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Pubblicato il 8 marzo 2013 | di

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Nicola Peluffo: dall’Immagine al Personaggio

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Il Prof. Nicola Peluffo

La micropsicoanalisi ha una metapsicologica di impostazione fondamentalmente energetico-pulsionale, in controtendenza con le correnti della psicoanalisi contemporanea, prevalentemente orientate verso la relazione d’oggetto.
Tale impostazione ha delle conseguenze molto importanti. L’origine dei conflitti psichici è stata individuata nella serie di traumatismi connessi alle vicende filogenetiche prima, per specificarsi poi nelle conflittualità ontogenetiche, a partire dalla dinamica intrauterina.
Per spiegare come avviene la trasmissione delle tracce traumatiche che innestano la coazione a ripetere, generazione dopo generazione, Silvio Fanti aveva formulato una definzione che rappresenta l’asse portante dell’edificio micropsicoanalitico, quella di Immagine in quanto:

“Insieme geneticamente organizzato delle rappresentazioni ed affetti che strutturano l’inconscio a partire dall’Es.”1

Nell’Immagine sarebbero contenuti i traumatismi filo-ontogenetici, riattualizzati in ogni nuovo individuo che ne eredita la forma e la carica energetica.
Su tale definzione Peluffo si è interrogato lungo gli ultimi 40 anni della sua vita, sforzandosi di renderla operativa nel riconnetterla al materiale teorico desunto dalla sua formazione psicoanalitica e epistemologica e soprattutto adattandola alla propria esperienza clinica.
Cerchiamo di seguirlo passo per passo:
Nel 1988 riflette sul fatto che in questa definizione, l’Immagine è considerata come un insieme che contiene le rappresentazioni e gli affetti e il cui aspetto energetico risiede nella forma assunta dalle esperienze copulsionali quando vengono riattualizzate.

“In definitiva, l’Immagine è l’espressione psichica di un modulo di azione che trova i suoi codici di manifestazione nell’inconscio. Ad esempio, l’immagine del conflitto è espressa antropomorficamente con l’eroe perseguitato dal destino: Edipo.” 2

Le specificazioni (sfaccettature) dell’immagine si antropomorfizzano nel sogno che diventa il luogo di congiunzione tra gli aspetti filogenetici e quelli ontogenetici. Vi troviamo un nucleo attuale in cui si ripete una situazione utero infantile che a sua volta ripete un nucleo traumatico ancestrale.
Ciò che si trasmette sono le modalità di azione nelle quali si esprimono le spinte pulsionali, le quali si manifestano nel sogno per mezzo della ricostruzione drammatizzata di scenari traumatici in cui agiscono personaggi che prendono le sembianze di persone attuali.
Notiamo come il pensiero di Peluffo è sempre rivolto ai meccanismi che attivano i contenuti della psiche, quindi al loro interagire nella vita quotidiana, e ai modi in cui tali contenuti si esprimono.
Se ci volgiamo ai meccanismi di costruzione e di azione dell’Immagine, secondo Peluffo:

“L’Immagine è il gemello psichico dell’oggetto…. L’oggetto si forma tramite una corrente espressiva non solo rappresentazionale ma anche affettiva, esteriorizzata per proiezione sino ad incontrare una corrente opposta proveniente dall’esterno.
L’elaborazione dell’incontro delle due correnti ritorna sul soggetto tramite i processi di assimilazione ed accomodamento e, per introiezione, lo modifica…. L’Immagine è la psiche stessa. Le sue sfaccettature, ovvero l’Immagine con la i minuscola, non sono un elemento statico, bensì dinamico. Per esempio, l’immagine della madre è una forma fluttuante che si costruisce dalle reazioni intrauterine sino alla evoluzione ultima del corpo materno oggettualizzato e sempre fonte di stimoli e risposte situazionali. Non è detto che l’immagine della madre debba avere il volto della madre; essa può essere semplicemente rappresentata dalla nostalgia, oppure da una musica, da una poesia, da un’alba radiosa, oppure da una ragazza, o dal sorriso di un amico, da un profumo, da un odore, e così via…. L’immagine della madre è costruita attraverso l’incontro con l’Immagine filogenetica di madre con i processi di introiezione che vengono a poco a poco a strutturarsi dopo la nascita…”
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Egli si interroga sui due elementi che compongono l’inconscio così come viene strutturato da quella forma energetica che abbiamo chiamato Immagine: le rappresentazioni e gli affetti.
L’affetto è per lui l’espressione dinamica delle tensioni – distensioni pulsionali e si esprime in movimenti e aggiustamenti di forma che rimangono come tracce.
Le tracce delle esperienze pulsionali le chiamiamo fissazioni. Egli utilizza una definizione classica di pulsione e la descrive come una spinta che, partendo da una fonte in stato di eccitazione (tensione), cerca un oggetto attraverso il quale diseccitare la fonte. L’uomo si troverebbe in un perenne stato di tensione per il semplice fatto di essere vivo e provare dei desideri. Come ogni altro animale, egli cercherebbe di risolvere questo problema attraverso il movimento sia fisico che mentale, ovvero si sposta nello spazio, oppure pensa. Peluffo costruisce uno stretto legame tra affetto e movimento intendendo l’affettività come motricità psichica.
La fissazione e la rimozione divengono quindi uno stare fermi sul luogo dell’investimento pulsionale che le ha generate, mentre i movimenti che cercano di abbassare la tensione si servono della aggressività e della sessualità, preparati nel loro agire, dall’attività onirica.

