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Il Mal d'Amore

(estratto della Conversazione tenuta da Alberto Scerrati  e Quirino Zangrilli al XXXI Convivium “AmorevolMente: il Mal d’Amore” tenutosi a Fiuggi il 12 ottobre 2013)

 

 

 

 

ERSTARRUNG *

CONGELAMENTO (FISSAZIONE)

Ich such’ im Schnee vergebens                
Nach ihrer Tritte Spur,
Wo sie an meinem Arme            
Durchstrich die grüne Flur

Ich will den Boden küssen,        
Durchdringen Eis und Schnee  
Mit meinen heißen Tränen,      
Bis ich die Erde seh’.     

Wo find’ ich eine Blüte,                
Wo find’ ich grünes Gras?           
Die Blumen sind erstorben       
Der Rasen sieht so blaß.             

Soll denn kein Angedenken       
Ich nehmen mit von hier?          
Wenn meine Schmerzen schweigen,   
Wer sagt mir dann von ihr?       

Mein Herz ist wie erstorben,
Kalt starrt ihr Bild darin;
Schmilzt je das Herz mir wieder,
Fließt auch IHR Bild dahin!

*[Wilhelm Müller (1794 – 1827)]
Musica di F. Schubert (1797-1828)

Io cerco invano nella neve 
la traccia del suo passo, 
dove lei, al mio braccio, 
passava per i prati verdi.

Io voglio baciare il suolo,
perforare ghiaccio e neve 
con le mie ardenti lacrime,
fino a vedere la terra! 

Dove trovo un fiore,
dove trovo erba verde? 
I fiori sono morti,
il prato è così pallido.

Non devo portarmi
nessun ricordo da qui?
Quando il mio dolore si sarà calmato,
chi mi parlerà di lei?    

Il mio cuore è come morto,       
fredda porta l’immagine di lei;                
se mi si strugge il cuore,             
scompare anche la sua immagine!

 

“Congelamento”: almeno così viene tradotto, nella maggioranza dei casi, l’“Erstarrung” di Wilhelm Müller, musicato (con qualche lieve, ma significativa modifica al testo) da Franz Schubert.
Eppure, “Erstarrung” ha qui anche il significato, molto più aderente al contenuto ed all’idea ispiratrice del brano, di irrigidimento, solidificazione e meglio ancora “fissazione”.
In effetti, tutto il “Winterreise” di Müller-Schubert è la rappresentazione in quadri successivi del dolore di una separazione: separazione dall’amata, separazione dalla società, separazione dalle dolci illusioni dell’adolescenza.
Una sorta di “via crucis” in 21 quadretti: come si usa dire in psicoanalisi, una lunga elaborazione di un lutto che si avvia verso la patologia. Con l’inverno a far da scenario di fondo, ma anche da compagno inseparabile: l’inverno come stasi rigenerante, il silenzio ed il gelo sotto i quali covano pulsanti dinamiche di morte-vita.
Nell’evolversi della narrazione in quadri, l’Erstarrung si colloca nello scorcio iniziale, poco dopo l’addio al villaggio ed all’amata (il viaggio inizia di notte, e non è un caso: “Sono giunto da straniero, da straniero me ne vado”).
Ma siamo ancora all’inizio dell’elaborazione del lutto: anzi, il lutto non è ancora del tutto individuato.
Ciò avviene proprio in Erstarrung: lutto e fissazione, due facce della stessa medaglia.
Momento positivo, nel senso letterale del “porre la questione”, che dovrà poi essere elaborata.
E veniamo all’inamovibilità dell’oggetto fonte di dolore: la mancanza, la sua non-colmabilità e la fissazione su quest’ultima. Come in un lutto vero e proprio, appunto, che marcia verso una elaborazione patologica.
L’inizio è significativo e mette già l’accento su un aspetto fondamentale: la schiavitù del ricordo.
Come nel più classico degli innamoramenti, tutto intorno sorrideva quando si stava con l’amata, mentre ora che lei non c’è, tutto appare senza senso, vuoto di significato. Come la gioia dell’unione si proiettava nel verde della primavera, ora la mancanza dell’oggetto d’amore si proietta nel freddo, bianco inverno, non si sa quanto reale o, piuttosto, proiezione del gelo interiore.
Ma, invece della rassegnazione al presente, del semplice struggimento nostalgico dell’amore e della primavera che furono, qui appare un elemento dinamico forte: l’esilio volontario nel ricordo, la seduttiva prigionia della rimembranza, la fissazione indissolubile sul passato, la volontà di conservarlo eternamente, come ibernato.
“Non voglio che il ricordo di lei scompaia”, sembra dire l’autore negli ultimi versi: infatti, se lo scioglimento del gelo invernale porterà una nuova primavera, quello dell’immagine dell’amata non la restituirà all’amante; anzi, al contrario, la distruggerà per sempre.
Ecco il vero elemento di novità: la similitudine tra paesaggio esterno ed interno, simili nella staticità del presente, si risolve in una drammatica divaricazione se proiettata dinamicamente al futuro. Tanto da far desiderare di fermare il tempo, di “congelare” l’inverno, una volta per sempre.
E di questa dinamica drammatica, oltre che nel testo poetico, è rispecchiata fedelmente nella struttura ritmica del brano. Al posto dei lenti, prolungati accordi, ad es., di “Gefrorne tränen” (lacrime congelate), qui troviamo una cellula ritmica fortemente propulsiva, un incalzare di terzine sulla mano destra, ininterrotte dall’inizio alla fine, su cui si innesta un movimento dei bassi, cupo e irrequieto, che bilancia drammaticamente l’apparente leggerezza del canto

