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Quando sta per nascere un bambino, generalmente la coppia genitoriale concepisce tutta una serie di impressioni su come cambierà la loro vita nonché sullo stile educativo che tendenzialmente e tradizionalmente immaginano di poter trasmettere al nascituro. Il momento della nascita di un figlio, ovvero di un terzo elemento che va ad inserirsi nella diade genitoriale, è sicuramente uno o forse il momento affettivamente più intenso tanto della vita coniugale quanto di quella individuale. Le prime fantasie concernenti la genitorialità, caratterizzano in misura smodata tali sentimenti, alimentando talvolta la gioia di poter essere effettivamente e finalmente una famiglia.

Tuttavia questo non vale per quelle coppie in cui uno o entrambi i genitori con problemi psicopatologici pregressi, vedono l’arrivo del bambino come un qualcosa che riattiva sentimenti intollerabili facenti parti di esperienze ormai passate.

Per comprendere le dinamiche e le differenze tra un caregiver potenzialmente facilitante e uno potenzialmente debilitante per lo sviluppo del bambino, entra in gioco il “sistema di attaccamento”. Quando un genitore/caregiver entra in contatto con il neonato, cerca di sintonizzarsi con lui (mantenendo, per semplificare al massimo, un contatto visivo adeguato e interagendo con esso in modo contingente), accudendolo e stimolandolo nella giusta misura. La presenza di questo caregiver “sufficientemente buono” per tirare in ballo un termine winnicottiano, cerca di comunicare al piccolo che “è stabilmente presente per lui, lo ama e vuole insegnargli ad amare”. L’affetto che scaturisce da tale interazione viene in qualche modo a determinare un contesto relazione genitore-bambino piuttosto sicuro: il bambino sviluppa così una buona capacità di regolazione degli affetti, nonché una base sicura da cui partire per poi allontanarvisi durante la fase esplorativa e riavvicinarvisi per proteggersi da situazioni pericolose. In sostanza il bambino sperimenta un attaccamento sicuro con il caregiver, e questo lo aiuterà ad affrontare adeguatamente tanto le inevitabili quanto le accidentali frustrazioni con cui dovrà imbattersi nel corso dello sviluppo.

Purtroppo non è così per tutti: in alcuni casi, una mamma in difficoltà, con problemi psicopatologici dovuti ad un attaccamento insicuro o traumatico instaurato con i propri genitori, che a loro volta non hanno avuto una sintonizzazione con essa, inevitabilmente si ritrova a riattivare il proprio sistema di attaccamento disfunzionale nei confronti del bambino: così come essa non solo non si è sentita rispecchiata, ma addirittura spaventata dai genitori nel momento del bisogno, allo stesso modo con il proprio figlio si comporta negativamente, in alcuni casi trascurandolo (neglect), o peggio spaventandolo. È il caso di quei caregiver che M.Main e E.Hesse definiscono come “spaventati/spaventati”.

Per fare un esempio in questo senso, molto proficua è stata la collaborazione dell’Infant Research nello spiegare i meccanismi disfunzionali nella diade madre-bambino. Tra i maggiori esponenti di questo filone di ricerca, Tronick ha sviluppato un paradigma denominato Still Face: una procedura strutturata basata sull’osservazione dell’interazione bambino-caregiver durante i primi 6 mesi di vita del bambino, concepita primariamente come situazione sperimentale di ricerca clinica per lo studio della depressione materna.

La procedura prevede di videoregistrare alcuni movimenti e micro-espressioni facciali derivanti dall’interazione madre-bambino. Inizialmente si chiede alla mamma di interagire insieme al bambino, mentre in un secondo momento si chiede alla stessa di fissare il bambino con il volto immobile e quanto più inespressivo. Il bambino in un primo momento interagisce volentieri con la mamma, mentre in un secondo momento, quando nota l’atteggiamento distaccato della mamma, cerca di adottare differenti risposte e strategie per affrontare tale evento particolarmente stressante: tenta in tutti i modi di comunicare con la mamma aumentando vocalizzi, sorrisi e sguardi; ma quando vede che non riceve alcuna risposta positiva, ritira l’attenzione verso di sé, cercando di autoregolarsi attraverso ad esempio il contatto con alcune parti del proprio corpo o degli oggetti circostanti. Il piccolo non avendo ancora alcun riscontro positivo distoglie infine lo sguardo dal caregiver per indirizzarlo altrove. L’autore sostiene che in contesti normali i bambini cercano in tutti i modi di ripristinare l’interazione con la madre, mentre i bambini con madri depresse , manifestando una bassa reattività allo stress, presentano con una minore frequenza quei segnali di protesta e di ricerca volti a stabilire il contatto interpersonale.