“Il movimento (lo spostamento) è l’oggetto per mezzo del quale l’essere umano si “diseccita” sia come entità individuale che come gruppo…”
Vi é un’analogia tra questo principio e quello che Freud applica allo sviluppo psicosessuale dell’essere umano, cioè la progressione degli stadi da quello orale sino al fallico con delle fissazioni a certi momenti a cui l’uomo ritorna quando è in difficoltà. “In altre parole, durante questa manifestazione istintiva si costituiscono delle tappe che si autoregolano per costruire la base delle nuove spinte. “
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L’affetto non può materializzarsi se non trova una forma adatta che serva a ricostruire la situazione da cui è originato. Si pone quindi il problema della forma, vale a dire, della rappresentazione e, più ancora, dei processi che danno forma all’attività psichica e le consentono, come prima enunciato, di autoregolarsi.
Pelufo riflette:

“… la psiche è una famiglia di funzioni interconnesse che comunicano tramite induzioni associative collegate per mezzo dell’affetto…
Io penso veramente che la Psiche ed il Cervello siano l’espressione di un fenomeno associativo, gravitazionale (almeno in senso figurato) più vasto, simile a quello che obbliga le polveri cosmiche a costituirsi in insiemi e che mantiene la coesione tra le varie parti dei corpi celesti e, quando ci siano le condizioni, lascia apparire quel fenomeno di fermentazione che noi chiamiamo vita. La Psiche e il Cervello si sono costruiti tramite il lavoro di un insieme di meccanismi di regolazione senza ragione alcuna, diciamo per caso, e continuano a lavorare nello stesso modo in cui hanno lavorato i meccanismi che li hanno messi assieme, cioè a comporre dei conflitti per mantenere un’omeostasi adatta alla sopravvivenza per il tempo sufficiente a rinnovarsi: una vita.”
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Il nostro autore é passato da una ricerca di definizioni relative ai singoli elementi in cui si compone la psiche, alla ricerca delle funzioni che la rendono operativa. In questo cammino, il trauma perde il proprio ruolo di primo motore dello psichismo umano, ora individuato nei principi stessi di regolazione dell’apparato psichico.
Da questo nuovo punto di vista, egli riformula anche il concetto di pulsione:

