Il vero trauma non è l’evento, ma l’evento senza l’Altro

 (J. Lacan)

Nesso fra relazioni oggettuali, Rimozione e sviluppo psichico 

Spesso durante la valutazione clinica riscontriamo che una funzione psichica non si è potuta formare in maniera adeguata. Lo ravvisiamo in modo piuttosto evidente nelle casistiche di pazienti che portano in sé un nucleo di narcisismo gravemente ferito, a partire dal quale possono manifestarsi diverse reazioni in termini di strutturazione della personalità o di un disturbo [1].

Secondo la teoria sappiamo che le funzioni psichiche si possono strutturare efficacemente tramite l’esperienza di buone – rappresentazioni di – relazioni oggettuali interiorizzate (Fairbairn, 1940, 1944). Il senso, la coesione e l’esperienza positiva del Sé, la forza dell’Io, la capacità di simbolizzare, la pensabilità e le difese psichiche mature, si costituiscono tramite quella relazione particolare di intesa dapprima con la madre rêverie (Bion 1962), e più in generale con i caregivers (Bowlby, 1969, 1979); ciò avviene tramite uno scambio continuo di introiezioni, proiezioni ed identificazioni proiettive, le quali inoltre, se hanno successo, proteggono da una fondamentale debolezza dell’Io (Kernberg 1967, 1975). Più precisamente, infatti, occorre che la relazione oggettuale e le modalità di comunicazione che la contraddistingue – attingano – al linguaggio simbolico e ai parametri che lo caratterizzano: possibilità di usufruire mentalmente dell’assenza dell’oggetto, riconoscimento dell’oggetto totale, elaborazione del lutto (…) superamento della posizione depressiva con l’innesco delle funzioni riparative e creative, accesso alla metafora, abbandono dell’identificazione proiettiva come modalità dominante di comunicazione. (Racalbuto, p.25)

Rappresentiamoci la vita psichica come un canale che si ramifica mano a mano che si costruisce. A livello difensivo possiamo dire che la Rimozione, a partire da quella originaria (Freud, 1915), attrae nell’inconscio un affetto o una rappresentazione nel momento in cui essi producono un eccesso pulsionale difficilmente tollerabile: in questo modo, riprendendo la nostra metafora, viene impedito lo strabordo del canale in  ramificazioni malsane e tortuose. Il termine Rimozione originaria (Urverdrängung) viene utilizzato da Freud per spiegare il primo processo di Rimozione che permette di allucinare l’oggetto nel momento in cui esso, mancando, provoca una forte frustrazione. La Rimozione originaria è fondamentale per la vita psichica poiché permette la nascita del pensiero rappresentativo e di quel nucleo di inconscio irriducibile: ricordiamo con Freud che solo ciò che è rimosso può essere rappresentabile. Nel neonato, infatti, opera la Rimozione su ogni esperienza somato-sensoriale troppo carica di pulsione che creerebbe angoscia o addirittura minaccia di disintegrazione psichica rimanendo un dato grezzo, in bilico tra il pre-rappresentativo e il pensiero. Pensiamo agli elementi Beta (Bion, 1962), in un apparato mentale ancora immaturo: la rêverie è il succo gastrico dell’inconscio come stomaco, e la Rimozione il processo digestivo.

Nell’adulto vengono rimossi avvenimenti e aspetti della vita che, altrimenti, tormenterebbero la quotidianità in modo assillante: la precarietà della vita ne è il chiaro esempio. Se non potessimo rimuovere la consapevolezza della morte a cui tutti protendiamo, vivremmo in una costante angoscia estesa [2]. Grazie alla Rimozione invece, potendo dissuaderci dal contenuto, si costituisce in noi una rappresentazione della morte intrisa di emozioni, ma in quantità tollerabile. Quando tuttavia la Rimozione è costretta a fallire, nei casi in cui la vita ci porta di fronte agli inesorabili meccanismi della natura come la morte di un caro, ecco che si fa esperienza del ritorno del rimosso che inonda e stordisce.

