Psicoanalisi Applicata Il linguagio nella psicoanalisi

Pubblicato il 28 ottobre 2013 | di

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Il linguaggio nella psicoanalisi: la cura con e delle parole

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La psicoanalisi, la talking cure, è  l’osservatorio privilegiato dei fenomeni linguistici che normalmente caratterizzano qualsiasi relazione umana. Il linguaggio è profondamente intriso di vita in uno scambio diretto e costante con l’esperienza sensibile, una sorta di sentimento atmosferico sfuggente ma allo stesso tempo influente nell’orientare la ricerca di una rappresentazione in cui si sovrappongono elementi di familiarità ed estraneità in un processo aperto tra interno ed esterno, tra conosciuto ed estraneo. La psicoterapia diventa un tentativo di rappresentare e costituire nel linguaggio, la complessità della nostra esperienza tra vissuti ordinari ed eventi inattesi, trasformando l’inquietudine e l’angoscia in fonti di creatività.

La psicoanalisi come bussola per i pazienti prigionieri del linguaggio

La talking cure mette in scena la possibilità di cambiamento, cura al di là delle spiegazioni dei conflitti psichici perché apre la possibilità a nuove azioni, anche se evidentemente  non è necessario il linguaggio per agire, ma allo stesso tempo è fondamentale ed evidente che gli esseri umani agiscono anche nel e con il linguaggio, la lingua è una miniera di possibilità ma anche di impedimenti fino alla malattia nel e del linguaggio.

Il filosofo Cimatti (2012), partendo da Breuer e Freud per arrivare a Wittgenstein, descrive  l’incomprensione linguistica come una mancanza di immaginazione; la nostra mente si ammala  quando si resta prigionieri del linguaggio, quando si dimentica che quello che si pensa è solo una possibilità tra molte altre, che un pensiero va considerato nello spazio e nel contesto e che non deve saturare la capacità di farsi domande, poiché ogni domanda corrisponde ad un metodo di ritrovamento. La malattia mentale diventa l’impossibilità di pensare e di agire; a questo proposito Wittgenstein, propone un esempio illuminante; egli considera l’intero linguaggio come una città sconosciuta di cui è misteriosa la toponomastica, in questo  modo ci si limita a vivere in uno spazio così ristretto ed angusto, da limitare ed impoverire la qualità della vita (Wittgenstein, 1976, pp. 47-48).  Immaginiamo che la città sia costruita come il linguaggio, che vi sia corrispondenza perfetta tra lo spazio urbano e il mondo dei segni, tra l’architettura metropolitana e la struttura del linguaggio. Una corrispondenza tra strade, palazzi e piazze da una parte ed elementi fonologici, sintattici e semantici dall’altra. Questo parallelo è suggerito da Wittgenstein Nelle osservazioni filosofiche (1976): “E quante case o strade ci vogliono perché una città cominci ad essere città? Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: un dedalo di stradine e piazze, di case vecchie e nuove e di case con parti aggiunte in tempi diversi”.
Serve allora una guida o una mappa, che insegnino a muoversi nella città, che mostrino nuovi percorsi e possibilità, una guida che non dovrebbe suggerire dove andare, ma piuttosto offrire le alternative, così come la talking cure dovrebbe avere come scopo primario quello di mostrare al paziente come muoversi  autonomamente in tutta la città-linguaggio.

In questa prospettiva, l’obiettivo della psicoanalisi non è solo scoprire il segreto nascosto nelle profondità della mente, o rendere conscio l’inconscio, ma anche insegnare al paziente ad orientarsi nell’ambiente in cui già vive, l’ordinario ed il linguaggio ordinario diventano così il  campo d’azione. La talking cure consiste nel riportare la persona sofferente alla ricchezza e alla complessità creativa del linguaggio e quindi alla possibilità di nuove soluzione e di cambiamento; pensare  come ha ben descritto Bion, è una delle attività umane più difficili, sgradite e pericolose. L’analista che mostra al paziente una via d’uscita, un modo alternativo di risolvere un problema, compie allo stesso tempo un’azione banale e straordinaria, perché niente è più difficile e frustrante della scoperta che non c’è proprio nulla da scoprire, che la soluzione era già presente ed evidente. Wittgenstein propone l’esempio di un uomo prigioniero in una stanza che non riesce ad aprire la porta perché la tira invece di spingerla verso l’esterno (Wittgenstein, 1977). La soluzione è banale ma finché l’uomo prigioniero nella stanza non la pensa, è impossibile da realizzare, la cura consiste proprio in questa doppia mossa: ordinaria nella soluzione reale e straordinaria per gli effetti che innesca (Cimatti, 2012).

