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Introduzione

Parlare oggi di isteria significa inevitabilmente confrontarsi con un paradosso: da un lato, essa occupa un posto fondativo nella nascita della psicoanalisi; dall’altro, sembra essere progressivamente scomparsa dal linguaggio della psicoanalisi e della psichiatria contemporanea. Tuttavia, questa apparente scomparsa merita di essere investigata più che accettata. È davvero l’isteria ad essere scomparsa, oppure sono cambiate le forme attraverso cui essa si manifesta e i dispositivi teorici attraverso cui la riconosciamo? Un altro tema al centro della discussione è sulle fasi di fissazione: genitale o orale? Su questi quesiti si è aperto un grande dibattito tra i post-freudiani, sebbene negli ultimi anni gli scritti sull’argomento siano diventati rarissimi, perché l’attenzione è rivolta alle forme cliniche attualmente diffuse: i DCA, le dipendenze e i disturbi narcisistici.

Cos’è l’isteria oggi?

Vi propongo l’idea che l’isteria abbia subito un processo di trasformazione: i suoi sintomi si sono modificati, adattandosi ai mutamenti del contesto socio-culturale e storico, mentre la struttura dinamica che li sottende resta sostanzialmente invariata. Definirei l’isteria una situazione psichica, più che una patologia, che assume forme molto diverse che rischiano di sfuggirci. Pertanto vi propongo l’idea che l’isteria si nasconda nei disturbi che oggi sono al centro dell’attenzione clinica. L’isteria, scriveva Fenichel (1945), può imitare qualsiasi malattia, rendendo difficile per il clinico la comprensione del funzionamento sottostante.  Il termine deriva da “Uterus” utero, che definisce così una situazione psichica tipicamente femminile, un modo di essere della donna. Tant’è vero che prima di Freud la si curava con l’isterectomia. Inoltre, proprio perché  sintomi cambiano per adattarsi alla cultura medica del momento, i clinici sono costretti ad uno sforzo  continuo di confronto tra le conoscenze teoriche, la formazione analitica personale e il contesto storico e culturale.

Se ci poniamo da clinici, con l’intento di comprendere la psiche femminile, dovremmo innanzitutto chiederci quali siano le principali sfide che le donne affrontano nella società contemporanea:

  1. La gravidanza e l’assunzione della funzione materna, in conflitto con le aspirazioni alla carriera. Su questo conflitto fanno perno la diffusione delle gravidanze medico assistite, il congelamento degli ovuli per programmare la gravidanza in età avanzata, il calo delle nascite e, perché no, il diffondersi impressionante di forme di sterilità: miomi, fibromi ovarici, endometriosi…
  2. L’investimento narcisistico sul corpo con le sue declinazioni: desiderio di gioventù eterna, annullamento di qualsiasi cambiamento corporeo, quelli della pubertà, quelli della gravidanza, quelli del climaterio, ecc. Ad esso sono associati, a mio parere, la diffusione dei DCA, e delle intolleranze alimentari.

Inoltre, il sintomo isterico rappresenta anche una specifica modalità comunicativa non verbale che disorienta non solo i familiari stretti, ma persino gli specialisti, inducendo una risposta compiacente, sintonica con il bisogno della paziente di essere commiserata ed essere al centro dell’attenzione.

Recentemente una collega mi ha inviato una paziente. Mi ero preparata, come d’abitudine, ad un primo colloquio vis à vis e quando la signora è entrata nello studio, le ho mostrato la poltrona sulla quale accomodarsi. Ma la signora si è immediatamente stesa sul divano, accusando un dolore alla pancia che le impediva di stare seduta. Stavo per accomodarmi sulla mia poltrona, posizionata leggermente alle spalle del divano, in modo che la paziente, se vuole, possa guardarmi, ma mi sono trovata ad acconsentire alla sua richiesta di guardarmi in faccia, perché non abituata a parlare con una persona seduta alle sue spalle. Senza una piena consapevolezza immediata delle implicazioni, mi sono seduta di fronte a lei. Solo successivamente ho riconosciuto come tale configurazione evocasse una postura assimilabile a quella del medico al capezzale del paziente, con una conseguente modificazione del setting analitico. La paziente, una donna di 40 anni, è sposata da 20 anni con un uomo che definisce ideale. Non desideravano avere figli, ma approssimandosi alla fine dell’età fertile, si erano rivolti ad un centro per la procreazione medico assistita, quando, inaspettatamente la signora è rimasta incinta. A partire dall’inizio della gestazione, la paziente ha sviluppato un dolore addominale persistente, localizzato in regione appendicolare, descritto come intollerabile. Gli accertamenti clinici effettuati da diversi specialisti hanno escluso una patologia organica acuta, inclusa la peritonite. La gravidanza è stata portata a termine, con richiesta di taglio cesareo motivata da marcata prostrazione. Nel periodo post-partum, il dolore non ha mostrato remissione. La paziente ha espresso implicitamente un nesso causale tra la sintomatologia e la presenza del feto, aspettandosi una risoluzione dopo il parto, che tuttavia non si è verificata. La persistente sintomatologia ha determinato una significativa compromissione della capacità di accudimento, con conseguente attivazione di una rete di supporto familiare e sociale estesa.

