Psicoanalisi

Pubblicato il 18 marzo 2016 | di

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Il Trauma. 1 – Le teorie freudiane

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INTRODUZIONE

Dopo più di un secolo di dibattiti sul trauma psichico, o meglio, sulle conseguenze psichiche di un trauma, la riflessione è ancora importante e si focalizza nel diverso peso assegnato agli eventi scatenanti, concreti, e le loro  ricadute sulla psiche dei soggetti. Alcuni di essi vengono colpiti al punto da sviluppare una vera e propria psicopatologia, altri, pur subendo  avvenimenti sconvolgenti, ne  escono in uno stato di relativo equilibrio.

Oggi sappiamo che non esiste un funzionamento mentale normale, soprattutto dal punto di vista biologico: abbiamo tutti un cervello uguale e un uguale numero di neuroni ma le loro connessioni e quindi il suo funzionamento dipendono  dalle esperienze, o da quanto di queste si rappresenta nella mente e produce ciò che ancora possiamo chiamare un apparato mentale. Ogni mente si costruisce in base all’esperienza, e soprattutto da quanto le prime formazioni mentali (reti neuronali) hanno consentito di apprendere sulle prime esperienze e quindi strutturare una specifica e soggettiva struttura che apprenderà ancora dalle nuove esperienze.

Il  concetto di trauma è derivato dalla medicina, dove indica una ferita o danno che comporterebbe una compromissione di un organo o processo fisico. Su questa  via si sono costruite alcune ipotesi secondo le quali gli eventi traumatici produrrebbero una massa di stimoli perturbanti tale da disarticolare la capacità di elaborazione psichica.

Vedremo come Freud pensò al ruolo causale del  trauma psichico in molte patologie aprendo così la strada al lungo dibattito circa le origini storico-fattuali dei disturbi psichici. Oggi si è tutti concordi nel ritenere che il peso del trauma è determinato dal modo in cui ogni soggetto lo configura mentalmente, ma il problema diviene quello di fornire una spiegazione alle differenze in queste configurazioni soggettive. Per quanto riguarda il contenuto di un evento traumatico, si è passati dalla individuazione di episodi di abuso, alla focalizzazione sui disturbi delle prime interazioni infantili e anche  sui traumi prenatali.

Al di là delle differenze di  interpretazione, tutti gli psicoanalisti osservano  come i pazienti traumatizzati siano incapaci di ricordare, richiamare alla mente i nuclei associativi  (rappresentazioni e affetti) interessati dal trauma. Si è parlato di esperienze non rappresentabili, meglio ancora, non pensabili.

Nell’odierno incontro tra psicoanalisi e neuroscienze, molti autori richiamano le ricerche sulla memoria implicita e ipotizzano, sulla scia di alcune riflessioni freudiane, che un trauma attuale possa non solo iscrivere nuove tracce psichiche ma riscrivere tracce arcaiche, al punto da condizionare massicciamente lo stato psichico del paziente.

Eppure, proprio le neuroscienze ci insegnano come il termine “traccia” rischi di essere fuorviante poiché indica qualcosa di stabile o stabilizzato, mentre i processi di memoria sono in costante divenire e  continuamente rielaborati.

Bisogna quindi abbandonare il vecchio paradigma che descriveva la memoria come una registrazione stabile e più o meno fedele della realtà. Il patrimonio mnestico del passato condiziona i modi di codificazione del presente ma questo ha poco a che fare con l’atto del ricordare – funzione conscia – mentre i processi di cui ci occupiamo sono inconsci.

Dunque conviene abituarsi a pensare il trauma come un “Particolare modo di funzionamento della mente concernente il trattamento di alcune informazioni, nel quadro di tutte le informazioni recepite, nel passato e nel presente….”  (Imbasciati, 2006).

Tale impostazione, più adeguata alle recenti scoperte neuropsicologiche, avvicina la teoria micropsicoanalitica a molte ipotesi della psicoanalisi contemporanea.

Il concetto micropsicoanalitico di Immagine, infatti, rimanda a una forma più che a un contenuto, una forma capace di  orientare l’elaborazione in rappresentazioni ed affetti effettuata dalla psiche sulla scia degli stimoli interni ed esterni. Questa forma è pensabile come “informazione”, ovvero come scambio energetico tra il soggetto e l’ambiente, interno ed esterno. In questo caso, il termine energia rimanda alle variazioni di stato, ai cambiamenti suscitati da uno stimolo.

