Presentato alla V Conferenza Internazionale
Il Pianeta psicoanalisi
Cos’è la relazione psicoanalitica?
19.09.2026
Quando pensiamo al setting, siamo portati a considerare innanzitutto la cornice entro la quale si svolge il lavoro analitico: la durata e la frequenza delle sedute, l’uso del lettino, il pagamento, le regole che organizzano la relazione. Questa dimensione costituisce una componente del rapporto analitico, ma il setting acquista il suo significato più profondo attraverso ciò che rende possibile: la costituzione di uno spazio nel quale due persone possono incontrarsi e nel quale i movimenti psichici che prendono forma possono essere osservati, accolti e trasformati.
A partire dagli anni ’50 del secolo scorso, si diffuse tra i successori di Freud, la necessità di modificare le regole della terapia analitica, per poter prendere in trattamento altre tipologie di pazienti oltre ai nevrotici. Tra i nomi di maggiore spicco ricordiamo Balint, Winnicott e Bion, ma certamente ci furono degli antecedenti. Lo stesso Freud con Marie Bonaparte ed allievi provenienti da altri paesi faceva sedute di due ore. E’ sua l’affermazione «Talvolta, inoltre, ci si imbatte in pazienti ai quali bisogna dedicare più del tempo medio di un’ora al giorno, perché la parte migliore dell’ora è trascorsa prima che essi comincino ad aprirsi e a diventare in qualche modo comunicativi.» (Freud S. “Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico” (1912/1913).
Anche Melanie Klein in più casi allungò la durata della seduta con quegli allievi che la seguivano durante le vacanze: Clifton Scott e David Slight (Vigna D. 1990). E ovviamente Sandor Ferenczi che Freud aveva denominato l’enfant terrible, risultava tra i più “indisciplinati” con la sua tecnica dell’analisi reciproca.
Tornando ai successori di Freud e al dopoguerra, vale la pena di ricordare che i cambiamenti furono indotti anche dall’acquisizione di nuove conoscenze sull’apparato psichico e sulla relazione che si instaura tra paziente e psicoanalista: si iniziò a prestare più attenzione al transfert e al controtransfert. Nei congressi che si svolsero in quegli anni nella Società Internazionale di Psicoanalisi, si affrontarono i problemi di tecnica e di variazione del setting. Si iniziò a pensare che il setting avesse una funzione importante nello svolgimento dell’analisi e soprattutto nell’attivazione del transfert. In altri termini, accanto ai sostenitori del setting rigidamente definito, ci furono altri che iniziarono a valutare la possibilità di modificarlo in funzione del paziente, della sua struttura psichica, gli impegni di lavoro e la situazione socio-culturale. Parallelamente si diffuse il pensiero che il processo analitico sia unico ed irripetibile per ciascun paziente perché dipende in gran parte dalla personalità dei due attori della vicenda e quindi, dall’interazione transfert-contro-transfert.
Tra questi psicoanalisti ci fu anche lo psichiatra svizzero Silvio Fanti, che dagli anni 60/70 iniziò a praticare la psicoanalisi con modalità intensiva e sedute della durata di 2/3 ore.
Come giunse Silvio Fanti a modificare la tecnica e il setting?
Aveva fatto un training psicoanalitico classico con sedute di 50 minuti quattro/cinque volte la settimana.
Quando iniziò ad esercitare, anche lui si pose il problema di trovare una tecnica per curare pazienti gravi. Era stato positivamente colpito dall’esperienza fatta negli ospedali psichiatrici americani ove, negli anni 60 si era diffuso l’approccio psicoanalitico alla cura dei malati psichiatrici. Freida Fromm Reichamn (1964) nel libro Psicoanalisi e psicoterapia scrive: “Di regola le sedute della durata di 1 ora non sono adatte alla cura della psicosi…alcuni pazienti hanno ottenuto risultati significativi con sedute di alcune ore”. Lo stage formativo svolto negli Stati Uniti indusse Fanti ad applicare la stessa tecnica che aveva imparato lì, con i suoi analizzandi: allungamento della durata delle sedute, utilizzo delle fotografie del paziente e della sua famiglia e ovviamente, l’incontro con i pazienti al di fuori del setting di seduta, nei corridoi o nella mensa della clinica, esattamente come succede in ogni istituzione, incluse le università e le scuole di specializzazione.