“Se ci poniamo dal punto di vista della pulsione possiamo assumere due atteggiamenti. Il primo è quello classico, vale a dire pulsione come momento dinamico dell’istinto; la seconda interpretazione è che la pulsione sia la spinta che si forma nel passaggio dell’energia dalla potenza all’atto, e che l’istinto è un derivato costante di questo passaggio quando esso assuma una forma plastica che può deformarsi ma si mantiene.
In un mammifero la forma assunta dalla riproduzione (sessuata) costringe l’istinto nella forma sessuale quindi si parla di pulsione sessuale.” 
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Egli parte dalla considerazione, classicamente costruttivittivistica, che per conoscere un oggetto é necessario agire su di esso. Ogni azione ha la sua forma; l’insieme delle procedure necessarie a costituire questa forma costituisce la dinamica di tale processo e questa dinamica si trasforma “man mano che mutano le procedure con le quali una novità é assimilata agli schemi antecedenti. 7
La forma, nella sua essenza, è omogenea al concetto di Immagine, ma richiede dei tramiti per agire e manifestarsi.
E’ qui che entrano in gioco due nuovi costrutti che Peluffo elabora per declinare questi concetti nelle esperienze di vita. Il primo é quello di tramite.
Il tramite, o mediatore, é una funzione psichica che consente l’accadere delle trasformazioni: ad esempio, in sogno avviene una materializzazione drammatizzata delle dinamiche interne: “Si potrebbe dire che un’ energia differenziata ma senza una forma stabile, si elabora fino ad assumerla.” 8
“L’attività di spinta della pulsione in sogno, viene espressa in vari modi, una figura tipica è: “vado per una strada in salita”. In termini psicoanalitici si potrebbe tradurre “io voglio oppure desidero qualche cosa”; “per stare bene mi serve…”, in modo più tecnico, “il mio es mi spinge verso…”.
In queste serie esemplificative il tramite è ciò che porta….
Sovente, durante la psicoanalisi (anche in micropsicoanalisi) ci si rende conto che l’automobile è un modo di esprimere la seduta o in generale l’analisi. L’analisi è il tramite e l’analista pure.
L’analista può essere il tramite, o il mediatore o il messaggero. Nei sogni a volte il tramite è antropomorfizzato, come del resto succede in molte religioni compresa quella cristiana specialmente nella interpretazione della Chiesa romana. Per la religione ebraica Mosé è un tramite, per quella musulmana è Maometto ed in entrambe è ben messo in evidenza il concetto di movimento: il viaggio. Tutti i profeti sono tramiti verso un’entità creatrice, che comprende tutto e che è una specie di Big-bang primitivo, prima del Bang, che viene definito Dio.
Ben difficilmente l’uomo rinuncia a cercare l’origine del movimento, e anche allo scienziato non basta constatarne l’esistenza e gli effetti, deve trovare l’ inizio, e poi comincia a pensare cosa c’era prima. Credo vada a cercare l’inizio dei processi di ripetizione e di coazione a ripetere: lo stato antecedente all’ipotetico Big-Bang.”
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L’energia psichica si converte in attività onirica attraverso la messa in scena drammatizzata di personaggi e situazioni adatti a catturare la sua potenza e metterla in atto dandole una forma che tende a stabilizzarsi e garantire un certo momentaneo equilibrio. Non dimentichiamo che lo scopo del sogno é quello di abbassare la tensione e nel raggiungere tale scopo, la funzione onirica crea alcuni personaggi che acquistano una certa autonomia perché sono in grado di raccogliere le informazioni consce e inconsce del sognatore e presentarle in una veste che li fa divenire i mediatori tra le esigenze inconsce e i vincoli della coscienza.

“Il personaggio materializza le sfaccettature dell’Immagine.
L’Immagine, per mezzo del Personaggio viene proiettata come una diapositiva e poi ritirata e poi ancora proiettata e le situazioni e le persone che ne diventano lo schermo e il corpo (gli attori) la antropomorfizzano, e come nel sogno la rendono conoscibile.
L’Immagine tende alla stasi, cioè alla linea, le sfaccettature dell’immagine costituiscono un insieme di punti che tendono a mantenere la stasi, cioè la forma, il Personaggio coglie questi momenti di stasi, ma non può mantenerli poiché raccoglie anche il movimento. Quindi il Personaggio è la sfaccettatura in movimento dell’Immagine che è relativamente statica. I profeti sono “Personaggio” ed esprimono l’eternita di Dio; le loro attività continuano anche da morti. D’altra parte non vedo la ragione per cui la dissoluzione del supporto biologico dovrebbe annullarne l’esistenza. La morte di Edipo non annulla il Personaggio Edipo che sarà continuamente interpretato (ma ignorato) da tutti gli altri viventi, nei secoli dei secoli.
Ecco perché Edipo non muore: è Personaggio. È una manifestazione dell’Immagine filogenetica, in cui per esempio sono contenute tutte le manifestazioni delle necessità dell’interazione riproduttiva tra i sessi e di rapporto con il Terzo… ” (Ibidem).

