Psichiatria Il bimbo dalla melagrana

Pubblicato il 28 febbraio 2012 | di

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Il bimbo dalla melagrana

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(In ricordo del Maestro scomparso)

In uno scritto ancora inedito, Nicola Peluffo aveva avanzato alcune riflessioni sull’ambiguità dello scegliere e la natura del desiderio prendendo spunto dall’atto unico “All’uscita”, di Luigi Pirandello.
Pirandello immagina l’incontro di alcuni defunti sulla soglia del cimitero. Essi hanno abbandonato i loro corpi, ma, prima di scomparire del tutto, riflettono su quello che furono in vita e sul groviglio di sentimenti e di risposte ancora sospesi. E’ qualcosa che ancora li vincola: gli amori, i tradimenti, le parole sono tratteggiati da Pirandello nella loro effimera drammaticità, ma anche come indicatori di un caparbio attaccamento alla vita. Infine la scena si risolve rapidamente con la comparsa e la scomparsa del bimbo. Questi compie l’estremo gesto del desiderio: mangiare la melagrana. Quindi si dissolve.

Sandro Botticelli, Madonna della melagrana

Sandro Botticelli, Madonna della melagrana
1487, Galleria degli Uffizi, Firenze

Peluffo scrive:

“l’Apparenza, cioè la forma energetica del defunto, continua ad esistere oltre la soglia, vincolata all’energia del desiderio non soddisfatto, non esaurito.
L’entità, decaduta la sua strutturazione biologica, rimane psichica ma non immateriale.
L’Apparenza è materializzata dall’energia del desiderio non soddisfatto, continua ad esistere dove l’equilibrio non è verificato. Il passaggio dalla potenza all’atto non avviene e una parte dell’energia devia sull’Apparenza e la mantiene.
Mi rendo conto”, continua Peluffo, “che questo è un concetto limite, però è molto simile a quello freudiano di rimozione-fissazione. Il rimosso ritorna e sovente si manifesta come la comparsa in un’opera teatrale; è mescolato con gli altri, per un attimo attira l’attenzione, poi, per il pubblico, scompare.
L’ipotesi metafisica è che la traccia della forma continui al di là dell’Uscita, cioè dopo la morte fisica. Un’ipotesi consolatoria che però si può pensare anche in una prospettiva metapsicologica. Per me l’entità che esce dal cancello dell’Uscita è la traccia… (o un insieme di tracce), quello che Silvio Fanti definisce Immagine.
Tale insieme, come quantum energetico vincolato, non ha bisogno di incarnazione; se si incarna ha tuttavia necessità del supporto fisico.
Pirandello credo si ponga questo problema nell’Atto unico “All’uscita”, in cui sostiene che la realtà psichica dei personaggi si afferma, mentre i corpi morti deperiscono e diventano polvere.
Ciò che rimane sono le “Apparenze”, entità energetiche che rappresentano il defunto e sono tenute assieme dall’energia del desiderio non soddisfatto.
L’esempio più chiaro di questa ipotesi, ci è fornito dal un personaggio del “il Bimbo dalla Melagrana”…La rappresentazione dell’energia -Bimbo- varca di corsa l’Uscita, che è il confine tra il regno dei vivi e quello dei morti, ha una melagrana nelle mani, la vuole mangiare tutta…, ma, mangiati gli ultimi chicchi nel cavo della mano, il Bimbo svanisce nell’aria. Pirandello fa svanire il personaggio “Bimbo dalla Melagrana” nel momento in cui gli è mancato il supporto energetico del desiderio non soddisfatto.” (fine cit. Peluffo)
Il desiderio partecipa dello stato di natura dell’uomo, e ne è proprio parte costitutiva. Scrive Pirandello: “era quella melagrana il suo ultimo desiderio. Si teneva ad essa con tutt’e due le manine. Era tutto lì, in quei chicchi di rubino che non aveva potuto assaporare “.