Le innovazioni alla tecnica apportate da Silvio Fanti rientrano, quindi, nella corrente generale del movimento psicoanalitico europeo ed americano degli anni del dopoguerra. Un cambiamento che emergeva dalle necessità di adeguarsi ai cambiamenti socio-culturali e ambientali, oltre che alla personalità dei singoli. Un cambiamento inarrestabile, basti pensare all’uso odierno degli strumenti tecnologici.
Forse, anche alla luce dei nuovi sviluppi della tecnica, alla diffusione delle sedute online, dovremmo cercare un accordo sulla definizione e la funzione del setting. Io condivido l’idea che il setting sia l’impalcatura utile a facilitare l’espressione di pensieri, emozioni e fantasie in “libere associazioni” – strumento che permette di avvicinarsi ai contenuti dell’inconscio e riportare alla luce situazioni traumatiche inesprimibili, affinché il paziente le riconosca e l’affetto in esse vincolato sia scaricato. Ciononostante, riportare alla luce, cioè rendere conscio ciò che è inconscio o preconscio, è nella maggior parte dei casi impossibile, non fosse altro per quelle esperienze che attengono la vita intrauterina e i primi due anni della vita postnatale. E poiché molto spesso l’analizzato non ricorda ciò che è inconscio, più semplicemente lo agisce, ripetendo le esperienze passate nella vita attuale e quindi, anche nella relazione analitica, l’analisi del transfert e la risposta controtransferale dell’analista è fondamentale.
Il termine setting fu utilizzato per la prima volta da Winnicott per definire una situazione prefissata per l’osservazione del comportamento infantile nella sua clinica.
La “set situation” doveva permettere di confrontare i dati di osservazione di più bambini, per poter definire le deviazioni dallo standard.
Com’è noto, esso definisce le regole formali che definiscono la relazione analista-analizzando:
– la regola fondamentale della libera associazione, cioè la richiesta al paziente di non selezionare temi o pensieri, di riportare qualsiasi contenuto di pensiero, senza censurarlo consapevolmente;
–
l’uso del lettino per facilitare la regressione e per far affiorare più facilmente le libere associazioni, limitando la motilità;
– la durata della seduta, il numero di sedute da effettuare durante la settimana, il pagamento, la durata del trattamento (quest’ultima solo approssimativamente)
– l’astinenza, dell’analista non deve gratificare le richieste consce ed inconsce del paziente, in modo da non interferire con i fenomeni di traslazione sia positiva che negativa;
– la neutralità, che riguarda l’assenza totale di giudizio riguardo le associazioni dell’analizzato e i suoi comportamenti;
– la non interferenza, cioè lasciare che il materiale del paziente fluisca spontaneamente, senza introdurre prematuramente indicazioni o interpretazioni.
– l’attenzione fluttuante: l’ascolto dell’analista che non attribuisce priorità alle esteriorizzazioni dell’analizzando, bensì segue le sue libere associazioni.
Sappiamo bene che queste ultime quattro regole: astinenza, neutralità, non interferenza e attenzione fluttuante, riguardano esclusivamente l’analista. Esse non dipendono dall’adesione conscia ad un qualsivoglia “quadro” preventivamente definito, bensì dalla formazione e, soprattutto, dalla sua struttura di personalità.
Inoltre, tutto quanto detto non basta a definire il setting.
Il setting è anche (e soprattutto) “l’assetto relazionale che lo psicoanalista deve assumere e conservare per tutta la durata del trattamento”.
Per Bion il setting può essere considerato un contenitore (rappresentato dall’analista e dalla situazione analitica) che comprende, contiene ed elabora le angosce del paziente fintanto che questi non ha acquisito la capacità di assumersi questa funzione autonomamente. ( Trattato di psicoanalisi Semi)
Questa definizione di setting, con la quale penso tutti concordiamo, pone l’accento sulla coppia analitica ed in primis sulla personalità dell’analista e sulla sua formazione che, attraverso l’analisi individuale e la costante supervisione della pratica clinica, acquisisce progressivamente la neutralità necessaria ad accettare le manifestazioni aggressivo-sessuali degli analizzandi, le loro coazioni a ripetere ed i loro tentativi. Certo, una totale neutralità da parte dell’analista è utopica – come dice Stefano Bolognini (2022) ma essa mantiene la sua rilevanza rispetto alla capacità di sospensione ed attesa che equivale alla capacità di tollerare i silenzi, astenersi dalle domande o da intempestive interpretazioni.