Per la Rimozione, la quale rende inaccessibile e contemporaneamente conserva qualche cosa di psichico, non vi è in realtà analogia migliore del destino subìto da Pompei, che è stata sepolta ed è ritornata alla luce a opera della vanga. (Freud, 1906, p. 489)

Rimozione massiccia: un deficit di surplus

In campo psicoanalitico sappiamo bene che il ritorno del rimosso può essere un fenomeno di enorme portata psichica ed energetica. Difatti, se la Rimozione avviene in maniera massiccia e poco elaborativa, al momento del ritorno del materiale rimosso troveremo manifestazioni di intensa attivazione psicosomatica, avvertita negativamente e pesantemente. Stiamo pensando dunque ad un caso in cui la funzione di Rimozione è presente ma, per certi aspetti, procede nel suo sotterramento psichico in maniera qualitativamente inadeguata, potremmo dire grezza.

Possiamo rileggere Sartre in questo senso, poiché molti dei casi dei pazienti giovani o giovanissimi si presentano in seduta con un vissuto interiore simile:

Pensavo vagamente di sopprimermi, per annientare almeno una di queste esistenze superflue. Ma la mia stessa morte sarebbe stata di troppo. Di troppo il mio cadavere, il mio sangue su quei ciottoli, tra quelle piante, in fondo a quel giardino sorridente. E la carne corrosa sarebbe stata di troppo nella terra che l’avrebbe ricevuta, e le mie ossa, infine, ripulite, scorticate, nette e pulite come denti, sarebbero state anch’esse di troppo: io ero di troppo per l’eternità. La parola Assurdità nasce ora sotto la mia penna; poco fa, al giardino, non l’avevo trovata, ma nemmeno la cercavo, non ne avevo bisogno: pensavo senza parole, sulle cose, con le cose. L’assurdità non era un’idea nella mia testa, né un soffio di voce, ma quel lungo serpente morto che avevo ai piedi, quel serpente di legno. Serpente o radice o artiglio d’avvoltoio, poco importa. E senza nulla formulare nettamente capivo che avevo trovato la chiave dell’Esistenza, la chiave delle mie Nausee, della mia vita stessa. Difatti, tutto ciò che ho potuto afferrare in seguito si riporta a questa assurdità fondamentale. Assurdità: ancora una parola; mi dibatto contro le parole; laggiù nel giardino, la toccavo, la cosa. Ma qui vorrei fissare il carattere assoluto di quest’assurdità.  (Sartre, 1938, pp. 126-127)

Ecco l’esistenza stessa avvertita come presenza ingombrante della Cosa [3] (intesa con Lacan, 1959-1960). Il soggetto si trova ad essere centrifugato in qualcosa di aberrante, portato all’estremo dal gomitolo di significanti che egli prova a dipanare cercando di farli aderire alle cose attorno: la tendenza a riempire un vuoto con il senso è un fatto notoriamente umano. Ma come ci ricorda la teoria lacaniana [4], il senso scivola proprio perché il significante si appoggia fugacemente come un’ape ora a questo ora a quel significato; esso sfugge, lasciando il soggetto in balia dell’assurdo mentre tenta di irretire la realtà e gli eventi attraverso le parole, come in questo caso in modo ossessivo.

Pensavo vagamente di sopprimermi, e ancora io ero di troppo per l’eternità: questa sensazione parossistica di inondazione muta e sballata si collega all’infinito e conduce al pensiero del suicidio. Essa è dunque prodotta dal paradossale difetto di senso, originato dal surplus della traballante, instabile mobilità dei significanti, e non dalla loro mancanza. La morte è un limite cercato, ponderato, per mettere una regolazione a questo ritorno di materia pesantemente rimossa.

Il ritorno massivo del rimosso svuota anche quei significanti che compongono e costituiscono l’identità stessa della persona, il suo senso di Sé: per riportare la questione dalla narrativa filosofica di Sartre al contesto quotidiano, pensiamo ai casi di suicidio per crisi economica [5]. Non pretendiamo di proporre una causa ultima, quanto di rileggere il quadro considerando la già citata funzione di Rimozione: un uomo ben agiato, lavoratore, padre di famiglia, si ritrova disoccupato e conseguentemente spodestato dal suo ruolo di pilastro familiare e dalla sua identità di lavoratore autonomo; perde il senso di potere e di possibilità legato ai soldi. Povertà e tracollo socio-economico erano possibilità note nella sua mente, e tuttavia rimosse; al sicuro e lontani dalla coscienza, esse erano considerate come fatti lungi dal realizzarsi. Ritrovandosi disoccupato, la catena significante lavoratore-padre-potente-autonomo-ruolo-stima-… che lo percorreva non lo rappresenta più. Galleggia nella coscienza, enorme e pesante come un galeone, la rappresentazione e l’affetto collegato alla disoccupazione. Come poter elaborare un gigante del genere, in una condizione di fragilità estrema del senso di Sé? Quali parole fanno presa in una situazione psichica interna così scivolosa ed incerta?