Si può pensare qui alla forza tenace espressa dalle persone colpite da lutto inconsolabile, quando cercano rabbiosamente di contrapporsi al lavoro del tempo che, ineludibilmente, le allontanerà dall’immagine della persona perduta, come nel caso al quale accenno: il caso di C.
C. amava suo figlio di un amore fusionale, rinforzatosi nei lunghi anni della malattia del fanciullo. Durante quel tempo C. aveva finalmente allontanato il coniuge che l’aveva fatta tanto soffrire, concentrandosi nella vita con il figlio, fino alla morte di questi.
Qualche mese dopo, la povera madre fece dei colloqui durante i quali, di tanto in tanto, esprimeva la rabbia per i brevi momenti in cui si rendeva conto che il pensiero del figlio cominciava ad allontanarsi da lei; il desiderio del figlio la teneva legata ad una forma che non voleva perdere: la forma della “mater dolorosa”, più strutturante di quello che era stata prima, ovvero una donna persa nel vuoto. Per queste ragioni C. interruppe gli incontri.
Quando tornò era prevalentemente passiva: aveva accettato il vecchio partner e cercava di avere un altro bimbo, come le veniva consigliato da più parti. Il figlio come cura, un altro figlio per tentare di ristabilire la relazione fusionale, narcisistica come quella che non c’era più.
Tuttavia uno iato tra desiderio e paura del desiderio indicava l’ambiguità della scelta: la donna accettava di avere un altro figlio, “al posto di quello”, ma evitava i rapporti sessuali.
Invece di soffermarsi sugli aspetti dissociativi di questa posizione (“desidero un figlio, ma non voglio rapporti sessuali”), la coppia aveva iniziato le pratiche di fecondazione artificiale, senza trovare, peraltro, nessuno che cercasse di analizzare il problema.
Il desiderio di far rivivere il figlio morto agiva ambivalentemente nella ricerca di una maternità “artificiale”.
Non sappiamo se C. ha avuto questo nuovo figlio, pensato e cercato solo come un clone del primogenito. C’è da augurarsi di no per l’idea che, pur senza essere mai esistito, il bimbo era stato desiderato solo come traccia del morto: null’altro che i chicchi di melagrana della novella citata.
Ma nella relazione terapeutica interrotta era entrata, fugacemente, anche la sua immagine, legata, come in Pirandello, alla fugacità del desiderio.
Attraverso la melagrana, simbolo associato ai riti funebri come alla fertilità, Pirandello mette in risalto l’ambiguità del passaggio, della soglia tra la vita e la morte, tra speranza e disperazione.
In Buber la soglia è tra Io e Tu, in quella realtà esistenziale che determina il senso della vita: uno spazio vitale, senza il quale non c’è riconoscimento dell’altro, né relazione con l’altro. Buber stesso indica questa zona intermedia come uno stretto spartiacque in cui s’incontrano Io e Tu. E’ il luogo che i bimbi di C. potrebbero non trovare mai: che nascano o no, essi rischiano di rimanere fissati in quella situazione fusionale, senza mai accedere allo spartiacque della relazione con l’Altro, essenziale per la vita individuale.

© Gioia Marzi


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Notizie sull'Autore

Marzi Gioia

La Dott.ssa Gioia Marzi è nata a Roma il 30 maggio 1952.
Psichiatra e micropsicoanalista, dal 1980 lavora presso il Dipartimento di Salute Mentale di Frosinone e, dal 2005, è responsabile del Servizio per i Disturbi Alimentari e Psicopatologia di Genere. Docente presso il corso di Psicologia e infermieristica in Salute Mentale - Modulo: Psichiatria - Universita' La Sapienza - Roma. Ha una vasta esperienza di psichiatria forense in materia di violenze e abusi sulle donne e sui minori. Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche, collabora con la rivista Scienza e Psicoanalisi curando la rubrica di psichiatria dal 1999.
Esercita a Frosinone e a Roma dal 1985.



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