– Un’ipotesi psicodinamica sulle configurazioni depressive ad alta funzionalità –

Una depressione che non sempre sembra depressione

Esiste una configurazione clinica che può disorientare il primo sguardo: la persona non appare ritirata dalla vita, ma apparentemente immersa in essa. Lavora molto, organizza, programma, si prende cura degli altri, mantiene una vita sociale intensa, pratica attività fisica, controlla il corpo e l’alimentazione, risponde alle richieste con efficienza. Talvolta arriva in terapia non perché abbia smesso di funzionare, ma perché non riesce più a fermarsi. È importante non trasformare questa osservazione clinica in una nuova diagnosi. “Nuove depressioni” è un’espressione suggestiva, ma non corrisponde a una categoria nosografica riconosciuta. In questo contributo si propone quindi il termine “iperadattamento depressivo” come costrutto teorico-clinico, da verificare empiricamente, utile a interrogare una possibile modalità di organizzazione della sofferenza. La domanda non è se una persona molto attiva sia “in realtà depressa”, ma quando la funzionalità smetta di essere semplicemente una risorsa e diventi il principale dispositivo attraverso il quale il soggetto evita l’esperienza di sé. Il punto di partenza è dunque una distinzione: funzionare molto non significa necessariamente stare male, così come rallentare non significa necessariamente essere depressi. L’ipotesi riguarda la funzione psichica che il comportamento assume all’interno dell’economia complessiva della persona. ↑

Dal ritiro al rumore

Nell’immaginario comune, la depressione è associata al silenzio: il letto, la rinuncia, la perdita di interesse, il rallentamento. In alcune configurazioni, invece, il silenzio viene evitato attraverso il rumore. Non si tratta di un opposto strutturale della depressione, ma di una possibile diversa modalità di regolazione della sofferenza. Il rumore può essere prodotto da attività, appuntamenti, lavoro, allenamento, controllo, obiettivi e continua anticipazione. Ogni spazio vuoto viene rapidamente riempito. Non appena emerge una pausa, compare qualcosa da fare. La giornata diventa una sequenza di compiti che impedisce alla domanda fondamentale di affiorare: “Che cosa sto sentendo?” La metafora del rumore è clinicamente utile perché non attribuisce di per sé un significato patologico all’attività. Il medesimo comportamento può essere espressione di vitalità in una persona e difesa in un’altra. È la sua funzione, non la sua forma esterna, a diventare decisiva. Il passaggio che merita attenzione è quello tra “faccio perché desidero” e “faccio perché non posso non fare”. Nel secondo caso l’attività può diventare compulsiva non necessariamente perché vi sia una dipendenza in senso diagnostico, ma perché la sospensione dell’agire rende accessibili stati interni difficili da tollerare. ↑

“Ciò che sono” e “ciò che devo essere”

Una delle formulazioni centrali dell’ipotesi è il conflitto tra esperienza del Sé e mandato prestazionale. La persona può avere costruito una rappresentazione di sé fondata sull’essere affidabile, forte, disponibile, competente, desiderabile, produttiva. Queste qualità possono essere reali e preziose; diventano problematiche quando non sono più accompagnate dalla possibilità di essere anche altro. Il Super-Io può allora assumere una funzione prevalentemente normativa: non chiede soltanto di fare bene, ma di non smettere mai di fare. Il valore personale tende a essere misurato attraverso risultati, controllo e capacità di reggere. Il riposo viene vissuto come colpa; il limite come insufficienza; la dipendenza come minaccia; il bisogno come qualcosa da correggere. La letteratura empirica sul perfezionismo sostiene l’importanza clinica di questo territorio. Una meta-analisi di 67 studi longitudinali ha rilevato associazioni longitudinali tra dimensioni del perfezionismo e sintomi depressivi, mostrando una relazione complessa e potenzialmente bidirezionale, non riducibile all’idea che il perfezionismo sia soltanto una conseguenza della depressione (Smith et al., 2021). In termini psicodinamici, la questione diventa allora: quanto della prestazione appartiene al desiderio e quanto alla necessità di mantenere intatta un’immagine di sé che non può permettersi di cedere? ↑

