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(Estratto del Seminario tenuto per il Centro Culturale di Micropsicoanalisi del Kazakhstan il 25 Novembre 2025)

Fanti ed il concetto di tentativo

Il concetto di “tentativo” in micropsicoanalisi è un concetto davvero originale (non vi sono termini simili nei tradizionali dizionari o enciclopedie di psicoanalisi): si deve a Silvio Fanti, che lo elaborò e formalizzò, con la collaborazione di D. Lysek e P. Codoni prima nel suo volume “La micropsicoanalisi” e poi nel “Dizionario di psicoanalisi e micropsicoanalisi”
Fanti, aveva costruito, agli albori della sua professione, una complessa teorizzazione, definita “organizzazione energetica del vuoto”, mutuando in modo direi troppo meccanico molti concetti della fisica quantistica, le cui teorizzazioni iniziavano in quegli anni a scuotere il mondo scientifico internazionale, che grosso modo ipotizzava l’esistenza di pacchetti energetici che si organizzavano nel vuoto strutturandosi in tentativi, una sorta di moduli energetici di azione.
Fanti era un medico ma il suo background personale, le sue esperienze, i suoi viaggi in oriente, avevano accentuato enormemente una sua profonda inclinazione verso una sorta di umanesimo, che condivideva del resto con l’altro gigante della micropsicoanalisi, il prof. Nicola Peluffo.
Io arrivai a Couvet a fare la mia formazione nel lontano 1981: mi ero laureato in medicina sei mesi prima. Intrapresi la mia analisi personale con il prof. Peluffo e manifestai ben presto apertamente le mie resistenze e riserve al mio didatta circa un modello che mi risultava non condivisibile, se non con un percorso che potremo a ragione definire iniziatico, come può essere quello di un discepolo religioso.
Peluffo fu categorico dicendo che a suo parere il modello energetico della micropsicoanalisi saturava ogni possibile ipotesi dei fenomeni vitali dell’essere umano.
Erano altri tempi, tempi lontani, per fortuna. Un lunghissimo lavoro è stato fatto, un lavoro paziente di codifica scientifica, fondato sulla revisione delle nostre esperienze, che ha portato la teorizzazione micropsicoanalitica ad essere sempre più comprensibile e adusa ad un linguaggio condivisibile con altre scuole ed altre discipline.

Psicoanalisi e fisica quantistica

Io ero in grado di intuire cosa in fondo volesse comunicarci Fanti: avevo divorato, ancora studente di medicina, il “Il Tao della fisica” di Fritjof Capra, dato alle stampe nel 1975 e successivamente avevo letto e riletto “Tra il tempo e l’eternità” di Elisabet Stenger, pubblicato in italiano nel 1989.
Sono due volumi formativi per un micropsicoanalista, il primo più semplice, il secondo molto più impegnativo ma entrambi ti aprono la mente. Ne consiglio la lettura caldamente se ancora non lo aveste fatto.
“Il Tao della fisica” di Fritjof Capra mostra che esistono sorprendenti analogie tra le scoperte della fisica moderna (in particolare la meccanica quantistica e la relatività speciale) e le antiche filosofie religiose orientali come il taoismo, il buddhismo e l’induismo. L’autore sostiene che, pur provenendo da approcci molto diversi — la fisica attraverso l’empirismo e la scienza, le filosofie orientali attraverso l’esperienza mistica e meditativa — entrambe arrivano a conclusioni simili riguardo alla natura della realtà, un po’ le stesse teorizzate da Fanti. Questo contrasto mette in discussione la visione meccanicistica tradizionale basata sulla fisica newtoniana, proponendo invece una visione del mondo integrata, dinamica e interconnessa. Egli descrive come queste teorie hanno messo in discussione la concezione classica e meccanicistica della realtà, proponendo invece una realtà fatta di energia vibrante e interconnessioni. Capra evidenzia l’idea che le particelle subatomiche non siano oggetti solidi e fissi, ma schemi dinamici di energia in vibrazione continua, in sintonia con concetti mistici orientali come la danza cosmica di Shiva nell’induismo.
Un concetto sovrapponibile a quello di “granulazione del dinamismo neutro del vuoto” di cui parlava Fanti nei lontani anni 80.
Dall’altro canto Elisabet Stenger affronta il tema del tempo non solo come successione cronologica di eventi, ma anche come esperienza umana e filosofica, articolando una critica al dualismo tra visibile e invisibile, tra il divenire e l’essere recuperando il lavoro di un altro gigante Ylia Prigogine
Prigogine, fisico belga ma di origini russe, ha sottolineato come la complessità non sia un disordine sterile, ma un ordine nuovo che emerge dal non-equilibrio, proponendo una nuova logica scientifica valida sia per le scienze esatte che per le scienze umanistiche.
Sono concetti profondi che forse la maggioranza dei colleghi troverà scontati ma negli anni 80, quando mi ci avvicinavo, erano ostici e quasi disturbanti. Comunque avevano finalmente demolito in me dei pregiudizi che provenivano da una formazione scientifica, quella medica, intrisa purtroppo di scientismo e meccanicismo. Cominciavo a rendermi conto che se volevo occuparmi dello psichismo umano dovevo allontanarmi dal mondo degli oggetti per interessarmi a quello degli eventi, esattamente come stava iniziando a fare la fisica quantistica.

