Un prezioso inedito di Nicola Peluffo già pubblicato nel “Laboratorio” (ed. Quirino Zangrilli)
Prefazione
Da qualche anno mi occupo delle vestigia del pensiero infantile che permangono nello psichismo dell’adulto.
Questi reperti, sovente,sono espressi da pensieri consci, quindi percepibili ma assurdi e nello stesso tempo apparentemente estranei alla corrente principale dell’ ideazione in corso. Queste produzioni della mente, come ho detto, sono conscie, ciò che di tale attività permane inconscio, o almeno nascosto, è la predisposizione a credere in esse pur negando il fatto che esistano. Un esempio chiaro è la predisposizione a credere all’esistenza di esseri invisibili che aiutano o intralciano l’operato delle persone. La maggioranza delle persone ha codesta convinzione ma la nega.
Si pensi a Babbo Natale che, pur inesistente, continua ad esistere per proiezione sui bambini. Per quale ragione non lo si lascia esaurire? La spiegazione commerciale e consumistica non regge. E’ piuttosto la spinta animistica che lo tiene in vita assieme alle credenze nella magia.
Non dimentichiamo le truffe televisive messe in atto da persone che sanno sfruttare tale tendenza a credere nell’esistenza della magia. E che dire del successo di H. Potter che tale tendenza sviluppa sino ai limiti del patologico. La volontà di credere nel mitologico e il crearsi degli ideali illusori, falsi e consolanti è così forte, che se la scienza fosse un fenomeno democratico, l’irrazionale avrebbe la meglio.
Ecco perché la materia che tratto in questo lavoro e il tipo di spiegazione che impiego sono volutamente antropomorfizzate.
Mi piacerebbe che i miei pochi lettori le ricordassero e non c’è di meglio per facilitare l’apprendimento che stimolare i residuati del pensiero mitologico. Entrare nelle pieghe di un’epistemologia regressiva nascosta in seno a quella scientifica.
Il fatto che l’essere umano sia il frutto di un conflitto che lo permea per sempre, tutti lo ricordano con il nome che gli ha dato Sofocle: Edipo. E’ molto più divertente che sottolineare che il conflitto psicobiologico deriva della riproduzione sessuata che pure ha i suoi vantaggi evolutivi.
Nello scrivere questo breve saggio ho anche un altro scopo. Mi piacerebbe che gli operatori della psiche, specialmente coloro che hanno un’esperienza psicoanalitica personale, non si preoccupassero troppo, all’inizio della loro professione di psicoterapeuti, dell’infinità di sensazioni, fantasie, desideri, spinte a disegnare in seduta, etc., di cui, a volte, non parlano ai supervisori, per una sorta di timoroso pudore.
Nel momento in cui prendono atto dell’esistenza nel loro psichismo, di quel partner dell’io che definisco Bimbo e riescono a non scotomizzarlo, scorgono la fonte di quei rivoli di attività fantastiche. Non conviene trascurarle come non è utile abbandonarsi ad esse. Fantasia e dottrina sono la miscela ideale; è così che S. Freud ha inventato la psicoanalisi. Che poi è un esempio dell’interazione tra Homo ludens e Homo faber. Tra il principio di piacere e quello di realtà
Prima Parte
Fig. n° 1: Un tale suona i coperchi e si forma la testa.
Quella parte dell’adulto in cui rimangono incistati i residuati dell’infanzia possiamo definirla: Bimbo. Vive nel riflesso del processo primario. E’ tutto e il contrario di tutto: insieme.
E’ buono-cattivo, sopra-sotto, creativo-ingenuo, fortissimo e fragile, certamente geniale, e anche stupido.
Sono le manifestazioni di questo Bimbo che voglio presentare al lettore sia nelle vesti di ispirazioni creative per l’adulto di cui è una parte, sia nelle sue acquisizioni formali quando è in costruzione.
Come succede ?
Verso i due-tre anni (e anche prima) il bambino inizia ad impadronirsi della rappresentazione di movimento in forma di imitazione, di disegno, e di parola, e ne fa oggetto di libido. Come dice Freud ci gioca con le rappresentazioni, si immerge nelle parole, e le interpreta a modo suo seguendo una logica associativa semplice.
Dato che nel caso di cui voglio parlare, si tratta di un Bimbo ligure, la materia sperimentale è la frase in genovese “sunã i couverci” (suonare i coperchi), un insieme di parole che contiene un’azione specifica e l’oggetto su cui si esercita l’azione. Quel Bimbo, da bambino, per un periodo era stato un accanito suonatore di coperchi e da adolescente un appassionato di Jazz.
In dialetto ligure quella frase significa metaforicamente avere rapporti sessuali (coire). Per il bambino, che non gradisce le metafore, quella frase significa quello che esprime in modo letterale. L’ascolta, la memorizza e la agisce.
Il Bimbo, a 2-3 anni, era diventato un grande suonatore di coperchi (quelli della batteria da cucina). Ciò che percepiva era che nella vibrazione (e nel rumore) c’è la vita.
In tale attività musicale (rumoristica) scaricava la sua aggressività e investiva la libido.
Quando i genitori si muovono assieme (coiscono), fanno rumore, sovente ritmico, e, a volte, altri esseri che fanno rumore (altri figli) invadono il territorio; si fa strada l’idea che suonare i coperchi abbia qualche cosa a che fare con il sesso e con la nascita di rivali. La frase convenzionale “sunã i couverci “ assume spontaneamente la sua connotazione sessuale che del resto è tramandata nel dialetto… e nelle discoteche , i templi della rumoristica.
Questa persona, cioè l’antico suonatore di coperchi, anni dopo, diventato un serio professionista, durante una seduta fa un complicato disegno che interpreta a posteriori con la frase “un tale suona i coperchi e gli si forma la testa”.