Winnicott: quando l’adattamento diventa sostituzione del Sé

Il riferimento a Winnicott è particolarmente fecondo, purché non si trasformi in una semplice equivalenza tra adattamento e patologia. Per Winnicott un certo grado di adattamento all’ambiente è fisiologico. Il problema emerge quando il False Self diviene così dominante da sottrarre spazio alla spontaneità, alla creatività e al senso di realtà personale. Nel lavoro del 1960 sul True e False Self, Winnicott descrive il False Self come un’organizzazione che può proteggere il True Self, ma che, nelle configurazioni più marcate, può produrre una vita eccessivamente conforme e povera di spontaneità (Winnicott, 1960). La formulazione è utile per leggere quelle esistenze nelle quali la persona sa perfettamente cosa deve fare, ma incontra una crescente difficoltà a riconoscere ciò che desidera. L’iperadattamento depressivo, nella prospettiva qui proposta, non coincide quindi con il False Self. È piuttosto una possibile configurazione nella quale l’adattamento, diventato altamente efficiente, può contribuire a mantenere lontana l’esperienza di un Sé vissuto come fragile, bisognoso o non sufficientemente definito.↑

Freud: la critica dell’Io e il trionfo dell’ideale

Il modello freudiano della melanconia rimane rilevante non perché la melanconia possa essere sovrapposta alla depressione contemporanea, ma perché mette in luce un rapporto particolare tra perdita, identificazione e critica dell’Io. In Lutto e melanconia, Freud descrive il carattere persecutorio dell’autocritica melanconica e il modo in cui l’aggressività può rivolgersi contro l’Io (Freud, 1917). Nel soggetto iperadattato la critica può assumere una forma meno apertamente depressiva e più performativa: non necessariamente “non valgo nulla”, ma “devo fare di più”, “non posso fermarmi”, “avrei dovuto fare meglio”. L’autosvalutazione può essere mascherata da automiglioramento permanente. È una differenza clinicamente importante. La persona non si presenta necessariamente dicendo “sono incapace”; può presentarsi dicendo: “Devo solo organizzarmi meglio”. Il linguaggio della prestazione può così sostituire quello della sofferenza. ↑

Il lavoro del negativo e la depressione bianca

Il confronto con André Green consente di avvicinare un’altra dimensione: quella della vita psichica impoverita nonostante la presenza di un funzionamento apparentemente conservato. Nel suo lavoro sulla “madre morta”, Green descrive gli effetti psichici della presenza fisica di un oggetto internamente non disponibile e parla, in questo contesto, di “buchi psichici” e di “depressione bianca” (Green, 1993). Il concetto non va utilizzato come sinonimo di iperadattamento. Può però offrire una prospettiva: alcune sofferenze non sono caratterizzate soltanto dall’eccesso di emozione, ma anche dalla difficoltà di sentire, rappresentare e investire affettivamente ciò che accade. La persona può continuare a fare, ma fare non coincide più con vivere. Da qui una domanda clinica: cosa succede quando l’attività non serve più a realizzare il desiderio, ma a impedire che si manifesti un’esperienza interna priva di parole? Il problema non è allora il troppo fare in sé, ma il rapporto tra fare e sentire. ↑

Perfezionismo, burnout e depressione: distinguere senza separare

Il costrutto proposto attraversa territori che non devono essere confusi. Il perfezionismo può rappresentare un fattore di vulnerabilità o una modalità di regolazione dell’autostima; il burnout riguarda una condizione legata allo stress lavorativo cronico e presenta sovrapposizioni con la sintomatologia depressiva; il disturbo depressivo richiede una valutazione clinica secondo criteri diagnostici riconosciuti. La letteratura sul rapporto burnout-depressione mostra proprio la necessità di una distinzione prudente: esistono sovrapposizioni rilevanti, ma anche discussioni sulla loro differenziazione concettuale e clinica (Bianchi, Schonfeld, & Laurent, 2015; Parker & Tavella, 2021). Il presente modello non pretende quindi di sostituire queste categorie, ma di descrivere una possibile dimensione trasversale: la persistenza di un funzionamento elevato come modalità di gestione della sofferenza. Anche l’espressione “alta funzionalità” va usata con cautela. Una persona può mantenere un buon livello di funzionamento sociale e professionale pur presentando una sofferenza clinicamente significativa; viceversa, una prestazione elevata non dimostra la presenza di un disturbo. La valutazione deve considerare durata, pervasività, distress, funzionamento relazionale, sintomi, storia individuale e contesto. ↑

Il corpo come luogo del controllo

Quando la vita psichica diventa difficile da governare, il corpo può diventare un territorio più facilmente regolabile. Allenamento, alimentazione, peso, sonno e routine possono assumere una funzione organizzativa. Anche qui non è il comportamento in sé a essere patologico: attività fisica e cura del corpo possono essere risorse importanti. Il punto clinico è osservare cosa accade quando il controllo diventa non negoziabile. La domanda non è soltanto “quanto ti alleni?” o “quanto controlli ciò che mangi?”, ma: “Cosa succede dentro di te quando non puoi farlo?” È nel passaggio dalla scelta alla necessità che può emergere la funzione difensiva. Il corpo diventa allora una superficie sulla quale il soggetto cerca di scrivere una certezza che interiormente non possiede: se controllo il corpo, la giornata, il lavoro, la casa, le relazioni, forse posso evitare di incontrare l’imprevedibilità dell’esperienza. ↑

