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Al momento in cui rileggevo la bozza di questo articolo, ho saputo che era appena mancata la nostra stimatissima collega Manuela Tartari. Micropsicoanalista didatta, ha portato dei contributi rilevanti alla nostra disciplina. La sua scomparsa è un’immensa perdita. Le dedico questo testo.

* * *

Nel brutto periodo attuale, segnato da una micidiale pandemia virale, può sembrare fuori luogo collegare coronavirus e psicosomatica. L’epidemia che colpisce l’Italia ancora più drammaticamente che altri paesi è una realtà biologica. Quando il coronavirus, o covid-19, invade un soggetto, esso provoca una malattia purtroppo tragicamente fisica. Per tentare di contenere la propagazione del virus, sono necessarie delle misure d’isolamento e i malati richiedono delle cure mediche. Tutto ciò non evoca, neanche da lontano, né la conversione isterica né la somatizzazione, provocate entrambe da un conflitto psichico, non da un agente fisico.

Eppure! Contemporaneamente alla sua realtà materiale, l’epidemia desta in noi un’antica memoria psichica legata a eventi simili del passato. E questo ci tuffa direttamente nella psicosomatica. Mi spiego: quando un virus sconosciuto come il covid-19 si propaga così velocemente e provoca una malattia tanto grave, colpendo così tante persone, il nostro vissuto dell’epidemia entra in risonanza con le paure e i drammi legati alle grandi epidemie del passato. Penso in particolare al terrore medioevale di fronte alla peste nera, che ha ucciso più del 30 % della popolazione europea tra il 1352 e il 1357; le sue ricomparse nei secoli seguenti, anche se meno devastanti, devono averne rinforzato la memorizzazione. Potrei anche accennare alla pandemia di colera che ha decimato l’umanità nel XIX secolo facendo ad esempio più di 90.000 decessi a Napoli, città particolarmente colpita. Si può immaginare l’atmosfera mortifera che il colera suscita ancora oggi, pensando all’emozione che provoca il romanzo di Thomas Mann, La Morte a Venezia, o la magnifica trasposizione cinematografica di Luchino Visconti nel 1971, Morte a Venezia.

Andrebbe anche menzionata la pandemia dell’influenza spagnola che, in due anni – tra il 1918 e il 1920 –, uccise decine di milioni di persone in tutto il pianeta. Influenza ancora micidiale (da 250.000 a 650.000 morti nel mondo ogni anno). Se l’influenza rimane una malattia grave per le persone a rischio, c’è una grande differenza con l’epidemia a covid-19: è studiata da anni e si dispone di un vaccino. Ciò cambia tutto, anche dal punto di vista psichico: abbiamo l’impressione che sia padroneggiabile. Al contrario, l’epidemia causata dal covid-19 è fuori controllo e può essere vissuta come opera di uno sfuggente assassino barbaro. Che ferita narcisistica e che fonte di angoscia per chi credeva che l’essere umano fosse padrone della natura!

Se la pandemia attuale non è psicosomatica, riecheggia quindi con la memoria di vissuti ancestrali di corpi martoriati, di paure tremende, di vite in pericolo o perse, d’impotenza di fronte al male… La risonanza con questa memoria ha certamente come funzione di attivare la pulsione di vita e provocare azioni di sopravvivenza. Si tratta quindi di una reazione sana: la paura può essere salvifica! Tale risonanza può però anche avviare dei movimenti di panico o addirittura di diniego del pericolo, con le conseguenze potenzialmente drammatiche che conosciamo. Se questo breve articolo può contribuire – anche minimamente – a limitarle, avrà raggiunto il suo scopo.

A volte, ci vuole pochissimo per passare da una paura salvifica a reazioni nevrotiche. Ad esempio, su un terreno predisposto, le utili misure di protezione possono riecheggiare con un tabù del toccare finora quiescente e scatenare dei rituali ossessivi che contaminano tutta la vita del soggetto. È a ragion veduta che utilizzo una parola presa dall’infettivologia: si tratta, in effetti, di una sorta di “contaminazione” della mente da informazioni provenienti dal mondo esterno. Su un altro terreno, anch’esso predisposto, succede che l’angoscia provochi delle reazioni paranoidi, quindi vicine alla psicosi. Allora si proietta irrazionalmente la figura inconscia del cattivo su un oggetto esterno, non perché questo sia oggettivamente pericoloso ma solo perché ha la sfortuna di provocare una risonanza con un cattivo oggetto rimosso. Altrimenti detto, il rischio sanitario può provocare una regressione patologica a un modo arcaico, anacronistico, di rapporto con l’altro. Ecco in quali termini Freud parla del primo rapporto del bambino piccolo con il mondo circostante: “L’esterno, l’oggetto, l’odiato, sarebbero a tutta prima identici. Qualora l’oggetto si riveli in seguito fonte di piacere, esso viene amato” 1 . Ciò significa che ci è più facile odiare che amare: il rapporto d’odio si sviluppa più velocemente di quello d’amore, che deve essere costruito e chiede una buona disposizione interiore per mantenersi. La pandemia di covid-19 ci fa correre anche il rischio di dinamiche egocentriche, di ripiego su se stessi. Queste vanno più verso una separazione che non verso un’unione di fronte al pericolo. 

