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Pubblicato il 19 maggio 2008 | di

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Dall’estro al mestruo: percorsi tortuosi della sessualità umana

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Estratto della relazione presentata al Congresso SIPSUM. Fiuggi, 17-18 aprile 2008.

Le vicende legate alla coloritura affettiva da e verso un oggetto, alla perdita reale o fantasmatica di un amore, al successo o al fallimento della vita sessuale riempiono le ore del nostro ascolto.
E anche ora che mi occupo di disturbi alimentari, patologie in cui l’eros è generalmente scotomizzato, bisogna sempre tener presente che, proprio al compimento del processo maturativo, l’inaccettabile identificazione con l’immagine femminile, spinge le pazienti verso condizioni di grave conflitto con perdita della fertilità e rischio per la sopravvivenza.
E’ merito di Freud quello di aver evidenziato come la sessualità sia onnipervasiva nelle diverse età della vita e determini, dal momento in cui si nasce a quando si muore, il nostro comportamento; Peluffo, Fanti e la scuola micropsicoanalitica hanno poi esteso l’inizio della vicenda anche alla vita prenatale.
I lavori di Freud risentirono dell’innovazione scientifica apportata dalle opere di Darwin che aveva aperto il cammino della ricerca moderna sia in campo biologico, che etologico e antropologico.
Darwin aveva dimostrato che la vita non è un fenomeno immutabile, ma che “gruppi” di organismi di una stessa specie si evolvono gradualmente nel tempo attraverso il processo di selezione naturale.
L’evoluzione si basa sulla selezione naturale che procede per tentativi; se il cambiamento applicato comporta un vantaggio, allora l’individuo che ne è portatore sopravvive (cioè viene selezionato positivamente) e lo trasmette alla sua discendenza; in caso contrario soccombe e il cambiamento non viene ereditato.
Su queste basi mi sono accinta a riflettere su alcune peculiarità cui è giunta la sessualità umana nel corso dell’evoluzione naturale della specie.
Rispetto agli altri animali, come Freud ha sottolineato, la sessualità umana nasce e muore con la vita.
Invece gli altri, (a parte qualche eccezione, dato che natura non facit saltus!) esercitano la sessualità solo in alcuni periodi dell’anno o una sola volta nella vita, che, in questi casi, si conclude con la riproduzione.
Per milioni di anni la vita unicellulare sulla terra aveva preferito la riproduzione a-sessuata, la scissione binaria, attraverso la quale una cellula diventa due cellule: una specie di immortalità dell’individuo o, se la si vuole vedere da un altro punto di vista, la fine certa dell’individuo per crearne due. Ma, con gli organismi più differenziati, si è differenziata anche la modalità riproduttiva sessuata che garantisce, in estrema sintesi, una maggiore capacità di adattamento alle condizioni ambientali.
In tutti gli animali la stagione riproduttiva è segnata dall’estro.
L’estro, detto anche “calore”, è il periodo durante il quale la femmina è feconda e disponibile all’accoppiamento; dal punto di vista biochimico, la femmina produce ferormoni di tipo sessuale, sostanze chimiche che, percepite attraverso l’olfatto da individui della stessa specie, attivano particolari reazioni di accoppiamento.
Il termine “estro” deriva dal greco antico: oistros .
Era il nome del tafano, la mosca cavallina, dal morso molto doloroso.
Il mito spiega che Giove aveva trasformato in vacca la ninfa Io per nasconderla dall’ira di Giunone, gelosa della relazione tra i due. Individuata la fedifraga, Giunone, per vendetta, la faceva pungere da un tafano (estro).
Nell’Apologia di Platone, Socrate si paragona a un estro (tafano) che non lascia poltrire la città di Atene.
Sono,questi, alcuni significati che lo stato di estro degli animali aveva ispirato ai nostri progenitori.
In zoologia l’estro è la manifestazione periodica dell’ovulazione, segno dell’avvenuta maturazione dei follicoli ovarici.
E’ lo stato fisiologico nel quale il desiderio sessuale è vivace e l’animale cerca gli individui di sesso opposto con i quali accoppiarsi.
Viene chiamato periodo estrale in contrapposizione al periodo an-estrale, durante il quale gli organi sessuali sono quiescenti e manca il comportamento appetitivo per il sesso.
Il ciclo estrale può presentarsi una sola volta nella vita degli animali (monoestro) o più volte (poliestro)
Il ciclo estrale è distinto in: anestro, proestro, estro, metaestro, anestro.
Anche negli animali poliestri si verificano dei periodi di anestro.
Nella specie umana, invece, i cicli sono continui, senza periodi di anestro, ed hanno una durata di 28 giorni (mestruo deriva dal latino mensis= mese).
La comparsa di questo passaggio evolutivo nella nostra specie ha interessato molti studiosi.
R. Ardrey, ne ’’L’ipotesi del cacciatore’’ cerca di analizzare i cambiamenti radicali che la perdita del ciclo estrale e la comparsa di un ciclo mestruale, cioè senza fasi di anestro, ha comportato per la femmina dell’homo sapiens. Il cambiamento (potremmo dire mutazione) riguarda certamente la femmina.
LemureFra i primati, i Lemuri, filogeneticamente più distanti dall’uomo, sono ritenuti un ponte di passaggio nella scala zoologica.
