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Parte prima

Seconda parte: saremo sempre superiori alle macchine intelligenti?

Nella prima parte di questo articolo la fiaba di Biancaneve ci ha introdotto al tema dell’intelligenza artificiale, poi un romanzo di fantascienza a quello del transumanesimo. Ricordo che questa disciplina cerca di migliorare la condizione umana utilizzando le scoperte scientifiche e tecnologiche, in particolare l’intelligenza artificiale. Ci sono persone molto serie che oggi lavorano a creare un super essere umano: “la rapidità in crescita dello sviluppo tecnologico suggerisce progressi tecnologici radicali ed importanti per i prossimi 50 anni. Secondo i transumanisti questo sviluppo è desiderabile e gli esseri umani possono e dovrebbero diventare “più che umani” attraverso l’applicazione di innovazioni tecnologiche come l’ingegneria genetica, la nanotecnologia, la neurofarmacologia, le protesi artificiali e le interfacce tra la mente e le macchine.”1

Nel 2002, sotto l’impulso di Max More e Tom Morrow, la World Transhumanist Association (WTA) definì così il transumanesimo: “1) Il movimento intellettuale e culturale che afferma fondamentalmente la possibilità e la desiderabilità di aumentare la condizione umana attraverso la scienza applicata, specialmente sviluppando e diffondendo su larga scala tecnologie capaci di eliminare l’invecchiamento e di migliorare le capacità umane dal punto di vista intellettuale, fisico e psicologico. 2) Lo studio delle ramificazioni, premesse e potenziali pericoli delle tecnologie che ci permetteranno di superare le limitazioni fondamentali dell’essere umano, e il relativo studio delle implicazioni etiche dello sviluppo e dell’uso di tali tecnologie” 2.

Come già accennato, tanti transumanisti pensano che la concretizzazione di un essere transumano – o postumano – avverrà nella seconda metà del XXI secolo (cioè in pochissimo tempo), attraverso la connessione del nostro cervello con macchine intelligenti.

E questo non è fantascienza. Tutti noi, già oggi, interagiamo con macchine intelligenti. Anzi siamo in parte sottomessi a queste. Per esempio, quando siamo alla guida di una vettura in una zona sconosciuta, non possiamo più fare a meno di seguire le indicazioni del navigatore. Lo consideriamo quindi più intelligente di noi, in questo campo. Lavorando al computer tutti noi utilizziamo Google per trovare un’informazione. Anche se esistono altri motori di ricerca, che sono eccellenti, l’uso di Google è diventato così comune che la lingua ha creato il neologismo “googlizzare” come sinonimo di fare una ricerca su internet. Chi pensa, però, quando googlizza, che si sta affidando ad algoritmi d’intelligenza artificiale?

Non è da sottovalutare il fatto che il voto sulla Brexit sia stato influenzato dalla società Cambridge analytica e che Donald Trump sia stato molto probabilmente eletto grazie a questa ditta. Cambridge analytica era una ditta specializzata nel trattamento dei dati personali. Grazie ad algoritmi d’intelligenza artificiale è riuscita ad assorbire dati di milioni di utilizzatori di Facebook per poi mandar loro dei messaggi personalizzati per incitarli a votare in un certo senso. In altre parole, oggi, degli algoritmi d’intelligenza artificiale sono capaci d’influenzare il destino di un paese!

Vanno inoltre anche menzionati i videogiochi, altro esempio d’intelligenza artificiale, che ci immergono in una realtà virtuale che, momentaneamente, sostituisce certi aspetti della realtà psichica e fa dimenticare il rapporto col mondo esterno. Questa realtà virtuale è così reale che, per le persone a cui piace, è vissuta come si viva un sogno, però un sogno che possiamo attivare quando vogliamo. Non ho detto controllare, perché crediamo di controllare il videogioco, ma si rischia di perdere il controllo. In effetti, quando ci si sente in una totale sintonia con il mondo virtuale del gioco, quest’ultimo può creare una dipendenza. Allora, il giocatore, a causa della vulnerabilità della sua realtà psichica, è controllato dall’intelligenza artificiale della macchina!