Questo per spiegare appunto l’impatto negativo delle reazioni depressive materne all’interno della diade. A questo punto non sorprende il carattere traumatico, in senso evolutivo, che può assumere l’atteggiamento spaventante del genitore nei confronti del bambino

A mio parere, seguendo questo filo rosso, non è la persona in sé a determinare il mantenimento cronico della sensazione terrificante durante tutte le fasi evolutive (includendo così anche l’età adulta), quanto l’attaccamento vero e proprio: la paura di poter risperimentare quella sensazione “angosciante” di sentirsi soli, di sentirsi impotenti, di rivivere una serie di interazioni fallimentari, devianti e paralizzanti. Caregivers scarsamente sintonici hanno un’enorme difficoltà ad interpretare i segnali del bambino, in primis perché troppo impegnati a risolvere i propri stati mentali interni “dissociati” a causa del segnale traumatogeno che percepiscono nella fase di accudimento del bambino, in secondo luogo perché probabilmente non ne hanno la capacità, a causa della difficoltà a “mentalizzare” per dirla alla Fonagy, o di entrare in empatia. Il bambino in questo caso è appeso a un filo: da una parte teme il caregiver poiché risulta una figura spaventante, emotivamente “abusante” e trascurante; dall’altra sa che il caregiver è l’unica persona a cui può fare affidamento per proteggersi da tale terrore. Per poter sopravvivere interiorizza tale sensazione terrificante e il processo, citando Ferenczi, da extrapsichico diventa intrapsichico. Il bambino dunque sperimenta una sensazione di essere un qualcosa situato al di fuori di se stesso: viene quindi a formarsi ciò che Peter Fonagy chiama “Sé Alieno”.

Così come, seguendo la teoria di Ferenczi, un genitore abusante, può determinare nel bambino abusato l’interiorizzazione del senso di colpa e della vergogna tramite l’identificazione con l’aggressore, nonché l’interiorizzazione del senso di impotenza tramite l’identificazione con la figura della vittima, allo stesso modo un genitore trascurante e spaventante determina nel bambino la sperimentazione di una condizione non solo frustrante ma anche ambivalente: l’infante per continuare a vivere, nega completamente che colui che lo terrorizza è proprio la persona che gli vuole bene e si prende cura di lui; e dal momento che spera sempre di ripristinare una relazione sana ed equilibrata con quest’ultimo, si convince di essere egli stesso il colpevole e l’artefice del proprio trauma, poiché come sostiene Fairbairn “è meglio essere peccatori in un mondo guidato da dio che vivere in un mondo governato dal diavolo”. Il prezzo da pagare per tale processo di interiorizzazione patologica della figura genitoriale è un profondo senso di confusione che si traduce in termini psicoanalitici di disorganizzazione che, sommato alla disregolazione affettiva (primum movens della scarsa capacità a mentalizzare) determina articolati processi dissociativi: il bambino può sperimentare congelamento (freezing) tutte le volte che sperimenta una sensazione di minaccia alla propria integrità fisica e psichica, nonché vulnerabilità alla dissociazione nel senso janetiano del termine di disintegrazione o disaggregazione delle facoltà psichiche (quali percezione, pensiero, memoria), o nel senso intenso da Bromberg di “dissociazione patologica”, ovvero di indebolimento difensivo della capacità riflessiva causata dal distacco della mente dal sé. Si può in questo contesto fare riferimento alla dissociazione anche come meccanismo difensivo teso ad evitare ulteriori traumatizzazioni, o infine all’esordio di veri e propri disturbi dissociativi (DDI).