(Si consiglia l’ascolto del brano sottostante)

 

Quindi, tutt’altro che statica contemplazione del ricordo.
E, come se non bastasse, il chiaroscuro delle emozioni trova puntuale riscontro nella struttura musicale del brano: ad un inizio (e fine) in tonalità minore, fa riscontro un inciso centrale in tonalità maggiore, dove lo struggimento del ricordo sembra trasfigurarsi in un breve attimo di luminosità

(Si consiglia l’ascolto del brano sottostante)

 

per poi riprendere con l’incalzare drammatico delle prime battute, in corrispondenza dei versi: “Non devo portarmi nessun ricordo da qui? Quando il mio dolore si sarà calmato, chi mi parlerà di lei?”
Più significativo di così…ma evidentemente non bastava ancora per l’autore a significare l’attaccamento al dolore.
E allora, ecco la chiusa a spiegare meglio, se ancora ce ne fosse bisogno:“Il mio cuore è come morto, fredda porta l’immagine di lei; se mi si strugge il cuore, scompare anche l’immagine!”; laddove una traduzione letterale, e forse più fedele, darebbe “intirizzito” anziché “morto”, e “scioglie, scongela” anziché “strugge”. E non sono sfumature da poco.
il dolore come unico, fedele compagno di viaggio, e la sua gelosa custodia come apparente “terapia”.
C’è poco o niente da aggiungere alla narrazione: dopo la fine del canto, anche la tensione del ritmo si allenta e gradualmente sfuma nel silenzio.

Ascolto del brano completo

 

Il tema del congelamento è stato trattato in profondità da Nicola Peluffo in un articolo riservato ai suoi allievi. Sono concetti davvero molto difficili che solo un pubblico addentro alla terminologia psicoanalitica potrebbe comprendere.
Dunque lo affronteremo in un modo molto più tradizionale e divulgativo, ma, speriamo, ugualmente corretto.
Come tutti sanno nel processo di congelamento, per esempio dell’acqua, c’è un rallentamento del moto di agitazione molecolare e lo strutturarsi di legami molto più rigidi tra i vari atomi: la struttura si cristallizza e, apparentemente, si rafforza. Per congelamento intendiamo il processo di formazione di una struttura rigida che ha finalità difensive ma che si risolve, al fine, in una perdita delle possibilità di scambio con l’ambiente e dunque in una impossibilità di alimentazione libidica.