Suonare i coperchi è diventato un atto creatore, e la comprensione procede da un disegno di fantasia. Il disegno che avrebbe fatto un bambino di due – tre anni se ne avesse avuta la capacità; la mano esegue il movimento spontaneo, la traccia si costruisce ed è interpretata a posteriori.
Potrei dire che tale costruzione, la frase e il disegno, sia un residuo di narcisismo primario che permane nell’adulto, un nucleo psicotico.
Una differenza con un vero nucleo psicotico è che questo non è silente. Ma cerca di manifestarsi come può. Mi sembra piuttosto essere il rappresentante di quella fase che Ch. Baudouin definisce lo stadio dell’automa , che è fisiologico all’età di due-tre anni. 1
Queste esperienze rimangono fissate nello psichismo in via di sviluppo e si manifestano in occasioni specifiche durante la vita adulta.
Per esempio, durante la seduta mentre il serio professionista ascolta, il Bimbo, tramite la mano dell’analista (il serio professionista) segue linee circolari che si raccolgono in una figura vagamente antropomorfica, per la quale, nella mente dell’uomo, spontaneo, insorge il commento “un tale suona i coperchi e gli si forma la testa“. Immediatamente appare nella sua mente l’associazione “sûnã i couverci”. Il Bimbo, in apparenza gioca, in realtà reagisce a suo modo alle stimolazioni dell’analizzato e ne percepisce il problema: il mistero della vita in generale e della procreazione in particolare e, mi viene da dire, passa l’informazione all’adulto.
Il disegno dal punto di vista dello stile ricorda l’arte psicopatologica. Lo potremmo anche definire “il corpo di un fantasma” se non fosse che tale fantasma ha concluso la sua funzione difensiva-esplicativa ed ha riassunto la sua originalità di pensiero infantile. L’unico tipo di pensiero intuitivo, spontaneo, che esistesse a quella età. Il pensiero intuitivo creatore, secondo le leggi dello stadio in cui si è formato; più tardi, viene assorbito nella modalità operatoria e usato come strumento di sapere.
Questo esempio mi da la possibilità di sottolineare ancora una volta i due tipi di pensiero attraverso cui opera l’essere umano: il pensiero intuitivo-creativo e quello logico-operatorio che classifica i dati del primo, e li riunisce in insiemi che combina seguendo uno schema ipotetico-deduttivo.
Il pensiero intuitivo (preistorico individuale) si svolge in una dimensione che sta tra il preconscio e la coscienza; se il termine non fosse “passatista“ si potrebbe dire che è subconscio. Le sue matrici sono inconscie, in quanto desiderio di base, cioè stanno nel rimosso, l’elaborazione cognitiva, una sublimazione, si forma con una modalità silente che sembra spontanea e inconsapevole, anche se certamente esiste un processo di formazione per gradi che con gli strumenti adatti si può studiare.
Uno di questi strumenti è l’associazione e la sua scomposizione, l’altro è la classificazione degli elementi comuni tra la costellazione associativa e quella situazionale (il contesto) ed infine la sintesi a posteriori dei dati. La dinamica transfert-controtransfert è particolarmente adatta per queste esercitazioni di interpretazione.
Non è detto che esse debbano necessariamente svolgersi sulla base del disegno o di racconti.
Lo stesso lavoro si può fare anche per gli stati d’animo di seduta accompagnati da sogni o serie oniriche. Faccio un esempio personale.
Finisco la seduta, l’analizzato si alza, si avvicina molto a me e mi liquida, con evidente imbarazzo, la metà dell’onorario. Osservo sul suo viso e nell’attegiamento del corpo e della voce un sottofondo ferino, aggressivo, pericoloso, che si manifesta per la prima volta. E’ un’ espressione che mi procura un certo fastidio; potrei dire che ho percepito una sfaccettatura della psiche di quella persona che, data la gravità del caso, sapevo che doveva esserci ma non si era mai espressa nel contesto della seduta e quindi mi da la spiacevole impressione che qualche cosa di importante mi sia sfuggito. Alla notte sogno: “mi trovo in Svezia. So di avere la maturità svedese so però che per continuare, devo imparare la lingua. Sono in un contesto invernale, vado in casa di amici; una casa di tronchi in un bosco innevato. In casa c’é un vecchio nonno che sta tagliando con uno strumento adatto, le unghie ad un enorme orso. Dico all’amico “ma tuo nonno ha un coraggio enorme; l’orso lo può uccidere“. L’amico mi risponde che il nonno c’è abituato. Io, mi accorgo che l’orso mi ha visto e che devo trovare un rifugio. Al secondo piano c’è il nonno che dorme. Devo trovare un altro rifugio; forse in città“.
Non è difficile constatare che il sogno ha riferimento diretto nella vicenda che ho descritto e in esso mi dico “per fare quello che fai, cioè tagliare le unghie agli orsi, non basta la maturità, devi anche imparare la loro lingua e le loro abitudini. Imparare la lingua della bestia”. Dal punto di vista edipico, probabilmente un sogno in cui è espresso il desiderio infantile di conoscere la lingua del padre per poterlo capire e controllare senza pericolo i suoi momenti bestiali, dal punto di vista pre-edipico un riferimento alle parti pelose dei genitori, la madre specialmente, il cui riferimento al vello degli animali (l’orso) è evidente.