Il punto centrale è valutare come nascono i pensieri, che non sono oggetti dati che abitano nella testa delle persone, sono proposizioni formate da parole, hanno a che fare con il linguaggio che per definizione è un’attività sociale e relazionale. Come scrive lo psicoanalista Ogden, paragonando il linguaggio alla musica si potrebbe dire che tra le parole del dialogo analitico, ci sono la rêverie del paziente e dell’analista che mettono in comune i loro linguaggi privati nel tentativo di costruire una lingua condivisa, pur nella disparità dei ruoli in quanto all’analista spetta il compito di curare e quindi di indicare al paziente nuove strade del linguaggio (Ogden, 1977).

Costruzione di una lingua comune tra paziente ed analista

L’analista e il paziente partendo dai loro linguaggi privati, condividono il compito di costruire una lingua comune pur avendo ruoli asimmetrici; l’analista aiuta il paziente a trovare nuove strade e questo può avvenire solo se i due protagonisti dell’incontro analitico, riescono a forgiare e a condividere un linguaggio comune.

Il linguaggio quindi non è semplicemente il mezzo di comunicazione ma assume la posizione del “terzo analitico” ossia il medium comunicativo e al contempo anche il mezzo attraverso cui l’esperienza prende vita.  La teorizzazione del “terzo analitico”, è dello psicoanalista Ogden che nei suoi scritti ha molto riflettuto sull’uso e la funzione del linguaggio.

Secondo Ogden, l’analista lotta con il linguaggio, all’interno della relazione analitica, nel tentativo di dire al paziente qualcosa che è fedele all’esperienza emotiva sia inconscia che conscia. La consapevolezza dei propri stati d’animo è mediata dalle parole, si conosce attraverso le parole, si pensa con le parole. “Fondamentale per un’esperienza analitica che abbia un buon esito è lo sviluppo dell’uso di un linguaggio adeguato al compito di comunicare a se stessi e agli altri qualcosa di quello che uno sente e pensa. Non esiste una forma ideale per il colloquio analitico, al contrario il modo in cui l’analista e l’analizzando parlano uno all’altro è qualcosa che devono inventare per se stessi” (Ogden, 2008, p. 32)

La psicoanalisi è fondata su un paradosso, è una teoria in continua evoluzione che si è sviluppata in circa un secolo, e allo stesso tempo, ogni analisi è unica ed irripetibile in quanto l’analista deve reinventare la psicoanalisi per ogni singolo paziente: “l’analista deve imparare da capo come essere analista con ogni nuovo paziente e in ogni nuova seduta” (Ogden, 2008, p. 7) pur mantenendo fermi e certi elementi quali gli scopi terapeuti, il ruolo, le responsabilità e i valori. Il compito costante dell’analista è quello di creare le condizioni nelle quali l’analizzando, con la partecipazione dell’analista, possa migliorare la sua capacità di sognare i suoi sogni non sognati ed interrotti (Ogden, 2008, p 7).

Il “terzo analitico” si fonda sulla costruzione di una lingua comune metaforica che veicola una vera esperienza emotiva. “Una persona si rivolge a uno psicoanalista perché si trova in uno stato di sofferenza emotiva che non è in grado di definire, inoltre non è in grado di sognare (cioè di fare lavoro psicologico inconscio) o è così disturbata da ciò che sta sognando che i sogni vengono interrotti. Fino a quando è incapace di sognare la sua esperienza emotiva, l’individuo non può cambiare, non può crescere, non può diventare qualcosa di diverso da ciò che è stato. Il paziente e l’analista si impegnano in un esperimento, nei confini della situazione analitica, che ha lo scopo di creare le condizioni nelle quali l’analizzando (con la partecipazione dell’analista) possa migliorare la sua capacità di sognare i suoi sogni non sognati e interrotti. I sogni sognati dal paziente e dall’analista sono contemporaneamente i loro sogni (rêverie) e quelli di un terzo soggetto che allo stesso tempo è il paziente e l’analista e nessuno dei due. Partecipando alla sua attività di sognare i sogni non sognati e interrotti, l’analista riesce a conoscere il paziente in un modo e a un livello di profondità che gli consente di dirgli qualcosa che è fedele all’esperienza emotiva, sia inconscia che conscia, che avviene nella relazione analitica in un momento dato. Ciò che l’analista dice può essere usato dal paziente per il lavoro psicologico conscio e inconscio, cioè per sognare la sua propria esperienza, così da potersi sognare più pienamente nell’esistenza” (Ogden, 2008, pp. 13-14). La responsabilità dell’analista, è nei confronti del benessere del paziente, piuttosto che nel mettere in atto le regole analitiche, fondamentale, ancora una volta è il linguaggio adatto al compito di comunicare, l’analisi è un impresa continua, un’invenzione unica.

