Il cospicuo materiale clinico derivato dal lavoro di seduta, posto a confronto con i dati raccolti dalla ricerca biomedica grazie alle nuove conoscenze sulla vita prenatale, ha evidenziato relazioni tra esperienze e vissuti di gestazione e travaglio e condizioni di sofferenza esistenziale quali, ad esempio, i vissuti di esclusione. Il rinforzo nei primi anni di vita è rappresentato da vissuti correlati alla relazione edipica con i genitori o loro sostituti: la partecipazione diretta o indiretta al coito parentale, il coinvolgimento in episodi di seduzione, ecc.

Non sempre l’analisi di tale materiale (ontogenetico), il ritorno del rimosso e l’abreazione affettiva nei rivissuti transferali sono sufficienti a liquidare la sofferenza e, spesso il vissuto di esclusione si ripresenta assieme al ripetersi di situazioni esistenziali che “legittimano” il vissuto stesso e continuano a generare sentimenti di nullità, fallimento e angoscia.
Accanto ad essi il più delle volte si presenta un senso di colpa attanagliante con caratteristiche a-specifiche, nel senso che la persona, oltre un certo limite, può non essere neppure in grado di individuare un oggetto o una situazione nei confronti dei quali prova tale sentimento.
Il ricorso al lavoro sulla genealogia, formalizzato dalla micropsicoanalisi in qualità di supporto al lavoro associativo di seduta, consente talvolta la risoluzione di situazioni conflittuali sine materia. Mi riferisco, con questa espressione, a situazioni che non trovano un vincolamento nell’attuale, in qualcosa di riconoscibile, di cui si può parlare e di cui si può piangere.
Per chiarire quanto sopra esposto mi avvalgo di alcuni esempi tratti dall’esperienza clinica.

I. Una donna adulta, madre di una bambina in età di latenza, si è presentata alla mia osservazione con la richiesta di aiuto per affrontare la sofferenza ingenerata dalla relazione con il suo attuale marito. Si tratta di un uomo che, dalla descrizione e dai dati raccolti dalla donna, che riferisce anche i pareri dei sanitari pubblici, potrebbe presentare un disturbo paranoide di personalità.
Assieme al dolore la donna esprime un forte senso di colpa nei confronti della figlia, nata da un precedente matrimonio e anch’essa coinvolta nel rapporto patologico che la esponeva alle angherie di questo secondo partner della madre.
La signora è persona colta, che con grosso impegno e sacrifici, ha completato un corso di laurea con specializazione. Prima d’incontrare il signore in questione, aveva un lavoro di sua soddisfazione che le consentiva di mantenere decorosamente se stessa e la figlia.
In preda alla disperazione la signora si pone gli stessi quesiti di tante persone che non riescono a dare una spiegazione razionale del loro comportamento determinato dalla coazione a ripetere: rimettersi in una situazione invariabilmente dolorosa e umiliante a prezzo di angoscia intollerabile. Le frasi sono: “Come è potuta succedermi una cosa del genere? Come ho fatto a mettermi in una situazione così mortificante?”
L’incontro con l’attuale partner, infatti, aveva determinato in lei la decisione di seguirlo abbandonando lavoro e famiglia d’origine, nell’illusione di poter offrire a se stessa e a sua figlia un’esistenza migliore: pensava che avrebbe dato un padre alla bambina e che lei non avrebbe mai più sofferto di solitudine, ma soprattutto pensava di aver incontrato un uomo retto che non l’avrebbe abbandonata per unirsi con altre donne.
Quello del tradimento e dell’abbandono è, infatti un tema ricorrente nell’ontogenesi come nella filogenesi materna e paterna della donna: il primo marito, padre di sua figlia, aveva avuto relazioni e figli con altre donne prima e durante il matrimonio; il padre della signora aveva avuto 11 figli con diverse donne; altrettanto dicasi del nonno paterno che ne aveva avuti 23. Sul fronte dell’ascendenza materna le cose non erano andate diversamente; l’unico a differenziarsi era stato uno zio (fratello di sua madre) che aveva avuto una sola moglie ed una figlia femmina che aveva seguito la stessa professione della paziente. Questo zio materno e marito attuale portano lo stesso nome.
Il lavoro di seduta conduce la signora al riconoscimento del desiderio edipico soggiacente all’attuale scelta matrimoniale (sposare un uomo sostituto dello zio/sostituto paterno), ma soltanto il recupero del materiale filogenetico consente di mettere a fuoco che la manifestazione attuale della coazione alla ripetizione rappresenta il tentativo di elaborare eventi traumatici comuni a più generazioni. Sembrerebbe, cioè, che nell’agire della signora si esprima il desiderio di riparare alla perdita dell’uomo/padre di cui è stata privata lei stessa (nell’infanzia) e prima di lei le donne della ascendenza materna e paterna e poter, in questo modo, eliminare il mortificante vissuto di esclusione/perdita, in definitiva riconducibile all’edipo-castrazione. Tale riparazione avrebbe avuto anche la funzione di fornire uno status di legittimità a se stessa e alla figlia nella quale si identifica.
Il tentativo della donna s’inscriverebbe così, in quello più generale dei matrimoni e delle unioni sessuali che, oltre alla risoluzione dell’Edipo, cercherebbero di elaborare circostanze traumatiche iscritte nella filogenesi.
Questo concetto viene ulteriormente esplicitato attraverso il caso seguente.