La scientificità della psicoanalisi

Ancora pochi giorni fa mi sono sentito chiedere se la psicoanalisi fosse una scienza o una specie di narrazione. E finalmente mi sono tolto qualche sassolino dalla scarpa. Come sapete, probabilmente sulla vostra pelle, la psicoanalisi è stata ferocemente attaccata fin dal tempo della sua edificazione: Freud fu letteralmente perseguitato per il vulnus che aveva portato ad una società bigotta con il disvelamento della sessualità infantile.
In tempi moderni se ne è occupata la “filosofia della scienza” con il famoso principio di falsificabilità di Karl Popper che afferma che una teoria è scientifica solo se è possibile concepire un esperimento o un’osservazione che possa dimostrarla falsa. Una teoria è considerata valida se resiste a rigorosi tentativi di confutarla, non se viene confermata da un numero indefinito di prove, poiché un singolo esperimento può smentirla. Il metodo scientifico, quindi, è un processo di congetture e confutazioni. 
I critici utilizzano il principio di falsificabilità dicendo grosso modo che nel momento in cui un paziente ascolta l’interpretazione dell’analista e la trova assurda e non vi si riconosce e la contesta, l’analista dirà che si difende e sta operando un processo di negazione, e lo interpreta come un rigetto di una legittima “falsificazione”.
Per fortuna la psicoanalisi si è evoluta, soprattutto, possiamo dirlo con orgoglio, grazie alla tecnica micropsicoanalitica: nel momento in cui si fanno sedute lunghe, specie ravvicinate nel tempo, il paziente arriva così vicino alla percezione dei contenuti inconsci della psiche che, solo lavorando sulla presa di coscienza dei meccanismi difensivi che egli sta utilizzando, può recuperare alla coscienza, senza nessuna interferenza dello psicoanalista, che ha il solo compito di lavorare sull’abbassamento delle difese, il ricordo traumatico, molto spesso accompagnato da una massiva abreazione affettiva che ci dice che il ricordo, o comunque la ricostruzione conscia dell’evento passato è autentica. Il ricorso alla cosiddetta “interpretazione” se si fanno sedute lunghe e ravvicinate è davvero estremamente raro. Senza considerare gli studi recenti di neuroimaging che hanno confermato l’efficacia della psicoanalisi ed altre psicoterapie, mostrando come queste portino a cambiamenti osservabili nell’attività del cervello, mediante tecnologie come la risonanza magnetica funzionale PET e SPECT (Tomografia a Emissione di Fotone Singolo). Questi studi evidenziano modificazioni a livello del flusso sanguigno cerebrale, del metabolismo e di attività di specifiche aree cerebrali coinvolte nei disturbi psicologici. 1
In particolare, la psicoanalisi mostra effetti simili o anche superiori a molte terapie farmacologiche e psicoterapeutiche in termini di durata e qualità del cambiamento cerebrale. Nei pazienti, l’attivazione delle aree limbiche (come amigdala e ippocampo), corteccia prefrontale e altre regioni coinvolte nei processi emotivi e cognitivi, viene normalizzata o migliorata dopo un percorso psicoanalitico. Inoltre, gli effetti positivi tendono a permanere e spesso aumentano anche dopo la fine del trattamento, suggerendo una capacità della psicoanalisi di produrre cambiamenti profondi e duraturi nel sistema psicologico della persona, non solo sintomatici ma anche relazionali e di personalità.
Questi risultati, evidenziati da studi di neuroimaging, indicano visivamente e con misure biologiche l’efficacia della psicoanalisi e contribuiscono a superare alcune critiche tradizionali riguardo alla sua scientificità, confermando che la psicoanalisi induce modificazioni neurobiologiche parallele al cambiamento psicologico osservato clinicamente.