In effetti in questi giorni sto pensando che mi piacerebbe avere un’esperienza più approfondita, diciamo ospedaliera, delle espressioni della psicosi; cioè conoscere meglio il linguaggio della psicosi. Capisco ora per quale ragione il sogno si svolge in un ambiente nevoso e gelato, e la lingua è lo svedese. Io ho scritto e pubblicato sul Laboratorio dell’Istituto Italiano di Micropsicoanalisi un articolo in cui faccio dipendere la gravità del disturbo psichico,dal grado di congelamento dell’apparato psicobiologico del soggetto; il titolo è : “Congelamento”: al di la del narcisismo neo natale.2 Ho anche richiesto ad una libreria il volume di Salomon Resnik, Glaciazioni, che tratta l’argomento delle psicosi. 3
Come accade sovente, l’idea si è sviluppata in me pensando alle parole di Freud riguardanti la gestione della durata della seduta. Egli scrive: ”… Di quando in quando ci imbattiamo addirittura in malati ai quali bisogna dedicare più tempo della misura media di un’ora al giorno, dal momento che essi impiegano la maggior parte di essa a disgelarsi, e comunque a diventare comunicativi…”. 4
Freud paragona quindi, la disgregazione della resistenza al disgelo. D’altra parte per poter analizzare un composto congelato bisogna scongelarlo.
Potrei continuare ma ciò che mi interessa è illustrare la relazione tra pensiero intuitivo-creativo e pensiero logico-operatorio. Che poi corrisponde alla relazione tra costruzione onirica (il sogno) e l’elaborazione interpretativa che ne ho fatto.
Il sogno si nutre energeticamente dello stato d’animo della giornata a cui da una prima forgiatura, il lavoro continua da svegli, con l’elaborazione secondaria che si definisce nel contenuto manifesto, si passa poi all’interpretazione che segue determinate regole e si arriva al pensiero del sogno ed infine al contenuto latente, sia attuale che infantile e rimosso. Un vero e proprio lavoro che si svolge a partire da elementi infantili.
E’ il Bimbo che mette al posto dell’analizzato un orso, proprio come fanno i bambini quando hanno paura di una situazione realmente o fantasmaticamente pericolosa, e spiega all’adulto-se stesso che per tagliare le unghie agli orsi è necessario conoscere lo svedese, cioè la lingua dei “congelati”. Coloro che “i grandi” definiscono psicotici, persone che vivono in un reale,“irreale”.
Gli adulti dimenticano le difficoltà che hanno avuto per costruire il reale. Per un bambino di 3-4 anni distinguere una realtà a tre dimensioni da una a due dimensioni non è semplice. Un esempio. Un bambino di quattro anni e mezzo, mentre osserva alcuni elefanti raffigurati sulla Domenica del Corriere mi chiede “Ma sono vivi qui dentro?”. Gli chiedo “Dove?” Mi risponde, “Qui (nella pagina)“. Gli spiego che sono stampati (disegnati) e poi gli dico “Vedi che non si muovono. Dove credevi che andassero ?”Mi risponde “Qui nel mio letto”.
Il Bambino è stato al circo e ha visto gli elefanti in carne ed ossa, è stato anche sopra ad uno di essi, ma quando vede quelli stampati ha il dubbio che possano andare nel suo letto. Il ponte tra la realtà a tre dimensioni e quella a due è il sogno in cui gli elefanti si muovono e, apparentemente reali, fanno partecipare il bambino alle loro avventure. Nel Bimbo rimane questa incertezza rispetto alle tracce, anzi è probabilmente questo il mondo del tutto possibile, in cui è immerso.
Allo stesso bambino chiedo se sogna. Mi risponde : “ eri. Che tu morivi ed io ti portavo i fiori”. Gli vengono le lacrime agli occhi. Poi mi chiede perché si muore e se anche “i carabinieri e gli animali muoiono“. Evidentemente si fa strada il problema della morte. In un momento in cui il pensiero diventa consequenziale. Per esempio lo vedo che tira per il collo un amico più piccolo, gli dico “non devi tirare T. per il collo; lo puoi uccidere“. Mi risponde “ma i cacciatori uccidono”.
Evidentemente non fa distinzione tra animali e persone e tra ciò che succede in sogno e alla televisione e quello che potrebbe accadere in realtà. Una fissazione a tale fase di sviluppo, senza l’intervento della rimozione o di altre difese potrebbe dare origine ad un adulto realmente assassino. La rimozione nasconderà il desiderio di “tirare l’amico per il collo” e al posto si formerà una soluzione nevrotica.
Il Bimbo, tuttavia, conserverà la traccia del fatto che potrà, quando sia necessario, rievocare, esprimere e utilizzare, anche in seduta se gli fa comodo.
Parte Seconda
Le matrici grafiche infantili del disegno contro-transferale dell’adulto
A questo punto la domanda che possiamo formularci è : dove trova il Bimbo che staziona nell’adulto, i mezzi formali per esprimersi?
Si introduce così il problema dello sviluppo del pensiero e del disegno infantile e la permanenza delle sue vestigia nell’ adulto.
In questa seconda parte vorrei mettere in luce il fatto che l’espressività grafica del bambino tra i due anni e mezzo e i tre anni contiene gli inizi di una differenziazione generica che gli permette di definire le tracce grafiche che disegna. Non si tratta di una semplice definizione verbale, a posteriori, dello scarabocchio.
Il bambino fa uno scarabocchio. L’adulto chiede spiegazioni e il piccolo alla domanda “che cosa è?”, risponde “una mucca”.
Si tratta, invece, di una vera e propria specificazione del disegno (sempre su richiesta) in cui vengono indicati i dettagli (orecchia, gambe, bocca, coda). Io direi che la pulsione del bambino si aggancia ad una traccia e ne da una espressione motoria che può anche essere fissata su un supporto (la carta per esempio).
Fin verso i due anni la traccia è uno scarabocchio, poi tende ad organizzarsi in oggetti meglio definiti nei dettagli, fino a fissarsi in un oggetto specifico che assume un’espressività obiettiva. (v. Bengalino, dis. del 26 / 11 / 1966).