Vedremo, seguendo il lungo cammino del nostro modo di pensare al trauma, come possiamo oggi descrivere con una certa precisione i processi implicati nella costruzione del pensiero e nella elaborazione di eventi traumatici.

LE TEORIE FREUDIANE SUL TRAUMA

La nascita della psicoanalisi coincide con l’inizio della riflessione di Freud sul significato dei sintomi nevrotici osservati nella pratica clinica. In questa riflessione, il trauma rappresenta l’elemento fondante, anche se come vedremo, verrà declinato  in modi diversi nel corso dei decenni e verrà collocato ora in un evento esterno al soggetto, ora in un fatto psichico.

TRAUMA COME EFFETTO DI UN RICORDO

Freud aveva condiviso con il neurologo francese Charcot, suo maestro a Parigi nel 1885, l’interesse per le varie forme d’isteria traumatica, conseguenti a eventi emotivamente molto intensi e non collegabili a lesioni organiche.

Freud mantenne negli anni il termine di nevrosi traumatica per indicare una sintomatologia variegata, caratterizzata dalla massiccia presenza del ricordo dell’evento traumatico, da incubi notturni ripetitivi, da inibizione psicomotoria, ansia, etc.

L’elemento innovativo del suo pensiero consisteva nell’estensione del ruolo determinante del trauma alla genesi di tutte le psiconevrosi, o nevrosi di transfert, secondo la nuova definizione. In queste manifestazioni psicopatologiche il rapporto fra causa traumatica scatenante ed effetto sintomatico (isterico, fobico, ossessivo o altro) viene ipotizzato a posteriori, soprattutto perché l’azione patogena si svolgerebbe in due tempi distinti.

Freud individua infatti (1895)  un particolare meccanismo di azione del trauma (“azione differita” in italiano, o “après coup” in francese) in base al quale  un ricordo rimosso si converte in trauma in un secondo momento. Un evento traumatico, ad esempio una seduzione infantile, diventerebbe veramente tale per un soggetto solo in un momento di successiva elaborazione intrapsichica, ad esempio, dopo la pubertà ed il conseguente risveglio della sessualità. La dinamica traumatica si sposta quindi dal fatto in sé alla risonanza psichica che questo può suscitare nel soggetto.

Charcot, lavorando con giovani isteriche avanzò l’ipotesi che la causa di tale patologia avesse una base traumatica: una idea rimasta latente, cioè nascosta alla coscienza, poteva poi manifestarsi in occasione di un evento traumatico. Le pazienti non sviluppavano i sintomi a causa delle conseguenze fisiche portate dal trauma, ma a causa dell’idea che avevano sviluppato intorno ad esso.

ISTERIA

isteriaUn disturbo che provoca stati emozionali molto intensi e sintomi somatici diversi: parossismi, senso di soffocamento, tremore, paralisi locali.

Prima di Charcot, l’isteria era considerata  un’irritazione degli organi sessuali femminili da curarsi con pressione delle ovaie, impacchi di ghiaccio e interventi chirurgici sulla clitoride, fino alla sua ablazione. I disturbi somatici correlati erano ritenuti immaginari, mere fantasie femminili.

Con Charcot si comincia a pensare che sia la mente a  provocare la paralisi: “L’influenza del traumatismo sulla produzione delle paralisi e delle contratture è ben nota. Non vi è nessun rapporto fra la violenza del traumatismo e il grado del disturbo motorio che gli tien dietro. Il fattore essenziale è l’emozione, lo shock morale che accompagna la violenza. La paralisi che compare dopo i traumatismi non compare immediatamente dopo lo shock, ma soltanto dopo un tempo più o meno lungo, dopo un periodo di incubazione o di meditazione, di auto-suggestione, durante il quale l’idea di impotenza dell’arto ferito, ingigantisce e si impone alla mente dell’ammalato” (Charcot, 1897).

Al fine di provare la sua teoria, Charcot scatenò in pazienti poste in stato d’ipnosi delle paralisi artificiali che fece poi regredire. Con questo espediente, lo scienziato cercava  di dimostrare che il trauma inducesse uno stato ipnotico che metteva in azione un processo di autosuggestione

Tali ricerche ponevano per la prima volta l’accento sul versante psichico del trauma e della patologia correlata assegnando  minor valore alle cause somatiche.