Se si amplificasse tale dinamica, questa potrebbe portare alla rottura del legame sociale, cosa che sarebbe tanto pericoloso quanto l’epidemia stessa. Quirino Zangrilli, in due articoli recenti, l’ha magistralmente fatto vedere 2 . Da parte mia, vorrei attirare l’attenzione su un altro aspetto.

Se siamo qui, vuol dire che l’umanità ha superato tutte le crisi del passato. Sappiamo che ce l’ha fatta unendosi e sviluppando meccanismi di sopravvivenza collettiva. Ora, nel profondo del nostro psichismo, abbiamo la memoria di meccanismi collettivi che hanno permesso la sopravvivenza dell’umanità attraverso i secoli. Oltre a delle pulsioni di autoconservazione che fanno parte del nostro patrimonio ereditario di origine animale, nel nostro psichismo, abbiamo una memoria di esperienze di benessere, sedimento di momenti (individuali e collettivi) di pace e armonia 3 . Il nostro inconscio dev’essere capace di utilizzare queste tracce come fonte di pulsioni di autoconservazione per addomesticare paura ed egoismo. È così che supereremo la crisi attuale.

Dov’è iscritta la memoria delle epidemie del passato? Non penso che queste tracce ataviche siano degli archetipi incisi in un inconscio collettivo, nel senso che ne dava C. G. Jung 4 . L’inconscio che possiamo analizzare in seduta è maggiormente individuale. È questa dimensione individuale che ci interessa in psicosomatica. Analizzando delle manifestazioni psicosomatiche si scoprono delle risonanze con dei vissuti dell’infanzia, della vita intra-uterina o di antenati. Si tratta di tracce di una storia specifica che ci riguarda individualmente.

Così, ho saltato una tappa – o meglio un relè – quando parlavo di una risonanza tra vissuto dell’epidemia attuale e memoria di quelle del passato: il relè dell’individuo, cioè la dimensione ontogenetica dello psichismo. Ognuno di noi ha avuto qualche malattia dell’infanzia, come morbillo, varicella, raffreddore, tosse, ecc.  Queste malattie ci avevano momentaneamente debilitati. Ci siamo tutti sentiti in pericolo in qualche momento. Abbiamo temuto di perdere la nostra integrità fisica, abbiamo avuto dei sensi d’impotenza, di essere senza aiuto… Ora, abbiamo memorizzato qualcuna di queste disfunzioni nel nostro psichismo inconscio. Se il pericolo o la sofferenza sono stati abbastanza intensi, qualcosa è sicuramente rimasto nel profondo  del nostro essere. C’è anche la traccia, però, dell’assistenza ricevuta: la mano della madre che ci accarezzava, l’unguento odorifero sul petto, il tè caldo in gola… Insomma, quando sentiamo parlare dell’epidemia a covid-19, questa informazione ha un effetto psicosomatico 5 , perché vi riecheggiano memorie di malattie e relativo “maternage“ ricevuto.

Tuttavia, l’epidemia a covid-19 provoca anche una risonanza psicosomatica con tracce più remote: risuona con la memoria di antiche paure incise nella nostra storia familiare. Come questa memoria ancestrale ci è stata trasmessa? Non lo sappiamo precisamente. Non va dimenticato però che il modello freudiano dell’inconscio è in parte lamarckiano, concettualizza cioè l’esistenza di un’eredità di caratteristiche acquisite 6 . La teoria di Lamarck era stata scalzata dalla genetica mendeliana, ma riprende vita oggi con l’epigenetica, cioè la scienza dell’eredità non cromosomica. Ad esempio, nel mio articolo sulla vita psichica del feto, accenno agli studi scientifici che dimostrano che stati d’angoscia o di depressione della donna incinta si ripercuotono nel feto 7 .