Ciò che vorrei specificare è che :
a) le varie specificazioni sono equivalenti, cioè tutte possono esprimere un affetto omogeneo, anche se con forme differenti;
b) quel tipo di espressività grafica in alcuni soggetti non sparisce con l’età e può esprimere (come ho spiegato nella prima parte) affetti e modalità di ragionamento che possono essere rappresentate graficamente ed interpretate a posteriori (v. nella terza parte la lumachina, la gallina, il gatto).
A mio parere questo tipo di espressività primaria, grafica (disegno, scultura), sonora (musica, poesia) corporea e gestuale (danza, recitazione) è presente in tutti i creativi, artisti o simili (psicoanalisti) anche in età adulta ed è ciò che li distingue dai tecnici.
L’ideale sarebbe che potessi inserire i miei disegni infantili, ma reperti di quelle età lontane non ne esistono più; mi servirò quindi di alcuni esempi che traggo dagli appunti che a partire dal 1964 avevo preso osservando i disegni spontanei di mio figlio (nato il 22 febbraio 1963).
Il bambino (v. Fig. n° 6) aveva circa 2 anni e sette mesi. Il modulo iniziale del disegno è a forma di ala, ed è definito farfallina. Il disegno successivo è un’elaborazione del modulo e (a mia richiesta) è definito “pesciolino, farfallina, maiale, bambino“. Sono quattro animali di cui ha l’esperienza e come si può constatare sono gli elementi di un insieme. Nei sogni, nelle fantasie, nell’affetto dei vissuti sono equivalenti e possono stare uno per l’altro. Questo vuol dire, che nelle associazioni di seduta, la persona può esprimere l’affetto contenuto nel disegno parlando indifferentemente di uno degli elementi dell’insieme.
Fig. n° 2
Il modulo “farfalla“, l’elaborazione del quale da origine all’insieme multiplo (farfalla, pesciolino, maiale, bambino), non si forma di colpo bensì attraverso l’attività del soggetto sull’organizzazione grafica del movimento. I disegni che seguono ne sono un esempio :
Fig. n° 3
Nella Fig. 7, sono riportati 3 disegni (dall’alto verso il basso) che dimostrano come il bambino inizi rappresentando gli elementi che raffigurano le tracce di movimento del volo di una farfalla sino alla loro sintesi in un modulo.
Lo stesso modulo, materializzato, viene usato per disegnare un coniglio :
Fig. n° 4
E poi, persino il profilo di una montagna che il bimbo osserva dal luogo dove si trova
Fig. n° 5
Nel prossimo disegno, eseguito due mesi dopo, il modulo viene usato per rappresentare molte cose che vengono specificate linguisticamente :
Fig. n° 6
Sullo stesso foglio coesistono la traccia del movimento di un aereoplano e gli schemi topologici di due oggetti specifici: il cavallo e la mucca.
Solo nel 1966 cioè a tre anni, il bambino disegnerà una forma a senso compiuto: il bengalino (un uccellino veramente esistente e poi morto in gabbia).
Fig. n° 7
Gli elementi modulari vengono raggruppati in una figura complessa, a senso compiuto, che non ha più la necessita del supporto linguistico per farsi riconoscere. Tuttavia contiene in se gli elementi associativi parziali per cui quando, per esempio, il ramoscello (o canna in una gabbietta) prende la posizione di induttore associativo, i pensieri potranno spostarsi verso un coniglio o una montagna, la cui traccia elementare (il modulo) per un momento ha reso percepibile un affetto specifico. Si crea così una rete associativa che tramite il riferimento ai moduli parziali può far riapparire gli affetti del passato. E’ possibile che questo sia il modo in cui si esprime il Bimbo.
Parte Terza La dinamica Transfert – controtransfert : interpretazione
In questa terza parte cercherò di applicare i concetti e gli esempi che ho espresso nelle prime due parti per cercare di spiegare ciò che fa l’analista, a sua insaputa, quando in seduta si lascia andare al piacere dello scarabocchio o del disegno più o meno a senso compiuto. Sovente durante le sedute lunghe di micropsicoanalisi l’analista disegna. 5 Per anni io ho disegnato i posturogrammi ( – Fig.n° 12) degli analizzati, o semplicemente ho tracciato qualche disegnino 6
Un giorno, un medico in micropsicoanalisi,che ascoltava il rumore della matita sul foglio (allora non facevo attenzione), mi chiese per quale ragioni facessi quella attività. Dovetti pensarci e la risposta fu che tentavo di vincolare il desiderio di muovermi e sottrarmi così all’immobilità della seduta lunga. Avevo fatto una serie di uccelli, quasi tutti in volo, ed il desiderio di volare via era palese. Il Bimbo se ne voleva andare.
Fig. n° 8: uccelli in movimento
Un’attività ludica come questa, si può pensare sia priva di significato; io penso invece sia un utile strumento per indagare l’interazione dinamica tra il transfert e il controtransfert.
Tra operatori della psiche, specialmente tra quelli che occupano di affettività, si parla sovente di empatia o di comunicazione empatica.
Ne vengono date varie definizioni, in generale si intende un tipo di messaggio che si trasmette da soggetto a soggetto in modo involontario e inavvertito, se non a posteriori. Nelle sedute di psicoanalisi, e specialmente in quelle lunghe di micropsicoanalisi capita sovente che l’analista abbia un pensiero, una riflessione, un’ idea, e che l’analizzato dopo pochi istanti esteriorizzi un pensiero, una riflessione, un’idea identica o quasi. Non è telepatia e, mi infastidisce chiamarla empatia anche se, nel senso di identificazione temporanea, (Fenichel) non siamo lontani dal descrivere la situazione che intendo. Un modo, secondo me pienamente psicoanalitico, di descrivere il fenomeno è la formulazione : contemporaneità del desiderio.