Anna O.Freud in un primo momento seguì le indicazioni di Charcot ponendo l’accento sul trauma psichico e sviluppò ulteriormente questa idea con il medico Josef Breuer. Si interessò al caso di una giovane paziente seguita dal collega, la famosa Anna O, che Breuer iniziò a trattare già nel 1880. Anna O. era una giovane donna ammalata di una nevrosi isterica tale da indurre paralisi degli arti, contratture, disturbi della vista, dell’udito e del linguaggio. A questi sintomi si aggiunsero poi episodi allucinatori. Breuer diagnosticò la malattia come un caso di isteria e la trattò con una forma di terapia, detta metodo catartico, che prevedeva l’utilizzo dell’ipnosi quale strumento di cura: il soggetto, rivivendo nello stato ipnoide la situazione che aveva  suscitato la malattia, poteva dare libera espressione all’emozione legata al ricordo responsabile dei sintomi, ricordo fino a quel momento cancellato dalla coscienza, rimosso. Freud chiamò tale fenomeno abreazione per segnalare come la scarica emotiva prodotta dal rivivere la situazione traumatica produceva la scomparsa del sintomo.

Per indicazione di Freud, un importante esperimento fu condotto per la prima volta da Breuer nella cura della malata: l’applicazione del metodo catartico, che consisteva nel visitare la paziente ogni sera ponendola sotto ipnosi e stimolandola a raccontare tutti i pensieri della giornata. Breuer scoprì che quando la paziente in ipnosi produceva pensieri connessi alla malattia, certi sintomi scomparivano. Si poté così ipotizzare che i disturbi isterici hanno causa nelle passate esperienze del paziente.

Negli “Studi sull’isteria”, scritti con Breuer, i sintomi sono in stretta correlazione con un trauma, ovvero qualsiasi esperienza che provochi dolore psichico, il quale, associato a una specifica costituzione, genererebbe  la situazione traumatica. 1

In queste prime teorizzazioni il trauma psichico rappresenta la reazione soggettiva a un trauma reale, ed ha a che fare con alcune “sensibilità individuali”, cioè con l’intrapsichico

Breuer e Freud pensavano che un contenuto psichico diventi traumatico perché si dissocia e rimane al di fuori della coscienza.

TRAUMA COME EFFETTO DI UNA SEDUZIONE INFANTILE

Freud aveva individuato la causa traumatica primaria di successive manifestazioni psicopatologiche in una seduzione sessuale infantile da parte di un adulto.

Nello specifico, la causa dell’isteria sarebbe stata da ricercarsi in una seduzione avvenuta in età infantile. Il ricordo di tale evento verrebbe rimosso dando vita successivamente a sintomi di conversione isterica: “…Il trauma si dovrebbe definire per un incremento di eccitamento nel sistema nervoso, che questo non è riuscito a liquidare a sufficienza mediante reazione motoria. L’attacco isterico si deve forse interpretare come un tentativo di compiere la reazione al trauma.” (Freud, 1892) 

SESSUALITÀ INFANTILE

La concezione freudiana sulla sessualità è fondata sul  concetto di pulsione e la sua specificazione in libido, ovvero la spinta a ricercare  piacere corporeo; tale ricerca è presente dalla nascita e vi è continuità tra la libido infantile e quella adulta.

Tuttavia, la sessualità infantile, indifferenziata e poco organizzata, è incompleta e diversa rispetto a quella adulta.  Infatti,  le regioni corporee di maggiore sensibilità (fonti pulsionali) non sono necessariamente quelle genitali e soprattutto la sessualità infantile non ricerca  relazioni sessuali in senso stretto, bensì relazioni che implicano delle attività capaci di produrre piacere, quelle stesse che nella sessualità adulta comporranno i preliminari dell’atto sessuale. 2

Freud descrisse molti casi che lo avevano convinto della realtà di un trauma infantile in cui un adulto seduceva e stimolava il bambino nei genitali, mentre il bambino si sottometteva a queste pratiche in modo passivo.

In diversi saggi pubblicati nel 1896, Freud sostenne che l’isteria, la nevrosi ossessiva e la paranoia sono causate dalla rimozione dei ricordi relativi ad esperienze sessuali infantili di carattere traumatico, operate da svariati attori, generalmente adulti, tra i quali anche il padre.