Il piccolo del lemure, nato con uno spiccato riflesso d’aggrappamento (il riflesso di Moro), resta saldamente attaccato al ventre della madre per circa tre mesi. Perciò la vita delle femmine, anche con la maternità, non subisce significativi cambiamenti rispetto a quella dei maschio. Solo per breve periodo il piccolo lemure è bisognoso di cure materne, ma in capo a 6 mesi è totalmente autonomo. L’autonomia della prole riduce le differenze sessuali in questa specie in cui maschi e femmine hanno le identiche probabilità di essere dominanti: è l’unico caso di uguaglianza dei sessi fra i primati.
Nelle scimmie più progredite non solo si assiste ad un aumento della massa cerebrale, ma anche ad una maggiore dipendenza della prole, di conseguenza, ad una maggiore immobilizzazione della scimmia madre e alla dipendenza di tutta l’organizzazione sociale intorno alla coppia madre-cucciolo, senza la quale nessuno dei due sopravviverebbe. Ciò procede di pari passo con la dominanza del maschio.
Il comportamento riproduttivo regolato dal ciclo estrale è garanzia di prolificità in quanto ogni accoppiamento nel periodo estrale ha un’altissima probabilità di portare all’ingravidamento.
Nell’uomo non è così.
Come tutti sanno, la nostra specie può avere rapporti sessuali senza avere figli; anzi desidera averne a prescindere dai figli.
Del resto, dobbiamo ritenere che, fino a tempi piuttosto recenti, non sia stata colta la relazione tra coito e gravidanza, come sostengono Drusini sulla scorta di studi antropologici e Graves, nelle sue riflessioni sui miti, e come del resto accade per popolazioni primitive contemporanee, come i Trobrianders e certi aborigeni australiani.
Ora sappiamo che il successo di una specie (la pulsione di conservazione della specie) è legata alla possibilità di lasciare una discendenza sana, in grado a sua volta di riprodursi.
Gli ominidi scesi dagli alberi, per una serie di mutazioni, si trovarono nella stazione eretta e con una modificazione dell’estro: deve essere comparso, cioè, l’individuo femmina privo di anestro.
Una femmina di questo tipo era svantaggiata; la quiescenza dell’anestro, infatti, funzionava da regolatore delle stagioni: la stagione della migrazione, quella della raccolta, quella della riproduzione ecc.. La perdita dell’anestro rappresentò la perdita di quel tipo di organizzazione.
A questo punto la specie si è trovata di fronte alla necessità di adattarsi alla nuova situazione.
Esposta a gravidanze continue, la femmina dell’homo sapiens si è trovata in una condizione di maggiore precarietà: problemi di gravidanza, puerperio, nascita di prole inadatta alla vita autonoma per lungo tempo, necessità di essere accudita.
Il periodo dell’estro, con la stagione degli amori, permetteva di attirare il maschio dominante e garantirsi una discendenza prolifica e tutelata, come accade nel comportamento prevalente in moltissime specie in cui si accoppiano e si riproducono solo i maschi dominanti, mentre gli altri sono destinati all’astinenza, o a rapporti omosessuali (giovani delfini), o a rapporti pedofili (trichechi), o con femmine non fertili (babbuini).
Con il mestruo, secondo Drusini, comparve una maggiore possibilità di incroci genetici per l’apertura a rapporti anche con maschi non dominanti.
La nuova femmina, infatti, si poteva accoppiare di continuo e senza che si fosse certi della sua fecondità: era così possibile l’attività sessuale anche di giovani o individui non dominanti, che precedentemente sarebbero stati estromessi.
Secondo Drusini qui nasce la necessità di un rapporto diverso all’interno dei due: la tendenza monogamica o, comunque, a legami affettivi sconosciuti in precedenza potevano essere funzionali a garantire la tutela della femmina e della prole.
Questo passaggio darà luogo al matrimonio: l’istituzione sociale derivante dal fatto che la riproduzione nella nostra specie è imperfetta e che, per tutelarla, è necessario proteggere la maternità.
L’etimo di matrimonio, infatti, indica il “mantenimento della madre”.
In questo senso il matrimonio potrebbe essere letto come un’istituzione a tutela della pulsione di conservazione della specie.
Si potrebbe osservare che, se la monogamia della nostra specie è altamente imperfetta, anche altre specie, ancora dotate di riproduzione estrale, sono monogami.
Ma, innanzitutto, dobbiamo ancora una volta darwinianamente considerare che natura non facit saltus: nel percorso evoluzionistico ci sono sempre dei ponti di passaggio e solo pochissime specie, fra le migliaia che si conoscono, sono monogame (falco pellegrino, il lupo, l’aquila, lo sciacallo, la rondine, il panda, l’albatros, il pinguino).
Ma c’è una specie che, pur avendo un ciclo estrale, ha comportamenti sessuali senza finalità riproduttiva: sono i bonobo, parola che in lingua bantu significa “antenato”.
Questi scimpanzè, strettissimi parenti della nostra specie 1 , hanno un’organizzazione sociale particolarmente pacifica, basata sulla conciliazione dei conflitti piuttosto che sulla dominazione: essi tendono a risolvere i momenti di tensione attraverso l’esercizio della sessualità all’interno del loro gruppo, quindi a prescindere dalle fasi di estro.
Le relazioni tra gli individui funzionano su un piano di uguaglianza e i conflitti sono gestiti in maniera essenzialmente non violenta: il sesso interviene in alternativa all’aggressività. All’interno del gruppo le pratiche sessuali possono avere l’obiettivo di piacere ad un altro membro o di ridurre le tensioni sociali come, ad esempio, nel caso di individui subordinati che possono usare gli atti sessuali per calmare quelli più forti ed aggressivi.