E’ solo grazie a ciò che l’analista potrà facilitare il vincolamento nell’attuale dei traumi infantili e filogenetici e della conflittualità edipica per favorirne l’elaborazione.
N. Peluffo (2007), in uno scritto sulla deontologia, aveva definito i doveri professionali dello psicoanalista: la competenza, la consapevolezza e il riconoscimento dell’inconscio e delle sue leggi.
– La competenza riguarda l’obbligo della preparazione professionale e del continuo aggiornamento.
– la consapevolezza: riguarda il riconoscimento da parte dello psicoanalista delle sue principali fissazioni narcisistiche e delle coazioni a ripetere. “La competenza senza la consapevolezza porta alla presunzione, uno dei peggiori difetti dell’analista poiché prelude al disconoscimento dell’inconscio”
– Il terzo criterio è il riconoscimento dell’inconscio e delle sue leggi.
Quindi, il punto centrale del discorso sia di Bolognini che di Peluffo è la formazione dello psicoanalista. Ma anche le posizioni di Saraval A. (1997), non sono distanti. Egli riconosce (Trattato di psicoanalisi Semi pag. 554-5) la relatività di certi parametri rigidamente stabiliti. A proposito della stanza di seduta dice: “I mutamenti di arredo, o come può capitare, di stanza e di sede, sono da alcuni psicoanalisti considerati eventi drammatici perché rappresenterebbero dei cambiamenti di setting. Nella mia vita professionale ho dovuto più volte cambiare sede, stanza e arredo, e ho notato che i pazienti che erano ben inseriti nell’analisi, ovvero ben contenuti da me, non ne hanno risentito. Chi ha provato disagi, chi ha protestato, chi ha sofferto era sempre un paziente che attraversava un momento difficile nella relazione analitica e che perciò usava la stanza, anziché la relazione, come contenitore.”
Io stessa ho spesso cambiato città e stanze d’analisi sia durante la mia formazione sia per lavorare con i miei allievi. La micropsicoanalisi, infatti, prende in considerazione la possibilità del dislocamento dell’analizzando e/o dell’analista, anzi, la incentiva. Quando si lavora per periodi, è molto utile che l’analizzando trascorra un periodo della sua analisi in un luogo diverso da quello di residenza, lontano dalla famiglia e dall’ambiente di lavoro. In tal modo può più facilmente concentrarsi su sé stesso, il materiale associativo si alleggerisce delle vicende esistenziali quotidiane ed il transfert, unico vero motore del processo analitico, si potenzia. Inoltre, l’ambiente diverso può indurre associazioni mentali e comportamentali nuove, svincolate dalle ripetizioni esistenziali.
Una parte essenziale della stabilità del setting non si trova nelle pareti dello studio, ma nell’analista stesso: nella sua capacità di tollerare, attendere, non reagire immediatamente, riconoscere il proprio coinvolgimento, lasciarsi toccare senza essere travolto, offrire continuità senza trasformarla in rigidità e quindi riuscire a facilitare l’accesso alla libera associazione.
Anche una buona analisi, osserva Green A. (2012), dovrebbe continuare a interrogarci su che cosa abbia effettivamente agito.
Egli propone di pensare il setting come una sorta di laboratorio nel senso di un dispositivo che permette di osservare trasformazioni che altrimenti rimarrebbero indistinguibili. Ed insiste sulla necessità che il setting venga interiorizzato dall’analista. Ci sono pazienti, soprattutto nei funzionamenti più gravi, per i quali il setting analitico classico non può essere applicato integralmente; si devono trovare altre soluzioni. In assenza di un oggetto interiorizzato la terapia deve essere orientata ad un processo di interiorizzazione dell’oggetto. Questo richiede maggiore flessibilità del setting da non confondere con l’assenza di struttura. Al contrario: si può essere flessibili fuori solo quando una struttura sufficientemente stabile è stata costruita dentro.
Green distingue così il setting concretamente realizzato dal setting interiorizzato. In alcune psicoterapie il lettino può non esserci, la frequenza può essere diversa, l’analista può essere maggiormente presente sul piano percettivo; ma il riferimento al setting analitico rimane attivo nella mente dell’analista e gli consente di interrogarsi continuamente su ciò che accade tra lui e il paziente. Green lega esplicitamente questa interiorizzazione all’analisi personale del futuro analista.