Dopo ulteriori consultazioni specialistiche, la paziente ha ottenuto un intervento chirurgico di appendicectomia, anch’esso privo di beneficio sul dolore riferito. Al termine del primo colloquio mi ha chiesto: “lei crede che esistano i dolori immaginari?” E nel colloquio successivo ha ricordato un sogno angoscioso fatto subito dopo il parto in ospedale: “un mostro uccideva una neonata”. Inutile dirvi che dopo il secondo colloquio la signora ha deciso che la psicoterapia psicoanalitica non è l’aiuto di cui ha bisogno. E’ dominante il bisogno di mantenere un sintomo, seppur immaginario, che condensi il sé la realizzazione di un desiderio (liberarsi di sua figlia) e la punizione per il desiderio stesso (sofferenza).

Il polimorfismo consiste proprio nella scelta del sintomo: il controllo delle nascite, il ritardo della prima e spesso unica gravidanza, va di pari passo  con la medicalizzazione del processo riproduttivo ed un iperinvestimento della gravidanza che viene sempre più spesso vissuta come un evento raro, sotto la lente d’ingrandimento del personale sanitario e dei genitori. Sempre più evidente è l’ambivalenza nei confronti della gravidanza che comporta un gravoso cambiamento nella vita della coppia. Ciò sottolinea l’attualità della prima topica freudiana: conflitto tra pulsioni dell’Io e pulsioni sessuali.

Ritengo che la difficoltà a stabilire una nosografia condivisa possa essere attribuita anche ad altri motivi:

  • la diffusione degli psicofarmaci (ansiolitici ed antidepressivi) che vengono facilmente assunti per sedare i sintomi di ansia, molto spesso inquadrati in un’affrettata diagnosi di “attacchi di panico”;
  • la diffusione delle sostanze stupefacenti che, alterando gli stati di coscienza ed il comportamento, rendono difficile la diagnosi differenziale;
  • infine, alcuni sintomi di conversione sono stati codificati in un comportamento adatto ad un certo contesto storico e socio-culturale.

È possibile del resto che le divergenze sulla classificazione diagnostica siano imputabili anche ad una diversa idea sul funzionamento dell’apparato psichico e della conversione.

Gli argomenti su cui maggiormente si disquisisce e che intendo affrontare in questo mio contributo sono:

  1. Il sintomo di conversione ha una base solo psichica, cioè è la traslazione di un conflitto psichico nel somatico o esiste una componente somatica nella conversione e pertanto la distinzione dei sintomi corporei in somatici ed isterici è ingiustificata?
  2. Ammessa l’origine sessuale dell’isteria, essa trae origine nel conflitto edipico, quindi nello stadio fallico, oppure sono presenti fissazioni a fasi preedipiche? Pertanto la domanda: la scelta dell’organo colpito dalla conversione, costituisce la rappresentazione simbolica di uno specifico conflitto, o anche il sintomo di conversione è sovradeterminato?