Tentativi e filogenesi

Questa lunga premessa era necessaria per calarci ora in una dimensione più clinica ed operativa. Se avete letto la mia conferenza divulgativa sul tema del 1999 avrete compreso quello che ognuno di noi del resto ha sperimentato nella sua vita e soprattutto nel corso della sua micropsicoanalisi personale. Che esiste una rete diremo energetica, senza ovviamente fossilizzarci sulla qualità della definizione, che soggiace all’organizzazione dei fenomeni, che mentre noi facciamo programmi, investiamo energie in progetti, creiamo gruppi, insiemi, tessiamo relazioni affettive o amorose, ha un suo dinamismo che rimane sconosciuto, alimentato probabilmente da eventi traumatici che nel secondario , cioè il conscio, appartengono al passato ma che nell’inconscio, ove non esiste il tempo, sono sempre un eterno presente. Ci illudiamo di prendere decisioni ponderate e logiche ma spesso le direttrici della nostra vita sfuggono a qualsiasi interpretazione logica.
Per chi non lo avesse letto ne faccio una brevissima sintesi: ero stato invitato a tenere una conferenza per dei giovani volontari che seguivano bambini spesso svantaggiati, poveri, abbandonati, o con deficit mentali o emotivi. Una conferenza che non ci sarebbe stata, poiché io avevo memorizzato sulla mia agenda un giorno errato, commettendo un lapsus. Solo una serie di tentativi quotidiani apparentemente falliti, mi diedero la possibilità, del tutto casuale, di ricontattare uno dei responsabili dell’organizzazione che mi avverti, il giorno prima dell’evento, che la data a cui facevo riferimento era errata.
Molti di voi che hanno intrapreso la propria ricerca genealogica personale avranno preso atto che spesso stanno riprendendo in mano tentativi/desideri di alcuni Avi che si erano interrotti ma alla cui spinta, ancora non completamente esaurita, noi stiamo soggiacendo. Sono i cosiddetti “condizionamenti ancestrali”. Queste direttrici sono di facile reperimento e ancor più frequenti negli spostamenti geografici che facciamo nella vita: pensiamo di prendere decisioni in base ad esigenze logiche e utilitaristiche mentre invece veniamo a sapere che stiamo ripercorrendo itinerari che anche i nostri Avi avevano percorso. Non sono rare situazioni in cui molti analizzati hanno soggiornato in strade o quartieri di immense città dove aveva vissuto, a loro totale insaputa, qualche antenato.
Non so se conoscete i romanzi di Anne Rice (i più famosi sono “Intervista al vampiro” e la saga delle Streghe di Mayfair) in questo mondo sospeso tra il reale e l’immaginifico (non sono streghe e vampiri forme che da secoli si attribuiscono ai fantasmi traumatici inconsci?) c’è una istituzione, una nobile associazione segreta costituita da eminenti studiosi, che mi ha sempre colpito: il Talamasca, questo il suo nome. 2
L’obiettivo principale dell’organizzazione è osservare, studiare e documentare gli eventi senza mai interferire direttamente con le loro attività. Il loro motto è “Osserviamo e siamo sempre qui”, un po’ quello che dovrebbe fare lo psicoanalista: una osservazione neutra, non coinvolta, non giudicante.
Osservare come si sono attivati, indeboliti o rafforzati i tentativi vitali della persona nel corso della sua esistenza. Uno dei concetti più felici della tesi di Fanti è che il tentativo riuscito (che ci da tanta soddisfazione sul piano cosciente) non differisce da quello (apparentemente tra virgolette) fallito che forse sta preparando una strada ancor più agevole che si rivelerà tempo dopo. In Italia c’è un motto popolare, non so se esista anche nel mondo russofono, che recita: “Tutto per il bene”; la saggezza dei nonni ci abituava ad accogliere con neutralità le avversità. Badate bene, non è propriamente una rassegnazione masochistica, è una sorta di relativizzazione, una attitudine a non fare troppo affidamento sul dispiegarsi conscio dei progetti vitali.