Arriviamo ora alla parte più facilmente fraintendibile del mio intervento: il setting come dono. Può una relazione professionale retribuita essere considerata un dono? E se si, in che senso?
Se dimenticassimo che l’analisi è una relazione professionale, correremmo il rischio di confondere il dono con la trasgressione del setting, con la gratificazione, con la seduzione o con la richiesta implicita di gratitudine. Ma, all’opposto, se pensassimo che il pagamento esaurisca interamente la qualità dello scambio, perderemmo qualcosa dell’esperienza umana che effettivamente avviene nella stanza analitica.
Ne ha parlato Lingiardi V. (2024), in una Conferenza “Il dono di sé: prospettiva della psicoanalisi.”
Il dono per Lingiardi assume diversi significati tra i quali la capacità di fare spazio all’alterità.
Trasportato nel campo analitico, il possibile dono dell’analista si situa proprio nell’offerta di uno spazio relazionale che contravviene alle regole di qualsiasi altro rapporto; una relazione in cui non c’è l’attesa di ricevere la gratitudine del paziente, in cui fallimenti o miglioramenti non costituiscono una conferma o disconferma narcisistica della propria bravura.
Inoltre, sottolinea Lingiardi, la relazione analitica andrebbe considerata come un dono reciproco, in cui analista ed analizzando debbono saper ricevere. Per alcune persone è quasi più difficile accettare che donare, perché l’accettazione è associata alla dipendenza, alla perdita di controllo.
Anche l’analista accoglie i doni dell’analizzando: i sogni, i silenzi, i pianti, gli attacchi aggressivi, i desideri sessuali, le critiche, le false espressioni di gratitudine e quelle sincere e può donare uno spazio in cui l’analizzato progressivamente acquisisca la capacità di fare a meno di lui.
Vi propongo, quindi, di considerare il setting come luogo d’incontro tra due realtà psichiche: quella dell’analizzando e quella dell’analista; tra il presente della seduta e il passato che in essa ritorna; tra la ripetizione e la possibilità che, proprio dentro la ripetizione ci possa essere spazio per la trasformazione.
Peluffo (1989) sosteneva che nella relazione analitica si attualizzano immagini e situazioni (rappresentazioni ed affetti) del passato di entrambi gli attori (analizzando e analista) e che l’utilità del lavoro consista nella possibilità che gli aspetti traumatici di queste vicende siano espressi, vincolati nell’attuale ed energeticamente disattivati. Cioè che la componente affettiva ad essi legata sia scaricata.
Peluffo parla di gestalt ripetibili: forme nelle quali insiemi di immagini e fantasmi vengono organizzati e tendono a ripresentarsi. L’analista entra inevitabilmente in queste configurazioni e la risposta controtransferale rappresenta lo strumento fondamentale per la comprensione della configurazione che si sta producendo nella relazione.
Ora, se il transfert fosse soltanto ripetizione, l’analisi sarebbe una macchina destinata a produrre indefinitamente il passato. Le possibilità di trasformazione risiedono proprio nella risposta controtransferale dell’analista. Il passato ritorna, ma incontra una risposta non identica. Il paziente rivive qualcosa di già accaduto, ma questa volta l’esperienza viene ricevuta, pensata, collegata, nominata. Quello che prima poteva soltanto ripetersi può progressivamente diventare rappresentazione.
La trasformazione psicoanalitica consiste nella possibilità che le ripetizioni cessino di essere un destino ineluttabile o, nel peggiore dei casi, che siano meno dolorose.
E’ forse in questo senso che possiamo considerare l’intreccio tra dono e trasformazione: il vero dono è quello che non crea un debitore, al contrario svincola dalla colpa e rende liberi.
Conclusioni
Se siamo d’accordo che nel lavoro psicoanalitico la trasformazione avviene nell’incontro e quindi nella relazione tra due persone, portatori delle loro specificità psichiche e del loro bagaglio filogenetico, il contenitore, rappresentato dal setting, non potrà essere rigidamente stabilito. Volendo usare metaforicamente il linguaggio informatico, direi che il setting non è un algoritmo, cioè un insieme di istruzioni o un procedimento applicabile a qualsiasi persona per risolvere il problema. Ed è per questo motivo che l’IA non potrà mai sostituire lo psicoanalista reale. Una profonda formazione personale, le supervisioni e l’esperienza forniscono al professionista la possibilità di valutare la validità del setting, modificarlo se necessario, adattandolo al paziente e all’ambiente in cui vive.
