“Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame”. Questa celebre frase è tratta dalla fiaba dei fratelli Grimm, Biancaneve 1. Nel racconto, la regina, che è anche la matrigna di Biancaneve, aveva uno specchio magico, e ogni mattina vi si specchiava, e gli chiedeva: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” E lo specchio rispondeva: “Del tuo regno, regina, la più bella sei tu”. E ciò la soddisfaceva, perché sapeva che lo specchio non mentiva. Quando Biancaneve divenne adolescente, però, lo specchio rispose che la giovane principessa era la più bella. Il seguito è conosciuto da tutti: la cattiva regina diventò gialla e verde dall’invidia e cercò di uccidere Biancaneve con tutti i mezzi. Non bisogna dirne di più, la fiaba è conosciuta da tutti.

Questo dialogo, l’ho scelto perché mi pare possa illustrare bene il rapporto dell’essere umano con l’intelligenza artificiale. Mi spiego. Sembra importantissimo riflettere su questo rapporto tra noi e le macchine intelligenti, perché fanno ormai parte di quasi tutti gli aspetti della nostra vita. Per esempio, quando seguiamo le indicazioni del navigatore, o quando utilizziamo uno smartphone, o quando si lavora al computer con l’aiuto di Google o ancora quando si fa un acquisto on  line.

Questo racconto è interessante perché, oggi, i fratelli Grimm direbbero certamente che lo specchio è dotato d’intelligenza artificiale. Di fatto, è capace di conoscere una persona a distanza, sa riconoscere i visi, sa chi è più bello di un altro ed è dotato di sintesi vocale. Sa che finché Biancaneve è una bambina non è una rivale per la sua matrigna. Quando Biancaneve è divenuta adolescente, lo specchio l’ha ritenuta molto più bella e l’ha detto all’orgogliosissima regina, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Il racconto è anche interessante dal punto di vista analitico, perché fa vedere certe passioni umane. Illustra il narcisismo (chi è la più bella?) e la rivalità edipica mortifera (la regina cerca di eliminare la rivale). Anche Biancaneve è dominata dal narcisismo (si lascia sedurre dai regali della regina travestita). Entrambe le protagoniste sono quindi dominate dalle loro pulsioni. Non svilupperò questi aspetti, chi ne fosse interessato può riferirsi alla pertinente analisi che Bettelheim  ne ha fatto 2. Invece mi pare possibile utilizzare questa fiaba come metafora del nostro rapporto con l’intelligenza artificiale e, in particolare, dei nostri punti deboli nei confronti delle macchine intelligenti che hanno invaso il nostro mondo. Perciò mi permetterei di cambiare un po’ il testo del racconto. Invece della domanda narcisistica della fiaba, metterei la seguente asserzione: “Specchio, specchio delle mie brame, dimmi se mi ami”. Perché porre una tale domanda affettiva? La ragione è semplice: come lo specchio magico della fiaba, i robot sono intelligenti ma sprovvisti di affettività. C’è quindi una discrepanza, o addirittura un divario, tra noi e la macchina intelligente. In effetti, non siamo solo degli esseri intelligenti, siamo anche (o soprattutto?) degli esseri affettivi. Il nostro psichismo è sempre alla ricerca di segni di emozioni, di sentimenti e di diverse espressioni affettive. Siamo predisposti per decodificare le nostre manifestazioni affettive e quelle delle persone con cui interagiamo.

Direi che l’affettività è il perno centrale della mente. Ora, le macchine intelligenti con le quali interagiamo tutti giorni non hanno nessuno psichismo. Non hanno affetti. Il nostro rapporto con una macchina intelligente è quindi sempre asimmetrico. Tendiamo a investire affettivamente sulla macchina (basti pensare a chi s’arrabbia contro il proprio computer!), però il nostro investimento affettivo cade nel vuoto.

Vediamo perché il fatto di avere una psiche piena di affettività è uno svantaggio nei confronti dell’intelligenza artificiale. Appoggiarci su algoritmi per il nostro piacere o risolvere delle difficoltà – per esempio andando su Facebook, passando del tempo in videogiochi on line, consultando google o il navigatore della macchina – rappresenta un’inversione a 180 gradi del rapporto dell’uomo con la macchina. In effetti, l’essere umano ha sempre utilizzato le macchine come usa gli animali: per compensare la sua debolezza muscolare. Ordinava alla macchina di eseguire certi compiti al suo posto. L’uomo pensava, la macchina eseguiva. Il rapporto con i robot è all’opposto. È la macchina che pensa ed è l’uomo che esegue! È così che, in certe cliniche americane, sono gli algoritmi a decidere se fare o meno un intervento chirurgico: la macchina mette in bilancio il costo dell’intervento con le probabilità di riuscita. In questi casi non è più il chirurgo a decidere chi opererà!