Prima che l’oggetto di una teoria, la seduzione fu una scoperta clinica: i pazienti di Freud,  rievocavano esperienze di seduzione sessuale in cui l’iniziativa era di un altro, generalmente un adulto, che costringeva il soggetto a subire passivamente e con spavento condotte variabili da semplici approcci verbali o gestuali fino ad atti sessuali più̀ o meno marcati. 3

Man mano che sviluppava l’indagine clinica, Freud scoprì tuttavia che le scene di seduzione erano a volte rivissute sulla base di ricostruzioni fantastiche fondate maggiormente  sulle spinte libidiche del bambino che sugli atti reali di un adulto. Scopriva cioè  il ruolo delle fantasie inconsce.

TRAUMA COME EFFETTO DI FANTASIE INCONSCE

A partire dal 1897, il ruolo patogeno svolto dalla seduzione venne sostituito da quello delle fantasie infantili attive, di tipo edipico e incestuoso, che verranno in seguito raggruppate da Freud sotto il termine di fantasmi originari (seduzione, castrazione, scena primaria). Con questo nuovo orientamento teorico, l’ipotesi di un trauma sessuale perse d’importanza e si giunse allo studio della sessualità infantile come potenziale situazione traumatica per eccellenza, date le ripetute situazioni di seduzione normale, inevitabilmente messe in atto dall’accudimento corporeo del bambino piccolo.

In questa riformulazione teorica, la causa  dell’isteria non si trova tanto nell’evento reale di cui il soggetto può avere una qualche memoria, se pur rimossa, quanto nelle reazioni inconsce a un evento. 4
Questa ipotesi è una svolta fondamentale del pensiero psicoanalitico poiché costruisce un modello in cui i fatti psichici sono la causa di disturbi traumatici e non. La realtà psichica è  più importante  di quella storica, ciò che si deve ricercare non è un evento inaccettabile, bensì un impulso inaccettabile. 5

Anche la cura si trasforma: non si ferma alla  raccolta di  informazioni sui fatti ma deve riuscire a  comprendere il vissuto associato al singolo evento.

L’attenzione ai vissuti mette in luce la presenza di una costellazione inconscia universale, sottesa a tutte le nevrosi ma attiva in ogni essere umano,  che Freud, grazie all’analisi del caso del piccolo Hans, riconobbe e descrisse con il mito di Edipo.

IL PICCOLO HANS

Il Piccolo HansNel 1908 Freud pubblicò il caso clinico di un bambino di cinque anni, il piccolo Hans, figlio di due persone che frequentava: la madre era stata una sua paziente ed il padre un suo allievo. L’analisi del bambino si svolse tramite il padre del piccolo, che poneva domande al figlio e le annotava in un diario.

Fin dai tre anni il bambino aveva cominciato a mostrare un vivo interesse per la genitalità, in particolare per quella dei genitori. L’ interessamento al pene maschile era associato  all’autoerotismo, per il quale veniva spesso sgridato dai genitori. Quando nacque la sorellina, il bambino notò l’assenza del pene e subito cominciò a sviluppare una fobia per gli animali, in particolare per i cavalli. Temeva che i cavalli potessero cadere e scalciare. Era turbato dal modo in cui i carrettieri picchiavano i cavalli, e lo spaventavano i finimenti intorno al muso dell’animale, soprattutto ciò che i cavalli hanno davanti agli occhi e il nero intorno alla loro bocca. 6

Attraverso una serie di sogni, Hans riuscì ad esprimere il complesso di inferiorità che nutriva nei confronti del padre, e la paura che la madre potesse preferirlo a lui, perché le dimensioni del suo organo genitale erano superiori (lo stesso motivo per cui inconsciamente era terrorizzato dai cavalli).

Freud vide in Hans un piccolo Edipo, cioè un soggetto che avrebbe voluto togliere di mezzo il padre, per essere solo con la madre e dormire con lei. Nel cavallo che morde, così come nel cavallo che cade, che tanto lo impressionavano, il bambino vedeva la figura paterna, dalla quale temeva una punizione, per aver nutrito pensieri cattivi nei suoi confronti.  Al bambino venne quindi spiegata la motivazione delle sue paure, vennero quindi meno la fobia per i cavalli, così come l’angoscia correlata alle fantasie di evirazione: “Gli chiesi ancora se con il nero intorno alla “bocca” non intendesse dire i baffi, e infine gli rivelai che egli aveva paura del suo papà, e proprio perché lui, Hans, voleva tanto bene alla mamma. Credeva che perciò il babbo fosse arrabbiato con lui, ma non era vero, il babbo gli voleva bene lo stesso e lui gli poteva confessare tutto senza paura.” ( Freud, 1908)

Freud argomentò  che l’angoscia di Hans aveva due componenti: paura del padre e paura per il padre. La prima proveniva dall’ostilità verso il padre, la seconda dal conflitto tra tenerezza, qui esagerata per reazione, e ostilità. Quanto alle fobie, Freud conclude che fobie come quelle sviluppate del piccolo Hans sono assai comuni nei bambini.