Fallimento di Rimozione Originaria: un deficit di assenza

Consideriamo ora un altro caso, in cui il meccanismo di Rimozione originaria [6] non si mette in moto per differenti motivi, tra i quali la costituzione psichica soggettiva, un’incapacità da parte degli oggetti primari di fungere da “contenitore paraeccitatorio” (Winnicott, 1965) e rêverie (Bion, 1962). Specificamente si fa riferimento a relazioni deficitarie con le figure primarie che non sono state in grado di fungere da barriera protettiva e di assumere la loro funzione difensiva per proteggere il soggetto dall’angoscia (Winnicott, 1965). La mia teoria è che il materno possa (non) fungere da paraeccitatorio anche soltanto in alcuni aspetti della vita del bambino: certe esperienze verranno allora elaborate e rimosse, altre no; queste ultime torneranno a “disturbare” attivate anche solo dal cambio di stagione, dal clima, dalla luce, dai colori, dai suoni, in pratica da tutte quelle sensazioni psicosomatiche grezze, o proto-pensieri con Anzieu, ma anche relazioni affettive regressive, che hanno potente capacità rievocativa.

È possibile allora, riprendendo la nostra metafora del canale psichico che si ramifica, che si sviluppino delle violente deviazioni che spezzano il canale psichico in alcuni punti: fuoriuscite dal percorso psichico, sacche in cui la pulsione stagna, va in tilt; dei veri e propri buchi mentali in cui il Sé non tiene più e non c’è pensabilità, ma soltanto un intenso affetto: di angoscia, paura, sensazione di morte psichica. Se vogliamo una sorta di fuoriuscita di Reale, di “presentazione” della Cosa (Lacan, 1959-1960):

Gli elementi Beta (…) se non trasformati da una funzione alfa, da una rêverie materna, da una attività psichica di risposta all’enigmaticità del dato sensoriale, possono reiterarsi sotto forma di “presentazioni” e non di “rappresentazioni”. (Racalbuto, p.12)

Questi sono luoghi mentali in cui la simbolizzazione e la rappresentazione non sono possibili, in cui il Reale non filtrato dalla Rimozione sortisce il suo effetto mortifero, schiacciando il soggetto. In questi buchi in cui manca contenimento e pensabilità, il soggetto si ritrova impreparato quanto un bambino neonato: ecco allora la sensazione – sia psichica che fisica – di essere lasciati cadere dalla vita a qualche cosa di imprecisato e per questo inconoscibile e terribile, dove il senso manca. I soggetti che soffrono di queste cadute, si sentono come regredire momentaneamente alla condizione di Hilflosigkeit (Freud, 1925): ma il grido disperato della sofferenza e del bisogno fatica ad essere accolto, spesso anche perché impossibile da esprimere tramite le parole, che di fronte al Reale sono carenti della loro potenza simbolica e rappresentazionale.

Se stiamo immaginando un paziente che oscilla tra il buon funzionamento e il disastro psichico, la cui funzione di Rimozione (e quindi rappresentativa) è carente, immagineremo anche che la sua alternativa arcaica difensiva nei momenti di difficoltà possa essere la scissione e/o il diniego. I buchi psichici in cui il soggetto cade sono momentanei, poiché la pulsione circolando entra ed esce periodicamente in base agli investimenti libidici che sta operando in quel momento della vita. [7]

La pulsione permane in questi infossamenti più o meno a lungo: il dolore è così intenso per il paziente che, una volta uscito, la scissione opera dividendo “il soggetto dell’esperienza dell’impensabile” e “il soggetto che è tornato alla vita psichica abituale”, come se quella parte non esistesse o fosse a sé. Da qui anche, se vogliamo, l’alternanza di periodi connotati da una coloritura più maniacale piuttosto che depressiva. Alternativamente, il disinvestimento libidico cristallizza il paziente in un ritiro autistico, a volte letale, che lo allontana e lo protegge dagli oggetti interni ed esterni, ma lo prosciuga dal didentro.