Si potrebbe fare una moltitudine di esempi. Ne farò ancora uno. È stata realizzata un’inchiesta in un magazzino di un gigante delle vendite online, magazzino gestito da un super computer d’intelligenza artificiale. C’è un solo dipendente umano in questo luogo. Il computer parla e gli dice cosa deve fare. A me sembra spaventoso che questo povero impiegato debba interagire tutto il giorno con una macchina ed esserle sottomesso. Infatti, si tratta di una situazione in cui la macchina pensa e l’essere umano esegue! In altre parole, si è verificato un rovesciamento di 180 gradi nel rapporto con la macchina: l’essere umano non fa più eseguire a una macchina un lavoro troppo pesante per lui, è la macchina che fa eseguire le sue volontà all’uomo. Ecco il peggio. Che cosa ha risposto questo dipendente all’intervistatore? Che la macchina gli fa compagnia e che con lei non si sente solo!

Sono della generazione che ha vissuto i cambiamenti sociali del post ‘68. Allora si parlava molto di alienazione di certi lavoratori a causa di disumane condizioni di lavoro. Le lotte di allora hanno fortunatamente costretto i datori di lavoro a trattarli meglio. Però, oggi, un altro tipo di alienazione minaccia non solo una parte dei dipendenti, ma tutta l’umanità: la sottomissione all’intelligenza artificiale!

Si dice che verso il 2050 i robot saranno più intelligenti dell’essere umano. Quest’affermazione potrebbe sembrare assurda. Eppure! Tutti ricorderanno la sorpresa quando Deep Blue, il robot della IBM, sconfisse Kasparov, campione del mondo di scacchi. Era nel 1997. Deep Blue era capace di calcolare 200 milioni di posizioni al secondo. Convinti dell’insuperabilità dell’intelligenza umana, certi hanno affermato che Deep Blue non sapesse fare altro che calcolare velocemente. Il computer non poteva inventare niente. Non è più vero adesso. Nel 2016, il supercomputer AlfaGo ha battuto il campione del mondo di Go. Ricordo che il Go, gioco inventato, sembra, 2500 anni fa, è di una complessità estrema: le possibilità sono 1 seguito da centosettanta 0, cioè più del numero di atomi dell’universo. Non solo AlfaGo ha battuto il miglior giocatore umano, ma ha inventato il colpo che gli ha dato la vittoria! Questa mossa, nessun uomo l’aveva concepita prima. C’è ancora di più, l’anno successivo AlfaGo è stato battuto. Bella rivincita per l’umano. Eh no! AlfaGo è stato battuto da suo “figlio”, un supercomputer sviluppato con il suo aiuto e chiamato AlfaGo Zero. Non è finito! Alfa Go Zero ha imparato a giocare da solo in tre giorni; ha raggiunto il livello di migliore giocatore del mondo in quaranta giorni! Adesso, i giovani giocatori di Go studiano le partite di AlfaGo Zero per imparare. 3

Va notato che AlfaGo Zero è stato concepito e prodotto dalla società DeepMind, una filiale di Google. Saranno probabilmente i giganti del Web a modellare il mondo di domani. A meno che non stiano già modellando il mondo di oggi!

Torniamo alla realtà psichica dell’essere umano.

Ecco perché la battaglia dell’intelligenza rischia di essere persa, o forse lo è già. I punti deboli del cervello umano nei confronti del robot sono almeno tre: noi pensiamo molto più lentamente, facciamo degli errori e siamo spesso guidati dai nostri affetti – emozioni, sentimenti – invece di seguire la ragione. Le macchine intelligenti sono quindi superiori a noi in questi campi. Inoltre, la nostra realtà psichica è continuamente influenzata dall’inconscio, il che ci mette in posizione d’inferiorità nei confronti dell’intelligenza artificiale, almeno sul piano cognitivo. Farò due esempi. Abbiamo la tendenza a entrare in rapporto con l’altro tramite identificazioni. Ci si può identificare con uno che amiamo, o di cui abbiamo paura, o di qualcuno che consideriamo più forte di noi. Ora, l’identificazione è un meccanismo di cui siamo inconsapevoli al momento, perché è guidato dall’inconscio. Senza rendercene conto c’è una buona probabilità che molti di noi s’identificheranno a queste macchine affascinanti. Il filosofo Jean-Michel Besnier considera che chi si confronta tutti i giorni con un robot si mette a pensare come lui, in modo binario, secondo un sistema di stimolo/risposta. 4 Ciò corrisponderebbe ad un impoverimento dei nostri processi mentali, più efficienti quando il pensiero procede in modo associativo.