Vorrei terminare queste brevi riflessioni riprendendo un testo che Peluffo scrisse quando le sue condizioni di salute gli suscitavano segnali profondi circa l’arrivo di una grande trasformazione. L’elaborazione di tale situazione lo ha condotto a interrogarsi sui suoi, e nostri, gradi di libertà:

“In questi giorni sono tornato a casa dall’ Ospedale di Savona in cui ero stato ricoverato per delle difficoltà respiratorie causate da una polmonite interstiziale con un versamento pleurico. Mi hanno dimesso “in via di guarigione” e devo continuare le cure utilizzando una quantità di medicine. Sono felice di essere a casa e sto ricuperando un discreto equilibrio psicobiologico anche se ho una fastidiosa difficoltà di camminare aggravata dal fatto che il mio occhio sinistro, colpito da trombosi, mi limita moltissimo la funzione visiva. È un periodo in cui sogno molto. Il tema è quello del Ritorno; torno a casa, nella mia città dʼorigine, nella casa dei miei nonni e zii materni, incontro mia cugina (un sostituto materno) che si stupisce di vedermi ma è contenta. Sono il Viaggiatore che ha avuto successo e torna a casa, elegantemente vestito e con passo svelto, mentre in realtà mi muovo a fatica.
Unʼinterpretazione classica della morte, come ritorno nella casa materna cioè dentro alla madre. Ulisse torna da Penelope; la casa non è invasa dai Proci (i fratelli) che tuttavia si presenteranno in forma di cavalli bianchi nel sogno della notte seguente.
Un branco di cavalli bianchi scatenati sta per travolgermi, mi butto in un cespuglio, un cavallo cade vicino a me, gli tocco le labbra e lui mi ricambia lʼatto gentile con una lieve leccata. Abbiamo fatto amicizia : la Riconciliazione. Mi sono riconciliato con mia madre che mi aveva fatto lʼaffronto di dare alla luce un fratello-rivale. Ciò che ricordo di quellʼavvenimento è mia madre bianca, con una camicia da notte bianca, con lenzuola e cuscini bianchi e il fratellino bianco; unʼatmosfera bianca. Bianca come i cavalli. Mi riconcilio con mia madre e mi preparo a ritrovarla, cioè a morire.
Come tutti sanno, una delle funzioni del sogno è di essere un meccanismo di difesa e cioè di riequilibrare gli sbalzi di tensione. In questo senso lʼattività onirica entra a fare parte dei processi di guarigione e quindi il sogno è realtà “reale”, verità nella sua funzione di adempimento del desiderio che evidentemente è quello di poter tornare a casa, da Penelope-Madre, salvo, giovane e svelto, e soprattutto, senza rivali. È questo uno dei casi in cui verità e realtà psichica coincidono, anche se è una verità relativa poiché la spiegazione che fornisce la serie onirica esprime un punto di vista non condiviso dalla scienza.
Ecco, per esempio una teoria ontologica che ho ricavato da un mio sogno che mi porta a ricordare certe reminiscenze della prima infanzia. “Ho sognato il mio analista seduto sulla sua poltrona. A certe mie rimostranze si trasformava in un burattino di legno: Pinocchio dal naso lungo, al quale associo F. (l’analista) come l’avevo visto in una foto sul giornale”. Si potrebbe parlare di identificazione al pene paterno in erezione (il naso lungo), io però preferisco sfruttare il materiale come induttore di associazioni che portano alla luce ricordi e fantasie. Verso i due tre anni avevo una particolare predilezione per gli uccelli e in particolare le galline. Come gli uomini preistorici, avevo sviluppato un personaggio ibrido tra il bambino e l’uccello che mi aveva permesso di inventare una fantasia epistemologica del tenore seguente: “I morti vanno in cielo (informazione culturale) gli uccelli volano, quindi vanno in cielo. Io-uccello posso andare in cielo nel regno dei morti”. Anche i bambini venivano dal cielo, dal “prato delle oche”, dal Paradiso, quindi l’uccello era paragonabile all’onnipotenza del creatore.
Sarebbe veramente illuminante poter conoscere la posizione mentale degli individui del paleolitico e del neolitico rispetto agli ibridi. Erano personaggi costruiti per spostamento e condensazione. In natura non esistevano ma dal punto di vista psichico si; come per la dinamica del totem e tabù, la realtà poteva esistere nella conseguenza derivata dalle trasgressioni alle regole totemiche. Toccare un’entità tabù può causare la morte, anche solo guardarla; nella letteratura psicoanalitica vengono forniti parecchi esempi, specialmente da Jung. La stessa cosa può succedere a teatro durante una recita.
Un personaggio può attrarre o respingere uno spettatore per un particolare: un modo di gesticolare specifico per esempio che rievoca i movimenti di un oggetto familiare preconscio. La qualità del sentimento che quello spettatore investe sul personaggio sarà influenzata dal rapporto dello stesso con l’oggetto familiare e viceversa. Cioè l’introiezione della qualità del personaggio interpretato dall’attore potrà mutare il rapporto con l’oggetto originario. È un fenomeno simile a ciò che succede nel transfert durante una psicoanalisi.”

