Presentazione | Bruna Marzi
In effetti, per correttezza rispetto al modello micropsicoanalitico, dovrei parlare di continuità di un tentativo creativo che si è espresso nell’idea di Fanti di sistematizzare l’allungamento della durata della seduta psicoanalitica, al fine di ampliare il focus sugli elementi psichici (rappresentazioni, affetti) microscopici ed ultramicroscopici e consentire un più facile e fisiologico scioglimento delle resistenze. Questo tentativo ha trovato risonanza nell’opera di Nicola Peluffo e continua ancora oggi ad esprimersi nel lavoro dei suoi allievi e nella generazione successiva. Oggi, la micropsicoanalisi sta riscontrando particolare interesse e diffusione nel mondo russofono, grazie alla collaborazione dell’Istituto Svizzero di micropsicoanalisi con l’Istituto di Psicoanalisi di Mosca.
Il lavoro clinico di Zangrilli, testimoniato nel presente libro, si colloca pienamente in questo tentativo. L’autore assume i presupposti fondamentali della tecnica, attraversa criticamente alcuni snodi teorici, e al tempo stesso offre una rielaborazione personale, maturata nel corso di una lunga esperienza.
Questo libro è il risultato di molti decenni di lavoro. Lo si avverte nella scelta dei temi, nella qualità delle osservazioni, nella concretezza degli esempi, ma soprattutto nel modo in cui l’autore si avvicina ai suoi pazienti e ai loro mondi interni. Non vi è qui alcun riferimento teorico che sia privo di esemplificazioni. Ogni concetto è supportato dal materiale clinico, dal lungo confronto con pazienti reali, con storie complesse, con assetti psicopatologici spesso gravi, con sofferenze che non si lasciano ridurre ad impersonali formule diagnostiche.
I colleghi che utilizzano la tecnica delle sedute lunghe sanno bene che la profondità del lavoro costringe a rivedere molte semplificazioni. Si scopre che certi sintomi non sono meri disturbi da eliminare, ma organizzatori psichici, talvolta necessari al mantenimento di una forma psicobiologica sufficientemente stabile, che alcune ripetizioni non sono fastidiose abitudini, ma destini ineludibili e che il passato traumatico non è soltanto un ricordo che torna alla mente, ma continua a vivere e ad agire negli spostamenti e nelle trasformazioni attuali.
I concetti che danno titolo al libro – involucri, immagini, trasformazioni – ne definiscono con chiarezza l’asse portante. L’idea di involucro rinvia, in queste pagine, alla concezione dell’entità psicobiologica come luogo di iscrizione, contenimento e manifestazione di dinamiche psichiche profonde, spesso eccedenti la dimensione biografica soggettiva. L’involucro designa dunque la forma contingente attraverso cui si esprimono configurazioni più antiche, stratificate e persistenti del funzionamento psichico.
Il concetto di Immagine occupa, all’interno di questa costruzione teorica, una posizione centrale. L’immagine, nell’accezione elaborata da Peluffo e ripresa qui da Zangrilli, è intesa come nucleo dinamico, modulo organizzatore delle interazioni umane, incluse quelle con sé stessi ed il proprio corpo. Essa opera come condensazione di esperienze traumatiche, anche di carattere ereditario, che tendono a riproporsi nel soggetto secondo le leggi della coazione a ripetere.

Uno dei nuclei più rilevanti del volume è rappresentato dal concetto di trasmissione transgenerazionale. L’autore si muove qui in una direzione che la micropsicoanalisi ha da tempo riconosciuto come decisiva: una parte importante della vita psichica individuale non trae origine esclusivamente dalla vicenda ontogenetica del soggetto, ma si inscrive entro sequenze più ampie di tipo filogenetico. Il libro mostra come determinati nuclei traumatici, stili relazionali, e modalità difensive, possano ripresentarsi lungo le generazioni, imponendosi al soggetto come tracce di esperienze e pattern di risposta agli stimoli ambientali. Il lavoro psicoanalitico diviene allora il luogo in cui tali continuità possono essere osservate, riconosciute e in parte trasformate, se foriere di sofferenza.