Secondo esempio. Il nostro inconscio ci spinge a stabilire rapporti di dominazione/sottomissione, ereditati dallo stadio anale, e rapporti di rivalità, ereditati dalla dinamica edipica dello stadio fallico. Questo significa, in particolare, che corriamo il rischio d’immaginare che domineremo sempre le macchine che fabbrichiamo. Con la conseguenza di essere convinti che saremo sempre superiori alla macchina intelligente, che la controlleremo anche nel futuro e che essa non può essere che al nostro servizio. Grande illusione narcisistica: siamo già in parte dominati da lei!

L’esito della battaglia sembra quindi molto incerto sul piano dell’intelligenza, poiché il robot sarà sempre più rapido di noi, costringendoci a movimenti di azione/reazione. Però, l’essere umano dispone anche di molte carte vincenti nei confronti delle macchine intelligenti, basta essere attenti a non sprecarle. Ci ritornerò, ma rimaniamo un po’ sul pericolo che l’intelligenza artificiale ci fa correre, se tralasciamo i punti forti del nostro psichismo. Interagendo con la macchina intelligente, dobbiamo reagire agli stimoli che ci manda, in una sorta di riflesso, invece di pensare a come agire. L’intelligenza artificiale ci obbliga a rispondere a stimoli, a segnali non a segni. Riprendiamo l’esempio dei videogiochi: molti giochi (non parlo di quelli che richiedono maggiore riflessione) esigono una grande velocità d’esecuzione per non fare brutta figura. Non è possibile avere il tempo di riflettere sul prossimo colpo, si deve rispondere a raffica. Invece di elaborare mentalmente, si utilizza il sistema di riflessi che condividiamo con gli animali. Questo crea uno stress che può perturbare il sistema psichico di piacere/dispiacere e indurre una dipendenza.

Generalizzando, direi che dovremmo fare attenzione a non lasciarci travolgere da un fascino per la velocità. In effetti, la parte più elaborata della nostra psiche – cioè la più nobile e anche la più fragile – è fatta per rispondere soprattutto a dei segni, più precisamente a dei significanti. E questo richiede tempo. Perché è così importante avere il tempo di decifrare ed elaborare i segni che popolano il mondo, senza trovarsi ripetutamente in una situazione di stimoli/risposte? Perché c’è un significato dietro il significante. Il segno riecheggia così nella psiche, esso provoca risonanze nel profondo della mente. In altre parole, con un linguaggio fatto di stimoli/risposte, i processi mentali superiori (preconsci/consci) perdono il contatto con parecchi contenuti psichici, in particolare con la memoria di vissuti personali e familiari. Di conseguenza i processi del preconscio perdono efficacia e l’io s’indebolisce. Si tratta dell’esatto opposto degli effetti del lavoro analitico. Le libere associazioni creano molteplici collegamenti al livello preconscio, collegamenti che rinforzano la sua capacità di pensare e risentire. Ne risulta un io più forte, in grado di gestire meglio le sollecitazioni interne ed esterne.

Questo è verificabile con la tecnica delle sedute lunghe sostenute con lo studio di documenti iconografici. L’allungamento della seduta dà un grande spazio al lavoro analitico, affinché la persona in analisi possa avere tutto il tempo che ci vuole per sviluppare un discorso significante e per elaborare i suoi vissuti. Confrontata col ritmo sfrenato della vita attuale, la seduta lunga è un’oasi in cui si dilata il tempo. Secondo noi, questa dilatazione del tempo è una cosa preziosa perché il nostro mondo va sempre più in fretta. Certo, l’accelerazione del ritmo di vita non è veramente recente. Si pensa che un cambiamento potrebbe essere avvenuto nell’ultima metà del settecento. Per esempio, la durata di un viaggio da Parigi a Dijon si è dimezzata in vent’anni, tra il 1760 e il 1780, passando da 6 giorni a 3. E questo è stato ottenuto solo migliorando le carrozze, diminuendo il riposo e accelerando il cambiamento dei cavalli. 5 Se l’accelerazione del ritmo di vita non è attuale, nella seconda metà del XX secolo si è prodotta quel che gli specialisti chiamano “la grande accelerazione”, che è contemporanea all’avvenimento dell’era digitale. Per quanto tempo sarà ancora tollerabile per noi la velocità indotta dall’intelligenza artificiale? Lascio aperta la questione, mi pare chiaro però che tale velocità non sia favorevole alla realizzazione personale legata ai processi di elaborazione mentale.