Per tornare all’epidemia di coronavirus, non è molto rilevante per noi conoscere il modo di trasmissione delle tracce. Ci basta sapere che esiste un’eredità psichica, che trasmette delle informazioni da genitore a figlio, di generazione in generazione. Ciò che conta di più è l’essere consapevoli che le multiple informazioni che riceviamo ogni giorno – tra le quali c’è una buona parte di fake news – entrano in risonanza con la nostra memoria inconscia e che questa risonanza modifica le nostre reazioni all’epidemia. La memoria psicosomatica riattivata dall’epidemia è fatta di due tipi di esperienze. Da una parte, troviamo dei vissuti di angoscia, legati al senso di disagio, alla paura di perdere la propria integrità psico-corporea ed eventualmente al pericolo di morte. Da un’altra parte, però, ci sono dei vissuti di sopravvivenza, legati a tracce di esperienze di benessere. Queste ultime sono importanti perché sono collegate alla pulsione di vita. Non solo svolgono un ruolo nella sopravvivenza, ma ci aiutano a resistere alla crisi. Ci fanno anche andare avanti, indicandoci come potrebbe essere il futuro. Si esce da tutte le crisi, però le tracce di benessere ci indicano quali insegnamenti si potrà trarre dal brutto momento attuale per vivere meglio dopo. Prestare solo attenzione alla paura e dare voce solo alle reazioni psicopatologiche della situazione d’emergenza sanitaria ci toglierebbe l’opportunità di crearci un futuro migliore. Invece, la crisi potrebbe darci l’opportunità di costruire un legame sociale fondato su valori umanistici.

© Daniel Lysek

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Note:

1 S. Freud, Pulsioni e loro destini (1915), Opere, vol. 8°, Boringhieri, 1976, p. 31.torna su!

2 Q. Zangrilli, Coronavirus : fobia, quarantenna e tabù del toccare, & Coronavirus e regressione psichica, Psicoanalisi e Scienza, https://www.psicoanalisi.it/, 2020. torna su!

3 Per sapere di più sugli effetti delle tracce di benessere, Cfr. D. Gariglio e D. Lysek, Creatività benessere. Movimenti creativi in analisi, Armando, 2007, e D. Gariglio, Arte tra trauma-resilienza e benessere, https://www.psicoanalisi.it/osservatorio/205829/, 2020. torna su!

4 C. G. Jung, Dizionario di psicologia clinica, (1921), Torino: Boringhieri, 1977. torna su!

5 Chi s’interessa ai meccanismi inconsci della psicosomatica può riferirsi a : D. Lysek (a cura di), Le parole del corpo. Nuovi orizzonti della psicosomatica, L’Harmattan Italia, 2016. torna su!

6 Cfr. in particolare: S. Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1934) e il Compedio di psicoanalisi (1938), Opere, vol. 11°, Boringhieri, 1979. torna su!

7 D. Lysek, Alcuni effetti dei vissuti del feto sulla vita adulta,  2019. torna su!

Lysek Daniel Author
IIl Dott. Daniel Lysek lavora a Peseux (Neuchâtel, Svizzera) come micropsicoanalista e psicoterapeuta. Nato a La Chaux-de-Fonds (Svizzera) nel 1950, si è laureato in medicina nel 1976. Ha lavorato 10 anni nel Centro micropsicoanalitico del Dott. Silvio Fanti a Couvet, partecipando all’elaborazione teorica della micropsicoanalisi e diventando anche co-autore del Dizionario pratico della psicoanalisi e della micropsicoanalisi (Borla, 1984). Dal 1985 è analista didatta della Società Internazionale di Micropsicoanalisi di cui è stato presidente dal 1987 al 1991. Membro fondatore dell’Istituto Svizzero di Micropsicoanalisi, ne è il direttore dal 1999. Ha partecipato, in qualità di relatore, a numerosi congressi internazionali. È autore di molte pubblicazioni micropsicoanalitiche, tra cui un libro scritto con la Dott.ssa Daniela Gariglio, Creatività benessere. Movimenti creativi in analisi (Armando Editore, 2007). È curatore di un libro di psicosomatica, Le parole del corpo. Nuovi orizzonti della psicosomatica (L’Harmattan Italia, 2016).
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IIl Dott. Daniel Lysek lavora a Peseux (Neuchâtel, Svizzera) come micropsicoanalista e psicoterapeuta. Nato a La Chaux-de-Fonds (Svizzera) nel 1950, si è laureato in medicina nel 1976. Ha lavorato 10 anni nel Centro micropsicoanalitico del Dott. Silvio Fanti a Couvet, partecipando all’elaborazione teorica della micropsicoanalisi e diventando anche co-autore del Dizionario pratico della psicoanalisi e della micropsicoanalisi (Borla, 1984). Dal 1985 è analista didatta della Società Internazionale di Micropsicoanalisi di cui è stato presidente dal 1987 al 1991. Membro fondatore dell’Istituto Svizzero di Micropsicoanalisi, ne è il direttore dal 1999. Ha partecipato, in qualità di relatore, a numerosi congressi internazionali. È autore di molte pubblicazioni micropsicoanalitiche, tra cui un libro scritto con la Dott.ssa Daniela Gariglio, Creatività benessere. Movimenti creativi in analisi (Armando Editore, 2007). È curatore di un libro di psicosomatica, Le parole del corpo. Nuovi orizzonti della psicosomatica (L’Harmattan Italia, 2016).
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