II. Una giovane trascorse molte ore della sua analisi a parlare della sofferenza che le aveva procurato la mancata celebrazione della prima Comunione: giunta all’età in cui il rito viene comunemente celebrato, infatti, a differenza dei suoi fratelli maggiori, la bambina non aveva ricevuto l’Eucarestia con i relativi festeggiamenti, a causa di sopravvenuti cambiamenti in ambito familiare che avevano distolto l’interesse degli adulti dalle pratiche religiose. La circostanza aveva la portata di un evento traumatico in quanto fungeva da rinforzo di altre esperienze utero-infantili della stessa qualità ed alimentava un vissuto di esclusione che faceva sentire la ragazza estranea al suo nucleo familiare. Infatti, in questo modo, essa non aveva avuto accesso a quel rito che nel mondo cristiano rappresenta il sostituto simbolico del pasto totemico con il quale i popoli primitivi celebrarono l’uccisione del padre e la sua “resurrezione” attraverso l’incorporazione/identificazione. 1
La ragazza non si sentiva figlia della famiglia; per tutta la vita aveva intrapreso cammini completamente diversi da quelli percorsi dai suoi parenti, sia in ambito lavorativo che sentimentale, manifestando una spiccata tendenza all’indipendenza e all’autonomia. I successi non erano mancati, ma rimaneva un senso di frustrazione dato dall’affannosa rincorsa di un riconoscimento che non le veniva mai: non faceva mai abbastanza , oppure quello che faceva non era condiviso.
Il lavoro analitico sull’ontogenesi del soggetto permise l’uscita di molto materiale riguardante l’edipo/castrazione, ma non bastò ad eliminare il vissuto di illegittimità né tanto meno la coazione a ripetere che continuava a manifestarsi attraverso incontri con uomini che non consentivano lo spostamento e quindi una possibile realizzazione del desiderio edipico.
Quindi il lavoro sulla genealogia permise all’analizzata di mettere in relazione alcune importanti “scoperte” relative alle rispettive ascendenze materna e paterna: la nonna paterna che, sebbene avesse realizzato notevoli successi, era stata perennemente esclusa dalla famiglia e ne aveva “trasferito” il vissuto all’unico figlio nato prima che contraesse matrimonio. Costui, il padre dell’analizzata, era venuto a conoscenza del fatto solo in età adulta e aveva poi sposato una donna, madre dell’analizzata, nella cui famiglia persistevano alcune consuetudini feudali che traevano origine da una legislazione, in campo di disposizioni testamentarie, detta “fedecommesso”, 2 già contemplata nel diritto romano giustinianeo.
Solo colui che si fosse affermato socialmente e avesse svolto il ruolo di pater familias, aveva il diritto di contrarre matrimonio e tramandare il nome.
Pertanto il ramo materno dell’analizzata abbondava di figli illegittimi. La madre della ragazza non era tra questi e, a parte una generica attitudine rivendicativa, potrebbe essere considerata una “portatrice sana” del vissuto.
L’elaborazione del suddetto materiale, consentì all’analizzata di vincolare il vissuto di illegittimità/esclusione alla scoperta della sua insistenza nelle ascendenze materna e paterna e all’osservazione che gli incontri delle coppie possono essere guidati da “ attrattori” inconsci, sulla base di tracce di esperienze co-pulsionali qualitativamente simili. Lo scopo, anch’esso inconscio, è quello di abbassare la tensione e, in definitiva, la sofferenza.
Tuttavia si deve constatare, come illustrano i casi esposti, che non sempre tale operazione elimina la coazione a ripetere.
A tale proposito, N. Peluffo in uno scritto di alcuni anni or sono sosteneva che “…la coazione a ripetere si organizza per brevi periodi ….; che costituirebbero “…il limite di durata della spinta..”. 3
Più recentemente, (ottobre 2002) 4 ha affermato che le possibilità di cambiamento e quindi, in ultima analisi di eliminazione della coazione a ripetere, risiedono nell’intervento di nuovi eventi traumatici che inscrivendosi nel substrato energetico (es) costituiscono una variabile di destino.

© Bruna Marzi

Note:

1 S. Freud: L’uomo Mosè , Opere Vol 11 pagg. 406,409,448.
– Q. Zangrilli: I sette peccati capitali, www.psicoanalisi.it 
2 J.Heers, Il clan familiare nel medioevo, Liguori, Napoli 1976. 
3 N. Peluffo, Il ruolo dell’immagine filo-ontogenetica nella relazione transfert-controtransfert, Borla, Roma 1990. 
4 N. Peluffo L’esodo: aspetti psicoanalitici e micropsicoanalitici. Relazione presentata al Convegno di Fiuggi “Esodo: traumi e memorie”, ottobre 2002. Atti in corso di pubblicazione. 

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