Desidero sottolineare anche un altro elemento che considero essenziale: l’onestà clinica con cui l’autore affrontata i limiti stessi dell’azione terapeutica. Le pagine dedicate alla cronicità, a mio avviso testimoniano il rigore e l’onestà intellettuale dell’autore. In esse si riconosce che esistono organizzazioni patologiche profonde nelle quali la riparazione dell’Io resta parziale, e in cui il lavoro analitico assume talora il senso di un sostegno strutturale protratto, di una funzione di appoggio, di contenimento e di rivisitazione ciclica del nucleo traumatico. Non vi è, in ciò, alcuna rinuncia; vi è piuttosto una concezione matura della cura, capace di misurarsi con la realtà della sofferenza senza cedere né all’onnipotenza terapeutica né al diniego dei suoi limiti.
In questo quadro teorico, il rapporto con Freud è costante e strutturale. Freud resta il riferimento imprescindibile rispetto a concetti cardine come: l’inconscio, la rimozione, la coazione a ripetere, il transfert e la soggettività dei processi inconsci. Freud rimane il riferimento fondamentale anche rispetto al metodo analitico: l’utilizzo delle libere associazioni, l’analisi del sogno, del transfert e del contro-transfert. Ciononostante, il libro si colloca altresì nel solco di quegli sviluppi che, a partire da tale matrice, hanno esteso l’indagine psicoanalitica a livelli sempre più precoci dell’organizzazione psichica.
È qui che assumono rilievo i riferimenti a Silvio Fanti. Pur mantenendo una propria autonomia critica rispetto ad alcuni aspetti della costruzione fantiana, l’autore riconosce con chiarezza il ruolo fondativo di tale impostazione, senza la quale molte delle acquisizioni cliniche discusse nel volume non sarebbero state pensabili.
Parimenti decisivo è il richiamo a Nicola Peluffo, il cui contributo appare qui come fondamentale antecedente teorico, per l’attenzione ai processi di trasformazione, al ruolo dell’immagine e alla dimensione intrauterina dell’esperienza psichica. Il presente volume riprende e sviluppa tale eredità, conferendole una rinnovata coerenza interna.
Importante è anche il riferimento a Daniel Lysek, in particolare per ciò che concerne la riflessione sulle risonanze tra vissuti precoci, trama familiare e organizzazione successiva dello psichismo. In questa linea, il concetto di risonanza consente di pensare la trasmissione come riattivazione strutturale di configurazioni che trovano nel soggetto un terreno di iscrizione e di ripetizione.
La specificità epistemologica del testo consiste, a mio avviso, proprio nell’intensità del lavoro psicoanalitico. Zangrilli assume infatti come criterio di interpretazione la reiterazione di determinate costanti nel materiale associativo, onirico, transferale e transgenerazionale. Si tratta di una posizione coerente con la tradizione psicoanalitica, ma al tempo stesso peculiare alla micropsicoanalisi, in quanto valorizza l’estensione del tempo di seduta come condizione metodologica di accesso a livelli altrimenti non osservabili del funzionamento psichico.
Per questa ragione il libro merita di essere letto non solo come testimonianza di una lunga esperienza clinica, ma come contributo teorico dotato di una propria specificità. Esso offre infatti una sintesi matura di temi cruciali – immagine, eredità psichica, interazioni psiche-soma, cronicità – e li dispone entro un orizzonte coerente, nel quale la psicoanalisi intensiva si presenta come metodo di indagine, dispositivo terapeutico e modello interpretativo.
Bruna Marzi
Psicologa, psicoterapeuta, psicoanalista
Didatta e supervisore dell’Istituto svizzero di micropsicoanalisi
Docente c/o Istituto di Psicoanalisi di Mosca (Russia)
Responsabile del Corso Le basi della micropsicoanalisi: teoria e tecnica
Supervisor Yorkville University (Canada)