Faccio un esempio che traggo dal materiale di un collega in supervisione. Parla di un suo paziente e del fatto che non registrava la seduta da molto tempo; aveva deciso di registrare un paio d’ore, aveva messo in azione un piccolo computer, (riposto in una scatoletta), che ha funzioni di registratore ed é totalmente silenzioso ed invisibile. Il paziente era andato ad espletare un bisogno corporale ed al ritorno sul divano aveva detto, “eppure ho l’impressione di essere registrato”.
Anche a me, come analista, era successo lo stesso fenomeno ma avevo evitato di meditare su esso, spiegandolo con il solito discorso della comunicazione da inconscio ad inconscio; oggi però mi sono chiesto cosa intendevo con tale giustificazione e mi sono reso conto di un fenomeno importante che, del resto, avevo già verificato, quando introducevo in seduta lo studio delle fotografie, quello del lavoro sulla visita dei luoghi, sulle piantine delle case, o sul materiale genealogico.
Ogni nuova attività introdotta in seduta, nello spazio virtuale del dinamismo transfert-controtransfert è simbolo. Simbolo che esprime ll desiderio. Voglio dire che l’idea dell’analista di registrare e l’impressione dell’analizzato di essere registrato esprimono un desiderio inconscio che si rappresenta in quel modo. Quando la contemporaneità del desiderio si realizza accadono quei fenomeni ai quali diamo la spiegazione di una comunicazione non conscia.
Vorrei fare un altro esempio basato su ciò che ho scritto nella prima parte di questo studio (Bimbo), servendomi di una parte del materiale di seduta che compete essenzialmente una mia interazione contro-transferale durante l’analisi di una signora.
Il materiale dell’analizzata, dopo un buon periodo di lavoro con sedute lunghe, due o tre volte alla settimana, era pervenuto ad un momento in cui la dinamica transferale era buona e i risultati, in termini di scomparsa della sofferenza e maturazione personale, ottimi. La signora desiderava terminare, almeno per un periodo, le sedute, al fine di confrontarsi con una realtà che aveva assunto connotazioni obiettive. La fantasmatica che ingigantiva le difficoltà di rapporto era stata analizzata e anch’io pensavo che sarebbe stato utile un periodo in cui la sua energia fosse dedicata alla soluzione d
Fig. n° 9:una lumachina tiene ferma una gallina
i problemi di vita familiare quotidiana.
Come mi succede a volte, quella mattina avevo fatto un paio di disegnini sul quaderno di seduta e, in pensiero, mi ero divertito ad analizzarli come manifestazione di controtransfert.
Presento per il lettore i disegni con qualche commento.
Ecco che cosa è il controtransfert. Il mio desiderio di libertà, che corrisponde al suo (dell’analizzata) , viene in superficie tramite il mezzo zoomorfo tipico dell’infanzia.E’ raffigurata una lumachina che con uno spaghetto tiene ferma una gallina; in basso, al centro, avevo disegnato una bicicletta, direi, da bambino. Il Bimbo si era divertito e a suo modo mi dava informazioni sull’analisi che stavo conducendo.
La bicicletta, secondo me esprime il verbo, e indica il desiderio di movimento. L’insieme è un ideogramma.
L’ idea, ricavata per associazione, che esprimo è che mia zia Rosetta (un sostituto materno, la lumachina) mi tiene fermo. Io (gallina) desidero muovermi. Nel prato di fronte alla casa dove abitavo da piccolo avevo osservato con grande interesse la vita personale e sociale delle “Titte” (le galline); mia zia teneva fermo me piccolo che cercavo di rincorrere le galline che scappano a destra e a manca. Mi teneva per la cintura del grembiulino e, in questo momento che scrivo, vedo me stesso da piccolo che cerco di scappare e la cintura diventa una cordicella.
E’ la stessa situazione che accade in seduta. Io sono con la signora che mi fa stare in seduta, mi tiene fermo.
L’altro disegno è più o meno lo stesso di prima ma la gallina insegue un gatto. Cioè ho cambiato oggetto.
Fig. n° 10:una lumachina tiene ferma una gallina che insegue un gatto
Dopo questa prima semplice riflessione lascio che le associazioni affluiscano alla mente.
Alla mia coscienza affiora una filastrocca in dialetto genovese che sentivo recitare da bambino:
“Lumaça,lumaçin tia feua ou teu cournin dounque tê massou; tê façou mangià dau gattou“, (trad.: Lumaca, lumachina, tira fuori la tua cornina se no t’ammazzo, ti faccio mangiare dal gatto). Il gatto è il terzo personaggio, quello che fa paura e dice “ae poule dou gattou“ (trad.: Le parole del gatto = le parolacce).
Il gatto è il terzo, l’adulto, la paura e la tentazione. Può fare ciò che tu non puoi fare, e la sua presenza implica la tentazione di infrangere i divieti. E’ il diavolo che ti spinge a mangiare il frutto proibito dell’albero della conoscenza.
Ecco l’espressione semplice della vita: il desiderio di libertà (movimento = bicicletta), il desiderio di azione,è contrastato dalla paura totemica di muoversi. Il gatto si muove come vuole, dice le parolacce, e può anche mangiarti. Io, vorrei essere il gatto, cioè la cattiveria ma non posso (il tabù).
Si crea l’equazione: libertà = cattiveria.
Penso ancora alla lumaca che come “la bissia strissia“ (la biscia striscia), come un pene bavoso.
Ho molte associazioni sulla Tetta (il nome infantile che attribuivo a mia zia Rosetta con un chiaro riferimento latente) e “sulla marina, dove “ti porto a vedere il pesce senza spina“. Una canzone popolare che mi poneva qualche problema perché ne intuivo l’atmosfera sessuale ma non riuscivo a capire che cosa fosse “il pesce senza spina”, forse, pensavo, un polipo. Avevo analizzato questi argomenti durante la mia analisi personale, ma come linguaggio del Bimbo erano ancora presenti.