Insomma, sembra che la nostra società abbia portato, parallelamente all’indiscutibile miglioramento del livello di vita, a una diminuzione dello spazio mentale indispensabile all’elaborazione dei pensieri, degli affetti e dei vissuti. A questo punto, serve forse avere presente il libro di Freud, Il disagio della civiltà. 6 Egli vi dimostra che l’essere civilizzato richiede di dominare le pulsioni, per ritardare e sviare la loro soddisfazione. In altre parole, diventare un essere evoluto equivale ad inserire un processo di elaborazione tra il desiderio e l’azione che lo realizza. Ora, lo ribadisco, la macchina intelligente ci spinge a reagire con automatismi, con poca elaborazione psichica.

Ho accennato prima a carte vincenti dell’essere umano. Alludevo ovviamente al fatto che siamo (per quanto tempo?) superiori alle macchine intelligenti perché abbiamo un’intelligenza diversa da loro: noi abbiamo una curiosità intellettuale – ereditata dalla sublimazione delle nostre pulsioni infantili – e siamo capaci di pensare in modo associativo, collegando delle cose che sembrano non avere niente in comune, ma che hanno un vincolo nascosto, che si radica nell’infinità dei contenuti inconsci. Ho riferito che avere un inconscio può essere una debolezza dal punto di vista delle operazioni razionali e matematiche in cui eccellono i super computer. Ecco l’aspetto che ci dà una superiorità sull’intelligenza artificiale: siamo creativi. A proposito, è la creatività umana che ha permesso di costruire i super computer e di perfezionarli in continuazione.

Come abbiamo indicato, Daniela Gariglio ed io, in Creatività benessere. Movimenti creativi in analisi 7, la creatività implica un “processo di elaborazione ricombinativa”. In cosa consiste l’elaborazione ricombinativa? Si tratta di un’elaborazione mentale di contenuti liberati dall’attrazione dell’inconscio e che si combinano con altre informazioni (vissuti, desideri, dati sociali e culturali…), in particolare con tracce di momenti di benessere vissuti in diversi periodi della vita. Questo lavoro provoca nella mente una ricombinazione di informazioni che si assemblano per costituire un oggetto mentale fonte di un’attività creativa futura. Che cosa avviene dell’elaborazione ricombinativa nella situazione in cui il robot pensa e l’uomo esegue senza veramente pensare? Finora, l’elaborazione ricombinativa è stata una prerogativa umana. Dobbiamo però porci la domanda: i colpi vincenti di AlfaGo e di suo “figlio” sono il frutto di una sorta di elaborazione ricombinativa? La creatività sarà sempre appannaggio dell’essere umano?

Un altro elemento da considerare – l’ho già accennato – è l’affettività. Chi fabbricherà i super computer di domani? Lo faranno quelli che avranno i soldi, quindi probabilmente non gli stati, ma i giganti del web. E costruiranno robot fatti per far guadagnare loro soldi, non per fare del bene all’umanità. Un robot è fatto per essere funzionale, non per provare sentimenti o per essere morale. Noi abbiamo un’affettività, che ci dà la ricchezza della nostra realtà psichica, ma ciò è anche la sua fragilità.

Immaginiamo che i futuri super computer, molto più intelligenti di AlfaGo Zero, si mettano a capire che l’essere umano, con le sue passioni, stia distruggendo il pianeta. Se sono veramente così intelligenti, c’è la possibilità che lo impediscano. Si può immaginare che s’impadroniranno del potere e ridurranno l’essere umano allo stato di schiavo, per salvarlo dalla sua distruttività. In altre parole, le macchine intelligenti avranno allora con noi lo stesso rapporto che noi abbiamo con gli animali domestici. Ovviamente, questo fa pensare al film Il pianeta delle scimmie.

Certo, questo può sembrare un’elucubrazione di fantascienza, ma se fosse piuttosto un’anticipazione? Non resisto a citare Jaron Lanier, che è uno dei padri della realtà virtuale. Nel 2018, scrisse: “Non si contano più gli studi che dimostrano che le persone sono meno felici con le reti sociali che senza”. Aggiunge: “non potete lottare contro l’algoritmo di Twitter che è costruito per eccitare le vostre emozioni negative e trasformarvi in stronzi [sic]. È il miglior modo per rendervi dipendenti. Sono le stesse molle comportamentali delle macchine mangiasoldi dei casinò”. 8

Non sono nostalgico del passato. Non vorrei tornare all’epoca del telefono murale e delle mappe di carta. Allora, cosa fare per non essere vittima dell’intelligenza artificiale?

