralizzatasi, si passerà, naturalmente, come sempre accade, all’insorgere di “gemme creative”. Un continuum dunque che si snoda da: ascoltatore-ascoltato, morte-vita, aggressività-sessualità, sofferenza-sublimazione fino alla nascita o rinascita della creatività. Con la morte di Alfredo, racconta l’autore, “anche per me finiva qualcosa: le mie visite… Cominciava il lavoro del lutto che, al di là della ribellione, dopo l’accettazione e l’assimilazione dell’ineluttabile, ho desiderato fosse creativo… Un libro che contenesse i fatti, come li avevo vissuti.”

Una condizione, questa di Alfredo, che illumina la realtà di certa vecchiaia permettendoci di ingrandirne alcune tematiche narcisistiche e che, alla pari di certa sofferenza infantile, non altrimenti esplicitabile per la mancanza di un codice adeguato, possono qui venire invece comunicate, socializzate, accolte e generalizzate come conoscenze da utilizzare con altre persone  nella stessa condizione. Quindi, capire e sentire le sofferenze di Alfredo può servire, oltre a celebrarne il ricordo come desidera il suo ascoltatore, a prestare la voce a chi non può farlo. Generalizzando, ci si può riferire a chiunque risulti  intrappolato in rapporti vittima-carnefice, tra i più dolorosi e umilianti della condizione umana.

Da questo punto di vista, la vita di Alfredo, pur così piena di violenza e ingiustizia, può apparirci più relativa, spostandosi da un soggettivismo carico di pathos e indignazione, ad una funzione di informazione sociale e didattica, più neutra emotivamente.

 I racconti che Alfredo fa al suo interlocutore, una sorta di buona madre che lo ascolta, si rifanno soprattutto al binomio aggressività-sessualità che viene snocciolato in ogni sua sfaccettatura con un linguaggio totalmente sganciato da sovrastrutture culturali. Il linguaggio usato, poco alla volta, illumina quella caverna sotterranea dell’affettività, piena di graffiti e informazioni preistoriche, situazione che riguarda tutti, perché contiene i primi vagiti dell’energia quando si è espressa nel corpo umano.

L’uomo preistorico che abitava la caverna come l’orso, il malato mentale in preda al terrore-attrazione per il vuoto, l’analizzato sul finire dell’analisi, il malato terminale ripiegato di fronte alla morte, il feto in gestazione, il vecchio in generale e il neonato in balia di un mondo esterno che può accudirli con amorevolezza o rifiutarli, relegandoli in strutture disumanizzanti, possono rappresentare, tutti insieme, attraverso le identiche reazioni emotive, i conflitti  di base dell’umanità stessa. Quei conflitti che danno luogo, “sotto la superficie, quando le difese si sgretolano… agli stessi grandi temi associativi… che oscillano continuamente  tra normalità-nevrosi-psicosi”. E i “conflitti di base”  rimandano all’essenzialità, come questa raggiunta da Bernard Jaccard nel suo Alfredo e altrettanto magistralmente conservata nella traduzione e interpretazione della Prof.ssa Liliana Zonta (maestra di tanti di noi) , quell’essenzialità che, ad ogni buon conto, si raggiunge sempre alla fine di una approfondita analisi e successiva lunga sedimentazione.

Un ulteriore motivo, questo riuscire a dire semplicemente ciò che si sente senza più nulla trattenere, testimoniando quindi l’integrazione degli affetti con le rappresentazioni, per pubblicare questa prima testimonianza di Nuovi Tentativi.

Lascio ai lettori la scoperta del linguaggio immediato e naturale usato da Alfredo nel raccontarsi, come solo i bimbi molto piccoli riescono a fare, seducendo i loro ascoltatori per la baldanza dello spirito e l’irruenza dello stile, senza che ciò crei stupore o indignazione.”

Daniela Gariglio

 

Liliana Zonta, “nota sulla traduzione” (p. 9)

“La traduzione di un’opera – dice Ferenczi – “è davvero un modo per appropriarsene.”[1]
E’ certo che la prima lettura di Alfredo, deve aver toccato in me qualche corda profonda.
Ho subito provato il desiderio di offrirlo al lettore italiano.
Che cosa mi ha spinto?
La consapevolezza che si sa ben poco dei vissuti delle persone anziane o la sensibilità fuori del comune dell’autore?
Forse entrambe le cose, o una motivazione più segreta.
Questo piccolo libro mobilita emozioni  profonde e diverse.
Vorrei, con la mia piccola fatica, trasmettere al  lettore il messaggio ch ne ho tratto: il valore dell’ascolto paziente delle parole di un uomo ai confini della vita.
Alfredo è il depositario di una “saggezza” nascosta che molti ignorano. Come suggerisce Bernard Jaccard nell’epilogo, piuttosto che con insofferenza e irritazione, ascoltiamola con amore.”

Liliana Zonta

[1] Lettera 520 di Ferenczi a Freud, Cortina 1998, 2° vol.