La desertificazione relazionale

Una delle conseguenze meno visibili dell’iperadattamento può essere una progressiva riduzione dello spazio relazionale non funzionale. Le relazioni possono continuare a esistere, ma diventare prevalentemente organizzative: chi fa cosa, quando, come, con quale risultato. Anche la sessualità può risentire di questa organizzazione quando il corpo viene percepito soprattutto come oggetto da governare e non come luogo dell’esperienza. Non si tratta di una conseguenza necessaria né specifica, ma di una possibilità clinica da esplorare: il desiderio richiede infatti una certa disponibilità a non controllare completamente ciò che accade. L’iperadattamento può dunque produrre un paradosso: la persona può essere molto presente nelle relazioni e, nello stesso tempo, poco presente a se stessa dentro di esse. ↑

La società della prestazione: un contesto, non una causa unica

La cornice sociale contemporanea rende particolarmente interessante questa ipotesi. Byung-Chul Han ha descritto la trasformazione verso una società della prestazione, nella quale il soggetto tende a interiorizzare l’imperativo della possibilità e dell’auto-ottimizzazione (Han, 2015). Si tratta di una lettura filosofico-sociale, non di una spiegazione clinica empiricamente sufficiente. La sua utilità consiste nel mostrare come un comando esterno possa diventare un comando interno. Non è più necessario che qualcuno dica “devi”; il soggetto può diventare contemporaneamente lavoratore, controllore e giudice di se stesso. In questa prospettiva il Super-Io contemporaneo non appare soltanto come interdizione, ma anche come spinta incessante alla realizzazione. La clinica incontra allora persone che non dicono: “Non riesco a fare nulla.” ma: “Non riesco a smettere.” È una frase diversa, ma può aprire sulla medesima domanda: cosa accadrebbe se per qualche ora non fosse necessario dimostrare nulla? ↑

Una questione di genere, da trattare come ipotesi

Le aspettative sociali possono essere interiorizzate in forme differenti in funzione del genere, della classe sociale, della storia familiare e dei contesti culturali. È plausibile che alcune forme di iperadattamento siano favorite da aspettative specifiche rivolte alle donne — cura, disponibilità, efficienza, responsabilità multiple — così come gli uomini possono essere esposti a mandati differenti, per esempio relativi all’autosufficienza, al controllo emotivo e alla produttività. Non è tuttavia sostenibile, sulla base della letteratura disponibile, affermare una semplice equivalenza tra “depressione iperadattata” nelle donne e organizzazione narcisistica negli uomini. Una simile opposizione rischierebbe di trasformare una osservazione clinica in uno stereotipo. La dimensione di genere merita piuttosto di essere studiata empiricamente come possibile modulatore dei modi attraverso i quali la sofferenza viene espressa e riconosciuta. ↑

Il trattamento: non togliere il rumore, ascoltare ciò che copre

Se l’iperfunzionamento ha una funzione difensiva, un intervento clinico che mirasse semplicemente a eliminarlo potrebbe risultare prematuro. Per alcune persone il fare incessante rappresenta infatti una soluzione che ha consentito di mantenere coesione, autostima e continuità. Prima di essere abbandonata, una difesa deve poter essere compresa. Il lavoro terapeutico può iniziare dalla funzione: “Che cosa ti permette di non sentire questo fare?” La domanda sposta l’attenzione dal comportamento al significato. In questa prospettiva, una micro-pausa può avere un valore clinico maggiore di un invito generico a “riposarsi”: la pausa diventa un esperimento di tolleranza dell’esperienza interna. Progressivamente il soggetto può imparare a distinguere stanchezza da colpa, desiderio da obbligo, cura da controllo, responsabilità da iperresponsabilità. Il fine non è produrre una persona meno competente, meno ambiziosa o meno attiva. È rendere possibile una pluralità di modi di esistere. La domanda terapeutica fondamentale diventa quindi: “Se non dovessi dimostrare nulla in questo momento, cosa resterebbe di te?”. ↑