Il bonobo è una delle poche specie animale, assieme all’uomo, che pratica il sesso non esclusivamente a scopo riproduttivo: le attività sessuali osservate in queste scimmie, sia in cattività, sia nel loro ambiente naturale, sono molto varie e includono sesso orale, rapporti omosessuali e sesso eterosessuale al di fuori del periodo fertile delle femmine. La frequenza dei rapporti è eccezionale per il regno animale: superiore a quella di tutti gli altri primati. La femmina tuttavia, come per gli altri scimpanzè, mette al mondo solo un piccolo ogni 5 anni e la specie ha il maggior rischio di estinzione fra i primati.
Tornando alla sessualità umana, osserviamo che, oltre a questa attivazione circolare determinata dalla perdita dell’anestro, sono particolarmente presenti quelle variabili definite parafilie, che nelle altre specie sono eccezionali.
I rari casi di parafilia descritti nel mondo animale sembrano essere in relazione con l’impedimento di una sessualità coronata dal successo riproduttivo.
Come si accennava, troviamo un esempio nelle comunità di trichechi in cui maschi dominanti particolarmente feroci fanno ripiegare i giovani individui sulla pedofilia.
Oppure giovani delfini, senza femmine disponibili, possono tentare lo stupro o avere comportamenti omosessuali.
Oppure capre selvatiche in proestro si stimolano i genitali vicendevolmente (omosessualità preparatoria).
Malgrado l’evidenza di comportamenti omosessuali anche tra i bisonti, non si contano tra gli animali casi così numerosi come nella nostra specie, in cui, dal rapporto Kinsey del 1948,risultava che il 37% dei maschi aveva avuto rapporti omosessuali. Una cifra notevole, e in epoca diversa da quella attuale.
Torniamo quindi all’inizio del lavoro: la nostra specie si trova a gestire una modalità riproduttiva caratterizzata da:
– nascita di una prole talmente bisognosa di cure da essere ritenuta quasi prematura;
– persistenza di caratteri giovanili (addirittura embrionari: secondo Drusini, si dovrebbe parlare di una neotenia): testa grande, corpo glabro, pelle sottile, ossa fragili, denti piccoli sono tutte caratteristiche embrionali dei mammiferi.
– esposizione delle femmine alle complicanze ostetriche che, fino a non molti decenni or sono, falcidiavano la popolazione femminile in età fertile (come accade ancora in situazioni di sottosviluppo: ancora oggi in India 140.000 donne/anno muoiono di parto, secondo i dati Unicef 2008).
– lunga permanenza di una relazione di dipendenza del piccolo dalla madre e, per estensione, poi, dall’organizzazione sociale (famiglia o clan).
EvoluzioneQui entriamo nell’ambito delle caratteristiche dello sviluppo psicologico della nostra specie, dell’importanza che ha il prolungato rapporto con la madre nelle varie fasi: simbiotica, delle prime relazioni d’oggetto, delle relazioni attraverso la madre fino alla strutturazione della situazione edipica. Ma anche di quella fase intrauterina che la micropsicoanalisi ha chiamato “stadio iniziatico”, ampiamente illustrata in altri articoli comparsi su questa rivista e ai quali si rimanda.
Allo stato attuale delle nostre conoscenze sappiamo che il feto, durante la vita intrauterina esperisce le variazioni omeostatiche della madre; potremmo, peraltro, avanzare l’ipotesi che anche altri mammiferi esperiscano qualcosa di simile. Ma bisogna aggiungere che, nel caso dell’uomo, data la mancanza di anestro, l’attività sessuale continua per tutto il periodo della gestazione. Il feto, quindi, esperisce nel ventre materno, tra le altre cose, anche le variazioni omeostatiche legate all’attività sessuale della madre.
Come mai, si chiede Fanti, l’aggressività continua e gratuita è una caratteristica umana e non animale? L’Autore argomenta che l’uomo è in continua riattivazione edipica del desiderio/angoscia di uccidere/essere ucciso e che l’iniziazione della vicenda avviene già in utero.
Le contrazioni uterine sono un importante fattore di input fetale. Esse provocano l’arresto dei movimenti respiratori fetali e tendono a modificare il suo sonno; se si verifica una contrazione mentre il feto è in fase REM, è molto probabile che egli esca da questa fase.
Quando il muscolo delle pareti uterine si contrae, comprime i vasi sanguigni che lo attraversano giungendo fino alla placenta, facendo così diminuire l’afflusso di sangue e, quindi, di ossigeno: una variazione minima, ma, secondo alcuni studi, percepibile, se il feto interrompe i movimenti respiratori e secerne vari ormoni che mobilitano la reazione dell’organismo allo stress.
Quando si verifica la contrattura il feto è schiacciato, il cranio è compresso e, talvolta, la circonferenza toracica diminuisce di un terzo, cosa che il feto percepisce intensamente.
L’attività sessuale praticata durante la gestazione comporta il ripetersi di contrazioni della parete uterina con tutte le sequele sopra descritte.
Posso concludere che la persistenza del desiderio sessuale determinata dalla mancanza della quiescenza (anestro) comporta, nella nostra specie, una situazione assimilabile a quella dell’adolescente che, alla fine del processo maturativo, si trova a dover gestire una carica pulsionale dilagante, che tende ad impedire il momento dell’elaborazione e va ad alimentare agiti anche impulsivi. Non sempre la distensione è raggiungibile e, comunque, la prepotente persistenza della pulsione, determina, il feed-back negativo che alimenta la spinte aggressive. Quando poi la stessa pulsione riesce a veicolarsi in parte sui canali della sublimazione, alimenta le stupefacenti conquiste dell’uomo e la sua capacità di modificare l’ambiente in base alle sue necessità.