Il soggetto si congela per proteggere la sua struttura ad un costo altissimo: la fine del tempo, la fine dell’interazione. Tutti sanno come uno dei più diffusi comportamenti di reazione al pericolo esistente in natura sia l’autoimmobilizzazione. Quando la potenziale preda comprende che non può sfuggire al predatore mette in atto, come ultimo tentativo di sortita, l’immobilizzazione vitale. A volte annulla la percezione della sagoma nell’aggressore, e se la cava.
Dunque i soggetti congelati in amore sono persone che hanno vissuto una perdita potenzialmente mortale. In genere strutture che hanno fatto un enorme investimento libidico su un oggetto che poi si è sottratto brutalmente e repentinamente (morti, rotture brutali, emigrazioni, etc).
Ma, dato che tutto si ripete e che non tutti i soggetti che subiscono perdite brutali rispondono con il congelamento, bensì hanno la possibilità di elaborare il lutto e di ritirare progressivamente l’investimento che hanno fatto e di riportarlo sul proprio io (quel processo descritto da Freud come narcisismo secondario), ipotizziamo che questa modalità difensiva sia stata appresa molto precocemente.
Peluffo ipotizza che i soggetti che si congelano siano soggetti che hanno subito traumatismi intrauterini importanti. Come è noto in utero il meccanismo di fuga o di evitamento non è possibile: al feto rimane un’unica modalità difensiva: quella di farsi clone della madre, cercare di sparire nel mimetismo, cercando di sfuggire all’aggressività cannibalica della reazione immunitaria che molto spesso si sviluppa in alcune gravidanze.

L’ultima frase del Lieder di Schubert-Muller è illuminante:

Il mio cuore è come morto,
fredda porta l’immagine di lei;
se mi si strugge il cuore,
scompare anche l’immagine!

Il cuore è come morto, cioè si arriva ad una paralisi, una sospensione dell’affettività, un processo misto di inibizione e repressione degli istinti. E’ la genesi della fissazione: lo stampo dell’immagine del trauma che protegge da un dolore ancora più forte, quello della percezione disintegrante del Vuoto, dell’Assenza dell’oggetto. Per questo molto spesso gli abbandonici si cullano nel ricordo coatto dell’ultima immagine della Strega o del Mostro che li ha abbandonati, ripercorrono migliaia di volte l’evento della separazione per tentare di congelare quell’attimo, di non andare oltre, per non mettere il passo successivo nel baratro del Vuoto e dell’Assenza.
Quello è propriamente il campo di indagine della psicoanalisi intensiva: l’elaborazione dell’impatto con il vuoto costitutivo. Una percezione per alcune strutture assolutamente devastante che mobilizza difese immobilizzanti, come ad esempio il loop ossessivo, l’allucinazione persecutoria, l’ibernazione sessuale, l’anedonia.
Un tipo di lavoro assolutamente non alla portata della seduta canonica di 60 minuti ove è pressoché impossibile ottenere un abbassamento delle difese tali che permetta all’analizzato di affrontare, con il Virgilio costituito dall’analista, il viaggio nell’Ignoto e nell’Incomprensibile di ciò che non ha forma né nome.

Da un racconto in cerca d’autore:          

“Era entrata come la tessera mancante di un puzzle, precisa uguale al vuoto che l’attendeva.
Ebbi l’impressione che quel vuoto attendevo quella tessera, solo e proprio lei, da tutta una vita.
Cercai da subito, ed in tutti i modi, di congelare quell’attimo, di preservare quella giunzione perfetta dai mutamenti e dall’usura del tempo.
Ben presto mi accorsi del dolore che ciò mi portava: già dopo poco tempo, quella perfezione non era più la stessa, il momento magico dell’incastro perfetto era svanito, e tutto sembrava tornare normale.
Il degrado del tempo, lo svanire del momento magico, la rapida separazione della tessera dal suo contesto, a suo tempo perfettamente accoppiati: subivo tutto questo con un senso di colpevolezza, ancor più intenso all’idea della definitiva separazione. Dimenticarla, eliminarla? Mai.
Proprio come un bambino morbosamente attaccato al suo giocattolo, che pure non gli piace più, ma dal quale non riesce a separarsi a favore di un altro, né tanto meno a sopportare l’idea di “assassinarlo” gettandolo nella spazzatura. Ingrato e colpevole: ecco la verità.
Assassinare un ricordo, la traccia di un bellissimo, quanto fugace, momento di pienezza e perfezione? Come, e forse peggio, che assassinare se stessi.
E, da perfetto colpevole, accarezzai l’idea della pena da subire: ergastolo.
Condannato a fissare in eterno quell’attimo, a segregarmi a vita da tutto, pur di conservare il morto in casa, come in quel giallo di Camilleri. Anzi, di più: siccome i cadaveri, prima o poi, si decompongono, l’avrei ibernata, mummificata, giurandole eterna fedeltà”

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