Liotti inoltre spiega che il mantenimento di tali processi dissociativi nel bambino, è dovuto all’interiorizzazione di rappresentazioni minacciose e contraddittorie: secondo l’autore infatti nella mente del bambino, sia questi che il genitore continuano a scambiarsi continuamente i ruoli di vittima, persecutore e salvatore. Quando prevalgono ruoli di salvatore e persecutore, il bambino assume atteggiamenti maggiormente controllanti e attivi nei confronti del genitore, e questo a lungo termine può portare a disturbi emotivi quali depressione o ansia. Quando invece il bambino si ritrova ad occupare il ruolo di vittima, si sente impotente: inibisce completamente ogni forma di controllo su di sé e sulla realtà circostante e questo predispone poi al crollo delle funzioni integratrici e all’insorgenza di problemi dissociativi. Inoltre possono insorgere altri problemi psicopatologici conseguenti a tali dinamiche disfunzionali; per citarne alcuni: Disturbo Post-traumatico da Stress complesso, Depressione, Ansia, ma soprattutto Disturbi di Personalità (specificatamente borderline).

In conclusione  è importante sottolineare che nel momento in cui il nascituro viene a bussare alla porta della coppia genitoriale, è bene avere le fantasie citate all’inizio dell’articolo, ma è altrettanto opportuno in misura preventiva e in una condizione in nuce sfavorevole, intessere una ragnatela sicura nella triade che va a costituirsi e qualora questa dovesse vacillare, occorre assicurarsi che il filo su cui il bambino potrebbe trovarsi a stare appeso, s’inspessisca attraverso un ipotetico e tempestivo supporto alla genitorialità – dove per supporto s’intende un tipo di intervento teso ad offrire ai caregivers la possibilità di acquisire una maggior consapevolezza delle proprie dinamiche inconsce relative al legame di attaccamento (traumatico) con le proprie figure genitoriali, nonché l’opportunità di aver maggior padronanza sulle dinamiche disfunzionali ad esso connesse, spezzando così il circolo vizioso della trasmissione inter e trans-generazionale del trauma. Contrariamente – e in continuità con i riferimenti teorico/clinici relativi alla psicopatologia dinamica dello sviluppo cui sopra citati – quando le dinamiche relazionali disfunzionali instauratesi tra genitori e bambino siano state già consolidate e abbiano portato quest’ultimo a maturare convinzioni evolutivamente errate circa il proprio vissuto relazionale ed affettivo in età successive, l’intervento terapeutico dovrebbe prendere in considerazione quelle inevitabili rotture e riparazioni presenti sin dalle fasi iniziali di costruzione dell’alleanza terapeutica, le quali, se gestite attraverso lo sviluppo di una adeguata sintonizzazione affettiva dettata dall’elaborazione delle dinamiche enactmentali presenti sin da subito all’interno della relazione paziente/terapeuta, rappresenterebbero le basi per costituire una condizione di sicurezza ed una solida autenticità del legame. Soltanto successivamente, per poi procedere parallelamente alle implicazioni di cui sopra, potrebbe essere utile alternare un intervento prevalentemente esplorativo circa l’interpretazione del vissuto conflittuale o traumatico del paziente. L’alternarsi dunque tra polo supportivo e quello esplorativo dell’intervento psicodinamico (ovverosia tra sintonizzazione affettiva, elaborazione dell’enactment da un lato e interpretazione delle dinamiche transfert/controtransfert dall’altro), sarebbe legato alle seguenti condizioni insite al paziente: primariamente in base alle sue capacità rappresentative e simboliche (o ancora più mentalizzanti); secondariamente in relazione alla condizione psicopatologica di cui è sofferente; in terzo luogo relative alle richieste implicite di questi (se ad esempio necessita una maggior sicurezza nella relazione terapeutica, una maggior autenticità del clinico, o se invece necessita dell’esplorazione del proprio vissuto inconscio).