La lunga permanenza in queste derive psichiche, la continua ricaduta, potrebbero condurre ad un’esasperazione che spesso si traduce in ideazione o atto suicidario: un atto consapevole, muto, esausto, in cui non c’è parola e non c’è la presenza di un Altro, nonostante l’Altro possa esistere fisicamente; un gesto compiuto in un mondo che si svuota e che cambia la sua significazione, come scrive Recalcati (2014):

Si tratta dell’esperienza originaria di una perdita di aiuto, del sentirsi lasciati cadere, senza sostegno, abbandonati dall’Altro. In italiano questo termine viene tradotto canonicamente con i termini di “inermità”, “derelizione” o “impotenza”. Nel Seminario X Lacan propone di tradurlo con l’espressione più lirica e più efficace “abbandono assoluto”.  (Recalcati, 2014, p.)

Questo particolare sentimento di isolamento con “il vuoto sotto ai piedi, un nulla in un niente” [8], caratterizza un vissuto di solitudine particolarissimo che risulta difficilmente comprensibile anche per l’analista: ciò è dovuto al carattere pre-simbolico di questa esperienza. La solitudine esperita va al di là della consapevolezza logica dell’avere o meno altre persone vicine: ha piuttosto a che fare con la dimensione ontologica dell’esistenza stessa, una solitudine “cosmica”.

Discussione e (in)conclusioni:

L’abbandono assoluto e il ruolo del professionista nella presa in carico

Date le premesse sulle funzioni psichiche di Rimozione e rappresentabilità, riteniamo utile capire dal punto di vista della tecnica in che modalità debba porsi l’analista o il terapeuta quando il paziente si trova stritolato dalle proprie defaillance del pensiero.

Racalbuto (2009), parlando del difetto originario, spiega: Io credo che sia capitale per l’analista seguire il movimento psichico del paziente, accettando – per esempio – una defaillance del proprio abituale pensiero allo scopo di rintracciare nel paziente, per analogia di funzionamento psichico, delle inscrizioni mnestiche particolari in quanto tracce mnestiche non rappresentabili: non-rappresentazioni. (…) nello starci a realizzare una sorta di ritmo condiviso, una specie di accordo consonante dettato dall’unico linguaggio che il paziente è in grado di condividere: concetto di unisono (at-one-ment) di Bion. Tale accordo, secondo me, è l’unico possibile après-coup trasformativo di una esperienza, probabilmente fallimentare, dove ciò che è mancato è proprio l’armonia (…), l’intesa con il proprio oggetto primario.  (Racalbuto, 2009, p. 27)

Un’armonia, dunque, fatta di silenzi e di poche “parole-cibo” [9] che trasformano in  après-coup i vissuti che fino a quel momento erano assolutizzati, rigidi, muti, impossibilitanti, e creavano un tracollo o un ingorgo pulsionale di cui la parola può dire ben poco.

Quando il livello di funzionamento del paziente sarà migliore, l’analisi permetterà allora di produrre un racconto che, con l’ascolto e il rimando dell’analista, potrà essere “digerito”; dunque proprio la narrazione, il discorso o il silenzio associativo sulla propria storia farà da collante per i pensieri e le funzioni psichiche.

Un altro approccio che si diversifica da quello psicoanalitico “puro”, lo troviamo sul versante psicoterapico psicodinamico. Interessante come Gabbard (2015) si avvalga della psicologia del Sé (Kohut 1971, Wolf 1988) per considerare le carenze psichiche come conseguenti ai fallimenti delle figure primarie; propone addirittura che

il ruolo del clinico prevede un continuo impegno empatico, più che una comprensione interpretativa, con l’obbiettivo di fornire un’esperienza di oggetto-Sé che risulti terapeutica attraverso una forma di esperienza emozionale correttiva con il terapeuta.(Gabbard, 2015, p.52)

È però importante ricordare con Kohut (1971) che le modalità di azione terapeutica che prevedono anche una frustrazione ottimale dei bisogni del paziente, garantendogli allo stesso tempo un’esperienza di comprensione empatica nel setting. Autori come Bacal (1985) sottolineano con vigore “una sensibile capacità di risposta” o, nei termini di Lindon (1994), una disponibilità ottimale dell’analista. Ci viene proposta una tecnica che ben si può adattare alle casistiche di cui si è parlato poc’anzi: pazienti in cui riscontriamo a tratti un buon funzionamento, e allo stesso tempo una particolare debolezza del senso di Sè e dell’Io a partire, come si è visto, dall’ipotesi di una Rimozione deficitaria che intralcia il potenziale di pensabilità. Possiamo allora riassumere efficacemente questo approccio terapeutico con Wallerstein (1986) “espressivo quanto puoi e supportivo quanto devi”.