La pazienza dello psicoanalista

Quante volte, specie nei primi anni di professione, ci siamo trovati a spingere, a volte indirizzare il paziente su certe scelte a nostro parere meno mortifere? La risultante è il rafforzamento della spinta distruttiva, un po’ come fanno gli adolescenti in piena opposizione edipica. Il tempo ci insegna la pazienza di aspettare che i tentativi vitali si organizzino e possano avere finalmente la forza e la forma per manifestarsi. Il nostro lavoro, lo ripeto sempre è quello di osservare e rendere al paziente osservabili queste dinamiche nel corso della sua esistenza. Spesso arriviamo a coglierle nel corso di una seduta lunga nel materiale storico, in quello quotidiano (nella sua ripetizione), nel sogno e addirittura nel resto diurno (l’attività della vita di veglia che precede il sogno che ha ottenuto una rappresentazione individuabile nel contenuto manifesto del sogno).
Lysek sostiene che il setting micropsicoanalitico basato sulle lunghe sedute favorisce l’emergere di ampie catene di materiale collegato con lo psichismo profondo attraverso il quale gli anelli associativi si annodano uno all’altro, fino a costituire una catena significante, cioè che svela il senso latente del materiale espresso. Cito Lysek: “… un anello associativo è un’ampia connessione di elementi verbalizzati che finiscono per ritornare su sé stessi, ma a un livello più profondo, svelando così un dinamismo e/o una struttura dello psichismo profondo… La formazione di tali anelli associativi avviene probabilmente in altri setting, però non saranno spontanei, avranno bisogno di un incentivo dell’analista, col rischio che non siano bene assimilati dallo psichismo dell’analizzato. La formazione di anelli associativi avviene quando la micropsicoanalisi ha raggiunto “la velocità di crociera”; si formeranno allora in modo spontaneo. In queste condizioni le interpretazioni possono appoggiarsi su un materiale venuto naturalmente a galla e che ha avuto un tempo sufficiente per essere elaborato, minimizzando così il rischio di errore, di essere in anticipo o sovrastimare l’insight dell’analizzato. Soprattutto, una seduta che si conclude formando un anello associativo crea un contatto di buona qualità con l’inconscio”. (Fine della citazione). 3
Uno dei requisiti per essere un vero psicoanalista, ne parlavo qualche giorno fa nel corso di una conferenza con la dott.ssa Gioia Marzi, è l’attitudine alla pazienza. La parola pazienza, in italiano, ha un’origine etimologica dal latino: la radice è il verbo latino patior, che significa “sopportare” o “subire”. Il participio patiens significa “colui che sopporta”. Chi fa il nostro lavoro apprende presto quanto l’analista sopporti. In parte lo inquadriamo nella neutralità, l’astensione dal giudicare, biasimare, consigliare o esprimere le proprie opinioni personali, morali o religiose sul paziente o sulle situazioni che racconta, in parte nella cosiddetta astinenza: L’analista evita di soddisfare le richieste affettive, materiali o emotive del paziente, al fine di favorire lo sviluppo e l’analisi del transfert.
Non si tratta di indossare una maschera di freddezza, si tratta di non entrare mai nel gioco manipolatorio dei pazienti che, in fondo, coscientemente o no, cercano di farci recitare un ruolo ripetitivo che ricostruisca ancora e ancora la frustrazione della coazione a ripetere. Tutto questo è reso più facile e meno pesante dalla profonda consapevolezza, che purtroppo non può essere appresa ma proviene dall’esperienza che si accumula strada facendo, che il paziente viene mosso dai suoi tentativi, è una sorta di entità a cui la seduta lunga offre la possibilità di acquisire minime varianti della forma, passo dopo passo, che si costruisce a sua insaputa, dispiegando potenzialità soppresse dal gorgo della coazione a ripetere. Al termine di questo seminario, questa sera fate un esperimento, ripensate al dispiegarsi della vostra intera esistenza, dei vostri cambiamenti di forma, sia fisica che psichica, dei successi e i fallimenti, degli spostamenti geografici, dei rallentamenti e delle improvvise accelerazioni dei vostri tentativi vitali: poco a poco vi vivrete come una palla di energia e materia che è stata plasmata da gioie e dolori, successi e insuccessi, in cui non solo quelli che vi hanno arrecato soddisfazione e gioia hanno fatto ciò che siete ma anche i dubbi, le attese, le separazioni, i lutti, la sofferenza, la malattia organica persino, vi hanno reso ciò che siete oggi.
È un esperimento mentale che vi abituerà a non cercare di forzare né i tempi né le direzioni del vostro lavoro psichico. In fondo noi siamo per i nostri pazienti, come il Talamasca: osserviamo e ci siamo sempre. Lavoriamo allo scioglimento delle resistenze che il malato ha accumulato per proteggersi dalla penetrazione nel compartimento conscio di fantasmi traumatici, consentendo una estensione della coscienza (la dove era l’Es ora c’è l’Io) e della libertà dei tentativi.

© Quirino Zangrilli

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Note:

1 – Buchheim A, Labek K, Walter S, Viviani R. A clinical case study of a psychoanalytic psychotherapy monitored with functional neuroimaging. Front Hum Neurosci. 2013 Oct 23;7:677. doi: 10.3389/fnhum.2013.00677. PMID: 24167481; PMCID: PMC3805951.
– American Psychiatric Association, Brain Imaging Shows the Impacts of Psychotherapy,  6 Gennaio 2020.

2 – Mi riferisco qui alle fonti letterarie. Purtroppo la trasposizione recente che ne è stata fatta per il pubblico televisivo snatura e svilisce completamente il ruolo neutro del Talamasca.

3 – D. Lysek, Principi di una micropsicoanalisi del XXI secolo, Psicoanalisi e Scienza, 15 ottobre 2024.