Ecco un altro esempio, che illustra anche il rapporto affettivo che l’uomo stabilisce con la macchina intelligente. E’ stata realizzata un’inchiesta in un magazzino di Amazon gestito da un super computer d’intelligenza artificiale dotato di sintesi vocale. C’è un solo dipendente, intendo un solo essere umano, in questo magazzino. Il computer gli dice cosa deve fare. Questo povero impiegato è dunque sottomesso a una macchina. Infatti, è la macchina che fa eseguire le sue volontà all’uomo. Cosa ha risposto questo dipendente all’intervistatore? Che la macchina gli fa compagnia e che con lei non si sente solo!

Quando siamo quasi tutto il tempo guidati da macchine d’intelligenza artificiale, che ci aiutano certo, però che pensano al nostro posto, che ne è della nostra identità, dei nostri valori, del nostro inconscio? Ci avviciniamo al transumanesimo?

Il transumanesimo è un movimento culturale e intellettuale che difende l’utilizzo delle scienze e tecniche per aumentare le capacità mentali e fisiche dell’essere umano. Max More lo definisce come: “una classe di filosofie che cercano di guidarci verso una condizione postumana”, cioè, come dicono Aubrey de Grey e Larry Page, verso “il miglioramento della condizione umana attraverso tecnologie di miglioramento della vita, come l’eliminazione dell’invecchiamento e il potenziamento delle capacità intellettuali, fisiche o fisiologiche dell’uomo” 3. I transumanisti pensano che l’essere transumano si realizzerà attraverso la connessione del nostro cervello con macchine intelligenti. In altre parole, si tratta, secondo il filosofo Jean-Michel Besnier , di creare un cyborg 4, cioè la combinazione di un organismo biologico con dei dispositivi cibernetici autoregolati.

E questo non è fantascienza. Tutti noi, già oggi, interagiamo con macchine intelligenti. Anzi siamo in parte sottomessi a queste. Per esempio, quando siamo alla guida di una vettura in una zona sconosciuta, non possiamo più fare a meno di seguire le indicazioni del navigatore. Lo consideriamo quindi più intelligente di noi, almeno in questo campo. Lavorando al computer utilizziamo Google tutti giorni. In altre parole, ci affidiamo ad algoritmi d’intelligenza artificiale. Vanno anche menzionati i videogiochi o l’uso sfrenato dello smartphone. Chi è dipendente da un videogioco o dal suo smartphone ha perso la sua libertà nei confronti di una macchina! Per di più, non è da sottovalutare il fatto che non siamo sempre consapevoli di questa sottomissione all’intelligenza artificiale.

Si dice che, entro più o meno 50 anni, i robot saranno più intelligenti dell’essere umano. Quest’affermazione potrebbe sembrare assurda. Eppure! Ricordiamoci la sorpresa quando Deep Blue, un robot della IBM, sconfisse Kasparov campione del mondo di scacchi. Era nel 1997. Si disse allora che l’intelligenza artificiale non sapeva fare altro che calcolare velocemente. Il computer non poteva inventare niente. Non è più vero, oggi. Nel 2016, il supercomputer AlfaGo ha battuto il campione del mondo di Go, che è un gioco di una complessità estrema. Ora, il colpo che gli ha dato la vittoria, AlfaGo l’ha inventato! Nessun essere umano l’aveva concepito prima. C’è ancora di più, l’anno successivo AlfaGo è stato battuto da suo “figlio”, un supercomputer chiamato AlfaGo Zero. Il fatto interessante è che Alfa Go Zero ha imparato a giocare da solo, in tre giorni, e ha raggiunto il livello di migliore giocatore del mondo in quaranta giorni!

Dobbiamo quindi essere attenti a non alienarci. In effetti, il cervello umano ha dei punti deboli nei confronti  del robot: noi pensiamo molto più lentamente, facciamo degli errori e siamo spesso guidati dai nostri affetti – emozioni, sentimenti – invece di seguire la ragione. Inoltre, la nostra realtà psichica è continuamente influenzata dall’inconscio, altro elemento che ci mette in posizione d’inferiorità nei confronti dell’intelligenza artificiale. Farò due esempi. In certe situazioni, abbiamo la tendenza a entrare in rapporto con l’altro tramite identificazioni. Ora, l’identificazione è un meccanismo inconscio, che obbedisce alle leggi dell’inconscio. Senza rendercene conto c’è una buona probabilità che molti di noi s’identificheranno a queste macchine affascinanti.

Secondo esempio. Il nostro inconscio ci spinge a stabilire rapporti di dominazione/sottomissione, ereditati dallo stadio anale, e rapporti di rivalità, ereditati dalla dinamica edipica dello stadio fallico. Questo significa, in particolare, che corriamo il rischio d’immaginare che saremo sempre superiori alle macchine che fabbrichiamo e che saremo in ogni caso capaci di mantenerle al nostro servizio. Grande illusione narcisistica: siamo già in parte dominati da esse!

