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Fotocomposizione di Luca Zangrilli ©

Qualche mese fa rimasi notevolmente colpito dalla visione di un filmato televisivo che documentava l’enorme sforzo organizzativo, finanziario e di risorse umane compiuto per salvare decine di migliaia di pinguini minacciati dall’ennesima catastrofe ambientale causata dall’affondamento della petroliera di turno (prima o poi finiremo annegati nel petrolio!).
Migliaia di volontari ambientalisti spendevano le loro risorse umane, finanziarie e di tempo per salvare, lavorando fino allo stremo, questi simpatici uccelli marini.
E’ certamente pleonastico sottolineare che anche io, come tanti, amo gli animali: convivo, insieme alla mia famiglia, con due simpatici gatti, Elvis e Pepe, con cui ho un intenso rapporto affettivo.
Ed apprezzo profondamente gli sforzi disinteressati compiuti da quelle persone generose. Il fatto è che, in coda allo stesso telegiornale, quasi con distrazione, veniva proposto un filmato in cui si vedevano migliaia di bambini africani ammassati in un campo profughi morire lentamente di fame e di sete: lì nessuna presenza massiccia di volontari. A parte le organizzazioni internazionali con il loro staff e pochi volontari religiosi e civili, centinaia di migliaia, probabilmente milioni di bambini ed adulti della specie umana, vengono lasciati morire ogni anno nell’indifferenza degli altri individui della stessa specie.
Qualcosa non va, mi sono detto; ed ho cercato di capire.
Ho constatato che, per prima cosa, un requisito necessario per compiere un gesto d’amore è lo stabilirsi di un processo di identificazione (è difficile provare pietà e compassione per un blocco di granito che viene percosso fino alla distruzione giacché è ben difficile identificarsi con esso; e mentre la stragrande maggioranza di noi non soffre granché nell’uccidere un’ape o una zanzara che ci molestano, proveremmo delle grandi difficoltà ad uccidere un cane, un gatto, per non parlare di uno scimpanzé).
Mi è venuta allora in soccorso la lettura di un bellissimo articolo (che spero presto di poter rendere disponibile sul web per i navigatori di “Scienza e Psicoanalisi) di Nicola Peluffo dal titolo “Straniero o autoctono?”.
In quella sede il prof. Peluffo si poneva un interrogativo simile al mio chiedendosi “ per quale ragione un essere umano dovrebbe sentire fratello un delfino, al punto da non mangiare il tonno in scatola per timore che contenga carne di delfino, e nel contempo non occuparsi minimamente dei milioni di bambini umani che vengono quotidianamente sterminati tramite le pratiche abortive volontarie e le di cui carni non si conosce il destino?
Non certo perché il delfino è un mammifero; lo sono anche le mucche, i conigli, le pecore, etc.
E’ probabile che il delfino, fantasmaticamente, dovrei dire ONIRICAMENTE per molte persone sia meno estraneo, meno Straniero, del proprio bambino, che contiene una parte del proprio patrimonio genetico.
Con un’espressione triviale direi ”alla faccia” della biologia e della genetica, la psiche traccia strade paradossali che ci fanno chiudere la porta, non dico all’immigrato ma persino ad un parente fastidioso
”.
Peluffo suggerisce che i criteri di “fratellanza” e di “diversità” siano notevolmente influenzati dai processi di identificazione e di proiezione.
Solo questo può spiegare, aggiungo io, come un uomo di pelle chiara che vive nell’occidente industrializzato si identifichi più facilmente ad un pinguino che non ad un individuo della sua stessa specie, ma di pelle scura, che parla un’altra lingua.
Dobbiamo dunque trovare delle somiglianze significative tra quello che siamo, o che siamo stati, ed un pinguino. Se ci riflettiamo attentamente non dovremmo avere grosse difficoltà a constatare come ognuno di noi sia stato un pinguino: un goffo fagotto con arti appena accennati che vive in un ambiente acquatico (l’utero), sovente esposto a catastrofi ambientali (ben più frequenti di quanto si pensi! le gravidanze che vengono portate a termine sono la minoranza rispetto a quelle che vengono interrotte sia per cause naturali che traumatiche).
I traumatismi uterini lasciano una traccia ben precisa nella psiche in formazione. A tali aumenti di tensione il feto risponde con gli unici mezzi a sua disposizione: muovendosi cercando di allontanarsi dallo stimolo traumatico.
Nondimeno, il surplus tensionale che non sarà stato possibile smaltire con questa elementare attività di difesa (movimenti fetali) strutturerà delle tracce di memoria. Superata l’epopea uterina, il bambino progressivamente produrrà sogni sempre più strutturati e magari sognerà un pinguino in difficoltà, morente, che il protagonista onirico sta cercando di salvare.
Non c’è cosa più potente di un desiderio infantile non realizzato: una potenza tale da spingere un adulto a varcare l’oceano per portare soccorso ad un fratello di un’altra specie in difficoltà nel gelido mare dell’Antartide.

© Quirino Zangrilli

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