© Btuna Marzi
Bibliografia
Benanti P. (2026) I rischi dell’AI e le nostre coscienze, in Il sole 24 Ore 13.05.26
Bolognini S., Nicoli L. (2022) Freud e il mondo che cambia. Psicoanalisi del persente e dei suoi guai. Damiani ed.
Fanti S. (1983) La micropsicoanalisi. Borla
Freud S. (1912) Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico, B. Boringhieri, Torino, 1978.
Fromm Reichman F. (1959) Psicoanalisi e psicoterapia, 1964, Feltrinelli
Green A. (2012) Il setting psicoanalitico. La sua interiorizzazione nell’analista e la sua applicazione nella pratica. in La clinica psicoanalitica contemporanea. Raffaello Cortina ed.
Lingiardi V. (2024) Conferenza “Il dono di sé: prospettiva della psicoanalisi.”
Peluffo N. (2007) Alcuni criteri di deontologia per il micropsicoanalista
Saraval A. (1997) a cura di A.A. Semi, Trattato di psicoanalisi, Cortina Raffaello, Firenze
Peluffo (1989) Il ruolo dell’immagine filo-ontogenetica nella relazione transfert-controtransfert. In (a cura di Vigna D., Caillat V.) Dalla psicoanalisi alla micropsicoanalisi. Borla
Vigna D. (1989) in Dalla psicoanalisi alla micropsicoanalisi
Responsabile scientifico di Micropsy.academy, piattaforma per l’aggiornamento professionale di psicologi, psicoterapeuti, medici e psichiatri. E’ perito presso il Tribunale Civile di Bergamo. E’ autrice di numerose pubblicazioni presentate a Congressi nazionali ed internazionali. Curatore e co-autore di 4 libri in lingua russa. Possiede un’ottima conoscenza parlata e scritta dell’inglese e del russo.
————
Born in Frosinone on 01.13.1958. Graduated in Psychology at “La Sapienza” University of Rome. She carried out psychoanalytic training in Turin and Switzerland. Member of Italian Psychologists Association since its constitution in 1990 (n.5482). Member of the International Society of Micropsychoanalysis and training analyst of Swiss Institute of Micropsychoanalysis. Main lecturer of the module “Micropsychoanalysis” in the Postgraduation programme of “Psychoanalysis, psychoanalytical psychotherapy and psychoanalytical consultation” at Moscow Institute of Psychoanalysis. She works in Bergamo and Moscow, where she practices psychoanalysis and psychotherapy in Italian, Russian and English with people of different nationalities. She has extended experience on psychotherapy of battered and sexually abused women. She’s trainer and supervisor of several Hosting Communities for children and women and leads master classes for postgraduate psychologists in Italy and Russia. Scientific manager of training platform Micropsy.academy. Expert of the Court of Bergamo: Author of several scientific publications presented at National and International Congresses. She’s fluent in English and Russian languages.
————
Доктор психологии – психотерапевт – психоаналитик. Закончила психологический факультет римского университета «La Sapienza». Далее специализировалась в
микропсихоанализе и микропсихоаналистической психотерапии в Турине и в Швейцарии под руководством Проф. Н. Пелуффо. Зачислена в Орден психологов с самого его основания в 1990 (No 5482). Действительный член Международного общества микропсихоанализа, тренинговый психоаналитик Швейцарского института микропсихоанализа. Руководитель курса по микропсихоанализу в Московском институте психоанализа. Благодаря работе в области медицинских
и социальных услуг приобрела обширный опыт в случаях
психологического, физического и сексуального насилия по отношению к детям и женщинам. Ведет преподавательскую деятельность и супервизии с психологами и психотерапевтами разных учреждений. Эксперт Судьи г. Бергамо. Научный руководитель обучающей платформы Micropsy.academy. Является автором многих научных докладов и статей, представленных как на национальных, так и на международных Конгрессах. Хорошо владеет английским и русским языками.