Jean-Michel Besnier considera che chi è confrontato tutti giorni con un robot si metta a pensare come lui, in modo binario, secondo un sistema di stimolo/risposta 5. In effetti, poiché il robot sarà sempre più rapido di noi, ci costringe a essere in una posizione di azione/reazione. L’intelligenza artificiale ci obbliga a rispondere a stimoli, a segnali, invece di pensare a come agire. Basta giocare a un videogioco per capirlo: non è possibile avere il tempo di riflettere sul prossimo colpo, si deve rispondere a raffica. Ora, l’essere umano è fatto per reagire piuttosto a dei segni, a dei significanti, che esprimono dei contenuti dell’inconscio.  Contrariamente allo stimolo, il segno esprime un significato inconscio. Ciò dà spessore ai nostri pensieri, emozioni e sentimenti. Ciò fa la ricchezza della nostra psiche. In altre parole, con un linguaggio fatto di stimoli/risposte, la nostra mente – più precisamente il preconscio –  perde una parte del contatto con l’inconscio e della sua disposizione naturale a collegare elementi affettivi, ricordi e dati di realtà. In altre parole, le sue capacità associative s’indeboliscono. Si tratta dell’esatto opposto di quel che succede nel lavoro analitico. Le libere associazioni creano molteplici collegamenti al livello preconscio, collegamenti che aiutano a star meglio con se stessi e a migliorare i rapporti con gli altri. Questo è particolarmente verificabile con la tecnica delle sedute lunghe sostenute dallo studio di documenti iconografici.

Insomma, più siamo dipendenti dall’intelligenza artificiale, più rischiamo di vedere il nostro pensiero restringersi. A questo punto, vorrei accennare al libro di Freud Il disagio della civiltà  6. In questo testo, Freud indica che l’essere civilizzato si fonda sulla capacità di dominare le pulsioni, per ritardare e sviare la loro soddisfazione. In altre parole, essere civilizzato equivale a inserire un processo di elaborazione tra il desiderio e l’azione che lo realizza. Ora, la macchina intelligente ci spinge a reagire con automatismi, senza elaborazione psichica. Con Daniela Gariglio, in Creatività benessere. Movimenti creativi in analisi 7, abbiamo descritto diverse tappe del processo creatore. Alla sua origine c’è una pulsione creativa, però essa deve essere rimaneggiata nella mente per esprimersi in modo congruo con il soggetto e l’ambiente. Abbiamo chiamato questo rimaneggiamento elaborazione ricombinativa. Questa consiste in un collegamento di tracce inconsce di benessere con diverse entità del preconscio e della realtà. Che cosa si avvera di questo processo se l’uomo si abitua a lasciare i robot pensare al suo posto? Finora, l’elaborazione ricombinativa è stata una prerogativa umana. Dobbiamo però porci la domanda: i colpi decisivi che AlfaGo e suo “figlio” hanno inventato sono il primo passo – seppur rudimentale – dello sviluppo di una sorta di elaborazione ricombinativa?

Un altro elemento da considerare, ne ho già accennato, è l’affettività. Un robot è fatto per essere funzionale, non per provare sentimenti. Noi abbiamo un’affettività, che ci dà la nostra ricchezza psichica, ma è anche la nostra fragilità.

Immaginiamo che i futuri supercomputer, ancora più intelligenti di AlfaGo Zero, e capaci di autoriprodursi, riescano a capire che l’essere umano, con le sue passioni, sta distruggendo il pianeta. Se sono veramente così intelligenti, forse lo impediranno. Si può temere che s’impadroniranno del potere e ridurranno l’essere umano allo stato di schiavo, per salvarlo dalla sua distruttività. In altre parole, le macchine intelligenti avranno allora con noi lo stesso rapporto che noi abbiamo con gli animali. Ovviamente, questo fa pensare al film Il pianeta delle scimmie.

Non si vuole essere nostalgici del passato. L’intelligenza artificiale, in se stessa, non è né cattiva né buona ma può diventare pericolosa secondo l’uso che ne facciamo. Allora, cosa possiamo fare – noi psicoanalisti, psichiatri o psicologi – per impedire che l’essere umano diventi vittima dell’intelligenza artificiale? Poiché non avremo mai i mezzi dei giganti che la producono, possiamo solo essere dei whistleblowers, degli informatori. Possiamo dire alle persone di non lasciarsi affascinare dall’intelligenza artificiale, che la felicità promessa dagli algoritmi è tutto fumo e niente arrosto. Possiamo insistere sul fatto che la nostra mente è preziosa e che non vale la pena di venderla cedendo all’incanto delle sirene dell’intelligenza artificiale.

© Daniel Lysek

Note:

1 Fratelli Grimm, Biancaneve, in Tutte le fiabe, vol. 1, 20 dicembre 1962. torna su!

2 B. Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Feltrinelli, 2013. torna su!

3 https://it.wikipedia.org/wiki/Transumanesimo torna su!

4 L. Alexandre et J.-M. Besnier, Les robots font-ils l’amour ? Le transhumanisme en 12 questions, Dunod, 2017. torna su!

5 Op. cit. torna su!

6 Freud S., Il disagio della civiltà (1920), in Opere, vol. 10, Boringhieri, 1978. torna su!

7 D. Gariglio e D. Lysek, Creatività benessere. Movimenti creativi in analisi, Armando, 2007. torna su!

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Intelligenza artificiale:  alcune riflessioni di uno psicoanalista - by Daniel Lysek
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Intelligenza artificiale: alcune riflessioni di uno psicoanalista - by Daniel Lysek
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