© Gioia Marzi

Note:

1 Secondo alcuni autori, la differenza tra il genoma di bonobo e quello umano sarebbe appena l’1,6% della sequenza. 

Bibliografia:

R. Ardrey R.:” The Hunting Hypothesis” (1976).
Continenza B.: Darwin, LE SCIENZE, collana “I grandi della scienza”, 1998
Drusini A.G.: Antropologia e antropometria aa. 2005-2006www.andreadrusini.it
Fanti S.: “L’inevitable aggresivitè” in Bollettino IIM n 7 , Tirrenia stampatori, Torino, 1988
Graves R.: I miti greci, Loganesi Milano 1979
Marenco D.: Psicoanalisi e ricerca sperimentale: l’interazione tra madre e feto. Brevi riflessioni. In Scienza e psicoanalisi, giugno 2003.
Nathanielsz P. W.: Un tempo per nascere (capp. 8, 11), Bollati Boringhieri, Torino, 1995.
Onorati C.: Darwin e l’EVO-DEVO, in Scienza e psicoanalis, dic. 2006.
Peluffo N.: Micropsicoanalisi dei processi di trasformazione, Book Store Torino, 1976.
Zangrilli Q.: La guerra uterina. Le ipotesi della micropsicoanalisi trovano conferma nella biologia evoluzionista. In Scienza e psicoanalisi, gennaio 2007.
Zangrilli Q.: Vita fetale e destino psicobiologico. In Scienza e psicoanalisi, dic. 2000


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Notizie sull'Autore

Marzi Gioia

La Dott.ssa Gioia Marzi è nata a Roma il 30 maggio 1952.
Psichiatra e micropsicoanalista, dal 1980 lavora presso il Dipartimento di Salute Mentale di Frosinone e, dal 2005, è responsabile del Servizio per i Disturbi Alimentari e Psicopatologia di Genere. Docente presso il corso di Psicologia e infermieristica in Salute Mentale - Modulo: Psichiatria - Universita' La Sapienza - Roma. Ha una vasta esperienza di psichiatria forense in materia di violenze e abusi sulle donne e sui minori. Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche, collabora con la rivista Scienza e Psicoanalisi curando la rubrica di psichiatria dal 1999.
Esercita a Frosinone e a Roma dal 1985.



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