Flavio Grillo ©

Abstract

Il presente articolo intende fornire una revisione della letteratura scientifica circa gli esiti psicopatologici individuali legati alle interazioni traumatiche precoci nel legame caregiver bambino: di come la loro relazione di attaccamento, possa determinare nel bambino che cresce, una vulnerabilità ad aspetti dissociativi e di disregolazione emotiva che se pervasivi andrebbero ad intaccare il funzionamento personologico in process. In tale revisione, a partire dai contributi scientifici dell’Infant Research, per arrivare alle prospettive psicoanalitiche contemporanee (passando per le concettualizzazioni psicodinamiche legate alla teoria dell’attaccamento), è utile sottolineare come nei legami di attaccamento traumatici, dipesi da un caregiver a sua volta permeato da un vissuto personale dello stesso tipo, il bambino stesso possa percepire come pericolosa proprio la figura significativa che dovrebbe offrir lui contenimento, protezione e sicurezza e di come questo non solo apre ad una prospettiva legata alla trasmissione trans-ed-inter-generazionale del trauma, ma anche al fatto che l’individuo possa sentire successivamente come pericoloso l’instaurare un legame di attaccamento in sé e per sé con qualunque altra persona significativa all’interno del proprio contesto relazionale (in quanto, in questo senso non solo è traumatizzante per lui la figura di attaccamento, ma anche la condizione di attaccamento stessa).

Le implicazioni cliniche pertanto, da un punto di vista dell’età evolutiva ascrivibile alla prima infanzia, dovrebbero orientarsi verso la prevenzione, attraverso un adeguato supporto alla genitorialità. Da un punto di vista clinico relativo all’età adolescenziale (in cui centrale è la messa in discussione ma allo stesso tempo una riattualizzazione delle relazioni significative intrattenute e interiorizzate nel passato) e all’età del giovane adulto (dove la lotta tra l’autonomia e la dipendenza riattiva vicissitudini legate all’attaccamento madre-bambino) – e dal momento in cui, in tali circostanze, le dinamiche traumatiche precoci del “là e l’allora” avrebbero giocato un ruolo nefasto in termini di consolidamento dell’esperienza relazionale inconscia individuale responsabile tanto dell’esacerbazione della situazione psicopatologica, quanto delle modalità difficoltosa di relazionarsi nel “qui ed ora” – occorrerebbe prendere in considerazione un intervento maggiormente legato ad un orientamento di stampo psicodinamico, laddove l’alternanza della tecnica supportivo-esplorativa dettata dall’oscillazione tra l’interpretazione (del transfert) e l’elaborazione degli enactment, si prefigurerebbe come valido elemento di collegamento del vissuto di sofferenza attuale del paziente ed alle cause scatenanti relative alle esperienze traumatiche del passato, senza per questo mettere in discussione quella condizione di sicurezza che affonda le sue radici in una “sufficientemente buona” alleanza terapeutica.

 

Key-words:

Attaccamento, Infant Research, Trauma, Dissociazione, Disregolazione Emotiva, Relazioni, Psicoanalisi, Relazioni Oggettuali.

 

BIBLIOGRAFIA:

-Bromberg, P. (1996) Standing in the space: the multiplicity of self and the psychoanalytic relationship

-Fairbairn R.D. (1953), Osservazioni sulla natura degli stati isterici. In Il piacere e l’oggetto. Scritti 1952-1963 (pp. 41-77). Astrolabio, Roma, 1992.

-Ferenczi S., (1932), Confusione delle lingue tra adulti e bambini

-Fonagy P. e Bateman A.W. (2007) Mentalizing and borderline personality disorder // Journal of Mental Health, p. 83-101.

-Janet, P. (2013) L’automatismo psicologico, a cura di Francesca Ortu, Milano, Raffaello Cortina

-Liotti G., Farina B. (2011) Sviluppi Traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Raffaello Cortina Editore

– Main M., Hesse E., (1990) “Parents’ unresolved traumatic experiences are related to infant disorganized attachment status: Is frightened and/or frightening parental behavior the linking mechanism?” 

Tronick, E., Als, H., Adamson, L., Wise, S., Brazelton, T.B. (1978). Infants re-sponse to entrapment between contradictory messages in face-to-face inter-action. Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, 17, 1-13.

 

Flavio Grillo
Flavio Grillo

Flavio Grillo, psicologo iscritto all’albo professionale, specializzando in psicoterapia presso Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università di Roma La Sapienza. Dal 2016 educatore professionale per assistenza ad Adolescenti con difficoltà psichiche ed intra-familiari.