La stampella psichica di cui ha bisogno il paziente che deficita della capacità di Rimozione, passa anche attraverso una funzione di riconoscimento da parte dell’analista, che lo fa letteralmente esistere. Il riconoscimento tuttavia non è un processo semplice, e si articola sui tre piani Simbolico, Reale e Immaginario; esso non passa solo, ad esempio, dal significante restituito, dall’analista presente, incarnato, o dall’immagine rispecchiata: è insieme tutti e tre passando per ognuno dei tre. Addirittura talvolta lo vediamo esercitarsi in un clima pre-verbale, in cui si permette al paziente di essere presente, vivo, contenuto, in un contesto in cui il significante è possibile ma non immediatamente necessario/obbligatorio; aggiungerei, in un processo analitico in cui sulla testa del paziente non pende l’erronea domanda inconscia dell’analista: di essere diverso da come è, o più precisamente di essere sano, guarito, funzionante; imprenditore di sé, produttivo e consumista, direbbe Focault.

Il processo psicoanalitico lo dobbiamo allora intendere come un “apparato per pensare i pensieri”, grazie al quale poter rievocare, rivivere, sentire alcune esperienze primarie e non solo pensarle. Dapprima semplicemente attraversandole, e poi cercando di significarle e ordinarle attraverso processi secondari di pensiero. In questo modo si offre una relazione che funge in particolari momenti da strumento per dare

forma e intelligibilità affettiva ai pensieri. Non è (ancora) il senso dei perché, dei come e dei quando, non è il senso delle connessioni fra causa ed effetto; è in senso “originario” dell’esperienza, non sempre perciò connessa alla parola, ma da altre categorie di vissuti, come quelle legate ai toni, ai ritmi, alle cadenze sensoriali, alle caratteristiche emotive” (Racalbuto, 2009, p.22)

Come ulteriore spunto, che però non verrà in questa sede esaurito, è interessante notare come in generale abbiamo parlato dei vari processi e avvenimenti psichici (come ad esempio ritorno nel Reale, minaccia  al senso di Sé, disfunzione di Rimozione) senza necessariamente rimandare alla struttura psicotica. Questo si rifa al nostro più generale modo di intendere la questione, che ci porta a sollecitare la messa in discussione della visione strutturale tripartita classica e ad aprire le porte ad un concetto di struttura maggiormente “mobile”, la cui flessibilità è data proprio dalle funzioni psichiche: esse possono essere carenti a vari livelli, oppure funzionali/disfunzionali soltanto se applicate a determinati contesti. Per questo motivo è preferibile non parlare di funzione assente o presente in modalità binaria “0 – 1” [10], né di strutture out-out (ad esempio: dove c’è nevrosi non c’è psicosi, Nome-del-Padre sì o Nome-del-Padre no). Come ci rimanda la decennale esperienza clinica di Tilli (2001), anche nel caso di struttura psicotica qualcosa può tornare a funzionare venendo recuperato in analisi, sebbene siamo ben coscienti che una struttura del genere rimarrà, nella maggior parte dei casi, prevalentemente in quelle modalità di funzionamento a livello generale [11].

 