Le nevrosi degli adulti si riallacciano dunque spesso ad angosce infantili e di fatto ne sono la continuazione, dimostrando così la continuità di un lavorio psichico che prosegue tutta la vita, indipendentemente dalla persistenza del primo sintomo.

L’esplorazione della vita sessuale dei bambini portò ad ampliare il ventaglio di eventi potenzialmente traumatici e ad una revisione della teoria del trauma, che Freud presenta nella “Introduzione alla psicoanalisi” del 1915-17.

Le conseguenze disastrose del conflitto mondiale suscitano in lui un rinnovato interesse per le nevrosi traumatiche e le nevrosi di guerra, e lo porteranno alla formulazione della pulsione di morte.

TRAUMA COME EFFETTO DI FANTASIE INCONSCE E AFFLUSSO DI ENERGIA PROVENIENTE DA ESTERNO

Riacquisterà importanza il concetto di trauma psichico in quanto ferita dovuta all’ afflusso incontrollato di energia proveniente dall’esterno, trauma da integrarsi con quello sessuale infantile.

 Il trauma si manifesterebbe posteriormente, a partire da ricordi infantili che acquistano valore traumatico solamente molto tempo dopo l’evento reale e in funzione di nuovi eventi scatenanti. Questo importante concetto che Freud aveva ripreso nel caso dell’uomo dei lupi, sottolinea il ruolo del tempo: il trauma sessuale si presenta in due tempi: la traccia mnestica della seduzione infantile non costituisce in sé un trauma, e non provoca effetti patogeni fino a quando lo sviluppo  o eventi posteriori non convertano il primo evento in trauma; solo in questo momento emergono le conseguenze patogene. 7

 L’UOMO DEI LUPI

L'Uomo dei lupiIl vero nome del paziente era Sergej Costantinovič Pankëev. Freud pubblicava il suo caso che “riguarda un giovane la cui salute aveva subito un crollo in seguito ad un’infezione blenorragica contratta nel diciottesimo anno di età, e che quando iniziò il trattamento psicoanalitico, parecchi anni più tardi, era assolutamente incapace di affrontare la vita e di fare a meno dell’aiuto altrui.“ (Freud, 1914)

L’analisi s’incentra su di un cambiamento di carattere intervenuto all’età di quattro anni e mezzo, in seguito al quale il paziente, fino ad allora dolcissimo e piuttosto tranquillo, divenne scontroso, irritabile, violento. Attribuito all’influenza negativa di una governante, il cambiamento si era presentato sotto forma di “cattiveria” finché non era intervenuta una nevrosi ossessiva che obbligava il paziente ad eseguire estenuanti rituali di natura religiosa, associati peraltro a fantasie coatte blasfeme.

L’analisi accerta che il paziente ha subito una seduzione da parte della sorella maggiore, che tra l’altro si divertiva a tormentarlo mostrandogli le illustrazioni di un lupo che lo impaurivano. Avendo scoperto il piacere di manipolare i genitali, egli era stato poi duramente rimproverato e minacciato di castrazione dalla nanja. E’ all’analisi di questa nevrosi infantile che è dedicato il lavoro. 8

Freud si soffermò sull’analisi del seguente sogno che il paziente aveva avuto alla vigilia del suo quarto compleanno:

