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Strutturazione precoce dello psichismo

 

La seconda parte di quest’articolo è terminata con l’affermazione che esistono vissuti fetali di benessere la cui espressione configura momenti appaganti che hanno un’azione di equilibrio. Avevo allora promesso un esempio. Eccolo qui.

Si tratta di una donna sofferente di depressione da anni, segnata da una considerevole sindrome d’inibizione psicomotoria: conduce una vita sofferta e noiosa dalla quale non riesce a uscire; ha velleità di cambiamenti che non mette mai in pratica. L’analisi svela che ha avuto un’infanzia che assomiglia a quella di Cosette nel libro “I miserabili”di Victor Hugo. È nata in una famiglia povera poco prima che scoppiasse una guerra nel suo paese. Suo padre fu mandato al fronte, poi fatto prigioniero per molti anni. A causa di queste circostanze, la famiglia cadde in miseria. Sua madre fu obbligata a lavorare lontano da casa dall’alba alla sera, lasciando sola la bambina; più tardi, anche la ragazzina fu costretta a dei lavori troppo pesanti per lei, a volte senza mangiare tutto il giorno.

Nel corso dell’analisi, la donna fece un sogno diverso dai soliti incubi che la costringevano a svegliarsi piena di angoscia. In questo sogno volava come un’aquila, o un aliante, in una nebbia umida e temperata, con una sensazione di grande benessere. Il giorno dopo, sul divano, ha rivissuto l’emozione di librarsi con la percezione di un simile benessere. Nelle associazioni che sono seguite e che hanno elaborato questo vissuto, sono confluite rappresentazioni che abbiamo potuto collegare alla vita intra-uterina.

Poco tempo dopo, l’analizzata ha provato un primo effetto positivo dell’analisi nella sua vita quotidiana: ha iniziato un’attività creativa; ha cominciato a costruire oggetti di design che avevano tutti la caratteristica di essere “aerei”, cioè di avere qualcosa di leggero, al punto da sembrare sospesi nell’aria, come un’aquila in volo. Mentre creava, provava un senso di benessere mai provato prima, eccetto durante il sogno e la seduta di cui ho accennato. In altre parole, dava corpo a vissuti fetali di benessere di quel tempo in cui sua madre conduceva una vita abbastanza felice prima della guerra.

Finora ho descritto vissuti fetali la cui origine appare legata a fatti ontogenetici, cioè a eventi avvenuti durante il periodo intra-uterino. Tuttavia, nel corso di certe analisi, dobbiamo affrontare alcune manifestazioni dell’inconscio (sintomi, comportamenti, sogni o fantasie) che non si spiegano con i vissuti ontogenetici del soggetto, anche fetali. Allora, studiando l’albero genealogico, insieme con altri documenti, si scopre di tanto in tanto che eventi successi nella storia familiare dell’analizzato, possono spiegare queste espressioni dell’inconscio. In altre parole, un vissuto ancestrale rimosso si è trasmesso al soggetto, vissuto che si è riattivato a un certo momento della sua storia personale.

Per rendere valida una tale scoperta dobbiamo ovviamente metterla in relazione con altri elementi di provenienza remota, in particolare con anelli associativi significanti, che si chiudono su contenuti che evocano chiaramente un elemento della vita ancestrale.

Saranno anche questi elementi associativi a indicarci in quale momento dell’ontogenesi la memoria ancestrale si è riattivata. Nella letteratura classica, diversi autori, come Abraham e Török 1 o Anne Schützenberger 2 , collegano la riattivazione di eventi ancestrali a cause post-natali. Ora, il materiale raccolto durante le sedute lunghe ci permette di collegare tale riattivazione di una memoria ancestrale anche al periodo fetale.

Lo spiegherò attraverso un esempio.

Si tratta di una donna venuta in analisi per una sindrome di abbandono.

Questa persona, che ha dei tratti borderline, provoca delle liti tremende con il suo coniuge, che è un uomo affascinante, che ama fare giochi di seduzione con le donne che gli girano attorno. La moglie lo aggredisce spesso finché lui, esasperato, dice che non ne può più e che vuole separarsi. Solo a questo punto del drammatico gioco, la donna si fa dolce, chiede perdono e si riconciliano. Alla fine, però, il coniuge se n’è veramente andato chiedendo realmente la separazione. Lei cade allora in una profonda depressione e comincia l’analisi.

Nel corso del lavoro analitico, si scopre che, prima che lei nascesse, sua madre rimase incinta un paio di volte ma queste gravidanze si interruppero con aborti spontanei. Aborti vissuti in maniera tragica, perché la coppia desiderava molto un figlio. Quando la madre restò incinta dell’analizzata, ebbe nuovamente una preoccupante minaccia di aborto spontaneo. La donna fu allora costretta a trascorrere il resto della gravidanza a letto.

