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mac-winUtilizzo  il computer da oltre venti anni (il primo fu l’indimenticabile Commodore 64): ne faccio un utilizzo semi-professionale sfruttandone la potenza sia per l’editing tipografico che multimediale.
La mia professione non avrebbe nulla a che fare con l’informatica: sono medico e da oltre venticinque anni pratico la psicoanalisi; i miei strumenti di lavoro potrebbero essere semplicemente un foglio di carta ed una penna, e tali sono stati per un decennio.
Il fatto di avere in famiglia due grafici eidomatici portò inevitabilmente in casa mia una splendida creatura che rese più facile la mia giornata: un Mac classic con schermo B&W. Al suo fianco nei primi anni stazionò, non senza vergogna, rispetto al cigno bianco, un Olivetti 286 su cui girava il DOS (albori dell’umanità!): il brutto anatroccolo, purtroppo, non poté mai vivere la nemesi della fiaba e tale rimase.
A quelle macchine sono seguiti la trafila classica del maclover: LC II, LC III, Performa, Ibook, G4, G5.
Questa breve premessa per informare il lettore che conosco  sufficientemente bene i due sistemi operativi per poter fare, tra il serio ed il faceto, alcune considerazioni attingendo alle mie competenze professionali.
So bene che ultimamente la piattaforma Windows si avvale di un sistema operativo meno disperante del precedente, ma conosco altresì bene l’evidenza, che solo dai fanatici può essere negata, dell’assoluta stabilità del Mac con OsX rispetto alla crashfilia di Windows.
Lo psicoanalista è un animale un po’ strano: la sua attitudine a scomporre i dati del reale (analisi etimologicamente, come tutti sanno, significa scomposizione) lo porta ad interrogarsi su fenomeni che altri troverebbero banali o insignificanti.
Bene: mi sono sempre chiesto il perché un essere umano che potrebbe servirsi di una macchina affidabile, semplice da utilizzare, intuitiva, preferisca invece perdere il suo tempo dietro a crash di sistema, instabilità, problemi di installazione hardware, virus, etc.
Tralasciando la componente masochistica dello psichismo umano (tutti più o meno hanno sensi di colpa inconsci da espiare ed è un’ottima occasione di penitenza quel bel congelamento del video dopo aver passato due ore su photoshop!) io credo che la struttura mentale degli utilizzatori Mac sia diversa da quella dei proseliti Win.
La differenza è quella che passa tra l’animismo e l’acquisizione del pensiero ipotetico-deduttivo.
In un articolo ben più serio del presente dal titolo “Trauma, memoria e struttura cibernetica della mente” ricordavo: “Molti esperti in cibernetica usano affermare che “la mente umana è strutturata come un elaboratore”. Mi sembra un modo abbastanza singolare di procedere. Sarebbe probabilmente più giusto dire che l’uomo ha progettato in modo conscio, preconscio e inconscio gli elaboratori sulla base della struttura della sua mente. Sappiamo quanta parte svolga la proiezione nell’inventiva umana.”
E’ ovvio che questo discorso vale sia per la progettazione hardware che per quella software.
Per comprendere il perché un essere umano si ostini ad utilizzare un sistema faticoso, farraginoso, inaffidabile ed imprevedibile c’è una spiegazione semplice e molto comune in psicoanalisi: quella attività che razionalmente appare antieconomica e foriera di sofferenza, inconsciamente determina un piacere che non appare sul piano manifesto. Detto in parole povere il Windowsman gode in un modo che Voi umani che utilizzate Mac “…non potreste mai immaginarvi”.
Il piacere deriva da due componenti fondamentali: la tutela del proprio vissuto di onnipotenza e l’esercizio ripetitivo della cosiddetta “coazione a ripetere”. Non spaventatevi: non sono concetti più difficili di directory o loop o altre diavolerie che vi sono familiari. Vi spiego.
L’essere umano nasce intriso di onnipotenza: il bambino pensa che ogni avvenimento al mondo dipenda da lui: per dirla in termini semplici egli “si pone al centro dell’universo”. fragile come un fuscello nel cosmo infinito il bambino deve tutelare il suo vissuto che il mondo sia al massimo una propagine di se stesso. La faticosa, interminabile attività di settaggio, ottimizzazione, smanettamento che il windowsman quotidianamente compie per avere prestazioni che l’onesta macchina Mac autonomamente ci fornisce, tutela l’onnipotenza dell’utilizzatore, l’illusione che la macchina sia una sua creatura che può piegare, con arti magiche, al proprio volere.
Inoltre la coazione a ripetere è per definizione la necessità inconscia, irreprimibile, di rimettersi in una situazione invariabilmente dolorosa, anche se assurda ed umiliante.
Venne scoperta da Freud nell’osservazione di un particolare gioco di un bambino, nella fattispecie suo nipote Ernst, un gioco di avvicinamento e di allontanamento, di fort/da.
Il nipotino di Freud ripeteva spesso un gioco assolutamente comune da osservare per chiunque abbia un bambino piccolo in casa: gettava un rocchetto lontano da sè, cioè al di fuori del suo campo percettivo esclamando:”Fort!”, “Via!” e “Da”, “Qui”. In seguito il bambino, che tanto stupido non doveva essere essendo il nipote di Freud, legò un filo al rocchetto, automatizzando il gioco, buttandolo ripetutamente oltre il parapetto del suo lettino e attirandolo a sé ripetendo: “Fort!… Da!” La posta in gioco – ipotizza Freud – era il controllo dell’angoscia prodotta dalla perdita dell’oggetto (il rocchetto che simbolizza la madre). *
E’ questo il gioco che fa l’utente windows: veder scomparire con angoscia il suo lavoro, mettersi a sudare per tentare di rianimare il sistema, scaricare drivers, patch, cerottini, trick e chi più ne ha più ne metta, per tutelare l’illusione che il padrone della macchina sia lui. Ogni volta che lo rianima e che le finestre tornano come per incanto sullo schermo a sciogliere le gocce di sudore freddo che gli imperlano la fronte, gode profondamente della sua onnipotenza ritrovata.
Noi poveri utenti mac accettiamo l’idea di avere dei servitori fedeli, silenziosi, discreti, che non ci chiedono nulla ed eseguono autonomamente i compiti assegnati: sono altro da noi. Lo sappiamo bene quando ce li dimentichiamo in standby per una settimana e poi al primo colpo di tastiera si svegliano come se avessero appena preso quattro tazze di caffé bollente!
Scherzo? Faccio sul serio? Andrò ad interpellare un bravo psicoanalista e vi dirò…

Written by Quirino Zangrilli ©

Note:

“Questo era dunque il gioco completo (scrive Freud) – sparizione e riapparizione – del quale era dato assistere di norma solo al primo atto, ripetuto instancabilmente come gioco a sé stante, anche se il piacere maggiore era legato indubbiamente al secondo atto…il bambino si risarciva, per così dire, di questa rinuncia (la sparizione della madre n.d.r.) inscenando l’atto stesso dello scomparire e del riapparire avvalendosi degli oggetti che riusciva a raggiungere” (S. Freud, Al di là del principio di piacere, Opere, 1920) torna su!