Il lavoro analitico offre, secondo Peluffo, la possibilità all’analizzato di introiettare nuovi personaggi che prendono vita nella relazione con l’analista e questi possono mutare il rapporto con l’oggetto originario, al cui interno sono depositati codici di elaborazione conflittuali. Non è una semplice introiezione di alcune qualità dell’analista, bensì una vera trasformazione che avviene grazie al transfert e innesca processi di catalizzazione capaci di creare, o ri-creare nuove forme interiori, nuovi Personaggi con i quali stabilire un dialogo meno intriso di sofferenza e meno vincolato dalla coazione a ripetere.
Questo mi pare un grande lascito che ci ha offerto il nostro maestro: la possibilità di dare una veste umana all’edificio psicoanalitico, spogliandolo di certe rigidità metapsicologiche, una certa freddezza cristallina che nel ribadire le leggi inesorabili che orientano il destino umano, si allontanava dalla vita vissuta.
Peluffo ci ricorda nei suoi ultimi scritti che la vita, l’analisi, le relazioni, sono un teatro intriso di emozioni, di conoscenza e di strade verso il cambiamento.

© Manuela Tartari

Note:

1 S. Fanti, Dizionario di psicoanalisi e micropsicoanalisi , Borla, Roma, 1984 
2 Riflessioni sul concetto di immagine, in: Bollettino dell’Istituto di Micropsicoanalisi n° 6, 1988 
3 La relazione psicobiologica madre-feto, Borla, Roma, 20 
4 Steli e santuari come palcoscenico delle manifestazioni dell’Immagine, in: Valcamonica Sympoium 
Psicoanalisi e psicologia della mente, in: Scienza e Psicoanalisi, Rivista Multimediale
ll concetto di tramite, in: Scienza e Psicoanalisi, Rivista Multimediale 
Psicoanalisi e psicologia della mente, in: Scienza e Psicoanalisi, Rivista Multimediale 
Il concetto di Tramite, in: Scienza e Psicoanalisi, Rivista Multimediale 
Il passaggio dalla rappresentazone di un oggetto al Personaggio, in:Scienza e Psicoanalisi, Rivista Multimediale 


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Notizie sull'Autore

Tartari Manuela

Psicoterapeuta, antropologa formatasi presso 'Ecole del Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, membro didatta dell'Istituto italiano di Micropsicoanalisi. Ha collaborato per anni alle ricerche e alla didattica delle cattedre di psicologia sociale e psicologia dinamica, quando Nicola Peluffo insegnava alla Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino. Da più di vent'anni ha ricoperto incarichi di consulenza e collaborazione presso alcune ASL piemontesi per la psicoterapia infantile e il lavoro in ambito evolutivo. Oggi è consulente tecnico del Giudice presso i Tribunali di Torino. Tra le diverse pubblicazioni si ricorda: "Metamorfosi del corpo", in: La terra e il fuoco, a cura della stessa autrice, ed. Meltemi, Roma 1996; "Dall'oggetto inconscio all'oggetto transizionale", in Quaderni di Psicoterapia Infantile, diretti da C. Brutti, Borla, Roma 1997; "Antropologia e metapsicologia. Un confronto freudiano tra efficacia simbolica e elaborazione primaria", in Etnosistemi, n° 7, anno VII, 2000; "L'immagine del corpo in adolescenza", in Bollettino dell'Istituto italiano di Micropsicoanalisi, n° 36, 2006: “Controtransfetr e stati deliranti”, in Tabù, delirio e alucinazione, ed. Alpes. Roma, 2010; “La creatività tra psicoanalisi e antropologia”, in Creatività e clinica, ed. Alpes. Roma, 2013.



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