Conclusioni: quando il funzionamento diventa difesa

Il concetto di “iperadattamento depressivo” viene qui proposto come ipotesi teorico-clinica, non come categoria diagnostica. Il suo valore, se ne verrà confermata l’utilità, potrebbe consistere nel rendere più visibile una forma di sofferenza che il buon funzionamento rischia di mascherare. La depressione non ha necessariamente un unico volto fenomenologico e la sofferenza non coincide sempre con il ritiro. Alcuni soggetti possono continuare a produrre, organizzare, prendersi cura e raggiungere obiettivi mentre una parte della vita psichica rimane non rappresentata. In questi casi il rumore non è semplicemente il contrario del silenzio: può essere il modo attraverso il quale il silenzio viene evitato. La clinica deve allora imparare ad ascoltare anche ciò che funziona troppo. Non per patologizzare la competenza, ma per chiedersi se dietro una vita piena di attività vi sia ancora uno spazio in cui il soggetto possa sentirsi vivo senza dover continuamente dimostrare di esserlo. La principale prospettiva di ricerca aperta da questa proposta riguarda la sua operazionalizzazione: individuare indicatori osservabili dell’iperadattamento, studiarne la relazione con perfezionismo, sintomi depressivi, burnout, ansia e disregolazione comportamentale, e verificare se la dimensione della “funzione difensiva dell’attività” aggiunga informazione clinicamente utile rispetto alle categorie già disponibili. Solo questo passaggio potrà stabilire se il costrutto abbia una reale utilità oltre la sua forza descrittiva. ↑

© Agnese Scappini

Bibliografia:

Bianchi, R., Schonfeld, I. S., & Laurent, E. (2015). Burnout-depression overlap: A review. Clinical Psychology Review, 36, 28-41.
Freud, S. (1917). Lutto e melanconia.
Green, A. (1993). The dead mother. Psyche, 47(3), 205-240.
Han, B.-C. (2015). The Burnout Society. Stanford: Stanford University Press.
Maslach, C., & Leiter, M. P. (2016). Understanding the burnout experience: Recent research and its implications for psychiatry. World Psychiatry, 15(2), 103-111.
McWilliams, N. (2011). Psychoanalytic Diagnosis: Understanding Personality Structure in the Clinical Process (2nd ed.). New York: Guilford Press.
Parker, G., & Tavella, G. (2021). Distinguishing burnout from clinical depression: A theoretical differentiation template. Journal of Affective Disorders, 281, 168-173.
Smith, M. M., Sherry, S. B., Ray, C., Hewitt, P. L., & Flett, G. L. (2021). Is perfectionism a vulnerability factor for depressive symptoms, a complication of depressive symptoms, or both? A meta-analytic test of 67 longitudinal studies. Clinical Psychology Review, 84, 101982.
Winnicott, D. W. (1960). Ego distortion in terms of true and false self. In The Maturational Processes and the Facilitating Environment. London: Hogarth Press, 1965.

Sinossi

Il contributo propone il costrutto teorico-clinico di “iperadattamento depressivo” per descrivere alcune configurazioni nelle quali la sofferenza depressiva non si manifesta prevalentemente attraverso ritiro, rallentamento e riduzione dell’attività, ma attraverso un funzionamento elevato, continuo e fortemente orientato alla prestazione. Il termine non designa una categoria diagnostica autonoma. L’ipotesi è che, in alcuni soggetti, il fare incessante possa assumere una funzione difensiva rispetto a vissuti di vuoto, tristezza, vulnerabilità, rabbia o perdita non sufficientemente mentalizzati. Il contributo mette in dialogo questa ipotesi con Freud, Winnicott e André Green e con la letteratura contemporanea su perfezionismo, depressione e burnout. Viene inoltre proposta una distinzione tra iperadattamento, burnout e disturbo depressivo, evitando equivalenze diagnostiche. Sul piano clinico, l’obiettivo non è interrompere semplicemente il funzionamento, ma rendere progressivamente pensabile ciò che esso consente di non sentire.

Parole chiave: depressione; iperadattamento; perfezionismo; psicoanalisi; burnout.

Abstract

The Silence of Noise: Hyperadaptation and the Masking of Depressive Suffering in the Performance Society The article proposes the theoretical-clinical construct of “depressive hyperadaptation” to describe configurations in which depressive suffering is not primarily expressed through withdrawal, slowing and reduced activity, but through high, continuous and performance-oriented functioning. The term does not identify an autonomous diagnostic category. The hypothesis is that, in some individuals, incessant activity may serve a defensive function against experiences of emptiness, sadness, vulnerability, anger or loss that have not been sufficiently mentalized. The discussion connects this hypothesis with Freud, Winnicott and André Green and with contemporary literature on perfectionism, depression and burnout. A distinction is proposed between hyperadaptation, burnout and depressive disorder, avoiding diagnostic equivalences. Clinically, the aim is not simply to interrupt functioning, but to make progressively thinkable what functioning helps the person avoid feeling.

Key words: depression; hyperadaptation; perfectionism; psychoanalysis; burnout.