La psicoanalisi a partire da Bion nell’ultimo quarto di secolo, ha iniziato a dare valore alla capacità dell’analista e del paziente di non sapere, di sostenere uno stato di non conoscenza; non sapere è una precondizione per essere in grado di immaginare, funzione indispensabile per poter pensare, giocare, sognare, modificare i dati di un problema e ogni tipo di attività creativa. E’ lungo e complesso il processo che porta un analista a maturare una tale flessibilità e modulazione del linguaggio: “Semplicemente parlare a un paziente, nella mia esperienza, normalmente implica “parlare semplicemente”, cioè parlare in modo semplice e chiaro, libero da cliché, gergo, e da toni di voce “terapeutici” o in atro modo “sapienti” (Ogden, 2009, p. 4).

Ogden  nella sua lunga e vasta esperienza di analista con pazienti incapaci di sognare  ad occhi chiusi ed aperti, ha osservato come spesso si sia ritrovato in conversazioni apparentemente non analitiche incentrate su i libri, i film, gli spettacoli, la politica e qualsiasi altro argomento che l’analizzando volesse introdurre. Questo parlare di argomenti diversi e lontani dall’analisi, in realtà si è rivelato una preziosa opportunità, una forma di sognare da svegli, un parlare come sognare: parlare come sognare appare superficialmente come non analitico, ma, secondo me, nelle analisi alle quali mi sto riferendo, esso rappresenta un risultato significativo, in quanto spesso è la prima forma di conversazione che ha luogo in queste analisi che viene sentita reale e viva dal paziente e da me” (Ogden, 2009, p. 10). Questa nuova esperienza, progressivamente nel tempo, apre nuove possibilità nella relazione analitica, conducendo il paziente ad acquisire la possibilità  di parlare al proposito del sognare, cioè di aprirsi al discorso autoriflessivo nel rapporto analitico e nella vita stessa. Questi pazienti sperimentano la loro aumentata capacità di sognare e di pensare e di parlare a proposito del loro sognare e di pensare e di parlare a proposito del loro sognare come un’esperienza di svegliarsi a sé stessi (…) Nella nostra scoperta del parlare-come-sognare, questi pazienti ed io stiamo riscopriamo il sognare e la libera associazione” (Ogden, 2009, p. 10).

Questo modo di procedere di Ogden, sembra un esempio ideale dell’atteggiamento analitico suggerito da Bion, ossia di incontrare ogni paziente in ogni nuova seduta come se fosse la prima volta, mettendo da parte quello che già si conosce liberandosi da quello che si è imparato dall’esperienza. “Solo allora (l’analista) può provare a liberarsi da ciò che pensava di sapere, in modo da essere recettivo a tutto ciò che non sa” (Bion, 1970)

Maria Grazia Antinori ©

Bibliografia

– W. R. Bion (1970), Attenzione ed interpretazione, Armando, Roma, 1973
– F. Cimatti “ Quanto fa 25×20?Per una logica del cambiamento psichico”. In  L’ordinarietà dell’inatteso. Atque, materiali filosofia e psicoterapia. Nuova serie, n. 10- anno 2012, Moretti&Vitali, pp. 41-62.
– S. Freud (1937), Costruzione in analisi, OSF(1989), vol. 11, Bollati Boringhieri, Torino.
– T. Ogden ,(2005), L’arte della  psicoanalisi. Sognare sogni non pensati, Raffaello Cortina editore, Milano, 2008.
– T. Ogden (2009) Riscoprire la psicoanalisi, Cis Editore, Milano, 2010. L.
– Wittgenstein (1976) Lezioni sui fondamenti della matematica, 1976, Boringhieri, Torino, 1982.


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Notizie sull'Autore

Antinori Maria Grazia

Psicologa, psicoterapeuta ad indirizzo psicodinamico e sistemico-relazionale, psicodiagnosta in ambito formativo, clinico e peritale.
Ha maturato una lunga esperienza nella psicoterapia individuale, di coppia e familiare.
E' responsabile del Centro di Psicologia, Psicoterapia e Psichiatria ARPIT s.a.s., sede di P.zza Armenia 9, Roma (San Giovanni).
E' docente nel corso psicodiagnosi e test del Centro formazione ARPIT s.a.s., insegna la psicodiagnosi con la somministrazione di test clinici e del Rorschach.
Cura supervisioni cliniche e testistiche.
Socia per diversi anni dello Spazio Psicoanalitico, e' stata relatrice in convegni su temi clinici.
Ha scritto numerosi articoli publicati su riviste specialistiche e di divulgazione, consultabili nella sezione Articoli del sito http://www.arpit.it"



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