E’ chiaro che il desiderio che affiorava alla mia coscienza era quello di portare “la gallina a vedere il pesce senza spina“.
In definitiva portare la bella analizzata alla marina a veder il pesce senza spina.
Bisogna sapere che durante una delle più intense sedute l’analizzata aveva rievocato un episodio di quando aveva circa tre anni e giocava con un coetaneo, alla spiaggia, vicino ad una barca, ad un’esibizione reciproca degli organi genitali. Sul più bello, il gioco era stato interrotto dall’intervento traumatico degli adulti. L’avvenimento aveva causato un’attivazione della coazione a ripetere in cui il “gioco“ sessuale veniva ricostruito e non concluso.
Ora tale gioco si riversava (simbolicamente) nel transfert di analisi e dava luogo ad un controtransfert (inconscio sino a che non ebbi interpretato i disegni) in cui si attivava in me il desiderio di continuare la sua avventura infantile e giocare con lei. Cioè continuare con lei, oggi, i giochi sessuali dell’infanzia.
La psicoanalisi aveva preso il posto del gioco, quando me ne accorsi era troppo presto, come tempo di analisi, e quindi non ebbi la possibilità di interpretare la dinamica: l’analisi, come il gioco, venne interrotta in apparenza di comune accordo, in realtà poiché la coazione a ripetere era troppo carica per fallire.
Ho dato per acquisito il fatto che il lettore si renda facilmente conto dei legami associativi tra gli elementi grafici e le spiegazioni verbali. Cioè il passaggio interpretativo dall’elemento figurale a quello verbale. Non è così semplice poiché gli elementi figurali (i disegni) sono stati costruiti per primi e la spiegazione verbale un poco più tardi. Ciò che sto cercando di dire è che quando ho fatto i disegni non mi rendevo conto di ciò che significassero anche se sapevo che erano collegati alla seduta.
In parole diverse: la comprensione avviene a due livelli e quello grafico precede quello espresso tramite il linguaggio. Credo sia per questo che C. G. Jung, per l’interpretazione dei sogni, raccomanda di servirsi prima dei prodotti di tipo figurativo (disegni, sculture, etc.) che delle associazioni verbali.
Si potrebbe dire che l’espressione dell’interazione si costruisce da sola e, anche nel mio caso, l’aspetto figurale preceda quello verbale.
Durante le sedute di psicoanalisi e micropsicoanalisi sovente gli analizzati raccontano sogni in cui l’azione è rappresentata dall’estrazione di fili, o altre sostanze dalla bocca. Secondo me è l’interpretazione figurale dell’analisi. Si raffigurano il percorso (da dentro a fuori) prima di costruire l’oggetto (il classico sogno “sono in automobile”) come nel disegno del bambino (v. Bimbo) in cui l’aereo è rappresentato dalla sua traccia.
Estrarsi un filo dalla bocca è un modo per rappresentare l’azione di pensare e parlare. Si dice anche “ho perso il filo del discorso “ quando ci si dimentica la continuazione di una esposizione verbale di un ragionamento. Le verifiche di J. Piaget 6 e dei suoi collaboratori e continuatori confermano che i bambini di tr -quattro anni, interrogati sulla origine del pensiero, dicono che si pensa con la bocca. Cioè mettono assieme l’azione di pensare e quella di parlare.
Anche il sogno è l’ elaborazione di un pensiero espresso per immagini ma non è detto che tali immagini si possano produrre solo in sogno: l’arte figurativa ne è un testimonianza innegabile.
Ho già esemplificato tale punto di vista vorrei presentare ora un materiale più complesso.
Qualche anno fa’ durante una seduta con una persona, mentre ascoltavo le sue esteriorizzazioni circa le proprie spinte aggressive verso la madre e le donne in generale,la mia mano tracciò automaticamente la figura n° 11. Un disegno spiraloide di difficile interpretazione.
La donna parlava della sua rabbia, dei desideri di graffiare sua madre, “vorresti graffiare tua madre e non puoi”. “ Avevo meno di tre anni, desideri forti e rabbia forte; dovevo ricordarmi di non picchiare i miei compagni perché avevo paura di far loro del male”.
Le sue associazioni passano poi a una grave malattia autoimmune che l’aveva colpita verso i vent’anni e alle difficoltà della sua vita: “La malattia me l’hanno curata e ho avuto una crisi in cui ho rischiato la follia”. Parla delle donne delle sua famiglia, delle disavventure delle antenate conosciute e sconosciute della linea materna e poi improvvisamente dice :
“ un signore oggi mi ha detto – bella! -, mi sono girata, l’ho guardato in faccia e non mi sono sentita in colpa“ (era la prima volta che non si sentiva in colpa per il complimento di un maschio).
Per me questa (insieme a considerazioni tratte da altro materiale) è la prova di un cambiamento nella sua relazione con l’Immagine dell’uomo.
Per il lettore che non conosce la micropsicoanalisi, vorrei fare un cenno al concetto di Immagine. Silvio Fanti 7 da una definizione generale di Immagine, completata da tre definizioni specifiche.
La definizione di Immagine è data su una base energetico-pulsionale in termini di esperienze pulsionali qualitative (rappresentazioni) e quantitative (affetti) che smistate dall’es formano la materia dell’inconscio.
Da un punto di vista specifico vengono prese in considerazione le esperienze ontogenetiche dalla fecondazione ai primi anni di vita; quelle filogenetiche dall’ominizzazione in poi.
La terza specificazione, e qui sta la difficoltà, è l’Immagine ideica, che compete l’Ide (l’istinto di Essai, in italiano, tentativo) e che costituisce la base energetico-materiale delle altre due.