Cercherò di riassumere brevemente il punto di vista di Freud su entrambi i punti, mettendolo a confronto con le opinioni espresse da altri colleghi più contemporanei. Freud introduce il concetto di conversione per distinguere le diverse psiconevrosi. In Le neuropsicosi da difesa afferma che, nell’isteria, una rappresentazione incompatibile viene resa innocua trasformando la sua carica di eccitamento in un sintomo somatico: questo processo è appunto la conversione. In questa prima formulazione emerge un’impostazione dualista mente-corpo: i sintomi isterici sono la traduzione corporea di contenuti psichici rimossi. Tuttavia, Freud si confronta presto con una difficoltà teorica: spiegare perché sia proprio un determinato organo a esprimere il conflitto. Per superare questo limite introduce il concetto di compiacenza somatica. Nel caso di Dora, sostiene che la distinzione tra origine psichica o somatica dei sintomi è mal posta: ogni sintomo isterico richiede entrambe le componenti. È necessaria una predisposizione corporea (normale o patologica) che permetta al conflitto psichico di esprimersi attraverso il corpo. Quanto alla scelta dell’organo, Freud la collega soprattutto alla dimensione affettiva e sessuale: un affetto rimosso viene convertito in sintomo tramite l’innervazione di un organo che assume un valore simbolico. In altri casi, l’organo è reso “disponibile” da una precedente condizione patologica. Freud sottolinea inoltre che i processi psichici alla base delle psiconevrosi sono simili, ma ciò che distingue l’isteria è proprio l’intervento della compiacenza somatica, che consente uno sbocco corporeo. In sua assenza, il conflitto si manifesta in forme diverse, come fobie o ossessioni. Infine, Freud ipotizza una base organica minima (come un’irritazione reale) che funge da punto di ancoraggio: un “granello di sabbia” attorno a cui si struttura il sintomo, permettendo alla libido rimossa di trovare espressione somatica. Tra i post freudiani Gustavo Chiozza fa un tentativo di bypassare la distinzione tra conversione e somatizzazione. Egli ritiene che considerare un sintomo come un affetto rimosso, vuol dire anche considerarlo somatico perché percepibile dagli organi di senso ed afferma: “[…] Da un’epistemologia che trascende la dualità corpo-mente, la distinzione abituale si fa inaccettabile. Lungi dall’affermare che malattia somatica e isteria di conversione sono la stessa cosa, sosteniamo che costituiscono due modi di mettere a fuoco un esistente unico: ciò che la coscienza percepisce come sintoma corporeo” (Chiozza G., 2005, p.122) Lysek D. (2016) mantiene la distinzione tra conversione e somatizzazione, attribuendo alla prima una componente nevrotica, mentre la somatizzazione sarebbe un meccanismo universale di manifestazione dello psichismo inconscio. Tuttavia, se si condivide l’idea che il sintomo, sia di conversione che somatico, ha la funzione di abbassare la tensione soddisfacendo in maniera simbolica un bisogno/desiderio, intendendo con il termine bisogno l’aspetto organico-funzionale e con il termine desiderio l’aspetto psichico, probabilmente tutti i sintomi dovrebbero essere considerati psicosomatici. Sappiamo che ad ogni fase dello sviluppo psicosessuale corrispondono desideri, organi, funzioni e vissuti legati ad esperienze di soddisfacimento o di frustrazione e mancato soddisfacimento. Si tratta di corrispondenze a momenti di distensione generati dalla soddisfazione del bisogno/desiderio e a momenti di tensione provocati da frustrazioni e da situazioni traumatiche. Tali vissuti, con le relative corrispondenze ad organi e funzioni, vengono memorizzati nell’inconscio e diventano tracce mnestiche (questo è il pensiero freudiano) potenzialmente riattivabili nelle situazioni attuali, inclusa quella analitica. La riattivazione nell’attuale di un’esperienza traumatica può comportare la ripetizione del sintomo sia psichico che somatico. A me sembra che le cose non siano differenti nella conversione isterica. Quello della riattivazione è un concetto chiave in psicoanalisi. Nella relazione transferale prendono corpo ricordi ed emozioni del passato individuale con relative serie associative oniriche e comportamentali che, se non incontrano l’intralcio delle censure, si esprimono in una concatenazione coerente. Si assiste quindi ad un susseguirsi di piani diversi in cui lo stesso affetto o vissuto, indotto da uno stimolo attuale (sintomo psichico o somatico, dettaglio onirico, episodio di vita quotidiana), è collegato ad un vissuto adolescenziale, ad uno infantile ad intonazione fallica, anale ed iniziatico-orale. Si potrebbe dire che il dettaglio psicosomatico è sovradeterminato. A ciò andrebbe aggiunta un’altra considerazione: si è detto che il sintomo di conversione, sul piano simbolico colpisce l’organo e la funzione depositari del conflitto psichico. Di solito si tratta di disturbi collegati a problematiche edipiche, a desideri e fantasie di carattere incestuoso dello stadio fallico. Ciononostante, la presenza del sintomo indica un tentativo di risoluzione del conflitto che, se avvenisse, consentirebbe il passaggio alla fase evolutiva successiva, laddove la ripresentazione, per coazione a ripetere, del sintomo induce la regressione a fissazioni delle fasi antecedenti. L’espressione