 Abstract

Nella valutazione clinica del paziente, nell’ottica psicodinamica, è senz’altro doveroso e importante rintracciare le abitudini difensive del soggetto. Essere coscienti delle sue difese, infatti, aiuta ad addentrarsi al di là della categoria diagnostica, fino alla franca strutturazione psichica.
Una particolare importanza riveste la funzione di Rimozione; spesso sia nella teoria che nella pratica essa è stata concepita come tipicamente utilizzata dal paziente nevrotico/normale, senza possibilità di estensione a strutture come psicotico o  borderline. Tuttavia l’utilizzo di una difesa così fondamentale potrebbe non essere così esclusiva di certi pazienti, come per molto tempo abbiamo pensato.
Riveste particolare importanza per il clinico saper individuare e valutare il “nuovo disagio” contemporaneo, certamente differente dai secoli passati e reso più complesso dalla crescente interazione dell’uomo con i sistemi tecnologici, la caduta degli ideali economici, in questa evanescente modernità liquida. Proprio in questo alcuni punti fermi nella teoria psicoanalitica aiutano a mantenere una linea guida: essi vanno però ritrattati e sempre messi sotto una luce di positiva critica. La teoria della Rimozione è indicata come “il pilastro su cui poggia l’edificio della psicoanalisi” (Freud, 1914, p. 389). La Scala (2009) ci ricorda che per procedere verso un avanzamento teorico-clinico saldo, dobbiamo contare su delle “invarianti” del pensiero psicoanalitico proprio a partire da Freud. Uno di questi capisaldi è la teoria della Rimozione ed i suoi successivi arricchimenti teorici: “una sorta di sedimento imprescindibile da cui muoversi per nuove esplorazioni teorico-cliniche” (La Scala, p. 6) [12]. Nel nostro tempo sociale differenti scenari di deriva psichica si possono presentare proprio a partire dall’eccesso, o dalla carenza, della funzione di Rimozione.  La dissertazione s’appoggerà  su un’indagine mobile e malleabile di tipo dinamico, che mira alla comprensione di quei fenomeni di disagio psichico grave e dalle difese usate per contrastarli, a partire dai processi che li compongono nonché dalle loro interazioni.

Mariapaola Tomasoni ©

Note:

[1] Trovo un accordo in Racalbuto quando parla di difetto della pensabilità (p.24): “Ciò che resta fuori dall’area della rappresentabilità (…) va a costruire una mancanza di contenuto, una mancanza di senso all’interno dell’esperienza psichica: l’esperienza clinica delle aree psichiche narcisistiche molto disturbate ce lo insegna. torna su!

[2] Anche se ricordiamo come riporta Otto Fenichel (1978) “È molto dubbio che esista una paura naturale della morte. Ogni paura di morire copre altre idee inconsce: spinte libidiche o ansie di castrazione”. torna su!

[3] Io credo che il “ritorno nel Reale” di cui parla Lacan si possa manifestare non soltanto tramite la forclusione, ma anche, in quota diversa, tramite processi massicci di Rimozione. torna su!

[4] In particolare nell’opera “L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud” (1957), in Scritti, vol. 1. torna su!

[5] Mi permetto di portare questo esempio a partire da un dato importante: dal 2012, sono in totale 937 in Italia i casi di suicidi per motivazioni socio-economiche registrati dall’Osservatorio “Suicidi per motivazioni economiche” della Link Campus University. torna su!

[6] Notare come Mangini (pp. 48-49-50) parli della Rimozione Originaria come ad una possibilità di dimenticare che permette la rappresentazione, oltre che come elemento che favorisce la costituzione (o ricostituzione) di un processo psichico, e l’instaurarsi (o l’ampliamento) di uno spazio psichico. torna su!

[7] Più semplicemente possiamo ricordare che la mente è dinamica, e che una carenza non è un interruttore “on-off” sul funzionamento globale. Questo comporta regressioni, scivolamenti, cambi di struttura e aggiustamenti continui. torna su!

[8] Citazione di una paziente. torna su!

[9] Qui rimando ancora una volta a Racalbuto (2009), quando parla di analista-rêverie nel suo caso con Petra (p. 31): “Credo che questo atteggiamento corrisponda, usando ancora solo per analogia il modello madre-bambino, alla rêverie di cui parla Bion (…) Si può allora affermare che Petra dipendeva dall’analista per utilizzare la sua potenziale capacità di pensare, così come il bambino – dice Bion – dipende dalla madre per mettere in atto la funzione alfa.” torna su!

[10] Mi riferisco ad alcuni punti della teoria Lacaniana sulla funzione del Nome-Del-Padre, una funzione che c’è o non c’è, determinando la struttura del soggetto. torna su!

[11] Per un approfondimento si veda Tilli, S., (2001) Al di là del principio di guarire. Riflessioni sulla cura, la psicoanalisi, la formazione analitica, ETS editore. CAP. torna su!

[12] E aggiungerei “senza cedere alle lusinghe di sbarazzarsi degli aspetti incresciosi della scoperta dell’inconscio e del suo funzionamento” (Di Chiara, p. 19), come in tempi odierni è di ricorrente abitudine. torna su!

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