Diversi elementi del materiale analitico ci hanno permesso di evidenziare che la minaccia d’aborto, e soprattutto l’angoscia materna di perdere un altro figlio, si è memorizzata nell’inconscio del feto, sotto forma di un vissuto di espulsione e di rigetto. Tuttavia, la presa di coscienza del vissuto fetale lascia l’analizzata insoddisfatta e, infatti, niente si modifica in lei: non si risolve sia lo stato depressivo, sia il vissuto doloroso di abbandono.

Proseguiamo l’investigazione analitica. Studiando la sua genealogia, l’analizzata fa una scoperta che la lascia esterrefatta: Il ramo materno della sua famiglia è di origine ebraica! La sorpresa è totale, perché anche sua madre non ne era a conoscenza! Ecco la storia di questo ramo della famiglia: I suoi antenati furono espulsi dalla Spagna alla fine del Quattrocento. Questo esilio fu sicuramente un trauma inscritto nel profondo dell’inconscio, che si è trasmesso, ripetendosi di generazione in generazione. In effetti, la storia famigliare è segnata da un numero anomalo di fughe ed emigrazioni difficili. Un secolo prima, i suoi ascendenti si convertirono al cristianesimo e tennero nascosta ai figli l’origine ebraica. Tuttavia questa conversione e il non-detto che l’ha accompagnata non ha impedito al trauma filogenetico di continuare a trasmettersi. Nell’analizzata, il trauma si è espresso sotto forma di sindrome di abbandono e dei litigi che mettevano in scena l’espulsione. È certamente stata la minaccia di interruzione della gravidanza – e l’angoscia che la madre ha provato a causa di questo rischio d’aborto spontaneo – ad avere riattivato in lei feto la traccia inconscia dell’esilio. In effetti, non abbiamo scoperto nessun evento postnatale sufficiente a spiegare la gravità della sintomatologia.

Insomma, quando la donna sospettava un tradimento del marito, il vissuto attuale provocava un’eco nella memoria inconscia riattivando il vissuto ancestrale traumatico. Si potrebbe dire che un evento del presente metteva in risonanza un trauma avvenuto nel passato. L’elaborazione di questa risonanza durante il lavoro analitico ha prodotto una diminuzione notevole della sofferenza di questa persona.

Con la nozione di risonanza, abbiamo tutti gli ingredienti necessari per concepire come si creano le basi dello psichismo, tra vissuti ancestrali ed esperienze fetali. Il lavoro in sedute lunghe ci indica che lo psichismo comincia a comporsi sulla base d’esperienze vissute negli ultimi mesi della vita intra-uterina. Nondimeno questo solleva delle domande: perché il feto memorizza certi eventi e non altri?  Perché egli conferisce a questi eventi un certo colore affettivo e li memorizza in modo soggettivo? Com’è possibile che, con un apparato mentale rudimentale e incompiuto possa trasformare dei segnali sensoriali in veri vissuti?

Il nostro strumento d’investigazione non ci permette di dare risposte definitive a queste domande. Tuttavia, il materiale di seduta consente di dare un elemento di risposta: certe esperienze del feto sono memorizzate perché riecheggiano con esperienze simili avvenute nella storia famigliare del soggetto. In altre parole, c’è un fenomeno di risonanza tra presente e passato, e sarebbe questa risonanza a far sì che l’essere in sviluppo memorizzi una determinata cosa. Questo elemento diventa così un vissuto, che avrà un effetto psichico destrutturante e fonte di ripetizioni dolorose se è traumatico, o strutturante se si rivela permeato di benessere. Così la risonanza tra filogenesi ed esperienze fetali serve anche ad alimentare un serbatoio inconscio d’esperienze che formeranno le basi di un inconscio equilibrato e fonte di creatività.

In conclusione, nel corso delle sedute lunghe possiamo ritracciare vissuti fetali memorizzati nell’inconscio. Andare così a fondo nella storia del soggetto non serve solo a chiarire le prime tappe della costituzione dello psichismo. Mettere in luce queste esperienze intra-uterine ha soprattutto un’utilità pratica. Quando si libera l’energia legata a vissuti intra-uterini traumatici, il loro peso diminuisce e certi stati d’angoscia o di depressione possono migliorare. Spesso si liberano allora dei vissuti fetali di benessere e una nuova dinamica psichica s’instaura, che ha buone possibilità di portare a una vita più equilibrata e soddisfacente.

© Daniel Lysek

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Note:

1 – Abraham N., Töröck M., L’écorce et le noyau, Paris, Flammarion, 1978. torna su!

2 – RSchützenberger A.,La sindrome degli antenati, Di Renzo Editore, Roma, 2004. torna su!

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