Qust’ultimo concetto per me era molto difficile finché durante la seduta che ho testé descritto , feci il disegno n° 4 che mi permise la riflessione: l’ Immagine ideica si riveste di un corpo perché se lo forma in base alle informazioni psicobiologiche contenute nell’Ide, cioè nell’istinto di tentativo.
Fig. n° 11
Per spiegarmi meglio, l’Immagine filogenetica e quella ontogenetica sono uno dei corpi psicomateriali dell’ Immagine ideica che ne è il supporto energetico. Questo è una mia interpretazione del pensiero di Silvio Fanti; un modello metapsicologico che penso si possa, almeno in parte, condividere. E’ chiaro che un’ interpretazione di questo genere implica l’ipotesi che nella struttura energetica dell’istinto rimangano tracce di esperienze motorie accadute o pensate. Se si tratta di entità psicobiologiche saranno tracce di esperienze pulsionali di differente destino.
Come dire che in una corrente energetica che si materializza in accadimenti agiti o pensati, possano rimanere le impronte di queste materializzazioni. Un discorso opinabile ma in una certa misura non saprei con quale altro sostituirlo.
Applicato alle forme psicobiologiche viventi l’ipotesi è che quando avviene la fecondazione e si costituisce lo zigote onnipotente, la struttura della sua ereditarietà biologica sia prefigurata da una eredità energetica (ereditarietà ideica) che contiene le esperienze (agite e pensate) degli antenati e che assume una forma costruendosi un corpo psicobiologico, che poi, nell’ontogenesi sarà confrontato con l’ambiente: da quello intrauterino in poi.
Certo è un concetto metapsicologico ma la maggior parte dei concetti base della psicoanalisi è di tale qualità. E poi credo che, anche in questo caso il Bimbo, mi avesse dato una mano.
Conclusioni
Una delle prime cose che mi vengono alla mente è che le radici della creatività umana sono nell’attività del Bimbo. Il Bimbo pesca nell’indifferenziato dei suoi nuclei narcisistici e comunica con l’insieme oggettuale che è riuscito a costruire e conservare, durante gli stadi dello sviluppo psicoaffettivo. Quando opera in certe occasioni a cui non può sfuggire (per es. la seduta di tre ore) si diverte come può e rievoca certe situazioni che gli sono familiari facendole rappresentare tramite l’adulto che gli fornisce il mezzo materiale (p. e. il disegno) come nel caso esemplificato.
Non dimentichiamo che il Bimbo è l’insieme di tutti i residuati delle fasi di sviluppo psichico infantile fissati in una zona che pesca nell’inconscio ma che attraverso le sue manifestazioni si mostra alla coscienza. Se l’adulto che lo ospita si abitua a considerarne l’esistenza può usare le sue scoperte e coordinarle. Il Maestro nel suo scritto del 1905 intitolato, Il motto di spirito 8 , nel capitolo dedicato alla psicogenesi si occupa di quei giochi di parole in cui si fa attenzione piuttosto al suono che al senso della parola oppure ai giochi basati sulle somiglianze e le analogie. Cioè si considera l’aspetto musicale (rumoristico) della parola piuttosto che il significato fornito dai nessi con le rappresentazioni delle cose oppure i nessi sono soggettivi. Egli scrive: “Anche nel bambino, avvezzo a maneggiare ancora le parole come cose, notiamo l’inclinazione a cercare dietro termini uguali o simili, il medesimo senso, il che è fonte di parecchi errori che causano l’illarità degli adulti “. Per il bambino il fatto di creare una reazione positiva nell’adulto è fonte di soddisfazione e di rafforzamento dell’io in formazione. Suonare i coperchi e constatare che l’animazione si estende anche al gruppo degli spettatori, per un bambino di due-tre anni, è un grande rinforzo ai tentativi di formarsi un io relazionale.
La fissazione a questo momento formerà nell’insieme Bimbo una tendenza a ripetere la “performance”.
Un bell’esempio di quello che scrive Freud lo possiamo reperire nella sequenza esistenziale che descrivo, frutto di una mia osservazione personale.
La zia deve fare un’iniezione e se ne duole, il nipotino di circa 5 anni, che ne ha l’esperienza, partecipa all’avvenimento e cerca di consolare la zia dicendole : “mettiti le mani sulle orecchie “. In apparenza un assurdo che fa ridere, in realtà la fase finale del seguente ragionamento implicito: si sente con le orecchie (il rumore), l’iniezione fa male, il male si sente, e allora la zia per non sentire male deve mettere le mani sulle orecchie.
E’ chiaro che il soggetto, da adulto non ricorderà l’avvenimento, ma il Bimbo l’ha registrato e può inserirlo, p. e. in un sogno penoso in cui qualcuno si mette le cuffie sulle orecchie oppure in un disegno, un racconto o qualche cosa di equivalente che possa rappresentare una situazione dolorosa .
Gli operatori della psiche, psicologi, psichiatri, psicoanalisti freudiani o terapeuti di altra scuola, non devono dimenticare che nel loro lavoro hanno a che fare con il Bimbo della persona in terapia e con il loro.
Il successo o meno dell’impresa terapeutica dipende dal fatto che gli schemi associativi automatici di risposta alla stimolazione analitica, che noi antropomorfizziamo con il nome di Bimbo, siano fissati ad un livello parzialmente oggettuale (se pur pregenitale) oppure permangano completamente permeati di narcisismo primario. Nel secondo caso l’intervento terapeutico sarà molto più complesso.