“Ho sognato che è notte e sono nel mio letto (i piedi del letto erano dalla parte della finestra; davanti alla finestra c’era un filare di vecchi noci. So di aver fatto questo sogno una notte d’inverno). Improvvisamente la finestra si apre da sola e con grande spavento vedo che sul grosso noce davanti alla finestra sono seduti alcuni lupi. Erano sei o sette esemplari. I lupi erano completamente bianchi e sembravano piuttosto volpi o cani da pastore, perché avevano la coda grossa come le volpi e le orecchie ritte come fanno i cani quando prestano attenzione a qualcosa. Preso dall’angoscia, evidentemente, di esser divorato dai lupi, urlai e mi svegliai. La bambinaia si precipitò al mio letto per vedere cosa mi fosse successo. Mi ci volle un bel po’ prima di convincermi che era stato solo un sogno, da quanto vivida e reale mi era parsa l’immagine della finestra che si apre e dei lupi seduti sull’albero. Alla fine mi calmai, mi sentii come liberato da un pericolo e mi riaddormentai. Nel sogno l’unica azione era l’aprirsi della finestra, perché i lupi sedevano del tutto tranquilli, senza muoversi affatto, sui rami dell’albero, a destra e a sinistra del tronco, e mi guardavano. Credo che questo sia stato il mio primo sogno di angoscia. A quel tempo avevo tre o quattro anni, al massimo cinque. Da allora, fino agli undici o ai dodici anni, mi è sempre rimasta la paura di vedere qualcosa di orribile in sogno.” 

L’interpretazione fu che il sogno era il risultato di un’esperienza traumatica del piccolo Pankëev: più precisamente il bambino, all’età di circa un anno e mezzo, sarebbe stato testimone di una scena primaria, aveva cioè osservato un rapporto sessuale dei suoi genitori. Più avanti nel suo scritto, Freud avanza l’ipotesi alternativa che il bambino avesse potuto osservare un accoppiamento fra animali, rielaborando poi il ricordo di tale esperienza in modo da creare la fantasia inconscia di un coito fra i genitori.

SITUAZIONE TRAUMATICA COME EFFETTO DI ESPERIENZE DI PERDITA

Nel 1925, in Inibizione, sintomo e angoscia, Freud diede il suo ultimo grande contributo al concetto di trauma. In questo scritto le situazioni traumatiche sono legate principalmente a esperienze di perdita, perdita della madre, dell’affetto e dell’amore della madre, dell’amore degli oggetti, dell’amore del Super-Io ecc, esperienze che mettono l’individuo in uno stato di impotenza psichica e fisica davanti l’inondazione di stimoli di origine interna ed esterna. 9
La situazione traumatica fondamentale è quella dell’impotenza a cui tutte le altre fanno seguito:

“Chiamiamo traumatica una simile situazione vissuta di impotenza; abbiamo allora un buon motivo per distinguere la situazione traumatica dalla situazione di pericolo …. la situazione di pericolo è la situazione riconosciuta, ricordata, attesa, d’impotenza. L’angoscia è la reazione originaria all’impotenza vissuta nel trauma, reazione la quale, in seguito, è riprodotta nella situazione di pericolo come segnale di allarme. L’Io, che ha vissuto passivamente il trauma, ripete ora attivamente una riproduzione attenuata dello stesso, nella speranza di poterne orientare autonomamente lo sviluppo.” (Freud, 1925)

L’apporto più innovativo alla teoria traumatica è rappresentato qui dall’importanza di fattori come la perdita, la mancanza, la condizione di impotenza soprattutto infantile nella genesi della situazione traumatica.

Questa condizione di assenza e di mancanza si contrappone a quella di presenza violenta, intrusiva, seduttiva e disorganizzante che aveva finora caratterizzato lo scenario traumatico.

Le nuove aperture sulla teoria traumatica, contenute in Inibizione sintomo e angoscia, stimoleranno la successiva e più significativa riflessione psicoanalitica su questo argomento.

Winnicott, Khan, Bion, Green, Bollas, sono alcuni fra gli autori più rappresentativi che hanno ripreso, con sfumature personali diverse, il tema di carenze nelle cure primarie, non necessariamente vissute immediatamente come drammatiche, ma che si ripetono e si prolungano nel tempo, con effetti traumatici.

FILM: Il segreto del suo volto (Phoenix)

 

Anche questo film parla di un trauma, il campo di concentramento, vissuto da una donna che ne esce viva ma con il volto distrutto. Il volto verrà ricostruito chirurgicamente ma il nuovo viso lei non lo riconosce come proprio, un modo per rappresentare filmicamente che la donna non si riconosce più, non può integrare nella sua identità l’esperienza del lager.

Tornata a casa va alla ricerca del marito, sarà informata che è stato lui a denunciarla come ebrea per salvare la propria vita ma la donna non accetta nemmeno questa verità. Cerca di ritrovare quella se stessa che prima del trauma era felice con l’uomo che amava.