Come psicoanalisti, psichiatri o psicologi, non avremo mai i mezzi finanziari di Google, Twitter o Facebook. Possiamo però essere dei whistleblowers, degli informatori. Possiamo dire alle persone di non lasciarsi affascinare dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale. Spiegare che la felicità che promettono è tutto fumo e niente arrosto, insistendo sul fatto che la nostra realtà psichica e soprattutto la nostra creatività sono dei beni inestimabili. Sarebbe un peccato sacrificarli, cedendo all’incanto delle sirene virtuali.

© Daniel Lysek

Voyez la version française!

Note:

1 –  https://it.wikipedia.org/wiki/Transumanesimo torna su!

2 – https://en.wikipedia.org/wiki/Transhumanism (Trad. DL). torna su!

3 – https://www.lci.fr/high-tech/le-super-ordinateur-alphago-tombeur-du-champion-du-monde-du-jeu-de-go-a-son-tour-terrasse-2067790.html e https://fr.wikipedia.org/wiki/AlphaGo_Zero torna su!

4 –  L. Alexandre & J.-M. Besnier, Les robots font-ils l’amour ? Le transhumanisme en 12 questions, Dunod, 2016. torna su!

5 – C. Studeny, La révolution des transports et l’accélération de la France (1770-1870), Presses Universitaires de Rennes, 2009. torna su!

6 – S. Freud (1929), Il disagio della civiltà, Opere, vol. 10, Torino, Boringhieri, pp. 557-631. torna su!

7 – D. Gariglio & D. Lysek, Creatività benessere. Movimenti creativi in analisi, Roma, Borla, 2007, pp. 48-53. torna su!

8 –  J. Lanier, Ten Arguments for deleting your Social Medias Accounts Right Now, Vintage, 2018. torna su!

IIl Dott. Daniel Lysek lavora a Peseux (Neuchâtel, Svizzera) come micropsicoanalista e psicoterapeuta. Nato a La Chaux-de-Fonds (Svizzera) nel 1950, si è laureato in medicina nel 1976. Ha lavorato 10 anni nel Centro micropsicoanalitico del Dott. Silvio Fanti a Couvet, partecipando all’elaborazione teorica della micropsicoanalisi e diventando anche co-autore del Dizionario pratico della psicoanalisi e della micropsicoanalisi (Borla, 1984). Dal 1985 è analista didatta della Società Internazionale di Micropsicoanalisi di cui è stato presidente dal 1987 al 1991. Membro fondatore dell’Istituto Svizzero di Micropsicoanalisi, ne è il direttore dal 1999. Ha partecipato, in qualità di relatore, a numerosi congressi internazionali. È autore di molte pubblicazioni micropsicoanalitiche, tra cui un libro scritto con la Dott.ssa Daniela Gariglio, Creatività benessere. Movimenti creativi in analisi (Armando Editore, 2007). È curatore di un libro di psicosomatica, Le parole del corpo. Nuovi orizzonti della psicosomatica (L’Harmattan Italia, 2016).
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IIl Dott. Daniel Lysek lavora a Peseux (Neuchâtel, Svizzera) come micropsicoanalista e psicoterapeuta. Nato a La Chaux-de-Fonds (Svizzera) nel 1950, si è laureato in medicina nel 1976. Ha lavorato 10 anni nel Centro micropsicoanalitico del Dott. Silvio Fanti a Couvet, partecipando all’elaborazione teorica della micropsicoanalisi e diventando anche co-autore del Dizionario pratico della psicoanalisi e della micropsicoanalisi (Borla, 1984). Dal 1985 è analista didatta della Società Internazionale di Micropsicoanalisi di cui è stato presidente dal 1987 al 1991. Membro fondatore dell’Istituto Svizzero di Micropsicoanalisi, ne è il direttore dal 1999. Ha partecipato, in qualità di relatore, a numerosi congressi internazionali. È autore di molte pubblicazioni micropsicoanalitiche, tra cui un libro scritto con la Dott.ssa Daniela Gariglio, Creatività benessere. Movimenti creativi in analisi (Armando Editore, 2007). È curatore di un libro di psicosomatica, Le parole del corpo. Nuovi orizzonti della psicosomatica (L’Harmattan Italia, 2016).
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