Il terapeuta, specialmente il micropsicoanalista che ha strumenti di intervento molto efficaci (la seduta lunga e frequente ed i supporti tecnici) si renderà conto delle possibilità reali di successo tramite la sua Entità Bimbo. Se per esempio, attraverso i disegni, i sogni, o altri mezzi,si rende conto di essere entrato in contatto con l’Entità Bimbo del paziente potrà procedere con fiducia nel successo dell’impresa.
Quando il nucleo narcisistico del paziente è congelato il Bimbo dell’analista è escluso dal contatto e nell’analista rimane una sensazione di solitudine di inutilità del lavoro. Quando si riesca a operare sul vasto territorio che circonda il nucleo congelato l’analisi, sia pur in modo superficiale procede, mai però sino alla fine. L’analista alla fine di ogni seduta, avrà l’impressione che qualche cosa non sia stato detto, che la seduta non sia finita e si renderà così conto che il nucleo congelato è impenetrabile.
Gli resterà la consolazione di aver tolto qualche strato di protezione del nucleo ghiacciato e la speranza che un suo riscaldamento naturale lo sciolga forse il lavoro terapeutico può dare inizio ad un effetto serra che, pian piano faccia il suo lavoro. E’ già successo.
1 Ch. Baudouin,De l’instict à l’esprit, Delachux et Niestlé, 1970 Neuchâtel. ↑ 2 N. Peluffo, “Congelamento”: al di la del narcisismo neonatale, Laboratorio di Scienza e Psicoanalisi (rivista multimediale), 2005. ↑ 3 S. Resnik, Glaciazioni, Bollati Boringhieri,2001, Torino. ↑ 4 N. Peluffo, Per un posturogramma della seduta,Bollettino dell’Ist. It. di Micropsicoanalisi, n° 1, 1985, Torino. ↑
Es. di posturogramma:
Fig. n° 12
5 S. Freud, in Inibizione, sintomo, angoscia, per spiegare l’origine non propriamente psicologica, bensì fisiologica, dell’ angoscia,scrive : “ Gli stati affettivi sono incorporati nella vita psichica come sedimenti di antichissime esperienze traumatiche, e vengono ridestati come simboli mnestici in situazioni simili “. – Freud, Opere,vol. X, Boringhieri, Torino. ↑ 6 J. Piaget, La construction du réel chez l’enfant,Delachaux et Niestlé, Neuchâtel. ↑ 7 S. Fanti ,Diz. di psicoanalisi e micropsicoanalisi, Borla,1984, Roma. ↑ 8 S.Freud, Il motto di spirito,Opere .vol.5, Boringhieri, Torino. ↑
Il Prof. Nicola Peluffo è nato a Genova-Sampierdarena il 14 giugno 1930. Dopo essersi laureato a Genova nel 1955 in Scienze politiche con una tesi in Storia, completa la formazione psicologica e psicoanalitica iniziata a Milano, in Svizzera a Ginevra, quella micropsicoanalitica a Couvet (Neuchâtel). Libero docente e poi professore incaricato stabilizzato di Psicologia Sociale diventa professore associato confermato di Psicologia Dinamica presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Torino. Autore di due volumi (Micropsicoanalisi dei processi di trasformazione, Torino, Book’s Store, 1976 e Immagine e fotografia, Borla, Roma, 1984) e di oltre cinquanta pubblicazioni scientifiche. E’ stato collaboratore al laboratorio di ricerche in psicologia genetica del Institut des Sciences del’education dell’Università di Ginevra (direttore Jean Piaget), ricercatore e docente di psicologia sociale presso l’Istituto di Scienze sociali di Genova (direttore Luciano Cavalli) collaboratore alle ricerche dell’Istituto di Psicologia Sperimentale e Sociale di Torino (direttore Angiola Masucco Costa), collaboratore alle ricerche del Centro di Psicologia dell’Olivetti SpA di Ivrea (Coordinatore ricerche Francesco Novara, direttore Cesare Musatti). Fondatore e Capo Scuola della micropsicoanalisi in Italia, membro didatta della Società internazionale di micropsicoanalisi (presidente onorario Silvio Fanti). Già Direttore dell’Istituto Italiano di Micropsicoanalisi, fin dalla sua costituzione nel 1984, e responsabile scientifico della sua rivista teorica, il Bollettino dell’Istituto Italiano di Micropsicoanalisi.
Il Prof. Peluffo si è spento a Genova il 7 febbraio 2012
Никола Пелуффо
Профессор Никола Пелуффо родился в Генуе-Сампьедарене 14 июня 1930 года. Окончил факультет политологии в Генуе (1955) с диссертацией по истории.
Психологическое и психоаналитическое обучение, начатое в Милане, он продолжал в Швейцарии в Женеве, а микропсихоаналитическое в Кюве (Невшатель).
Он был преподавателем, а затем профессором социальной психологии, доцентом динамической психологии на факультете психологии Туринского университета. Является автором книг «Микропсихоанализ трансформационных процессов» (1976) и «Изображение и фотография» (1984) и более пятидесяти научных публикаций.
Сотрудник исследовательской лаборатории генетической психологии Института педагогических наук Женевского университета (руководитель Жан Пиаже), исследователь и преподаватель социальной психологии Института социальных наук в Генуе (руководитель Лучано Кавалли), научный сотрудник Института экспериментальной и социальной психологии в Турине (руководитель Анджиола Масукко Коста), научный сотрудник Центра психологии Olivetti SpA в Иврее (координатор исследований Франческо Новара, руководитель Чезаре Мусатти). Основатель и руководитель школы микропсихоанализа в Италии, преподаватель Международного общества микропсихоанализа (президент Сильвио Фанти). Директор Итальянского института микропсихоанализа с момента его основания в 1984 г. и научный руководитель теоретического журнала, Bollettino dell’Istituto Italiano di Micropsicoanalisi.
Профессор Николо Пелуффо скончался в Генуе 7 февраля 2012 года.
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