Anche l’uomo non la riconosce, nota la somiglianza con la moglie che crede morta ma non può accettare di assumersi il peso della colpa di averla denunciata.

Le vicende del film proseguono fino al finale in cui avviene il riconoscimento: l’uomo comprende che quella donna è proprio la moglie che lui ha mandato al lager e lei riesce a riconoscere il coniuge per quel che è, un traditore ed infine anche se stessa, una sopravvissuta a prezzo di molte perdite.

Nel film l’azione del riconoscimento è affidata alla voce: la protagonista canta una vecchia canzone e il marito pianista la accompagna. Sarà sentendo la voce che lentamente prende corpo nel canto che lui non potrà fare a meno di capire, così come sua moglie non potrà fare a meno di accettare la verità vedendo negli occhi del coniuge che lui finalmente ha capito.

Questo processo del riconoscere è ciò che la terapia cerca di attivare nella cura di traumatismi importanti, poiché uno dei meccanismi di difesa più potenti in questi casi è la dissociazione: l’Io del soggetto si divide in una parte in cui l’evento traumatico resta incistato, senza legami associativi con il resto della personalità, e una parte che nega il trauma e al suo posto vi sostituisce un fantasma. Come nel film la protagonista ha bisogno che sia il marito a riconoscerla affinché anche lei possa prendere atto dei cambiamenti della sua vita, così anche i pazienti hanno bisogno che il terapeuta funzioni come un contenitore mentale e affettivo capace di contenere le loro parti scisse senza farsi distruggere dai fantasmi proiettati sulla sua persona tramite il transfert. E’ lo stesso meccanismo che si avvia nella relazione madre neonato quando le emozioni violente, di amore e odio, di annientamento e catastrofe, vissute dal bambino, trovano riparo e vengono bonificate dalla mente materna che le tiene dentro di sé senza farsi distrugger ovvero senza innescare risposte emotive di angoscia, rabbia o distanza troppo intense.

Manuela Tartari ©

Note:

1 – S. Bonfanti, “La concezione del trauma reale e quella del trauma fantasmatico: confronti, analogie, differenze”, in: www.ildisagiopsichico.it torna su!

2 – Amann Gainotti E. Vulpiani, “La sessualita’ infantile: una problematica controversa”, In: uniroma3.it torna su!

3 – Amann Gainotti E. Vulpiani, “La sessualita’ infantile: una problematica controversa”, In: uniroma3.it torna su!

4 -“Il disturbo posttraumatico da stress”, in: www.100newslibri.it torna su!

5 –  I. Vitale, “Trauma psicologico: definizione”, In: www.igorvitale.org torna su!

6 –  G. Proietti, “Freud, il piccolo Hans e l’analisi infantile”, in:  torna su!

7 – Bonfanti, op. cit. torna su!

8 –  www.nilalienum.it torna su!

9 – Petrini, Renzi, Casadei, “Dizionario di psicoanalisi”, Franco Angeli editore torna su!


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Notizie sull'Autore

Tartari Manuela

Psicoterapeuta, antropologa formatasi presso 'Ecole del Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, membro didatta dell'Istituto italiano di Micropsicoanalisi. Ha collaborato per anni alle ricerche e alla didattica delle cattedre di psicologia sociale e psicologia dinamica, quando Nicola Peluffo insegnava alla Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino. Da più di vent'anni ha ricoperto incarichi di consulenza e collaborazione presso alcune ASL piemontesi per la psicoterapia infantile e il lavoro in ambito evolutivo. Oggi è consulente tecnico del Giudice presso i Tribunali di Torino. Tra le diverse pubblicazioni si ricorda: "Metamorfosi del corpo", in: La terra e il fuoco, a cura della stessa autrice, ed. Meltemi, Roma 1996; "Dall'oggetto inconscio all'oggetto transizionale", in Quaderni di Psicoterapia Infantile, diretti da C. Brutti, Borla, Roma 1997; "Antropologia e metapsicologia. Un confronto freudiano tra efficacia simbolica e elaborazione primaria", in Etnosistemi, n° 7, anno VII, 2000; "L'immagine del corpo in adolescenza", in Bollettino dell'Istituto italiano di Micropsicoanalisi, n° 36, 2006: “Controtransfetr e stati deliranti”, in Tabù, delirio e alucinazione, ed. Alpes. Roma, 2010; “La creatività tra psicoanalisi e antropologia”, in Creatività e clinica, ed. Alpes. Roma, 2013.



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