somatica di fissazioni alla fase simbiotico orale è evidente nei casi di isteria attraverso sintomi di conversione che colpiscono il cavo orale e l’apparato gastro-intestinale con le funzioni connesse: alimentare, digestiva, escrementizia e respiratoria. Ai nostri giorni le componenti orali si osservano frequentemente anche in riattivazioni durante il climaterio, nei casi in cui la perdita della gioventù e della prestanza del corpo, con la connessa perdita della capacità riproduttiva, è sentita come particolarmente dolorosa. Si possono, allora, presentare irritazioni di vario tipo: gonfiori addominali, infezioni delle vie respiratorie, ecc. che trovano una spiegazione da parte dei medici e soddisfazione nelle pazienti, nella diagnosi di intolleranze alimentari. Senza nulla togliere alle interessanti e validissime ricerche sulla manipolazione dei prodotti alimentari e sulla correlazione tra cattiva alimentazione e alcune malattie somatiche, penso che la diffusione, registrata dalle statistiche, circa l’aumento esponenziale delle intolleranze alimentari, richieda anche la nostra attenzione, nel senso di una riflessione su possibili conversioni somatiche determinate da regressioni alle fasi pregenitali. La diagnosi di intolleranza alimentare costringe i soggetti a diete estremamente drastiche: eliminazione totale di zuccheri, grassi, cereali e frutta secca. In pratica, per un certo periodo, si possono assumere solo le proteine, per poi procedere ad una lenta reintroduzione degli alimenti, ma sempre con grande parsimonia. Ho notato che questa regressione, che tanto ricorda le prime fasi dello svezzamento del bambino, dà un buon sollievo alle persone. Da un punto di vista psicodinamico è una diagnosi sufficientemente punitiva dell’aggressività del soggetto e rinforza la regressione. Sottolineo che il bisogno di punizione riguarda proprio l’aggressività, perché i soggetti in questione (donne in menopausa) si trovano a rivivere la castrazione della bambina che, in fase edipica, invidia le donne adulte (in prima istanza la madre), per la sua capacità generatrice e teme la vendetta materna che, nella fantasia della bambina rappresenta la madre castratrice. Si riaffacciano così le regressioni alle fasi antecedenti. Frequenti sono le prescrizioni di diete drastiche con alimenti altamente digeribili come quelli che si danno ai bambini nello svezzamento, piuttosto che le prescrizioni di pasti frequenti con ritmi e tempi da neonati. Con ciò non intendo che tale dinamica riguardi soltanto le donne in menopausa. Queste stesse considerazioni possiamo facilmente estenderle anche a donne giovani, in piena età fertile, senza fra l’altro escludere il sesso maschile. Penso alle situazioni in cui si manifestano difficoltà relazionali: fallimenti coatti delle unioni, impossibilità di trovare un partner, inibizioni relazionali o sessuali. Rispetto a queste ultime la gamma è vasta e va dai divieti di carattere religioso, alle infezioni vaginali per giungere alle giustificazioni di carattere sociale ed economico. Ho avuto diverse pazienti con queste caratteristiche, sia giovani in età fertile, che in menopausa. Tra queste ricordo una ragazza che soffriva di crisi isteriche con convulsioni. Dopo aver consultato tanti medici che le avevano diagnosticato un disturbo di carattere nervoso, finalmente la ragazza era riuscita ad ottenere soddisfazione al desiderio autopunitivo. Era stata ricoverata in un reparto di medicina interna, dove le avevano imposto un digiuno di 48 ore, dopo il quale i medici avevano riscontrato una crisi ipoglicemica e avevano fatto diagnosi di disturbo metabolico. La prescrizione fu una dieta con pasti ogni 3 ore, assunzione di cereali integrali, eliminazione totale degli zuccheri e delle bevande alcoliche. La ragazza era tornata ad un’alimentazione da neonata con sei pasti al giorno. Le crisi erano iniziate nel corso di una relazione di carattere sado-masochista, con un ragazzo, con il quale la ragazza intratteneva pratiche sessuali di tipo perverso: dopo ogni rapporto subentravano le convulsioni. Un altro caso è una signora in menopausa, in pena per i tradimenti del marito.

L’analizzata è molto arrabbiata e sente un nodo alla gola che le rende difficoltosa la respirazione. Recentemente ha scoperto di soffrire di intolleranze alimentari, per cui ha seguito una dieta drastica che le ha fatto perdere parecchi chili in poco tempo. (La signora era già magra, ma non si piaceva perché i cambiamenti ormonali avevano provocato l’accumulo di adipe sulla pancia). Ora si piace, le pare di rassomigliare di più a quando era giovane, ma l’angoscia è rimasta. Il sintomo somatico sembra esprimere il desiderio di tornare ad essere attraente, come lo era da giovane quando il marito s’innamorò di lei e del suo bel fisico asciutto, ma al contempo ha una funzione punitiva dell’aggressività orale attraverso cui si esprime il desiderio di evirazione del marito. Un esempio di come il sintomo sia sovradeterminato: esso esprime desideri di carattere fallico e sadico-orale. Questi esempi mi pare testimonino che l’isteria non è scomparsa, piuttosto sono cambiate le espressioni fenotipiche.

© Bruna Marzi

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Bibliografia

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